Part 8
A quel che bisognava fare non mancavamo davvero; l'ottima Marianna non doveva avere più nemmeno una settimana di sicurezza, sapendo che da un momento all'altro le potevamo capitare alle spalle e coglierla in flagrante reato di disamore alla nostra creatura, ma non perciò si sgominava o smetteva il suo bel riso; aveva anch'essa il suo talismano: voleva un gran bene ad Augusto.
— È proprio come se fosse mio — diceva per rassicurarci; e a queste parole ingenue io, da un piccolo tumulto che seguiva dentro di me, indovinava una battaglia nel cuore di Evangelina.
— È furbo — asseriva talvolta la vezzosa balietta — sa farsi voler bene; quando vuole poppare, le sa ben lui le piccole moine... è proprio pieno di malizia. Io dico che diventerà _qualche cosa_... perchè ha talento.
Ascoltavamo in silenzio, tra contenti e mortificati di dover apprendere tutto il valore della nostra creatura da un'estranea; poi Evangelina si chinava a baciucchiare il piccolo tesoro, ed io, che non mi potevo permettere altrettanto a causa dei baffi, invece di dichiararmi lieto di apprendere che mio figlio era pieno di malizia, balbettavo che _lo sapevamo._
Allora la balia mi faceva vedere i denti immacolati, e approfittando di un momento in cui la faccia rosea di Augusto era scoperta, gli scoccava con disinvoltura un bacio rumoroso che il piccino si pigliava senza mormorare.
Se avessimo fatto noi altrettanto, Dio sa che strilli!
— Mi conosce, da me lascia fare — diceva Marianna — non c'è pericolo che voglia andare con altri... la notte, quando ha freddo, si fa sentire: allora me lo piglio in letto, ed egli sa dove mettere la faccetta per sentire il calduccio.
Tutte queste notizie ci davano una consolazione strana, che ci faceva molto felici e un po' desolati. Avevamo pure raccomandato cento volte alla balia che di notte non si pigliasse in letto nostro figlio; ma non volevamo nemmeno che egli piangesse nella culla o che patisse il freddo.
— Dio buono! — mormorava Evangelina — e se lo soffocasse?
— Soffocarlo! — esclamava la balia — dillo un po' tu se ti faccio male?...
E siccome Augusto non diceva nulla, ella spiegava minutamente alla mammina mal pratica l'arte sua amorosa di tener in letto il bimbo senza alcun pericolo, ed era così felice e così allegra nella sua dimostrazione, che Evangelina doveva finire col dichiararsi interamente soddisfatta.
E non era vero, povera Evangelina, che tu fossi interamente soddisfatta.
* * *
Io che mi venivo ammaestrando sui libri nell'arte di allevare i figliuoli, un giorno dissi alla balia:
— Bisognerebbe cominciare fin d'ora a dargli la pappa...
— La pappa! — balbettò Marianna sbigottita — è troppo presto; non ha che sei mesi.
Mia moglie mi guardava non osando darmi torto, come le suggeriva il suo istinto di madre, e forse sperando che io avessi ragione.
— Dovrà cominciare dal poco — insistei gravemente — in principio il guscio d'un uovo sarà la sua scodella; prima una volta il giorno, poi due; siano le pappe di semolina di buona qualità, non molto dense e ben cotte in buon brodo di pollo o di manzo...
Una risata interruppe la lezione che io sapeva così bene a memoria.
Era la balia che, non ostante il rispetto da me ispiratole, non aveva saputo frenare il suo buon umore.
— Scusi — diceva — è più forte di me.
Sì, l'idea del brodo di pollo era più forte di lei.
— Per fare il brodo di pollo o di manzo — osservò correggendo con un tantino di gravità il suo irriverente buon umore — ci vuole il pollo o per lo meno il manzo; i signori come loro queste cose le hanno sempre... ma noi....
Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi venne un'idea luminosa:
— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un uovo... la semolina ben cotta...
Aveva inteso, prometteva tutto.
Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che ella aveva indovinato la mia bell'idea.
Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata, aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un vasetto di estratto di carne.
IV.
La nostra casa intanto si veniva facendo bella; quasi non passava settimana che non si arricchisse di qualche piccolo ornamento utile; oltre del calendario, che faceva bella mostra di sè nel mio studiolo, avevamo un termometro Réamur, le cortine bianche in quasi tutte le finestre, dei geranii, delle rose, dei garofani in anticamera, sopra una gradinata di legno fatta a posta e inverniciata come la guardaroba, in modo da fingere benissimo il legno di rovere (pensiero applauditissimo di Evangelina); sopra il tavolino della sala un portasigari sempre pieno di _virginie_ che invecchiavano al servizio del nostro decoro domestico (pensiero poco applaudito dell'avvocato Epaminonda che non fumava) — e non era tutto: possedevamo un orologio a muro, che sonava le ore e le mezz'ore con una gravità insolita, un cannocchiale da teatro, un bel calamaio di vetro, e perfino due candelabri di porcellana. Possedevamo pure altre cose che sarebbe non difficile ma noioso enumerare, e altre ne venivamo aggiungendo festosamente man mano. Una però ci mancava ancora, desideratissima fra tutte e più costosa di tutte, una lampada che scendesse dal soffitto del salotto, proprio nel mezzo della stanza, sopra il tavolino.
Ci eravamo ingegnati in mille modi di resistere a quel pensiero rovinoso; io, per esempio, aveva comprato un albo di ritratti, e l'aveva messo sopra il tavolino, parendomi che così dovessi rinunziare più facilmente alla lampada; Evangelina un giorno mi aveva fatto trovare all'improvviso un successore al nostro merlo buon'anima, di cui la gabbia portava il lutto da più d'un anno.
Tutto ciò era qualche cosa, anzi era molto, ci faceva felici, ma non contenti; dopo di aver distribuito con molta simmetria i parenti e gli amici nell'albo, istintivamente Evangelina alzava gli occhi al soffitto, e io, quando avevo ascoltato per un po' il fischio del merlo nel vano della finestra, io stesso mi trovava senz'avvedermene in contemplazione dinanzi alla famosa lampada che ancora non pendeva sul tavolino.
Doveva pendere, era necessario, era fatale; giudicatene voi stessi.
Senza dirmi nulla, non così segretamente che io non fiutassi, tornando a casa, il mistero, Evangelina era venuta preparandomi con le sue mani una bella improvvisata.
Io fingeva, per contentarla, di non mi avvedere di nulla, e solo la vigilia del gran giorno, quando un'allegria insolita di mia moglie e certi suoi sorrisi strani avrebbero fatto scorgere a un cieco che l'improvvisata era pronta, solo allora mi credei in dovere di far l'uomo avveduto, e le dissi molto astutamente: — «Evangelina mia, tu me n'hai fatta qualcuna, o me la stai facendo».
Se avessi insistito un po' la poveretta mi avrebbe detto tutto allora, come ne aveva gran voglia, ma io non le volli permettere di sprecare in un momento di fragilità mezza la compiacenza a cui aveva diritto; volevo pagare con un grande stupore e a tempo opportuno tutto il prezzo della sua segreta fatica; pigliai per buona moneta la sua prima bugia, mutai discorso, e uscii dicendo dentro di me: «Sarà per domani; e che cosa sarà mai?».
Non dovevo aspettare tanto a saperlo. Evangelina ebbe pietà di me e di lei, e al mio ritorno mi fece trovare — indovinate — appeso al mezzo del soffitto del nostro salotto, un magnifico cestello di carta di varii colori, sorretto da ghirlande pure di carta e da cui uscivano fiori ed erbe a profusione.
— Ti piace? — mi chiese Evangelina con un tremito di contentezza nella voce.
— Bravissima! — le risposi prontamente — hai avuto un'idea bella, proprio bella.
— Non è vero che sta bene?
— Sì, sta proprio bene; è come se ci fosse la lampada; almeno l'effetto è identico.
— È quello che ho pensato anch'io: quando dal mezzo del soffitto penderà un cestello, rinunzieremo più facilmente alla lampada che costa troppo, almeno per ora, finchè non fiocchino i clienti.
— Hai ragione, alla lampada ora non ci si penserà più.
Ahi! vanità dei propositi umani! e quanto è mai fallace la medicina delle nostre passioni!
Il cestello, che doveva farci dimenticare la lampada, ce la ricordava invece ad ogni momento.
«Vi pare che io qui stia bene, e non avete torto: ma al mio posto starà meglio la lampada; io poi starò benissimo nel vano della finestra, fra le cortine bianche di bucato!».
Così parlava il cestello, ora grazioso, ora beffardo, ora brutale, sempre con insistenza muta.
Per farla corta, dopo una settimana di quell'ossessione, una mattina mia moglie ed io uscimmo di casa come cacciati dal nostro destino, andammo di buon passo al più prossimo bazar, entrammo senza titubanza, e dopo una scelta penosissima, ce ne tornammo a casa seguìti da un facchino che portava la nostra lampada.
Entrando nel salotto, il cestello per la prima volta mi fece pietà, ma non lo dissi; fu Evangelina a esclamare allegramente guardandolo: «Oh! miseria! e dire che ci pareva una bella cosa!»
Due ore dopo ci tenevamo per mano sul limitare dell'uscio per giudicare dell'effetto che faceva il nostro salotto guardato in distanza, con la meravigliosa lampada nel mezzo e il cestello nel vano della finestra.
Era uno spettacolo magnifico; noi, fatti accorti dall'esperienza e frenando il nostro entusiasmo, ci accontentavamo di dire che la casa dell'avvocato Placidi «cominciava a pigliare un certo aspetto...».
* * *
Ancora Augusto non aveva visitato la casa paterna; prima il freddo invernale, poi le pioggie di primavera, e il tempo incostante avevano consigliato la prudenza; ma ora splendeva il magnifico sole di luglio, le giornate erano lunghe, egli poteva venire senza pericolo la mattina e andarsene la sera.
Venne.
Ci eravamo levati di buon'ora, perchè ci pareva d'avere tante cose da fare per prepararci degnamente alla nostra festa; dopo aver dato alcuni ordini in cucina e assestato i mobili della casa, Evangelina, non sapendo che altro fare, se ne venne ad assistere alla delicata operazione della mia barba.
— Or ora sarà qui — mi disse col tremito dell'impazienza nella voce. E siccome non le potevo rispondere, si andò a mettere dinanzi ai vetri per guardare in cortile e vederlo passare, non accorgendosi neppure che mi toglieva la luce.
— Evangelina... — dissi dolcemente.
Essa si volse, mi comprese, e senza dir nulla lasciò la finestra. Io con un'occhiata fuggitiva le lessi in faccia che era in uno di quei momenti difficili in cui la felicità soverchia le nostre forze, e per sopportarla abbiamo bisogno come di un pretesto di dolore.
— Quanto tempo oggi per quella barba! — disse mia moglie un momento dopo.
Mi volsi e le sorrisi. Pensavo: «Ecco come è fatto l'uomo! se non ci si bada, si è insoddisfatti, irascibili, maligni, unicamente perchè si è felici». E con una calma feroce:
— Non vedi l'ora, non è vero? — le dissi.
— Non ho la tua _placidezza_ — mi rispose — è tardi, egli non viene, e tu sei sempre lì dinanzi allo specchio. Che cosa ti è venuto in mente stamane di raderti?
— Che cosa ti viene in mente stamane di darti alla desolazione perchè mi rado?
La _desolazione_ era di troppo; me ne pentii subito, ma era tardi.
Evangelina non mi rispose, cominciava a farmi il broncio. Per un po' tirai innanzi tranquillamente poi non seppi reggere:
— Ahi! — dissi.
Speravo che mi domandasse almeno se m'ero fatto male col rasoio; non fiatò neppure; toccò a me soggiungere con un po' d'ironia:
— Consolati, è stato uno sbaglio, non mi sono fatto nulla.
Ella si rizzò da sedere di scatto, ed io, vinto alla mia volta dal mio piccolo demonio, era disposto a lasciarla uscire dalla camera, senza correrle dietro per impedirle di piangere, quando un rumore di passi mi ferì l'orecchio e curvandomi istintivamente a guardare attraverso i vetri, vidi lui, proprio lui, che attraversava il cortile in braccio della balia, la quale cercava inutilmente di farlo guardare alla finestra del babbo.
— Evangelina! — dissi voltandomi; ed essa, che aveva indovinata al pari di me, fu pronta a ricevere la carezza del babbo felice.
— Perdonami — mormorò con un bacio... — stavo diventando cattiva.
— Lo stavo diventando anch'io — risposi in fretta... — ora è passato, andiamogli incontro.
Evangelina non mi ascoltava più; aveva aperto la porta di casa ed era già sulle scale per essere la prima ad impadronirsi di suo figlio.
* * *
Quel giorno fu festa in casa dell'avvocato Placidi.
Io aveva lasciato un bel po' che Evangelina si tenesse Augusto in braccio a mormorargli fra baci, che non finivano mai, certe paroline senza senso, a ripetergli mille volte con voce di carezza una domanda melanconica e dolce: «Non la conosci ancora la mamma?» Sì, da uomo che sa aspettare, io aveva lasciato che ella facesse i suoi comodi; doveva venire la mia volta e mi accontentavo di sorridere ad Augusto da lontano, andando dietro a mia moglie per la camera, appoggiandomi alla spalliera della sua seggiola.
E poi la balia si credeva forse in dovere di non staccarsi dal piccino, e sebbene non osasse mettersi a sedere sulle nuove seggiole imbottite che le davano soggezione, era sempre lì, non se ne andava. M'indispettivo pensando come non le venisse voglia di girellare un po' per Milano, di andare a vedere la galleria, o il duomo, e non sapevo come mandarla via senza offenderla.
Fortunatamente ci pensava anche mia moglie.
— Marianna — le disse a un tratto con molto garbo — va in cucina e di' alla fantesca che ti faccia scaldare un po' di brodo; mangerai pure una zuppa?
Marianna non disse di no, raccomandò a mio figlio di aspettarla senza piangere e sparve.
E io le venni dietro tranquillamente e le chiusi l'uscio alle spalle senza far rumore. Poi mi volsi, Evangelina mi presentò il bimbo e me lo accomodò sulle braccia. Pareva una cosa intesa.
Feci sapere a mio figlio che mi ero raso lungamente poco prima a posta per lui, non avesse paura di avvicinare la sua faccetta al faccione del babbo, e gli spiegai che cosa fosse il babbo, quanto amore e quanta gratitudine egli dovesse all'autore de' suoi giorni.
Augusto fu buono e mi lasciò dire senza piangere; ogni tanto mi guardava in bocca con molta curiosità, come se avesse visto uscirne le mie stranissime parole, poi girava gli occhi sbigottiti per la camera. Allora presi ardire e lo condussi a visitare tutta la casa paterna, salvo la cucina, arrestandomi per toccare ogni cosa che dava un suono, mettendolo dinanzi a tutti gli specchi di casa, che erano tre, compreso quello della barba, per veder crescere il suo stupore.
Ma il suo stupore non cresceva; era, come la nostra festa, come il nostro amore, una cosa profonda ed eguale, inalterabile, tranquilla. Egli non piangeva, e noi non sapevamo che fare per dimostrargli la nostra gratitudine.
— Gli diamo la pappa?
— Diamogliela.
Mia moglie andò in cucina, lasciando Augusto in mie mani, ed io non fui tranquillo finchè non la vidi rientrare con uno scodellino e... senza la balia.
Augusto prima si schermì, poi assaggiò la pappa e parve trovarla saporita, perchè ne volle ancora; noi non rifinivamo di lodarlo per la sua valentìa e d'incoraggiarlo ad ogni cucchiaio.
— Proviamo a sfasciarlo — dissi poi — gli farà piacere sentirsi libero.
Provammo, e quando quella fascia che pareva doversi allungare all'infinito fu snodata interamente, e ci apparve nostro figlio col solo camicino indosso, ritto come un piccolo personaggio mitologico sul tavolino:
— Voglio vederlo tutto — sclamai.
Gli slacciammo il camicino, ed egli si mostrò nudo nudo al nostro sguardo amoroso.
— Frine dinanzi all'areopago! — dissi celiando sulla nostra felicità.
Evangelina mi guardò, sorrise per acconsentire alla mia malizia, poi soggiunse seria seria:
— E più bello!
V.
Quella giornata non doveva finire, e finì più presto delle altre.
Venne l'ora crudele, in cui nostro figlio, rifasciato, rivestito con la cuffia in testa, sebbene nelle braccia della mamma, non altro aspettava che Giuseppe per andarsene.
E venne anche Giuseppe col berretto in una mano e una grande incertezza di movimenti nell'altra. Poi la notte entrò nelle nostre stanze piene ancora del caro assente, senza che noi ci accorgessimo del buio.
Fu la fantesca a portare molto tempo dopo il lume acceso; allora anche l'amato fantasma se ne andò; rimanemmo interamente soli.
— A quest'ora dorme — mi disse Evangelina rispondendo al mio pensiero.
— E sogna babbo e mamma.... il babbo sopratutto...
Siccome lo scherzo non bastava, chiamai la fantesca, e le feci un cenno che essa comprendeva benissimo.
Allora soltanto Evangelina sorrise.
Aspettai un po' trattenendo mia moglie con una gravità teatrale, e interrogando con gli occhi il nostro orologio a pendolo, dissi:
— Possiamo andare.
Diedi il braccio a Evangelina, e ci avviammo tutti e due, io grave, essa ridente, a goderci il magnifico lume della nostra lampada accesa in salotto.
* * *
Dopo quel giorno le visite d'Augusto e le nostre si fecero più frequenti, e sul finire d'autunno tornando da Musocco a casa non avevamo più il segreto affanno di una volta. Fra nostro figlio e noi si era fatta amicizia: egli ormai conosceva _babbo e mamma_, e facendosi pregare un po' pronunziava malamente questi teneri nomi per mandarci in estasi.
La via maestra non ci pareva più tanto polverosa e la pianura lombarda apriva agli occhi nostri orizzonti nuovi, deliziose vedute.
— Hai badato? Mi ha riconosciuta da lontano ed ha agitato le braccia per l'allegrezza! — diceva la mamma.
— Verissimo — rispondeva il babbo — ci ha riconosciuti subito; e quando io gli feci vedere i bei grappoli d'uva che avevamo portato per lui... te ne sei accorta?... ha allungato tutte e due le mani...
— Sì, e diceva _due_, perchè voleva averne un grappolo in ciascuna mano.
Tutto questo era verissimo; nostro figlio conosceva noi, conosceva l'uva, sebbene la vendemmia non fosse incominciata ancora, e quando d'una cosa che gli andava a genio ne voleva molta, per misurare la quantità e la capacità massime, egli pigliava le sue mani, che erano _due_.
Sì, Augusto faceva tutto questo, mettendo di buon umore sua madre, e svegliando gl'istinti filosofici del babbo, il quale faceva — ahi! non sempre dentro di sè — delle considerazioni, che avrebbero dovuto essere curiose, sulla proprietà e sul possesso.
— Osserva — dissi un giorno — come si manifesta l'istinto della proprietà in Augusto; egli vede sulla tavola una cosa che gli piace, ne piglia con tutte e due le mani; quanto ha afferrato è _suo_; tutto quel che è rimasto sulla tavola non gli appartiene. — E entrando mentalmente nella mia toga di avvocato, soggiunsi con un tantino di enfasi oratoria: — Quanto è dunque vero che la proprietà richiede il possesso! Badiamo però a non esagerare il principio, argomentandone che in ogni caso il possesso tenga luogo di titolo, cioè che la proprietà sia il furto. La proprietà non nasce mai senza il possesso, ma può senza il possesso mantenersi... — A poco a poco avevo preso il tono giusto, cioè mi canzonavo coscienziosamente, ma parendomi di vedere io stesso nelle mie ultime parole una luce che i giurisperiti non ci avevano messo; m'infervorai sul serio.
— Senti bene, Evangelina, perchè è una trovata; senti bene.
Evangelina voltò la faccia verso di me, ma pensava ad altro, e io, benchè sicuro che non mi ascoltava, ripetei, contando le sillabe d'ogni parola, e dando un giro più elegante alla mia frase:
— La proprietà senza il possesso non nasce, ma può senza il possesso mantenersi.
Evangelina disse _ah!_ appena appena; io mi dichiarai soddisfatto.
Si tornò a parlare di Augusto.
Se ne parlava sempre, era la nostra felicità futura.
— In marzo avrà quattordici mesi; del latte della balia non saprà più che farne; ha già messo quattro dentuzzi bellissimi; ne sta mettendo altri due; per mangiar le pappe e le minestre basteranno; non è vero che basteranno?
* * *
E un giorno, un bellissimo giorno d'aprile, Augusto venne con un mazzolino di viole in ogni mano. Le viole piacevano tanto alla mamma, e la balia lo sapeva, ma qualcuno forse aveva detto a mio figlio che, regalate da lui, le viole sarebbero piaciute tanto anche al babbo, e perciò egli ne aveva voluto due.
Quel giorno Augusto entrò in casa, com'era sempre entrato, girando sguardi curiosi di qua e di là, sorrise a babbo e mamma, come lui solo sapeva sorridere, si lasciò menare in giro per le stanze senza piangere, e dormì il sonnellino di un'ora nella culla, tal quale come le altre volte; ma facendo tutto ciò che aveva sempre fatto, egli aveva forse una solennità insolita, un'amorevolezza nuova, perchè metteva nel nostro cuore una gioia più luminosa e più grave? No: Augusto veniva per non andarsene più.
Tutto quel giorno vidi luccicare due grosse lagrime negli occhi della balia. Non perciò la compiangevo. La felicità mi rendeva crudele.
E quando fu l'ora degli addii, Evangelina venne a porgere a Marianna il bambinello, perchè lo baciasse, e prima la povera donna rise per obbedienza al proprio temperamento, poi pianse senza far piangere mio figlio, poi rise un'altra volta del suo Giuseppe, che si asciugava le lagrime con l'ala del cappello, io ebbi un rimescolìo di sentimenti buoni e cattivi, e un sentimento sopra tutti: la gioia di veder mio figlio indifferente.
E glielo dissi tra il serio e il faceto:
— Bravo, tu sei un eroe!
Allora la balia non rise.
Evangelina mi diede uno sguardo di pietà che mi fece vedere il fondo del mio cuore di padre, e mi consegnò Augusto per essere libera di baciare replicatamente quella faccia lagrimosa in cui nostro figlio aveva imparato a sorridere.
E allora la balia rise.
A quella scena, di cui più tardi dovevano venirmi in mente tutti i particolari penosi, allora io assisteva con un'impazienza dissimulata appena; tutto il dolore della povera donna, che cessava d'esser madre di Augusto, diventava piccino al paragone della nuova grandezza che pigliava a un tratto il sentimento della mia paternità.
Tenevo Augusto in braccio, pensando che fra pochi minuti egli comincerebbe a essere interamente mio figlio. Sorridevo al disgraziato Giuseppe, e intanto pensavo che lo avrei spinto volentieri fuori dell'uscio.
Se n'andarono — e Augusto non pianse!
Rimasti soli col piccolo eroe, ci sentimmo per un po' come impacciati della nostra felicità; non sapevamo in che modo fargli festa, e dimostrargli la consolazione che ci dava col suo contegno esemplare, e glielo dicevamo fra i baci come se ci dovesse intendere. E chi sa? egli forse ci capiva benissimo.
— È un omino — dicevamo — è pieno di giudizio!
— Sei un omino, sei pieno di giudizio!
— Mi guardi? Sono il babbo...
— Sono io la tua mamma!...
Non piangeva!
— Ridi — gli dicevamo, stuzzicandolo sui labbruzzi — ridi, così, bravo: di' un po' «mamma!» dillo...
Egli non rideva, nè diceva _mamma_, ed era tutt'uno come se facesse quanto gli chiedevamo, perchè non piangeva.
Ma la sera, quando fu l'ora di metterlo a dormire, ed egli si vide in un'altra culla, in un luogo diverso dal camerone enorme in cui aveva passato tutta la sua esistenza, parve cercare intorno qualche cosa e qualcuno. Ci curvammo sopra di lui, mettendo tutto il nostro amore negli occhi, per dargli forza — invano. Augusto mandò un grido, che mi passò il cuore, e pianse.
Pianse molto, pianse troppo, pianse tanto da farmi pietà e dispetto.
— Ha sonno — dicevo — e si ostina a stare sveglio per piangere. Non lo guardiamo più. Strilli quanto vuole.
Egli strillava più forte, appena facevamo atto di allontanarci dalla culla, e noi tornavamo al suo capezzale commossi e lusingati.
— Fa il cattivo, ma ci vuol bene — dicevo a mia moglie — ci vuol proprio bene!
Finalmente il sonno lo pigliò a tradimento. Fu un gran silenzio in casa dell'avvocato Placidi.