Mio figlio!

Part 5

Chapter 53,832 wordsPublic domain

Mi si piegavano le ginocchia; Evangelina mi guardò. Lesse forse, nel fondo del mio cuore di padre, uno sgomento più tremendo dello stesso suo dolore, perchè gettandomi un braccio al collo, e tirandomi presso a lei, e coprendomi il volto di baci e di lagrime, mi disse con voce rotta dall'angoscia:

— Nostro figlio ha fame!

Da principio non compresi; guardavo ora lei, ora il bimbo e ripetevo come uno smemorato: «Ha fame!», e fissando gli occhi nel pallore della mia povera compagna, lessi tutto, in silenzio, col cuore stretto. Poi mi curvai sopra Evangelina, le asciugai il viso con la pezzuola, e facendo una carezza a lei e una ad Augusto perchè stesse zitto:

— Da quando? — interrogai dolcemente.

— Da ieri — mi rispose la povera madre dandomi uno sguardo di riconoscenza — da ieri soltanto; ne avevo ancora stamane, poco poco: non te ne ho detto nulla, credevo che mi tornasse; ma poc'anzi, quando ho inteso piangere nostro figlio, ho sentito un rivolgimento per tutto il corpo, ed ho pensato: «Sia lodato il Cielo, il latte mi ritorna!», ed ho detto ad Augusto: «Non piangere», e me lo sono stretto al seno. Il poverino avrà creduto che sua madre lo ingannasse, perchè non ha trovato nulla... più nulla. Ha pianto ed ho pianto anch'io.

E così dicendo la poveretta non istaccava gli occhi attoniti da me; sembrava chiedermi scusa.

— Il pianto non rimedia a nulla — dissi dolcemente — rasserenati, il latte tornerà — e vedendo che si sentiva come umiliata, soggiunsi: — Sono tante le madri a cui è toccata prima di te questa piccola disgrazia... e vi hanno rimediato tutte...

— Come hanno fatto?...

— Non si sono disperate, hanno preso a prestito il latte d'un'altra donna, oppure hanno nutrito il bimbo col poppatoio, aspettando tranquillamente che il latte tornasse.

— E tornava?...

— Tornava.

— Presto?

— A volte nello stesso giorno.

Gli occhi d'Evangelina ringraziavano me, invocavano il cielo.

— Ed ecco come avresti dovuto fare — soggiunsi ridendo per farle cuore. — Dove diamine aveva cacciato il poppatoio tuo padre?... Ah! eccolo!... Manderemo a prendere del latte fresco, lo dilungheremo con l'acqua tiepida, condiremo la miscela di zucchero di prima qualità e faremo intendere ad Augusto che oggi la sua prima nutrice lo invita a desinare, e che babbo e mamma gli dànno il permesso.

Evangelina si provò a ridere del mio sussiego, ma il suo riso nascondeva male tutta l'ansia materna.

— Farò io — mi disse poi, e mi voleva pigliare di mano il poppatoio e il bimbo.

— Signora no — risposi — è un diritto acquisito...

Per un po' la faccenda andò benino; Augusto, sentendosi qualche cosa fra le labbra, cessò di piangere, diè una succhiatina piena di avidità, sentì il liquor saporito e tirò innanzi; già io mi voltava verso la povera madre che mi stava a guardare con le lagrime agli occhi, per dirle: «Vedi, ora metti il cuore in pace e lascia fare a me»; ma Augusto diè il primo segno di scontentezza, scostò la testina dal poppatoio, e la scosse gemendo, poi, riafferrando il mio arnese, tacque per succhiare da capo, poi cessò e pianse un'altra volta, e così di seguito; da ultimo non ne volle più sapere, e lasciò il pasto cacciando uno strillo.

Tutte le ansie crudeli riassalsero la povera madre; la quale pigliò la creaturina in braccio, e la portò su e giù per la stanza dondolandola e mormorandole fra i baci cento parole amorose.

— È naturale! — dicevo io andandole dietro — è naturale che faccia lo scontento dopo una scorpacciata, non sarebbe un uomo mortale se non facesse così... vedi quanto latte è rimasto in fondo al bicchiere...

Ma sì, Evangelina non mi dava retta, e nostro figlio, ostinandosi nella sua idea, appoggiava la testina al seno della madre addolorata, e agitava il corpicino in una maniera propriamente bisbetica.

— È una cattiveria — insistevo — ha mangiato come un lupo, non può aver appetito... è un piccolo ostinato... ecco...

Ero quasi indispettito sul serio; Evangelina, per alleviare a nostro figlio il rigore paterno, lo baciò e ribaciò con frenesia; ma egli saldo nella sua idea e tenace nel proposito di farla trionfare piangendo...

Quella giornata passò alla meglio; e passò pure la notte; e qual notte!

Il domani bisognò decidere; il latte non tornava, la mia Evangelina ne era non so se più sgomenta o vergognosa.

— Crederà che faccia a posta — diceva coprendo di baci il piccolo insoddisfatto; e guardando me con occhi sbigottiti, mormorava: — Non sono buona a fare la mamma... non sono buona a nulla!

Le consolazioni di parole erano vane, finchè Augusto non istava zitto; aveva torto, perchè il latte che gli offrivo io era tale e quale come quello della mamma, per confessione della stessa Evangelina, anzi più dolce, più saporito; ed io nel porgerlo mettevo un garbo singolarissimo; aveva torto, ma provatevi a mettere la ragione in un cervellino di poche settimane; il meno che si rischi è di perdere la propria, e me ne avvedevo io, ma in tempo, quando per poco non mi pigliava il dispetto.

Bisognò decidere: l'allattamento artificiale non andava a genio ad Augusto, e nemmeno di noi due, dunque...

— Proviamo un giorno ancora — disse Evangelina — chi sa che il latte non mi ritorni...

— Proviamo...

Il latte non tornò, e il poppatoio non entrò nelle grazie del bimbo.

La gran parola fu detta, ed Evangelina l'udì come l'eco di una voce che già aveva suscitato a tumulto il suo cuore di madre, l'udì lagrimosa, ma rassegnata.

— Bisogna procurargli una balia!

Avevo inteso dire molto male di queste disgraziate madri, che il più delle volte abbandonano i propri figli ad altre donne, per allattare i figliuoli dei ricchi.

— Calunnie! — pensai — bisognerebbe invece dir male della società, che le riduce a campare a prezzo del sentimento materno; e poi ne troveremo una che abbia perduto davvero suo figlio, e a cui paia di ritrovarlo nel nostro Augusto.

Ma questa idea, che consolava me, non andava a versi di Evangelina; il soverchio amore di una nutrice prezzolata offendeva l'amor suo; non me lo diceva, anzi mi assicurava il contrario, ma io vedevo benissimo che essa preferiva una balia piena di latte e di pazienza, e un tantino indifferente. Se avesse osato esprimere tutto il suo pensiero, mi avrebbe detto — e io l'intendeva come se lo dicesse davvero: «Gli dia pure il latte, posto che non so dargliene io; ma non gli voglia bene come una madre, perchè a questo basto io sola».

Dopo essere andato a raccomandarmi al medico, alla signora Geltrude, al farmacista del canto della via, ed avere avuto da tutti e tre la promessa di una balia pel domani, tornando a casa mi grattavo l'orecchio, d'onde erano entrate tre paroline del farmacista.

— Vuole una balia che rimanga in casa con loro? — mi aveva detto.

— Sicuro — avevo risposto — mia moglie non potrebbe separarsi dal piccino.

E il savio farmacista aveva soggiunto che mia moglie era da _compatire_, che anzi faceva benissimo, perchè _quando si può_ è meglio.

_Quando si può_. Queste tre paroline, che mi avevano solleticato dandomi l'illusione d'essere già un giureconsulto pieno di clientela, mi si erano appiccicate all'orecchio; e perciò io me lo grattavo per via.

Non isvelai le mie ansie e le mie paure alla povera Evangelina; la quale quando seppe che tre balie si disputavano l'onore di allattare il nostro piccino, prima lo baciò, poi sorrise e da ultimo mi disse:

— Sono contenta.

Beata lei! A me le tre paroline del farmacista non lasciavano requie; gran parte della notte la spesi tentando di puntellare nel buio della mia cameretta certi miei calcoli audaci, che si sfasciavano e perdevano ciffe da tutti i lati.

— Devo aver fatto male i conti — dicevo — oppure le balie si fanno pagare più di quello che io credo; possibile che il latte costi tanto caro? Alimentare una balia campagnuola non deve poi essere l'ira del cielo; mangerò un po' meno io, tanto mettevo pancia... il salario si sa che cosa può essere; non andremo più al caffè, magari cesserò di fumare se sarà necessario...

Allineavo le cifre nel buio, sommavo, sottraevo; oh gioia! mi rimaneva un piccolo residuo; e pure non sapevo fidarmi a quell'aritmetica confortatrice; nessuna delle quattro operazioni reggeva alla prova tremenda delle paroline farmaceutiche. Vi doveva essere sbaglio... tornavo da capo, sommavo, sottraevo, e mi rimaneva sempre un piccolo residuo. Finalmente trovai il sonno e la pace.

VII.

Nelle prime ore del mattino una tremenda scampanellata annunziò una visita straordinaria, una delle tre nutrici probabilmente, o forse tutte e tre insieme.

Andai io stesso ad aprire, e vidi ammirato una mole rubiconda e fresca, che empiva tutto il vano dell'uscio. Quella contadina grassa e tonda, già fornita a dovizia di fianchi e cose analoghe, aveva spropositato le sue forme, indossando, a dir poco, sei gonnelle; io ne vedeva tre spuntare una sotto l'altra; aveva una pezzuola di seta in capo, e due grossi orecchini che facevano un chiasso da non si dire intorno alla faccia paffuta.

— Sono la balia — mi annunziò, irrompendo nell'anticamera e girando intorno l'occhio curioso — mi ha mandato il farmacista...

Non udii altro; mi parve come se repentinamente qualcuno mi avesse attaccato all'orecchio gli enormi pendenti della balia, tanto era il chiasso che facevano le tre paroline del farmacista.

— Venite avanti — dissi raccogliendo tutto il mio sussiego — venite pure avanti, buona donna.

Io l'avevo chiamata _buona donna_ con malizia; sentivo che quella nutrice enorme rimpiccioliva me, e mi pareva così di ridurre lei a proporzioni più modeste.

— L'avvocato... l'avvocato... Acidi...

— Placidi...

— Placidi o Acidi fa lo stesso... È lei l'avvocato?

— Sì, sono io.

La scrutai nel viso per vedere come accogliesse questa notizia; sulla sterminata superficie carnosa apparve un lieve sorriso e nient'altro.

Io mi avviai, essa mi seguì; vedevo con la coda dell'occhio che si guardava sempre intorno, e notai che, passando in salotto, toccò la stoffa delle tende.

Non isperavo nulla di buono.

— È permesso? — dissi sull'uscio della stanza da letto, tanto per far intendere a quella balia spropositata che se le nostre tende erano di lana e cotone, nelle maniere e nel resto non volevamo che di cotone ne entrasse nemmeno un filo.

Le contadine hanno il criterio corto, ma non lo hanno grosso come si dice; al contrario, fin dove arrivano, sono fine, finissime, sopraffine; la buona donna, che quasi spingeva me perchè spingessi l'uscio, intese la lezione, si arrestò, mi diede un'occhiata alla sfuggita, ed aspettò per entrare che Evangelina avesse detto: — Avanti.

Era però incorreggibile; appena entrata, sbirciò la culla, il letto, il canterano, le tende; poi rimase impettita dinanzi a mia moglie, la quale si faceva rossa rossa.

— Come vi chiamate buona donna? — domandò Evangelina, radunando tutto il suo coraggio.

— Benedetta, mi chiamo... Benedetta Corti... il mio uomo fa il carrettiere, e non è mai in casa lui... il mio figlio se l'è voluto prendere il Signore... e per questo vado a far la balia... è la seconda volta che vado in casa dei _signori_...

Aveva parlato di suo figlio morto con una gran forza d'animo; nel pronunziare la parola _signori_, diede ancora una sbirciatina fuggitiva al canterano.

Che cosa non avrei pagato allora per avere in casa i mobili dorati e una cassa forte, tanto da opprimere quel colosso villereccio sotto il peso delle mie ricchezze! Avrei pagato, immagino, una grossa somma che non avevo.

— E anche la prima volta vi era morto il figlio?

— Sissignora — rispose quella femmina — noi povera gente abbiamo _la croce che ci aiuta_.

La croce che ci aiuta! Queste strane parole significavano nè più nè meno che la _mortalità dei bambini!_ E allora quasi me ne adirai; ma dacchè ho parlato con parecchie madri contadine, so che tutte hanno la stessa idea e usano lo stesso frasario, senza perciò essere cattive di cuore; amano i loro piccini finchè sono vivi, si consolano d'averli perduti con l'immagine della croce che aiuta la povera gente. La miseria ha la sua logica, e l'uomo si consola facilmente con una metafora.

— Avete molto latte? — s'arrischiò a domandare Evangelina.

— Altro! — esclamò la balia, e senza dire nemmeno «si guardi» sprigionò dal busto due recipienti enormi, due minaccie d'indigestione.

Io vidi col pensiero il mio piccolo Augusto scomparire in quell'abbondanza, mangiucchiare, satollarsi e crescere a vista d'occhio.

— E potete venir subito? — chiese Evangelina...

Benedetta Corti sorrise, mettendo in mostra certi denti larghi come palette, ma candidissimi, poi rispose che «non sapeva». Ed io intesi, e intese anche Evangelina che ciò significava: «secondo i casi».

— Vediamo — entrai a dire, mettendomi a sedere e rovesciando il corpo indietro come se dessi udienza ad un cliente — vediamo: che cosa vi s'ha a dare?

Presa così di fronte, Benedetta Corti ebbe un momento di debolezza, si dondolò sui fianchi, guardò le sedie ed i quadri, e nella ricerca affannosa delle parole, fu poco fortunata, perchè trovò soltanto queste:

— Mi hanno mandata e sono venuta, io non ne ho colpa!

Ebbi l'intuizione del vero, ed ammutolii.

— Quanto vi dobbiamo dare? — domandò Evangelina.

— Ecco, se ho da dire... la casa è piccola; ma è ben esposta — rispose Benedetta — non ci starei malvolontieri... quanto al mese?... trentacinque lire... me le davano anche gli altri _signori_.

Io non respirava più e la balia proseguì:

— Gli usi lor signori li sanno?...

— Sì, li sappiamo — risposi — ma è sempre meglio intendersi.

Benedetta fu della mia opinione.

— Sicuro che è meglio — asserì — una cosa o conviene o non conviene; dico bene?

Io le assicurai che diceva benissimo e che la sua osservazione era profonda; mi pareva così di placarla.

— Dunque abbiamo detto trentacinque lire il mese — ricominciò quel donnone — al primo dente cento lire; altre cento ai primi passi, e alla fine dell'allattamento cinquecento... me le hanno date gli altri signori...

Evangelina non mi staccava più gli occhi di dosso; io, ricevuta la botta formidabile senza batter ciglio, avevo preso il mio partito.

— Le par molto? — mi domandò Benedetta Corti.

— Mi pare abbastanza..., molto veramente no — risposi con sussiego, ed ebbi gusto di vedere che quella mole contadinesca si lasciava prendere e cominciava a non saper più come pensare dei fatti miei. Mandava in giro certe occhiate scrutatrici piene di un'incertezza deliziosa.

Poi si rinfrancò e proseguì, contando sulle dita:

— Due abiti ogni stagione, gli orecchini, il medaglione d'oro, e l'_argento nuovo_ in testa... niente altro...

— Non avete dimenticato nulla?... — dissi alzandomi da sedere.

— Che sappia io, no — fu la risposta ingenua.

— Quand'è così, siamo intesi, proseguii.

— Sì... Proprio?... Devo venire domani?... Vuole che dia un po' di latte al piccino?

— No, non importa, siamo intesi, noi penseremo e vi faremo dare la risposta dal farmacista.

Benedetta Corti cadde dall'alto, e non si fece male; sorrise, salutò con grande inchino mia moglie, e si avviò solennemente, empiendo della sua presenza ognuna delle nostre quattro stanze. Sull'uscio si volse, mi raccomandò di conservarmi e sparve.

Ero contento di me, e corsi a portare una risata allegra al capezzale della mia Evangelina.

La povera madre si era presa in grembo la nostra creatura piangente e la copriva di carezze e di lagrime.

VIII.

Non mi diceva nulla, a me bastava guardare nel mio cuore per leggere nel suo; stavo zitto, e la lasciavo piangere; pensavo: «Le faranno bene le lagrime»; ma quando, parendomi che avesse pianto abbastanza, e fosse venuto il momento di dirle due parole confortatrici, mi curvai sopra il nostro bimbo, e lo baciai per farmi cuore, allora sentii svanire la strana serenità della mia desolazione, qualche cosa mi fe' intoppo alla gola, volli parlare e singhiozzai. Singhiozzai davvero, non mi vergogno di dirlo, singhiozzai proprio nel momento che mi pareva d'aver trovato la sola idea capace di asciugare le lagrime della povera madre.

L'idea era questa: «L'aria dei campi farà bene a nostro figlio», e mi era sembrata una consolazione; solo nel provarmi a dirla, ne sentii tutta l'ironia amara.

Evangelina non era un'eroina; pure, se le facevo toccare con mano che essa non era neppure la moglie di un eroe, subito pigliava animo, mi diventava un'altra. Già ne avevo fatto l'esperimento più d'una volta, e lo rifeci allora. La poveretta ribaciò il bimbo, cancellò le lagrime con la pezzuola, e mi fece vedere gli occhioni rossi, ma asciutti.

— Epaminonda — mi disse — non far così anche tu; bisogna aver coraggio. Che pena veder pianger te!

— Un uomo grande e grosso, un uomo togato! — dissi io — hai ragione, bisogna aver coraggio... bisogna pigliar le cose come vengono... del resto due lagrime non fanno male neppure a un avvocato... purchè non le vedano i clienti... e i miei non le possono vedere... sono lontani... sa Dio dove sono.

Volevo ridere, come vedete, e vi riuscivo male.

Intanto a forza di baci, Evangelina aveva saputo tranquillare la nostra creatura.

— Non siamo abbastanza ricchi! — disse mia moglie senza staccar gli occhi dal visino di Augusto e parlando al piccolo innocente. — Babbo e mamma sono due poveretti. Tu te ne andrai lontano, ci dimenticherai, e vorrai bene a chi ti darà il latte.

Allora entrai a dire:

— L'aria dei campi gli farà bene; tanti ricchi sfondati fanno allattare le proprie creature in campagna... per igiene... perchè l'ossigeno allarga i polmoni... domandane ai medici, ti diranno tutti che l'aria dei campi fa tanto bene ai bimbi, e che l'ossigeno...

Evangelina mi sorrise melanconicamente, e non lo disse, ed io intesi benissimo quel che ella mi avrebbe voluto rispondere:

— Epaminonda mio — mi avrebbe detto se non avesse temuto di affliggermi — anche le carezze della mamma fanno tanto bene ai bimbi.

Sospirai di nascosto e non dissi altro.

Più tardi trovammo entrambi la forza di ritornare sull'argomento di Benedetta Corti, e di parlarne quasi mettendo lei e noi in canzonatura.

— Trentacinque lire ogni mese! — esclamai — non sarebbe bastato separarmi dal sigaro per sempre; forse avrei dovuto fare qualche altro sacrificio.

— E le cento lire al primo dente, dove si andavano a prendere?

— E le altre cento ai primi passi?

— E le cinquecento ultime? E l'argento nuovo e gli orecchini d'oro?

— E le due vesti ogni stagione?

Ci stringemmo la mano forte, e ridemmo sommessamente per non isvegliare il bimbo.

— Povero Augusto! — dissi parlando al caro dormente. — Tu non pretenderai l'impossibile da babbo e mamma, e ci vorrai bene egualmente, e verrai su sano, forte e buono; metterai il primo dente senza farti pregare, farai i primi passi senza cadere, e senza trascinare nella tua caduta i tuoi genitori poveretti. Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti...

M'interruppi colpito da un'idea che non mi era venuta prima e dissi a mia moglie:

— Se ci pigliavamo in casa quella mole contadinesca, come si faceva a nutrirla? Vi avevi pensato tu?

Evangelina non vi aveva pensato neppur lei, e mi guardava con due occhioni sbalorditi; il mio terrore comico quasi la faceva ridere; ed io ripigliai il filo del mio discorsetto ad Augusto:

— Non avrai, no, una balia enorme, come Benedetta Corti, una balia che, per nutrire te, avrebbe forse mangiato tuo padre, ma avrai un balietta giovine, fresca, bella, che ti sorriderà sempre e ti darà del latte saporito; respirerai l'aria pura dei campi, e ogni tanto noi verremo a vederti.

Queste erano veramente idee consolatrici, ed Evangelina me ne ringraziava con gli occhi.

Un'ora dopo io faceva sapere al farmacista del canto della via che mi ero ingannato, che avevo creduto di _potere_ e invece non _potevo_, e lo pregavo di trovarmi una balia meno colossale di Benedetta Corti, ma bella, fresca, e che vivesse poco distante da Milano.

L'ottimo farmacista non parve punto meravigliato del mio mutamento di proposito; e dopo d'aver osservato con la stessa profondità della prima volta che _quando non si può... è meglio_, mi disse che aveva il fatto mio, una _sposa_ di Musocco, e che l'avrebbe mandata ad avvertire subito.

Ed io me ne andai a casa a raccomandare a mia moglie ed a mio figlio che stessero allegri, perchè avevamo una sposa di Musocco, fresca, giovine e bella.

Si chiamava Marianna; era piccina, bianca, carnosa, e quando entrò in casa mia seguita dal suo uomo, mi parve che entrasse il buon umore.

Anch'essa cominciò con le parole sacramentali: «sono la balia!» — ma le accompagnò con una risatina gioconda; poi, come ravvedendosi, aggiunse: «Se mi vogliono...» — e rise ancora.

Ci bastò un'occhiata a quella donnina ed una di intelligenza fra di noi, per decidere fermamente tutti e due, Evangelina ed io, che Marianna allatterebbe nostro figlio.

Facemmo alcune domande ora alla _sposa_, ora all'_uomo_; ma rispondeva sempre la sposa; l'_uomo_, quando era interpellato direttamente, pigliava un'aria curiosissima; lo vedevamo dibattersi un momento con un avversario invisibile, finchè Marianna non lo toglieva d'impiccio rispondendo lei e ridendo.

Rideva di tutto quella balietta vezzosa; la sua boccuccia pareva fatta unicamente per ridere e per lasciar vedere i denti piccolissimi ed immacolati; perfino quando le chiesi se da Milano a Musocco si poteva andare a piedi senza faticar troppo, essa mi rispose che _erano quattro passi_; e rise.

Un quarto d'ora dopo eravamo d'accordo in tutto, e Marianna dava ad assaggiare il proprio latte ad Augusto, il quale non trovò nulla a ridire.

Fu convenuto che la _sposa_ resterebbe con noi un paio di giorni, l'_uomo_ se ne andrebbe a Musocco, e tornerebbe poi con la carriola a prendersi la moglie e il poppante.

— Va bene? — chiesi al marito.

— Va benissimo — rispose Marianna; e rivolgendosi al suo uomo gli ordinò d'andarsene e di tornare due giorni dopo con la carriola; e tutto ciò ridendo.

— Come si chiama il vostro uomo? — domandai.

Questa volta, dalla rapida lotta impegnata col suo avversario invisibile, il balio uscì vincitore; aveva capito che non era bello lasciar rispondere la _sposa_ anche in una domanda così _ad hominem_.

— Giuseppe! — disse, e si fece tutto rosso in viso; poi rinfrancato dal suono della propria voce, ripetè: — Mi chiamo Giuseppe — ed aggiunse animosamente: — per servirla.

Proprio vero che un eroismo ne tira un altro, e che anche nelle imprese più difficili tutto sta ad incominciare.

Marianna rideva come se avesse udita un'arguzia piena di sale: ridemmo anche noi, e allora Giuseppe si asciugò la fronte sudata col rovescio della manica e ci fece vedere che anche lui aveva i denti bianchi come neve; ma fingeva solo di ridere, non rideva, non ne era capace in momenti simili.

— Vado — disse, dopo essersi provato invano ad andare senza dirlo; ma quando l'ebbe detto, pur troppo bisognava andare; ed era difficile: fare l'inchino, voltarsi, infilar l'uscio, e rinchiuderselo alle spalle. Dio! quanto è mai penosa la vita in casa dei signori! Non sapendo probabilmente risolversi a tanta mimica, il poveraccio ne faceva un'altra: guardava di qua e di là, per avere il pretesto di interrogare sua moglie con un'occhiata fuggitiva.

— Vado — ripetè, senz'altro frutto che peggiorare la sua condizione, perchè ancora non si moveva.

Allora Marianna si staccò dal seno il nostro Augusto, lo depose con garbo nel letto accanto alla mamma, e venne a piantarsi in faccia al marito e a dirgli ridendo:

— Va, che cosa aspetti?

— Vado — disse Giuseppe per la terza volta, e se ne andò davvero, a ritroso, inchinandosi senza perderci d'occhio, finchè ebbe urtato col piede nell'uscio. Allora si voltò rapidamente, si cacciò in testa il cappello e sparve.

Marianna sprigionò la sua risatina d'argento, disse: «Con permesso», e venne dietro al suo uomo.

Rimasti soli, mia moglie ed io sentimmo il bisogno di abbracciarci; doveva essere l'istinto della imitazione, perchè in quel momento Giuseppe e Marianna facevano altrettanto in anticamera.