Part 14
Si giocava a mosca cieca, un giuoco allegro e senza pericoli, a cui i _grandi_ avevano lasciato che pigliassero parte anche i più piccini, per contentarli. E io raccomandava appunto alla mia Evangelina di non perdere d'occhio le mosse furbe d'un marioletto alto una spanna, il quale si accostava in punta di piedi per tirare la falda dell'abito a _mosca cieca_, poi fuggiva un gran tratto, credendosi inseguito, poi si fermava in distanza e alzava la testina trionfante verso un balcone del terzo piano, per ricevere il plauso di uno spettatore indulgente.
Augusto no, non ci guardava; ci aveva interamente dimenticati; egli aveva fatto alleanza con Angela, con la bionda Angela, quella dei labbruzzi di ciliegia, ed era attentissimo a non lasciarla cadere nelle mani di _mosca_.
Angela veniva su a vista d'occhio, ed era sempre la più vaga creaturina che io avessi mai veduto; giocando si era fatta rossa rossa in viso, e alcuni ricciolini di capelli erano sfuggiti al pettine; vi potete bene immaginare che non ci perdeva nulla. Correndo intorno al penitente, e voltandosi bruscamente quando aveva gridato _mosca_, si trovava ogni tanto nelle braccia di mio figlio; allora si pigliavano per mano, e mentre correvano così allacciati, Evangelina mi faceva notare che Angela era due buone dita più alta di Augusto.
— Non può essere — diceva io — è la pettinatura che la fa sembrare così.
Invece era proprio _così_, anzi per ciò solo aveva dato nell'occhio ad Augusto.
Egli le parlava senza impaccio, la maltrattava anche un tantino, col pretesto di darle un savio consiglio o uno spintone salutare, ma ogni tanto, guardandola di nascosto, pareva stupito di vedere cose a cui non aveva mai badato, cioè un nasino birichino, due occhioni aperti e sereni, e il resto.
A volte si distraeva in questa contemplazione e toccava ad Angela a pigliarlo per un braccio, salvarlo da _mosca_ e tirarselo dietro un tratto.
Una di quelle distrazioni fu fatale ai due futuri innamorati: _mosca_ venne presso a loro, allungò le mani, afferrò qualche cosa, strinse, e tutto il coro dei bambini squillò battendo le mani: _presa! presa!_
Sì, Angela era presa; il disgraziato, che da mezz'ora brancolava nel buio, si era già tolta la benda, si fregava gli occhi abbagliati e rideva del proprio trionfo.
Angela pure rideva. Si fecero innanzi per metterle la benda tre dei più impazienti e dei più audaci, ma così piccini che sarebbero stati imbarazzati a cavarsene con onore, se Angela non si fosse chinata.
Allora entrò di mezzo mio figlio:
— Che cosa volete fare voi altri?
Prese la benda, appoggiò le labbra all'orecchio di Angela, per dirle qualche cosa che nessuno doveva intendere, poi fece egli stesso la bendatura, una bendatura che era una carezza, senza stringere troppo, senza tappare le orecchie, senza imprigionare i ricciolini belli.
Insospettiti da tante precauzioni e dalle parole che mio figlio aveva pronunziato all'orecchio di _mosca_, qualcuno, chinandosi a guardare sotto il naso di Angela, insinuò: _ci vede_!
— Non vedo niente! — protestò la fanciulla.
A ogni modo bisognava stringere un po' più la benda per salvare le apparenze della giustizia, e mio figlio non lasciò che altri se ne immischiasse.
Una risata, un gridio confuso: _mosca! mosca!_; tre o quattro spinte di qua e di là, e tutti i monelli si sbandarono lasciando la povera ragazza sola nel mezzo del cortile.
La biondina era proprio impacciata, si moveva, appena chinandosi, allungando le mani, ma non osando fare un passo per non cadere.
Si faceva già un gran ridere della sua disadattaggine e ne rideva anche lei.
— State a vedere — disse Augusto con molto sussiego — state a vedere che la vado a baciare e non mi piglia.
— Anch'io! — esclamò un altro.
— Tu no — rispose Augusto — soltanto io.
E come se avesse dato le migliori ragioni per convincere un avversario, con queste quattro parole e con uno spintone il piccolo prepotente ottenne che l'altro rinunziasse all'impresa; dopo di che vi si accinse lui.
Si accostò in punta di piedi un tratto; poi tossì, poi disse «sono qua» e si fece indietro, poi si spinse innanzi, la rasentò e fuggì — impostore! — come se avesse paura d'esser preso; all'ultimo afferrò Angela per le mani e la baciò più volte sulla bocca ridente. Ma o la fanciulla era forte davvero, o mio figlio s'indebolì di troppo; il fatto è che fu preso, e rimase lungamente stretto fra le braccia di Angela, in mezzo alle risate del coro, che di nuovo strillava in buona fede: _mosca! mosca!_
VII.
A tarda sera, quando le voci delle mammine timorose dell'umidità scesero dalle finestre in cortile a richiamare i bimbi, e s'udì a un tratto: — _Angela!_ — e noi aggiungemmo: _Augusto! Laura!_ — due piccole ombre si staccarono dal muro, salutandosi alla libera, senza stringersi la mano, senza guardarsi neppure in faccia, e si separarono (ipocriti!) senza voltarsi.
Più difficile fu staccare Laura da un marioletto precoce, di tre anni appena, il quale, perchè mia figlia gli faceva da mammina con una pazienza da angelo, strillava come un piccolo demonio e voleva portarsela a casa.
Quella notte Augusto vegliò a tavolino un'ora più tardi del solito, perchè doveva rifare il còmpito, diceva lui. Quel còmpito, fatto e rifatto dieci volte, incominciava invariabilmente, ineluttabilmente così: «adorata fanciulla!»
Egli si provò anche, e io ne ritrovai le traccie, a scriverle dei versi, ma vedendo forse che non gli tornava comodo dire a sillabe contate e in rima tutto il suo pensiero, vi rinunziò quella notte, e non credo che ricadesse mai più in tentazione. Perchè voleva amare sul serio, amò in prosa; ma, o Muse! quale prosa e quanta! In ogni ora del giorno io trovava mio figlio intento a consegnare a un pezzetto di carta il suo grande amore.
Egli non si confidava meco, come potete immaginare: aveva al contrario una gran paura dei miei sorrisi, delle mie parole buttate all'aria come per proporgli la mia complicità, e custodiva gelosamente i tentativi mal riusciti del suo stile epistolare, ma non così che io non trovassi modo di seguirne nascostamente la formazione e lo sviluppo.
Nei primi giorni era uno stile saltellante a stento, come certa prosa moderna; ma a poco a poco il suo periodo si allargò per lasciar entrare in folla gli aggettivi, gli avverbi, le metafore e perfino qualche pensiero originale e qualche sentimento genuino. E allora il suo stile apparve gonfio, come certa prosa moderna. In capo a due mesi di tale esercizio, Augusto era il primo della scuola per l'italiano, e il signor maestro, uomo di modestia antica, si domandava in buona fede come avesse fatto il birboncello a cavar tanto sugo dalle sue lezioni.
VIII.
E come accoglieva Angela la prosa di mio figlio? Tranquillamente, con una gravità che era per me una rivelazione sempre nuova.
Lo dissi una volta a Evangelina, ed Evangelina trovò che avevo ragione: «le fanciulle sono sempre mature per l'amore».
Forse perchè ancora non le erano spuntate le ali della rettorica, e di quelle della grammatica e della ortografia non si poteva fidare interamente, forse perciò solo era restia a scrivere, o lo faceva con un laconismo degno dei bei tempi di Sparta; ma a ogni modo quella prudente parsimonia di parole otteneva un doppio e magnifico effetto: il suocero curioso ammirava l'anticipata dignità femminile di sua nuora, non badando a qualche peccatuzzo contro l'ortografia, e all'adorato Augusto, anche con doppia t, non pareva d'essere _adorato_ abbastanza.
Se quella fiamma avesse continuato un pezzetto ancora ad ardere con la medesima felicità, non turbata da un alito di vento maligno, probabilmente sarebbe andata a finire come le altre; un bel giorno Augusto avrebbe scritto ad Angela per farle sapere che la tradiva, e si sarebbe guastato un'altra volta col latino. Ma ad alimentare il fuoco amoroso interveniva ogni tanto qualche piccolo litigio, e vegliava come una rigida vestale, indovinate chi... la gelosia!
Sì, Augusto era geloso, e ah! non aveva che troppe occasioni di esperimentare il morso del suo piccolo demonio. I giuochi innocenti del crepuscolo erano dolcezza e fiele che la sorte gli mesceva quotidianamente; i baci che egli otteneva di nascosto, squisita ambrosia, erano attossicati da quelli che taluno più di lui ardito carpiva in palese; vi era fra gli altri un suo compagno di scuola, anche meno forte di lui nel latino, che non è dir poco, ma più forte a pugni, il quale baciava impunemente tutte le ragazze e dava degli scapaccioni ai maschi. Mio figlio restituiva coscienziosamente gli scapaccioni, ma era impotente a vendicare i baci.
— Ti sei lasciata baciare! — rimproverava egli.
Angela non vi aveva colpa, era stata presa alla sprovveduta, e poi giurava di non voler niente bene a quel monello.
— Che cosa devo fare? — diceva.
Che cosa doveva fare la poverina? Augusto pensava un po'; non sapeva nemmeno lui.
— Mordilo — consigliava a casaccio.
Se il destino non aveva deciso altrimenti, queste scenette finivano così, e finivano bene; ma a volte si tiravano dietro uno strascico di musoneria crudele.
Allora mio figlio, invece di correre in cortile subito dopo il desinare, con una freddezza calcolata si accingeva, contro l'igiene, a fare il còmpito, il còmpito vero e proprio, o studiava la lezione ad alta voce, in modo da essere inteso in cortile. Intanto io, senza far le meraviglie del caso nuovo, mi andava a mettere alla finestra. Angela, col musetto melanconico per aria, mi sorrideva, e io a lei; pensavo con una contentezza che ora mi sembra singolare: «gli vuol proprio bene!»
Avrei voluto gridarle: — non dubitare, verrà; — avrei anche voluto andare a prendere mio figlio per un orecchio e trascinarlo ai piedi della sua innamorata; ma il mio dovere di padre era di non accorgermi di nulla.
Augusto resisteva un po', facendo anche lui lo sbadato; e quando io, dopo un breve silenzio, chiamavo forte: Angela! e domandavo alla cara fanciulla perchè non giocasse con gli altri, mio figlio prima gridava più forte il suo latino della lezione, alzandone improvvisamente il tono a simiglianza degli acquazzoni estivi, poi, come un acquazzone estivo, improvvisamente abbassava la voce fino al mormorìo, poi deponeva il libro sulla scrivania e si veniva a mettere accanto a me per farsi vedere da Angela.
Ma vedendo lei così afflitta e così bella, sebbene essa non dicesse parola e chinasse a terra la faccia arrossata dal piacere, un repentino rivolgimento accadeva nell'animo del piccolo innamorato. «Ora vengo» annunziava: «la so tutta!» soggiungeva rivolgendosi a me con poca speranza di corbellarmi. — «Bravo!» conchiudeva io con molto sussiego.
Il monello è già lontano, è in cortile, è a braccetto d'Angela, e interroga sospettoso la finestra del babbo, il quale guarda una nuvola, come gl'insegna il suo dovere di padre.
IX.
Vedersi all'alba dalle finestre, affidare all'etere compiacente il principio di un bacio che sarà compiuto con sicurezza più tardi, incontrarsi poi su per le scale, in cortile, per via andando a scuola, e potersi abbandonare verso il tramonto, col pretesto di rimpiattello o di mosca cieca, ai teneri cicalecci dell'amore; ditelo voi che dalla strada, perduti in mezzo alla folla, mandate i sospiri a una finestra del quarto piano, chiusa da un padre severo, ditelo voi: non è soverchia felicità?
E pure mio figlio non ne aveva abbastanza; gli rimaneva un desiderio insoddisfatto, un desiderio prepotente: impadronirsi di Angela, non lasciarla più... sposarla, sissignori! Povero Augusto! Io indovinava la strana condizione del suo spirito innamorato; il tempo severo, il tempo inesorabile non trattava la futura coppia allo stesso modo; era con _lui_ lento, pigro, sgarbato; con _lei_ era vario, industrioso, galante.
Già, sebbene minore di due anni, Angela era quattro dita più alta di Augusto; e crescendo ogni giorno a vista d'occhio, rimaneva bella.
Un giorno scese in cortile coi capelli annodati in una foggia più semplice, e un altro giorno la mamma le allungò le vesti, e un altro giorno, tornando da scuola, non portò più i libri in mano, ma li consegnò alla fantesca. Era semplice e innamorata ancora; ma non era più la bimba d'una volta.
Augusto assisteva a questa trasformazione col cuore sgomento; maltrattato dall'età, egli aveva il naso fiorito e la fronte piena di bernoccoli; dimagrava senza crescere in proporzione e la sua faccetta espressiva era oscurata da pensieri amari.
Fu un periodo di torture.
Dopo tutti i guasti che l'amore, l'età e il latino avevano fatto nel corpo di mio figlio, la sorte gli riserbava un'altra afflizione ben più amara: la partenza d'Angela!
Angela _partiva_, cioè a dire abbandonava a Pasqua il cortile e la casa. Addio facili colloqui, addio sicuri baci, addio giuochi innocenti, addio per sempre, addio, addio, addio!
Così scrivevano gl'innamorati, esagerando il tono pel gusto d'essere molto infelici.
— Giurami che sarai mia o di niun altro — scriveva mio figlio, e Angela giurava, per non sbagliare, su ciò che aveva di più sacro al mondo.
Venne il giorno crudele della separazione; Angela portò l'amor suo in una via lontana, in un quartierino con le finestre verso corte. Il disastro era compiuto.
No, ancora il disastro non era compiuto; ma che si dovesse compiere era destino.
Facendo ogni giorno una carezza ad Angela, dando ogni giorno uno scapaccione ad Augusto, aggiungendo un vezzo a lei, un furuncolo a lui, il tempo maligno intraprese l'opera villana di separare l'inseparabile, di distaccare due cuori che si erano giurati «su ciò che di più caro eccetera» di battere l'uno per l'altro.
Solo un mese dopo la _partenza_ d'Angela, essendo andati a far visita ai suoi genitori, la nostra nuora ci apparve trasformata; già Augusto nel farsele intorno provava una soggezione istintiva.
Si adoravano ancora per iscritto, ma a quattr'occhi la bimba d'ieri l'altro aveva certe movenze, certi sguardi da donna che sconvolgevano tutto il sistema amoroso di mio figlio.
Fu peggio quando Angela, dopo essere rimasta cinque mesi in campagna, tornò a Milano in novembre. Io stesso, vedendola, alla presenza di mio figlio la chiamai _signorina_. E m'avvidi, dalla risposta, dall'accento, da un certo sussiego carino assai, che non per la prima volta un uomo barbuto le dava questo titolo che fa battere il cuore a tredici anni.
Ma aveva essa tredici anni veramente?
Sì, tredici anni compiti, e li portava come una donnina: Augusto, a disagio nei suoi quindici, se ne stava in un canto, solo col suo amore spaiato. Non vi era più da farsi illusioni; al paragone di Angela, mio figlio era un fanciullo; il giochetto d'amarsi poteva durare alcuni mesi ancora, purchè egli si acconciasse alla parte di vittima predestinata; doveva poi inevitabilmente finire per una sciabola che picchiasse sul lastrico in onore della signorina, o per un sigaro votivo che si accendesse nel buio della notte in una finestra borghese verso corte.
Mio figlio sentì il destino che gli piombava addosso e lo prevenne. Il suo sistema di tradimento perfezionato da una lunga pratica epistolare, gli suggeriva di scrivere; ed avendo differito troppo, il caso volle che egli si facesse bello d'un eroismo non suo: parlò.
Quel che egli dicesse alla sua bella, quali frasi adoperasse per farle intendere che la lasciava libera di accettare gli omaggi dell'ufficialità dell'esercito, non lo seppi mai.
Furono probabilmente poche parole dette nel vano della finestra in salotto, un giorno che Angela era venuta a farci visita, mentre la mamma, Evangelina e io affermavamo con mirabile accordo che la temperatura si faceva rigida e che già il termometro segnava...
Che cosa segnava il termometro?
Io seguiva con la coda dell'occhio le mosse dei due che si erano avvicinati con un po' di titubanza. Mio figlio parlava, scrivendo col dito degli _A_ maiuscoli sui vetri appannati, e cancellandoli tosto; Angela ascoltava guardandolo fissamente.
— Va bene — mormorò essa in ultimo.
E mio figlio, scattando come una molla, annunziò con molta disinvoltura:
— Nevica!
— Davvero?
— Davvero?
Ma già avremmo dovuto immaginarlo; da alcuni giorni la temperatura si era fatta rigida, il termometro segnava...
Che cosa segnava il termometro?
X.
Un'ora dopo Angela se ne volava dalla mia casa come un uccelletto a cui avessero aperto la gabbia; doveva essere impaziente di portare nel mondo la libertà spensierata dei suoi tredici anni sonati.
Un amore bambinesco è un impaccio quando l'età annunzia alla fanciulla che il vero amore non è lontano.
Come se non avesse aspettato mai altro, Angela approfittò così bene della licenza, che in pochi mesi nessuno più potè supporre che essa avesse avuto qualche cosa di comune col suo primo adoratore.
Ed era sempre più bella, la perfida! sempre più carina, sempre più adorabile, la spergiura! Se ne avvedevano tutti, lo dicevano tutti, tranne mio figlio.
Dall'alto del suo cielo amoroso, egli era ricaduto nella sua sepoltura latina.
Già erano parecchi annetti che lottava con le regole, già si era acciuffato con la sintassi e con la prosodia, già ripeteva enfiando le gote: _Quousque tandem abutere_, quando un giorno entrò in casa una gran notizia: Angela era sposa!
Laurina istintivamente si guardò nello specchio; mio figlio non impallidì, non disse verbo; ma la mattina successiva trovai sulla sua scrivania un rimasuglio di distico latino andato a male.
Si leggeva ancora non ostante le cassature:
_Non tu, formosa..._ _Te, pulcherrima... nuptiæ..._
Il resto non aveva voluto venire.
IL MARITO DI LAURINA
I.
Laurina dichiarava ancora di volere sposare a ogni costo il babbo, o per lo meno la mamma, e già io mi era domandato cento volte tra il serio ed il faceto: «Chi sa mai dove vive, dove abita, se è vicino o lontano, e che cosa fa in questo momento? È bello? Studia? Si fa onore? Io non lo vorrei grasso, nè melanconico. Sarà allegro, sarà magro?»
— Chi? — interrompe un lettore.
Il marito di Laurina.
«Che a quest'ora sia nato, non ne posso dubitare; la mia bimba è piena di giudizio, e non commetterà mai la corbelleria di sposarsi a un uomo più giovane di lei. Ma chi sa mai dov'è? forse a venti passi di qua; forse agli antipodi, e a suo tempo dovrà fare mezzo il giro del mondo per venirsi a innamorare di mia figlia».
A volte poi dicevo a Evangelina:
— Pensare che già il destino gli ha appaiati, che nostro genero è là, in un punto dello spazio, e che egli, tutto occupato de' suoi studi, non sospetta neppure che Laurina cresce e si fa bella, con la missione di fargli perdete la testa!
Evangelina crollava il capo, e dava un'occhiata alla sua creatura, la quale intanto ingannava il tempo dell'aspettazione facendo un sermoncino alla bambola, o leggendo a voce alta in un libro tenuto alla rovescia.
Col tempo questo essere mal definito, che se ne viveva in un cantuccio dell'orbe terraqueo, aspettando che la sorte gli mettesse innanzi mia figlia per avere la degnazione di pigliarsela, col tempo questo fidanzato anonimo si andò facendo bello di tutte le virtù.
Non aveva che dieci anni più di Laurina; era alto, snello e bruno; portava i baffi e la mosca, e fra i baffi e la mosca un sorriso in cui si leggeva la sua anima buona. Apparteneva a una eccellente famiglia borghese, e un po' di ben di Dio al sole non gli mancava; più che d'altro era ricco della volontà, che insegue la fortuna, della perseveranza che la raggiunge, della prudenza che, raggiuntala, non se la lascia sfuggire di mano, dell'amore che raddoppia ogni ricchezza divisa.
Sì, era innamorato e non si poteva lagnare, perchè era anche corrisposto.
Si dovevano sposare fra dieci anni o dodici, una bella mattina di maggio, prima dinanzi al Sindaco, poi in chiesa; e appena sposati se ne andrebbero per l'Italia, coi treni diretti, per ritornare un mese dopo a Milano più innamorati di prima.
Lo conoscevo, gli volevo bene, me n'ero fatto un amico, e chiamavo lui pure: «mio figlio»; ma non perciò quel fantasma di genero diventava importuno.
Solo nelle ore di ozio di suo suocero, egli veniva qualche volta a fargli visita, e appena si annunciava un cliente o appariva un usciere, se ne andava alla chetichella. Poi le sue visite si vennero facendo tanto più rare e fuggitive, quanto più il tempo dell'avvocato Placidi diventava prezioso.
E un giorno, in un viale dei pubblici giardini, mentre io me n'andava superbamente a spasso, con mia figlia a braccetto, egli mi disse un «addio» melanconico, e mi voltò le spalle per sempre.
Quella scena mi sta sempre dinanzi agli occhi.
Io mi vedo dunque con la mia Laurina a braccetto, in un viale dei pubblici giardini, poco prima dell'imbrunire. Ho la testa in processione, non penso a nulla: cioè no, penso che sono contento di me, che mi è finalmente riuscito di sfuggire ai miei clienti, i quali mi seguirebbero volentieri da per tutto, alle preture, in tribunale, in appello, in cassazione, alla passeggiata, all'inferno; penso che comincio a mettere pancia, ma senza ombra di rammarico, perchè sotto la toga un po' di pancia fa bella figura; e penso che mia figlia, la quale mi cammina al fianco con passo spedito, gettando ogni tanto nel caro vuoto del mio cervello una domanda o una esclamazione, mi arriva oramai al mento, sebbene io porti la testa alta. E penso che, nel vedermi passare con tanta solennità, la buona gente, che mi conosce di vista, appena appena si arrischia a salutarmi, temendo di turbare il corso dei miei gravissimi pensieri.
Due giovanotti ci passano innanzi, si voltano, ci guardano, sorridono e si comunicano le loro impressioni. Mi pare di comprendere che uno ci abbia presi per inglesi, e che l'altro, dandogli pienamente ragione, aggiunga che viaggiamo per la luna di miele; e invece di sentire i sussulti della mia vanità di uomo ben conservato, mi adiro dentro di me e vorrei correr dietro a quei due malaccorti e gridar loro: — «Balordi, oh non vedete che la mia Laurina ha sedici anni e che io sono suo padre?» Mia figlia mi domanda ridendo:
— A che pensi?
E io rallento il passo che avevo accelerato involontariamente. — Tu, quando pensi molto — osserva Laurina — corri e non te ne accorgi.
La guardo, le sorrido, ed ella si contenta, e io riconosco che la gente ha ragione, che mia figlia ha propriamente l'aria di una donnina, e che vista al fianco d'un uomo... cioè che io... visto al fianco di lei... Assolutamente il mio amor proprio d'uomo ben conservato vuole la parte sua; ha lasciato passare la colleruzza dell'offeso sentimento paterno, ed è rimasto ad aspettare, ma gli hanno fatto l'elemosina e non è punto disposto a restituirla.
È l'ora di evocare il fidanzato di Laura: eccolo alla svolta del viale; è più grave del solito avendo dovuto invecchiare ad un tratto di tre anni, nondimeno sorride perchè il momento sospirato si avvicina.
— Lo conosci quel signore? — mi domanda mia figlia.
«Se lo conosco! è una mia creatura! Sono ormai dodici anni che ci conosciamo; quel signore non è un signore; è di casa; guardalo bene, è lo sposo che tuo padre ti ha preparato... Sorridigli, te lo permetto, fallo felice, amalo...»
Vidi questa risposta come se qualcuno la scrivesse rapidamente innanzi a me, e pensai: «verrà un giorno che dovrò risponderle così»; poi volsi il capo per seguire con gli occhi il signore che era passato. Appunto si voltava egli pure, e io ebbi agio di vederlo.
— Non lo conosco — dissi a mia figlia; — credo di non averlo mai veduto, pare un capo d'ufficio o un colonnello giubilato. Ma perchè mi fai questa domanda?
— Ci è già passato vicino due volte, e ci ha guardati fisso; e non oggi soltanto... anche l'altro giorno...
— Sarà un frequentatore dei giardini pubblici...
— L'altro giorno eravamo in galleria...
— Gli sembrerà di conoscermi... non è una cosa difficile... a Milano tutti sanno chi è l'avvocato Placidi...
Mi arrestai in tronco, perchè mia figlia mi strinse più forte il braccio, bisbigliando:
— Zitto, è lui!
To'! Laurina riconosceva _quel signore_ al passo!