Mio figlio!

Part 7

Chapter 73,781 wordsPublic domain

La felicità del signor Venanzio non si descrive; basti dir questo che egli ebbe paura della soverchia gioia, ed aprì l'uscio per darsi alla fuga. Sperava certo che io lo trattenessi, perchè lo vidi farsi serio come per tirarsi in mente qualche cosa, in realtà perchè cercava un pretesto di chiudere un'altra volta l'uscio e ripigliare la posizione di prima. Ma io avevo spinto prudentemente un piede nel vano aperto, rasente allo stipite, e non lo ritrassi. Venanzio Solera dopo essersi provato a dondolare un paio di volte la porta senza che gli potesse tornare in mente la cosa importantissima che ancora mi voleva dire, diede un'occhiata disperata al mio piede, si battè la fronte per punirla della sua smemorataggine, e se n'andò a malincuore, promettendo di tornar presto.

— Non dimentichi di mandarmi tutte le carte — gli dissi, quando ebbe sceso un paio di gradini.

Si arrestò di botto e si volse; col sorriso rassegnato diceva: «Sono quaggiù misero e sconsolato, non posso far altro che sorridere prima di andarmene».

Egli continuò a scendere, ed io tornai nel mio scrittoio, dove Evangelina, che aveva preso il mucchietto di banconote e le stava contando, appena mi vide mi buttò le braccia al collo, e scrollandomi tutto mi fece perdere in un attimo l'ultimo avanzo del mio sussiego dottorale.

* * *

— Ed ora, coraggio e avanti! — esclamò mia moglie — il primo cliente ce l'hai.

— Ce l'abbiamo, devi dire; il signor Venanzio Solera è patrimonio comune, è mio, è tuo, è di nostro figlio; la sua lite è entrata in casa per non uscirne mai più.

— Per non uscirne mai più? — balbettò Evangelina guardandomi negli occhi con una specie di terrore ingenuo — dunque quel povero uomo litigherà sempre?

— Sì — asseverai con enfasi — Venanzio Solera litigherà sempre con Luigi Magni del fu Pietro.

Spiegai subito l'allegoria ardita:

— Venanzio Solera è la clientela. _Solera contro Magni_ è l'impresa della mia vita.

Allora Evangelina, facendosi rossa in viso pel piacere, battè le mani ed entrò in metafora anche lei.

— Venanzio Solera ci empirà la guardaroba di bella biancheria con le cifre; Venanzio Solera metterà una bella tavola di mogano in salotto, un attaccapanni di rovere in anticamera, tanto bel rame lucente in cucina. Non è vero che farà tutto questo?

Io aveva preso i biglietti di banca che erano sulla scrivania e li venivo contando con molta freddezza d'animo; alla domanda singolare della mia Evangelina sorrisi, ma proseguii a contare, e solo quando ebbi finito risposi tranquillamente:

— Sì, credo anch'io che Venanzio Solera abbia questa missione in terra, e chi sa?... egli farà forse di meglio.

— Che cosa? — domandò mia moglie, che trovava gusto ad anticipare col pensiero tutte le prodigalità della mia clientela.

— Per esempio — risposi — ci allargherà la casa; cinque stanze sono veramente troppo poche per un avvocato, ce ne vogliono almeno nove, e non sarà male che l'abitazione abbia due ingressi sul medesimo pianerottolo, per uno dei quali passeranno soltanto i clienti...

— E ci si metterà tanto di scritta: _Avvocato Placidi_... di porcellana o d'ottone.

— Meglio di porcellana... è meno comune.

— Meglio d'ottone... — disse Evangelina — è meno fragile. Un bel giorno poi — soggiunse — per l'anniversario del nostro matrimonio, mi regalerà una bella macchina da cucire...

— A doppio punto e col pedale — dissi ridendo.

Prima mia moglie mandò un sospiro a quel tempo lontano, poi rise anch'essa delle fanciullaggini del nostro bel tempo presente.

Ma era rimasta un'ombra sulla sua fronte, e non ce l'aveva potuta mettere la macchina Howe a doppio punto.

— Per incominciare — dissi mutando tono — Venanzio Solera farà qualche cosa oggi stesso...

L'ombra non se ne andava, e mia moglie non si affrettò a chiedere: _che cosa?_

— Oggi stesso — ripetei misteriosamente.

— Che cosa? — domandò Evangelina.

— Me l'hai da dire tu che cosa hai, e perchè, mentre si parla della nostra reggia futura, tu mi pianti qui per andartene col pensiero... dove? dimmelo subito; a che pensavi?

— Pensavo — rispose Evangelina melanconicamente — che se Venanzio Solera fosse arrivato un anno prima, non sarebbe stato necessario mandare Augusto a Musocco.

Io la consolai facendole osservare che, per pigliarci la balia in casa, un anno di patrocinio non sarebbe bastato.

— Che cosa farà oggi stesso? — mi chiese poi alludendo a Venanzio Solera.

— Ti comprerà un calendario, perchè sa che ne hai piacere... un bel calendario da appendere sopra il caminetto. È un lusso che ci possiamo permettere.

Evangelina approvò la spesa, osservando giudiziosamente che un bel calendario si doveva poterlo comprare con ribasso, essendo già passato tutto gennaio e più di mezzo febbraio.

* * *

Bisognava informare della nostra fortuna anche mio suocero, perchè trovasse requie e non perdesse il suo tempo correndo dietro ai clienti dei suoi figli; bisognava descrivergli la bellezza di Musocco, il latte della balia, l'appetito di Augusto, la rassegnazione d'Evangelina, e tutto ciò fu fatto in quattro pagine fitte, in principio da me, poi da mia moglie.

Rileggendo la lettera prima di mandarla, Evangelina si avvide che aveva dimenticato di parlare del balio; il povero Giuseppe, facendosi piccino piccino, trovò posto nei margini; dopo di che, chiuso il foglio nella busta, uscimmo per andarlo a gettare insieme in una buca.

Al momento di appiccicare sulla lettera il francobollo, guardai mia moglie, che mi guardava sorridendo. Il suo sorriso, espresso a voce alta ed _intelligibile_, significava che quello era un francobollo speso bene, ed io, che era della medesima opinione, mentre cacciavo la lettera nella buca ripetei:

— Ecco un francobollo bene speso!

Invece no, quello era un francobollo sprecato, tanto è fallace la contentezza umana!

Tornati a casa, mezz'ora dopo, chi trovammo a braccia aperte, ingombrando il vano dell'uscio e gridando con voce stentorea che per entrare in casa ci bisognava passare sul suo corpo?

— Il babbo! — esclamò Evangelina.

Proprio lui, mio suocero.

L'amarezza del francobollo sprecato per un po' scomparve travolta nel piccolo tumulto della gioia, poi si mostrò un istante, per sparire di nuovo in eterno.

— Peccato! — disse mia moglie.

— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio suocero, fingendo di intendere così per farsi fare un'altra carezza.

— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato che ti abbiamo scritto una lunga lettera, e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata.

— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti.

Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo benissimo; ma ogni dolore vuole il suo balsamo e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo ci parve vendicato abbastanza e non ci fece ombra di male.

Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente allevatore di bachi che avevo sempre conosciuto; nel baciar me, nello stringerci la mano, nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica che non gli avevo visto mai.

— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente quando fummo soli.

E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la pazienza la solennità, aggiunse alla buona:

— Ti porto una lite.

— Una lite! — esclamai guardando con occhio sospettoso.

Egli rimase serio e ripetè gravemente:

— Ti porto una lite, una bella e buona lite; si tratta d'un compromesso. Giovanni Resta si era obbligato a comprare dei bozzoli ad un dato prezzo, ora nega il suo obbligo... ed io...

— Tu!... sei dunque tu l'avversario?

— Sicuro; non ti pare che io possa stare in giudizio come un altro? Ho detto a Giovanni Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo, e vogliamo ridere; sarà una cosa lunga...

— C'è un contratto? — domandai.

— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite; se avessi in mano un po' di nero sul bianco, credi tu che Giovanni Resta andrebbe in tribunale con la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo la validità del contratto verbale, lo faremo giurare, e se giura, lo accuseremo d'aver giurato il falso. Io dico _faremo_, ma sei tu che farai tutto questo; io torno a Monza col primo treno.

— C'erano dei testimoni? — domandai con una pacatezza che metteva mio suocero alla desolazione.

— Ce n'era uno, ma non si ricorda di nulla. Che importa? ti dico che tu lo fai giurare, e che se giura...

— Se dài retta a me — interruppi solennemente — accomodi le cose alla buona, non litighi e non ti guasti con Giovanni Resta, di cui puoi aver bisogno.

— Dunque credi che mi darebbero torto?

— Ne ho paura.

— Non importa; ho detto a Giovanni Resta che lo volevo trascinare in tribunale, e lo trascineremo.

Io scrollava il capo così risolutamente, che mio suocero, sbalordito, s'interruppe lasciando cadere le braccia lungo i fianchi.

— Hai sbagliato carriera — mi disse beffandomi senza amarezza — dovevi farti prete. Evangelina sarebbe venuta a confessarsi da te, avresti conciliato tutti i litigi terreni al cospetto del tribunale celeste; la tua eloquenza, perchè io sono sicuro che ne hai una, sebbene non sappi che farne, ti avrebbe servito a far la predica.

L'idea di vedermi prete e di confessare la mia Evangelina mi metteva di buon umore; mio suocero tirava innanzi a ferirmi con le sue ironie, ma era come se mi facesse il solletico.

— Non c'è da ridere — mi disse ad un tratto — bada che rifiuti il tuo primo cliente... bada che...

— Ma dunque non sai? — proruppi. — È vero, tu non puoi sapere... te l'abbiamo scritto poc'anzi, e siccome la lettera è impostata, mi pareva quasi che tu dovessi sapere...

— Che cosa?

— Che ho un cliente, che ho una lite!

— Davvero? — balbettò il pover'uomo; e, cosa strana! nella sua faccia si alternavano luci ed ombre, come se alla contentezza si mescesse un po' di dispetto. — E come si chiama?

— Si chiama Venanzio Solera, il suo avversario è Luigi Magni del fu Pietro; stanno a Cuggiono tutti e due, sono vicini di casa; v'è un muro divisorio comune in cui Luigi Magni ha piantato certi infissi che il mio cliente è in diritto di fargli staccare.

— Sono vicini di casa?

— Già.

— Hanno un muro comune?

— E Luigi Magni ha piantato gli infissi.

— Non v'è dunque pericolo che facciano la pace, non è vero?... se sono vicini di casa ed hanno un muro comune? Ah! quanto sono contento!

Mi buttò le braccia al collo e mi confessò commosso che aveva voluto litigare con Giovanni Resta tanto per darmi una causa, che del rimanente Giovanni Resta era un galantuomo, ed avrebbe benissimo potuto giurare il falso in buona fede.

In quel punto rientrava Evangelina.

— Vieni qua — le disse suo padre, aprendo le braccia con un gesto teatrale.

L'abbracciò e baciò in silenzio, poi la spinse verso di me perchè io facessi altrettanto.

— Il primo passo è fatto — soggiunse il padre contento — coraggio e avanti! Ed ora parliamo del piccino... È un bel paese Musocco? La balia è bella? Augusto ne è soddisfatto? E non ha sofferto troppo non vedendo più il nonno?

Vide negli occhi di Evangelina un luccichìo sospetto, e soggiunse abbassando la voce ed accarezzandole il viso:

— L'aria dei campi gli farà bene!

II.

Coraggio e avanti!

Dopo Evangelina mio suocero, e dopo mio suocero qualcuno dentro di me venne ripetendomi in ogni ora della vita: «Coraggio e avanti!».

Ah quanto bene mi fecero queste dolci parole! A noi piace prefiggere un termine ai nostri sacrifizi per aiutarci a sopportarli. Diciamo volentieri: porterò il mio fardello fin là, poi camminerò libero e spedito; e così aveva detto anche io. Facendo il mio piccolo sacrifizio quotidiano, già aveva pensato: «Ancora uno oggi, e un paio ancora domani e doman l'altro, la sorte farà il resto, mi manderà un cliente!».

E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta, non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente la luce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze, il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere; ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io, unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana.

Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.

Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute, orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze.

Quelli erano i giorni di sole.

E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano inaspettati, anzi contro tutte le nostre previsioni; si era allegri, quasi spensierati, il calendario segnava _tempo costante;_ ed ecco Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva; cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un soldo, a pagarlo un milione.

Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi, che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar l'ora e si avviava senza paura...

Si avviava; mi avviavo.

Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era.

Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il passo: — Sono le otto e mezza.

Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un tratto.

L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza, in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo, alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo:

— È lui, l'amico del numero 3.

— Chi sa mai chi sia?

— Chi lo sa?

Tacevano.

Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon umore, che ridevano sempre non badavo a nessuno, tiravo dritto con lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi, esclamare quasi all'unissono: — È entrato!

Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo sportello, la cosa era facile e spiccia; la _padrona_ mi conosceva, mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole; io cavava di tasca l'orologio; essa diceva: _È sempre quello_, non già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone. — _Sempre quello_ — rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna prima me l'annunziava: _Cinquanta lire!_ Chinavo la testa sul petto, intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva la _padrona_, e io la ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a _rivederla_, sebbene avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora.

A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne, e mi toccava aspettare in un canto, sotto le occhiate curiose, col cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria.

In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore della loro, perchè era diversa.

Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare, dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni patite.

Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per tutto il tempo della difficile operazione del pegno, qualcuno mi era venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore.

— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.

— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.

— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto?

— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non aggiungevo altro.

— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi andrai più, non i vero?

— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci.

— A riscattarlo manderemo qualcuno.

— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse l'ultima volta.

Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu possibile, non le tolsi la dolce illusione.

E venne una domenica in cui corsi trionfando a riscattare il mio Vacheron, ma venne pure un lunedì in cui attraversai la viottola paurosa per andarlo ad impegnare un'altra volta.

III.

Augusto intanto cresceva a vista d'occhio, si faceva rosso e tondo come un puttino modellato senza economia, nel gesso.

Le passeggiate a piedi fanno bene alla salute. Ci avviammo spesso, Evangelina e io, prima a braccetto lungo la strada maestra, poi pel sentieruolo, tenendoci per mano come due innamorati, fino a Musocco, dove ci aspettava lo spettacolo meraviglioso della nostra creatura indifferente, non d'altro occupata che di vantare con le opere l'eccellentissimo latte della balia.

Io, l'indifferenza sublime di mio figlio la pigliavo con una certa filosofia; Evangelina no; la sua superbiuzza materna non le dava tanta forza da nascondere a' miei sguardi che era gelosa.

Ed era forse geloso io pure, quando, mettendo la faccia presso a quella di mio figlio, egli per un po' mi guardava stupito, poi invece di buttarmi le braccia al collo, come gli doveva consigliare la voce del sangue, cacciava uno strillo.

Questo disastro seguiva raramente, ma ci piombava entrambi nella desolazione. Quei giorni si tirava in lungo la visita, dimenticando Milano, il tribunale e i clienti; non si avrebbe avuto cuore di venir via senza prima aver fatta la pace con nostra figlio, e all'ultimo, riconfortati alla meglio da un'ombra di sorriso che era passata sui suoi labbruzzi, o da una carezza che egli aveva ricevuto con rassegnazione, ci avviavamo a passi lenti a Milano.

Poi ritrovavamo il nostro passo spedito, la nostra piccola filosofia quotidiana, noi stessi. E ci consolavamo a vicenda dell'ingiustizia di Augusto, e io ridiventava l'avvocato Placidi per difendere la mia progenitura.

— La voce del sangue! — dicevo cinicamente — chi vi crede oramai? Non si fa sentire nemmeno più sul palcoscenico. E non bisogna lagnarsene; aveva detto tante corbellerie questa voce famosa! Invece la voce del latte!...

Ma non avendo la lena di andar oltre, mi provavo a ridere. Evangelina non rideva, ed io tirava innanzi con crescente convinzione.

— Corrono molte voci nel mondo che nessuno ha mai udito: la voce del popolo, la voce di Dio, la voce della coscienza, eccetera; invece non si sente mai dire: la voce della minestra, la voce dell'arrosto, come se non parlassero ogni santo giorno, non escluse le vigilie, ad ogni uomo digiuno. Non ho io ragione?

— Hai ragione — mi rispondeva Evangelina — ma bisognerà tornare presto a trovarlo; è necessario che egli si avvezzi fin d'ora a vederci, a conoscerci, a volere un po' di bene a noi, che gliene vogliamo tanto.

Parlava di lui, ed io che non aveva cessato un momento di pensarvi, mi rifacevo grave per dire:

— Lo svezzeremo presto e lo toglieremo da balia. Fino a che età poppano i bimbi? Lo sai tu?

— Secondo i casi — rispondeva la povera mammina sospirando — fino a un anno e mezzo; ve n'è di quelli che vogliono il latte fino a due anni, magari fino a tre.

«Il nostro non sarà di quelli — sentenziava il padre, baldanzoso in apparenza, sgomentato in fondo. — Intanto hai ragione, bisogna andar spesso a vederlo; è necessario che egli impari a volerci bene».

* * *