Mio figlio!

Part 6

Chapter 63,783 wordsPublic domain

— Il mio Giuseppe — ci disse la balia rientrando — è un po' timido, se ne saranno accorti anche loro, è un buon figliuolo.

Non rideva.

— Adesso è andato! — soggiunse; e anche questa volta non rise.

Quando mia moglie le disse: «Si vede che vi vuol bene...», Marianna ritrovò tutto il suo buon umore.

— Altro che! — rispose, e ricominciò i trilli ed il gorgheggio.

Marianna fu subito di casa; i nostri mobili non le mettevano soggezione, noi neppure; si pigliò Augusto in braccio e lo portò di qua e di là tutto il giorno, dando una mano a tante cosuccie.

La mia povera Evangelina non la lasciava un momento; aveva sempre un pretesto per venirle dietro, e se anche le mancavano i pretesti, le era dietro ugualmente come un automa; ogni tanto metteva la faccia amorosa sotto il visino di Augusto; e se il piccino allungava la mano mostrando di voler andare con la mamma, che festa!

Ma bisognava avvezzarlo a star con Marianna, perchè più tardi non avesse a patirne troppo!

«Più tardi! — pensavo — doman l'altro! povero cuor di madre!».

Augusto era bonino e Marianna gentile; si piacquero, si vollero bene; anche senza gli stimoli dell'appetito, era chiaro che nostro figlio stava volentieri con la sua balia.

— Spero che si avvezzerà! — diceva Evangelina.

— Lo _spero_ anch'io — dicevo, e ne ero sicuro.

IX.

Quei due giorni volarono.

Fra una risata e l'altra, Marianna ci descrisse il suo paese, ci menò attraverso il labirinto del suo parentado complicato, enumerò i vicini e le vicine, ed i frequentatori assidui della stalla. Entrata nella stalla, non ne uscì per un pezzo: fece una descrizione così amorosa dell'unica giovenca bianca e del cavallo balzano, che fu per me come se conoscessi da un pezzo le due ottime bestie; c'informò per filo e per segno della canapa che vi si filava, dei discorsi che vi si facevano, dei matrimoni che vi si erano combinati e degli amori che vi nascevano ogni anno.

Cianciava volentieri e bene Marianna, e quando parlava della sua stalla, credevate proprio di vederla, tutta coperta di stoppia, con l'unico finestrino chiuso da un'intelaiatura di carta da gazzette; vedevate le connocchie canute e tremanti come vecchierelle, i fusi giranti fra le gambe degli innamorati, le occhiate lucenti nell'ombra; e udivate ogni tanto, in mezzo alle risate e alle maldicenze, la nota lamentosa della giovenca. Io poi vi aggiungeva mentalmente un'altra nota, quella della mia creatura, perchè sapevo bene che il povero Augusto avrebbe passato in quella stalla il rimanente del suo primo inverno.

La mattina del giorno in cui Giuseppe doveva arrivare con la carriola per pigliar la _sposa_ e il bimbo, io notai che Evangelina si affaccendava di qua e di là, per le stanze, camminando più ritta del solito, e movendosi a scatti; adunava fasce e camicini, camicini e fasce, e poi cuffiotti e pannilani; ma annodava a volte il fardello senza aver finito di riporvi la roba, poi lo snodava senza aggiungervi nulla. Avrei fatto così anch'io.

Potendo stare in ozio, mi ero preso Augusto in braccio, e gli facevo sottovoce le mie raccomandazioni.

Gli dicevo d'essere buono, di non piangere, di star sano, e anche di voler bene alla Marianna ed a Giuseppe, ma di non dimenticare il babbo e la mamma!

Ad ogni rumore di ruote sulla via, sentivo che mi si mozzava il respiro, cercavo Evangelina con gli occhi, e la vedevo immobile, intenta, senza fiato anch'essa.

Giuseppe ritardava. Il poveraccio venne quando meno ce l'aspettavamo, senza farsi precedere da alcun rumore; egli confessò veramente a sua moglie di aver tirato il cordone del campanello, ma così poco, che non aveva sonato neppure. Gli era mancato il coraggio di tornare da capo e se n'era rimasto sul pianerottolo aspettando la provvidenza, la quale ebbe misericordia di lui mezz'ora dopo e lo fece entrare quando uscì la fantesca per attingere acqua.

E la carriola? Forse che aveva una ruota spezzata? O il cavallo balzano era incomodato? Io lo sperai un istante. Ahimè! Non era capitata nessuna disgrazia; il cavallo stava benissimo e la carriola era tutta intera a nostra disposizione; solamente per non disturbare il nostro portinaio, costringendolo a spalancare il portone, Giuseppe aveva lasciato il cavallo e la carriola da un oste fuori di porta.

Queste cose non le disse propriamente col linguaggio volgare dell'umana razza, ma fece tanto che le lasciò intendere.

Era giunta l'ora: bisognava proprio andare; il nostro orologio a pendolo sembrava avere gran fretta di vedere partito nostro figlio...

Evangelina prese in braccio Augusto, gli assestò la cuffia e i merletti del camicino perchè facesse la sua brava figura in mezzo alla gente, lo baciò una volta e due, ripetè cento raccomandazioni a Marianna, e ribaciò suo figlio dieci volte.

In quel momento pareva proprio un'eroina.

— Vedranno che starà benissimo — veniva ripetendo Marianna.

— Oh! sì! sì! — aggiunse Giuseppe ingrossando la voce — starà benissimo.

Io mi sentiva il cuore stretto, presi nella mia la mano di Evangelina e dissi precipitosamente:

— Andate... adesso... subito... verremo presto a vedere come sta...

La balia comprese, si tirò dietro per la falda della giacchetta il suo uomo, e infilò le scale.

Allora Evangelina non si potè trattenere, mi si rovesciò addosso e mi bagnò il viso di lagrime... poi staccandosi improvvisamente venne sul pianerottolo... voleva rivedere suo figlio ancora una volta.

Ma la balia era in fondo alle scale.

— Vuoi che la richiami? — dissi con voce tremante.

— Sì... cioè no, è meglio che non lo veda, non saprei più separarmi... è meglio che anche lui, poverino, non mi veda piangere... forse gli farebbe male.

Le lasciai quest'illusione, e non le dissi un mio pensiero cattivo: «Augusto non ci voleva bene, poichè ci abbandonava senza angoscia, come se andasse a una festa».

Ci facemmo alla finestra per vederlo passare «Eccolo là in braccio di Marianna!». La buona donnina lo sollevava sulle braccia, gli diceva probabilmente di guardare alla finestra del quarto piano, dove era la mamma, ma egli non le badava neppure.

Vedemmo la faccetta rosea, poi la vesticciuola bianca, poi ancora l'ultimo lembo del nastro azzurro sotto il portico... poi più nulla, fuorchè gli occhi curiosi dei vicini di casa alle finestre dirimpetto.

Ed io, pigliando mia moglie per un braccio, la ritrassi con dolce violenza dal davanzale, richiusi le vetrate con una mano, trattenendo con l'altra la madre sconsolata.

— Evangelina — dissi.

— Epaminonda!

— Che hai?

Sorrise melanconicamente; aveva l'aria di dirmi che me lo potevo immaginare quello che aveva.

— È andato — soggiunsi — non va lontano, potremo vederlo spesso, tutte le settimane, anche tutti i giorni.

Evangelina non mi dava retta; mi aveva seguìto nel mio studiolo senza resistere, e mandava in giro per la stanza uno sguardo attonito e spento.

— Dov'è Musocco? — mi chiese all'improvviso.

— A pochi chilometri dalla porta; ci si va in dieci minuti con la strada ferrata; a piedi, lo hai inteso tu stessa, sono quattro passi; e li vogliamo fare allegramente più di una volta... domani, se vuoi.

Evangelina non badava a me, si era accostata alla parete dove era appesa una carta geografica dell'Italia e cercava Musocco.

Ah! Musocco mancava! il geografo, che aveva disegnata quella carta non aveva un bimbo a Musocco.

— Dev'essere qua — diss'io, correggendo con la matita la dimenticanza del geografo — vedi, ecco Rho, ecco Milano; Musocco è in mezzo.

Evangelina guardò il punto che la matita aveva lasciato sulla carta, poi guardò me, e si provò a sorridermi.

— Fa freddo — balbettò.

Faceva freddo nelle nostre stanze abbandonate.

X.

Sveglio da un'ora, avevo già interrogato nell'ombra tutte le fisionomie note della nostra camera solitaria; ed erano tutte meste perchè la culla era vuota.

Mi abbandonavo alla mia melanconia liberamente; Evangelina dormiva.

Appena essa fu desta, perchè non mi leggesse in fronte le idee nere, e non ne provasse il contagio, entrai a dire con voce allegra:

— Evangelina mia, si va a Musocco stamane?

Così non ebbe tempo di ricordare la sua angoscia materna senza aver sotto mano il rimedio.

— Bisogna essere forti — mi rispose titubando — è forse meglio aspettare ancora, dar tempo al nostro piccino d'avvezzarsi alla nuova vita...

E a queste parole vide essa pure al par di me il caro innocente, in un camerone troppo grande, entro una culla di vimini accanto a un letto enorme con la coperta a scacchi rossi; vide certamente tutto questo, perchè s'interruppe e disse sospirando:

— Chissà come avrà passato la notte...

— Si va a Musocco? — mi affrettai a rispondere.

— È forse meglio aspettare... se Augusto ci vede, piange di sicuro, soffre, si ammala...

Ma l'idea era messa innanzi, ed aveva tante seduzioni, che non fu possibile resisterle; e quando la terza volta ripetei: «Si va a Musocco?», eravamo quasi fuor dell'uscio, avviati ad andarvi.

Vi andammo, non a piedi, lungo la via maestra, staccando le spine alle acacie delle siepi, come avevo detto io, per abbellire la mia proposta, ma con la strada ferrata per fare più presto.

La nostra apparizione nella via principale di Musocco fu segnalata da uno stupore immenso dei borghigiani; in molte finestre s'incorniciavano faccie petulantelle e curiose di fanciulle spettinate, e quando eravamo passati dinanzi ad una porta io vedeva con la coda dell'occhio sporgere una testina a guardarci.

Si diceva: «Sono i signori della Marianna, vanno dalla Marianna».

E una sposa di buona volontà ci passò innanzi di corsa.

— Scommetto che va ad avvisare Marianna — dissi con un po' di dispetto — perchè non si lasci sorprendere dai signori, senza aver tempo di fare un po' d'apparato scenico intorno al nostro bimbo.

Mia moglie sospirò e non disse nulla.

— Del resto è naturale — soggiunsi.

Camminavamo a casaccio; giunti a una cantonata, ci arrestammo non sapendo che via seguire.

— Da quella parte, il terz'uscio — ci gridò dietro una donna.

Mi voltai meravigliato che in paese tutti sapessero chi eravamo noi e dove volevamo andare...

La buona donna, vedendoci perplessi, ci raggiunse e ripetè, sicura del fatto suo:

— Da questa parte, il terz'uscio... ecco la Marianna!

Era proprio lei, ci veniva incontro col nostro Augusto in braccio, e rideva.

Evangelina voleva prendere il piccino, sotto gli occhi dei curiosi, a costo di sciuparsi la mantellina, si trattenne, e ci avviammo verso casa.

Dopo l'angoscia d'un esercito di donne d'ogni età, che ci chiesero se eravamo stati sempre bene, come se fossimo vecchie conoscenze, dopo l'agonia delle presentazioni del parentado e del vicinato, io per tagliar corto chiesi di Giuseppe, e saputo che l'uomo era al lavoro, entrai addirittura nella camera nuziale.

Là almeno fummo press'a poco liberi, sebbene ogni tanto qualche contadinella si avvicinasse troppo all'uscio socchiuso, a causa d'uno spintone ricevuto da un'amica d'infanzia.

Evangelina baciava e ribaciava Augusto, io gli teneva una mano sulla testina, e mi guardavo intorno.

Era proprio il camerone che avevo visto come in sogno; solo che la culla era di legno e non di vimini, e la coperta del letto a gran fiorami gialli; in un canto sorgeva un forziere enorme e in un altro un grosso mucchio di grano.

E com'era andata?

Benissimo. Augusto era stato buono, docile, pieno di appetito.

E come aveva passato la notte? A meraviglia, mangiando e dormendo, non aveva messo una lagrima.

— E voi? — chiese Evangelina a Marianna.

Prima la balia rise di cuore (era la sua missione in terra), poi rispose:

— Gli voglio già bene, povero angioletto.

Povero angioletto! aveva proprio l'aria d'essere contento; ci guardò sbigottito, mi parve che ci sorridesse; niente altro.

Poi mostrò d'avere appetito; e Marianna se lo attaccò al seno.

— Hai mangiato tanto poco fa — gli disse — ma non importa, to'...

Augusto nascose le faccetta rossa nel seno della nutrice, e si addormentò. L'appetito era un pretesto.

— È furbo! — disse Marianna — io me ne sono già accorta.

E non so perchè, mi sentii tutto consolato all'idea che mio figlio fosse tanto furbo.

Non avevamo tempo da perdere, volendo approfittare del treno; senza abbandonare il piccino, visitammo la stalla dove Marianna ci presentò la giovenca bianca. Il cavallo era andato con Giuseppe.

— Peccato! — disse Marianna.

— Sarà per un'altra volta — risposi per consolarla.

Si consolò infatti, e rise.

Pur troppo bisognò separarci, lasciare di nuovo nostro figlio. Ma eravamo più tranquilli, più rassegnati; solo ci afflisse segretamente il vedere che Augusto, svegliatosi per ricevere le nostre ultime carezze, si mostrò di malumore, e non ci restituì i baci e i sorrisi.

— Addio! — disse un'ultima volta Evangelina dallo sportello del vagone.

— Addio! — ripetei sommessamente, salutando da lontano mio figlio, che si perdeva nell'orizzonte come un punto bianco.

Poi vidi una forma umana che si allontanava nella strada maestra, Marianna; non discernevo più Augusto.

Il viaggio era breve e parve lungo, perchè non fu detta una parola.

— Che hai? che pensi? — chiesi ad Evangelina nel salire le scale di casa.

— Ho come una spina nel cuore — mi rispose mestamente — penso che nostro figlio non ci ama più.

— Non dir così — le mormorai all'orecchio, stringendomela al seno sul pianerottolo, di' piuttosto che non ci ama ancora.

Era una consolazione anche questa.

In salotto ne trovammo un'altra: un uomo di aspetto massiccio, solenne, un fittaiuolo della _bassa_, che aveva un _caso_ complicato da espormi e non se ne voleva andare senza avermi consultato.

Me lo feci dire due volte: avevo una gran voglia di chiedergli come mai avesse fatto a conoscere il mio nome ed il mio recapito, ma pensai che bisognava «rispettare i segreti della gente», e resistei come un eroe.

— Favorisca — gli dissi con molto sussiego; e lo precedei grandiosamente nel mio studio; quando vi fu, lo pregai d'aspettarmi un momento finchè mi fossi tolto il cappello e il pastrano.

Ma non mi tolsi nulla, buttai tutto all'aria; e alla mia Evangelina sbigottita annunziai con un bacio sonoro una scoperta che avevo fatto allora.

— Il cielo — le dissi — fa le sue cose per via di compensazione; dov'è un gran dolore, mette subito una gran gioia.

— Qual gioia? — chiese.

— Dunque non l'hai conosciuto? È lui, ti dico, è lui: il primo cliente!

CORAGGIO E AVANTI!

I.

— Ed ora va — mi disse mia moglie — non farlo aspettare.

— Lascia che aspetti — risposi allegramente — l'ho aspettato tanto anch'io. Mi vendico.

Ma in così dire fui colto da una strana paura, cioè che il mio primo cliente, abbandonato a sè stesso, si pentisse e pigliasse l'uscio alla chetichella. Non ero nemmeno ben sicuro che fosse una persona vera, sebbene grassa e tonda; poteva essere una visione, un'ombra che fingesse la mole carnosa d'una parte contendente. Mi uscirono dal cuore tutti i sentimenti di vendetta; mi mossi, attraversai il salotto con quattro passi affrettati, ed entrai nello studio senza nemmeno mettermi indosso un cencio di sussiego dottorale.

Il mio cliente non era dileguato, e mentre mi adattavo sulla faccia una gravità non mai veduta, sorridevo e ridevo dentro di me della sciocca paura che mi era passata per la testa.

— Prego... si acco... modi — dissi, e lo dissi con tanta solennità, mettendo un intervallo così lungo tra una sillaba e l'altra, che la mia prima vittima potè magari credere un momento che io la volessi pregare di accopparsi per risparmiarne a me la noia.

— È per un muro divisorio — cominciò a dire quell'uomo prezioso; io lo interruppi chiedendogli scusa e pregandolo di dirmi prima il suo nome e cognome, la patria, la professione.

— Venanzio Solera da Cuggiono, possidente.

Scrissi quel nome e quel domicilio sul primo foglietto capitato, come se vi fosse pericolo di dimenticarmene, poi feci un sorriso che significava: — noi avvocati abbiamo una tale confusione di nomi per la testa!... — E il signor Venanzio Solera ne cominciò un altro, che probabilmente voleva dire: — Già loro avvocati... — Io lo interruppi rifacendomi serio:

— Dunque si tratta d'un muro divisorio?

— Sissignore, d'un muro divisorio.

E man mano, prima con la gravità suggeritagli dal mio sussiego, poi con la vivacità della sua indole litigiosa, che si veniva accalorando al pensiero delle torture morali patite da un anno, Venanzio Solera mi espose l'iliade di certi infissi che voleva far togliere da un muro.

Il mio cliente aveva tutte le ragioni di esercitare un diritto sacrosanto che gli era stato assicurato dalla prudenza di suo nonno buon'anima; aveva in suo favore un atto notarile, il codice, la giurisprudenza; solo aveva contrario il signor Luigi Magni del fu Pietro, e gli _infissi_ rimanevano nel muro.

— Mi fanno male — diceva candidamente il signor Venanzio, e si toccava il petto come se li avesse cacciati attraverso il corpo.

Ma io non lo potevo compiangere; lo ammiravo nè più nè meno; il suo male mi pareva uno di quei fenomeni meravigliosi che si manifestano in terra per incominciare la clientela di un avvocato novellino; quel muro coi suoi _infissi_ io me lo vedeva dinanzi alto e solenne come un baluardo.

— Dietro quel muro è il tuo avvenire — dicevo mentalmente a me stesso; — dietro quel muro è la tua clientela numerosa; dietro quel muro sono i trionfi forensi, gli agi di Evangelina e di tuo figlio.

E a questi pensieri sentivo dentro un rimescolìo strano, in cui si perdeva il mio sussiego posticcio, e insieme col lampo oratorio che mi balenava negli occhi appariva il sorriso bonario del padre di famiglia contento. Non dicevo nulla a parole, ma dovevo avere un poema scritto sulla faccia, perchè il mio cliente, che da un po' parlava a spizzico e senza staccarmi gli occhi di dosso, a un tratto ammutolì e sorrise.

— Dica, dica — balbettai, cercando di richiamare la mia gravità fuggitiva.

— Le ho domandato se voleva trattare la mia causa, ed ha fatto di no col capo.

— Scusi — diss'io — ero distratto; noi andremo in tribunale e vinceremo la lite.

— Sarà una cosa lunga?

Mentii.

— Sarà una cosa spiccia; abbiamo tutto in nostro favore; lei mi faccia la procura _ad lites_, penso io al resto.

E senza dargli tempo a riflettere, mi tirai dinanzi un foglio di grossa carta, su cui scrissi in rondo: _Solera contro Magni_, poi sollevai il capo e dissi:

— È fatto.

Lo dissi con una cert'aria di trionfo che mi doveva parere stranissima più tardi, pensandoci, ma che in quel punto mi veniva fuori così naturale da indurre in errore il mio cliente, il quale si credette in obbligo di curvarsi per ammirare da vicino il mio rondo e lasciarmi intendere che approvava pienamente la mia maniera energica di spingere innanzi le cose.

Ebbi paura che mi canzonasse, e senza guardarlo in faccia lo pregai di dirmi che cosa avesse fatto dal canto suo per evitare la lite.

_Evitare la lite!_ Sì, io ebbi il disperato coraggio di pronunziare queste parole, e quando le ebbi sillabate interamente senza trattenerne neppure un briciolo coi denti, alzai gli occhi. Ero rassegnato a contemplare un orrore: Venanzio Solera che si pentiva di aver voluto trascinare in tribunale Luigi Magni del fu Pietro, e che ringraziandomi infinitamente d'avergli fatto venire un buon pensiero, si rizzava in piedi, mi stringeva la mano, infilava l'uscio... spariva!

Invece no; il mio cliente non si moveva; gli era passata da un pezzo la voglia di pigliar con le buone quell'_orso male allevato_; era venuto perchè era tempo di farla finita, e non se ne voleva andare senza lasciarmi nelle mani il suo litigio.

— Dio ti benedica! — volli esclamare in un impeto di contentezza. Invece domandai con sussiego: — Che uomo è?

Intese subito che parlavo della parte avversaria, e rispose semplicemente: — _Un orso!_...

Ma mentre egli me lo metteva innanzi tinto dei più neri colori, io lo guardava con gratitudine, quasi con amore.

Vedevo in Luigi Magni del fu Pietro il cardine, il fondamento della mia clientela, il capo stipite d'una razza di gente litigiosa disposta ad andare fino in cassazione contro di me prima, poi contro mio figlio, e mi pareva che avrei voluto averlo dinanzi per ringraziarlo, stringergli la mano, chiedergli la sua fotografia, poi farlo condannare nelle spese e nei danni.

Un'altra via si apriva al mio pensiero. — Come mai — dicevo mentalmente guardando in faccia Venanzio Solera — come mai è venuta in capo a questo brav'uomo l'idea di farsi rappresentare in tribunale da me?

Pensavo a mio suocero che dal giorno del matrimonio di sua figlia non aveva fatto se non consigliare inutilmente le liti più spropositate ai suoi amici e conoscenti di Monza, e che invano era diventato egli stesso intrattabile nei negozi, dacchè aveva un genero avvocato. Ma non era stato lui a mandarmi il mio cliente, perchè, avendo interrogato abilmente il signor Venanzio, egli mi fece intendere che non si occupava nè di seta, nè di bozzoli, nè di bachi, e che a Monza non era stato mai.

Non mi sarebbe spiaciuto andar debitore della clientela a mio suocero; pure quando ebbi dal signor Venanzio l'assicurazione del contrario, provai un senso di piacere affatto nuovo ed inesplicabile, pensando che la mia fama era volata fino a Cuggiono. E come aveva fatto a volare, se non mi ero accorto che le fossero spuntate le ali?

Dolce mistero! Nè mi affannai a volerlo svelato; in sostanza, è sempre meglio per l'amor proprio di un avvocato che l'origine della sua clientela si perda in un'incertezza deliziosa.

Venanzio Solera fu docilissimo; ascoltò tutti i miei consigli, promise di fare quello che io gli raccomandai, e siccome era letterato, sottoscrisse la procura, tirando un po' in lungo questa delicata operazione, ma in sostanza con onore; e in fine, senza che io gli dicessi nulla, da uomo ben informato, fece il deposito per le prime spese processuali.

A tutti questi miracoli io assisteva senza stupore, perchè già mi ero avvezzato alla mia fortuna.

— Basteranno? — mi chiese il mio cliente miracoloso, accennando il mucchietto di biglietti di banca che aveva deposto sulla scrivania.

Compresi, e senza dir parola contai la somma e feci la ricevuta. Allora il signor Venanzio ebbe paura di aver ferito la mia dignità e ripetè con diverso accento: — Basteranno?

Feci un gesto sibillino, e il mio cliente dovette accontentarsene. La _seduta_ era finita e ci avviammo.

— Bisognerà pure che paghi _lui_ in ultimo — diss'egli allegramente.

— Non dubiti — risposi con un sorriso.

E come se avessi detta un'arguzia saporita, Venanzio Solera si arrestò in anticamera, mi prese le mani, me le strinse, e rise forte.

Indovinai che era uno di quegli uomini i quali arrivano tardi nelle ciancie, e che incominciano soltanto quando si può ragionevolmente credere che il discorso sia finito. Gli leggevo in faccia il desiderio di trattenermi una buona mezz'ora sull'uscio a ripetermi la storiella del muro. Il suo ideale sarebbe stato di poter discutere la lite fra di noi, e condannare Luigi Magni in contumacia; invece io non vedeva l'ora che il mio cliente se ne fosse andato per ridiventare fanciullo con la mia Evangelina, che, proprio come se la vedessi, era già lì, dinanzi alla mia scrivania, piena di felicità e d'impazienza.

— E glieli faremo staccare! — insistè il signor Venanzio.

Parlava degli _infissi_, ed io lo feci ridere chiassosamente un'altra volta, dicendo:

— Bisognerà pure che li stacchi!

— Dovesse anche staccarli con le sue proprie mani — aggiunse il mio cliente.

E mi guardò in faccia aspettando un'altra arguzia. Ebbi uno scrupolo di coscienza e lo accontentai.

— Dovesse anche staccarli coi denti!