Mio figlio!

Part 4

Chapter 43,918 wordsPublic domain

— Torniamo da capo — soggiungeva mio suocero con la calma della disperazione. — Proviamo a lasciar queste camicie della disgrazia per ultime; a riempire i vani faremo servire queste calze del demonio... Angiolo bello... gioia, amore, tesoruccio mio!

E il povero nonno, che si era finalmente accorto della presenza d'Evangelina, balzò in piedi di botto dando un calcio alla valigia per portare una carezza ad Augusto.

Si era trasformato in volto; aveva spianato le rughe della fronte e faceva gli occhi dolci. Dove l'aveva trovato quel sorriso bonario? Chi gliela aveva data quella serenità gioconda? Mio figlio.

Quando ebbe prodigato le carezze ed i nomignoli ad Augusto senza farlo uscire dalla sua olimpica indifferenza, tornò ai preparativi del viaggio.

— Vieni qua — diceva, mettendosi in modo da non perdere d'occhio il bimbo e parlando ora alla valigia, ora a suo nipote — vieni qua, birbona; mi hai fatto disperare abbastanza. Sentiamo che cosa ti dà noia? Sono queste ciabatte della malora?... Caro!... gli vuoi bene al nonno? Sì?... To' un bacio... E tu smettila, ne ho abbastanza, altrimenti ti pianto e me ne vado senza di te a Monza. È questo che tu vuoi, cenciosa maledetta?... Ah! ora vorresti chiuderti, mi pare; ti lascerai chiudere?

Così dicendo cadeva in ginocchio per la ventunesima volta; si aspettava che la valigia facesse ancora la ribelle, ma invece si lasciò chiudere, ed egli, che non era preparato alla nuova arrendevolezza, mi parve per verità più dispettoso che consolato.

— Il nonno se ne va! — disse poi rialzandosi e portando un sospiro ed altre carezze al bimbo; — lo sai che se ne va il nonno?

I malumori di mio suocero non erano finiti; già era venerdì e bisognava aspettarselo, lo diceva lui.

Basti dire che quando la valigia si fu lasciata chiudere, mio suocero si avvide con un orrore novissimo in lui (era il disordine in persona), che stava per mettersi in viaggio senza la cravatta. Si andò in giro per tutta la stanza a cercare l'indumento birbone, che si era cacciato chi sa dove, e naturalmente (quest'avverbio è di mio suocero) e naturalmente non si trovò nulla.

In quanti luoghi impossibili può un uomo di giudizio cercare una cravatta che si nasconde! Io non me ne sarei fatta un'idea mai, se non avessi visto quel brav'uomo sollevare il coperchio della zuccheriera, con la speranza che un prestigiatore invisibile avesse voluto fargli la burletta.

All'ultimo Evangelina ebbe un'idea piena di luce.

— L'avrai cacciata per isbaglio nella valigia!

Fu un lampo nel buio; sissignori, la cravatta era nella valigia, la quale, in penitenza di quest'ultimo tiro, ricevette dal suo padrone un ultimo calcio, di cui non aveva punto bisogno per campare i giorni assegnati in questo mondo fragile a una valigia.

I malumori di mio suocero ancora non dovevano finire; non era per nulla venerdì, e bisognava aspettarselo; era sempre lui che lo diceva.

La partenza del treno era segnata nell'orario alle undici e mezza, bastava uscir di casa alle undici per arrivare in tempo, senza scalmanarsi; se non che quando il nostro infallibile orologio a pendolo segnava i tre quarti, l'orologio da tasca di mio suocero voleva che fosse poco più della mezza, ed era infallibile anch'esso.

A chi credere?

— Il mio orologio è in regola — brontolò il povero viaggiatore — quella vostra baracca vuol mandarmi via dieci minuti prima.

— Se avesse coscienza e giudizio — entrò a dire Evangelina, chiedendo scusa con un'occhiata al nostro unico orologio — se avesse coscienza e giudizio farebbe proprio il contrario. Ma segna l'ora di Roma, e il tuo segnerà quella di Monza.

— E siccome io vado a Monza e non a Roma, ha ragione il mio.

— Ne ha cento! — esclamai ridendo.

— Ne ha mille — rispose mio suocero.

Non ne aveva nemmeno una, e il viaggiatore ostinato giunse alla stazione in tempo per vedersi chiudere sul muso lo sportello dei biglietti.

Con mia gran meraviglia, prese la cosa allegramente.

— In fin dei conti — disse con una serenità insolita — ha forse ragione lui; è meglio ch'io non parta oggi, è venerdì...

— Il meno che ti potesse capitare — interruppi ridendo — era che la locomotiva uscisse dalle rotaie e se ne andasse pei campi del territorio milanese minacciando le gambe dei gelsi punto frettolosi di tirarsi da banda per lasciarla passare.

Mio suocero non aveva l'aria di viaggiatore corbellato, tutta propria di chi ha perduta la corsa e se ne torna soletto a casa con la valigia; pareva anche lui arrivato appena, camminava spedito, e fu il primo a passare sotto gli occhi dei gabellieri, i quali si accontentarono di prendere la valigia in mano e di pesarla per aver tempo di leggere sulla faccia del bravo uomo il candore della sua coscienza, dopo di che ci lasciarono passare.

— Me ne è andata bene una! — esclamò il poveraccio.

— Tutte ti andranno bene se rimarrai una settimana ancora con noi e se vorrai tenere a battesimo il nostro piccolo Augusto.

In quel momento mio suocero non rispose, ma quando ebbe riveduto il nipotino e ne ebbe udito la vocetta di pianto, allora buttò in un canto la valigia e il pastrano, e togliendosi i guanti e soffiandosi le dita per riscaldarle:

— Epaminonda mio — disse — una settimana no, non posso; ho mille faccende a Monza, non posso proprio; ma se vuoi che io battezzi tuo figlio, te lo battezzo domenica, parola di cristiano battezzato.

— Bravo babbo! — esclamò la pallida mammina — bravo babbo! La zia Simplicia mi ha scritto poc'anzi, è guarita, è disposta a venire da Pavia per far la madrina.

— Le manderemo un dispaccio perchè venga subito — aggiunsi.

Mio suocero non diceva nulla; s'era scaldato le dita abbastanza per poter accarezzare il bimbo senza farlo strillare, e non badava ad altro.

Quando credeva che la funzione solenne dovesse compiersi senza di lui, unicamente sotto gli auspicii della zia Simplicia, ne parlava perfino con eresia, facendo dell'acqua benedetta una complice della costipazione. Ora no; il battesimo, se doveva dire il suo pensiero, era una bella cosa.

E volle che lo facessimo con solennità, invitando gli amici a mangiare i confetti; pagava lui.

III.

La zia Simplicia giunse la mattina della domenica; notai subito che era già entrata sul serio nella sua parte di madrina; non era una zia come un'altra, anzi non era più donna, era una corporazione religiosa, una missione, e nella sua piccola valigia, sembrava portare tutta quanta la fede cristiana.

La zia Simplicia aveva desiderato una femmina, e mio suocero lo sapeva; per lui questo solo desiderio era una colpa, e si sentiva poco disposto a perdonare, ma quando udì la madrina chiamare il cielo in testimonio che il piccolo Augusto era il ritratto parlante del nonno, allora cominciai a vedere sulle labbra del povero uomo un sorriso di beatitudine che vi doveva rimanere tutto quel giorno.

Non dirò le peripezie battesimali; ad Augusto non piacque il sale della sapienza, ma si lasciò immergere nell'acqua benedetta con uno stoicismo ammirando, e permise al nonno di rinunziare per lui al demonio, in latino.

Bisognava vederlo e sentirlo il nonno! Quanto a me non sapevo resistere; quando il latino usciva più tormentato dalla sua bocca era inutile, il demonio era più forte di me: mi tiravo di là o giravo sui tacchi, mi tenevo le costole e commettevo un sacrilegio.

D'una cosa mi stupii grandemente quel giorno, ed è che i convitati al battesimo, dopo d'essere andati in estasi contemplando mio figlio, vantandone tutte le virtù fisiche e morali, cioè il nasino non più grosso di un cece, i labbruzzi rosei, la pelle liscia e il sorriso visto cogli occhi della fede, e poi la pazienza e la prudenza, dopo aver vantato questo ed altro, non sentissero il bisogno di star tutta la sera in contemplazione di tante meraviglie, e preferissero parlar della politica estera od empirsi le tasche di confetti. Anche mio suocero ne fu mortificato, e quando, dopo d'essere andato in giro per la quarta volta col nipotino in braccio per far vedere come sapeva dormire senza che nessuno mai glielo avesse insegnato, comprese che bisognava rimettere in culla il piccino e non chiedere altro, perchè l'indifferenza aveva dato tutta la tenerezza di cui era capace; allora si andò a sedere in un canto, e fece il broncio.

Vennero i momenti degli addii; tutti con pensiero concorde dichiararono di non potersene andare senza rivedere il piccolo battezzato in culla; ed io vidi riaccendersi la luminaria nel viso di mio suocero.

Andarono nella stanza da letto, due alla volta, gli uomini preceduti da me, le signore da Evangelio, e invariabilmente seguiti dal nonno festoso. Facevano circolo intorno alla culla, si curvavano un tantino, poi sottovoce uno esclamava: — Come è bello! — e l'altro: — Non ho mai visto un bimbo simile a questo; — e un altro: — Tesoro! Si farebbe mangiare!

Non ne credevo un'acca, e pure mi batteva il cuore.

D'un'altra cosa mi stupii forte quel giorno; quando tutti se ne furono andati, quando il ciaramellìo di tante voci estranee fu cessato, quando l'illuminazione del nostro salotto fu spenta, e noi ci trovammo in tre accanto alla culla, ad interrogare in silenzio il sonno della nostra creatura, mi stupii forte di non sentire nemmeno l'ombra di quella malinconia, che segue il finire d'ogni festa; anzi, passando poi col lume in mano nel salotto, e notando lo scompiglio delle seggiole, mi parve che la riunione degli amici risalisse a un tempo lontano, tanto rapidamente si era cancellata dal mio spirito.

Tendendo l'orecchio avrei forse potuto udire ancora sulla via la voce di un convitato allegro, e mi bastava chinarmi per raccogliere il tappo di una bottiglia od un confetto sfuggito da una mano men larga della buona intenzione, e pure ero tentato di chiedere a me stesso se davvero ci fosse stata una festa in casa mia.

Gli è che la mia festa, la nostra festa, era un'altra; ed anche allora che tutti si rallegravano con noi e ci colmavano di lusinghe, in salotto ed in anticamera, Evangelina ed io eravamo altrove, e rispondendo parole e sorrisi, lo facevamo da lontano.

La mattina successiva tutto andò benissimo; la valigia si lasciò chiudere senza il secondo fine di nascondere la cravatta alle ricerche del suo proprietario, gli orologi si trovarono d'accordo, mio suocero baciò una volta noi melanconicamente, diede una dozzina di baci tremendi alla _sua_ creatura, e uscì di casa rassegnato. E non perdette la corsa, anzi giunse alla stazione cinque buoni minuti prima della chiusura degli sportelli. Mi parve veramente che si rammaricasse di aver fatto male i suoi conti e d'essere giunto troppo presto; però non lo disse. E come credete che egli spendesse il tempo prezioso che gli era rimasto? Ve la do in mille.

— Ragazzo mio — mi disse solennemente — ragazzo mio, _te lo raccomando_.

Misericordie celesti!

Io fui così sbigottito da chiedere: — Chi? — mentre avevo inteso benissimo, ed egli ebbe la incredibile faccia tosta di guardar prima l'orologio, poi di tirare innanzi due buoni minuti a raccomandarmi di averne cura, di non lasciarlo costipare esponendolo all'aria fredda, di aver pazienza, di fargli delle carezze, perchè i bimbi hanno bisogno di carezze, di dargli ogni tanto un cucchiaino di sciroppo di cicoria, e per poco non aggiunse «di volergli bene».

Io lo guardava a bocca aperta; un impiegato gli gridava nelle orecchie: «Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!», ed egli, imperterrito, data un'altra guardatina all'orologio, tornava da capo.

Sissignori, tornava da capo a raccomandarmi, a raccomandare proprio a me, d'aver pazienza con mio figlio, di far delle carezze a mio figlio, perchè i bambini ne hanno bisogno, e di non esporre mio figlio all'aria fredda, come se io non aspettassi altro che la partenza del nonno per cavarmi questo capriccio paterno!

— Chi parte per Sesto, Monza, Seregno, Como!

— Va, va — gli dissi spingendolo un tantino — va, altrimenti chiudono e perdi la corsa... Buon viaggio!

Egli mostrò il biglietto alla guardia della sala d'aspetto, e prima d'infilare l'androne, si volse, mi sorrise, sollevò un dito in aria e mi disse:

— Non dimenticare la cicoria!

IV.

L'uomo si avvezza a tutto, dicono i filosofi; ed io che ho dovuto avvezzarmi a tante cose, non istento a ripetere che l'uomo si avvezza a tutto, tranne forse alla colica e al mal di denti, sebbene i filosofi non lo dicano. Ma di quante sono abitudini al mondo, affermo che non ve n'ha una che si pigli più presto di quella d'esser felice. Nè so se convenga argomentarne che la felicità sia lo stato naturale dell'uomo, o che lo stato naturale dell'uomo sia l'infelicità, poichè quando abbiamo una contentezza, l'abitudine ce la scolorisce e la sciupa, e inclino a credere che queste due massime contraddittorie e vane possano essere patrocinate con la stessa eloquenza inutile da un medesimo avvocato; ma ripeto con sicurezza, che non è cosa a cui l'uomo si avvezzi meglio che alla felicità.

Queste idee non mi vengono ora per la prima volta; quando ero padre novellino, avevo altro per il capo. E pure ruminando oggi accanto al fuoco la mia filosofia sconquassata e cercando esempi per puntellarla, uno ne vado a pigliare proprio in quel tempo beato e lontano in cui ero padre novellino.

Sbalordito ancora dalla grandezza dell'appartamento di suo padre, Augusto non attraversava mai le nostre quattro stanze, senza girare intorno gli occhietti sbigottiti; se era avviato a piangere, bastava fargli toccare con mano un candeliere inargentato od un bicchiere, o un vetro della finestra, o una qualsiasi meraviglia che nella confusione gli fosse sfuggita, ed egli subito stava zitto ad ammirare; la sera, quando accendevo il lume, era capace di smettere il suo pasto per contemplare lungamente la misteriosa fiammella che ardeva in casa del babbo; per dir tutto in poche parole, Augusto era venuto al mondo da quindici giorni soltanto, e pure a me pareva di averlo avuto sempre. La sua faccetta rotonda era quella di un vecchio amico d'infanzia, la sua vocina svegliava un'eco nel mio cuore; era di pianto, e sonava dentro di me come una nota allegra; gli occhi suoi attoniti, i dondolamenti del capo, i moti delle gambuccie intolleranti della fasciatura, tutto ciò mi ricordava cose dimenticate, cose a cui non avevo badato abbastanza, cose dolci e belle.

Quei quindici giorni di vita nuova si allargavano stranamente, fino ad invadere tutta la mia vita passata, fino a parermi impossibile l'avere vissuto altrimenti; ero proprio tentato di crederlo: mio figlio ed io ci conoscevamo da un pezzo.

Tante volte, nel mezzo della notte, mi svegliavo sul mio letto da un cattivo sogno in cui non ero più padre, e dopo aver teso l'orecchio per udire la respirazione soave del mio piccolo innocente, mi lasciavo portare senza resistere molto dall'onda dei pensieri, che andavano verso il tempo in cui non ero padre ancora.

Ma mi allontanavo a malincuore; era come se avessi deposto sulla strada il fardello della mia paternità, e potesse passare un ladro e rapirmelo; perciò non lo perdevo di vista, camminavo a ritroso e tornavo indietro ogni tanto; però le memorie tentatrici spesso mi portavano lontano; ritrovavo tutti i miei dolori più acuti, ed erano scioccherie; tutte le mie dolcezze più care, e mi parevano senza sapore; mancava a tutte qualche cosa — mio figlio.

Quanto più lietamente, ripigliato il fardello della mia nuova felicità, io me lo portavo senza sgomento attraverso il labirinto dell'avvenire!

In quel viaggio amoroso, mio figlio pigliava mille aspetti; ora si accontentava di saltare poco più d'un annetto, era slattato appena, moveva i primi passi barcollanti, passava sotto la mensa senza curvarsi e veniva ad appoggiare la testina ricciuta al mio ginocchio; subito dopo era uno studente chiassoso all'università, camminava con un grosso bastone in mano, empiva le strade di Pavia delle sue prodezze notturne, giocava al biliardo e si beccava l'esame di diritto canonico; poi tornava a Milano addottorato _in utroque_, a meravigliare con la sua eloquenza mio suocero, il quale l'avrebbe sempre creduto un ingegnere; proteggeva i pupilli e le vedove — furfantello! — poi s'innamorava d'una bella fanciulla di 18 anni, io dava il consenso e lui se la sposava e mi faceva nonno.

Ed io? Non c'era più verso di sognare per me solo; in ogni mio castello in aria io metteva un castellano — ed era lui. Non mi pareva possibile immaginare la mia clientela, la mia fama d'avvocato, i miei guadagni e i miei risparmi senza quel caro bimbo venuto al mondo due settimane prima.

Io gli metteva un dito nella mano ed egli me lo stringeva con tutte le sue forze, e mi guardava:

— Siamo intesi — dicevo scherzosamente per far sorridere la pallida mamma; e ripetevo dentro di me sul serio, con una saldezza di proposito che mi pareva capace di sfidare il destino: «siamo intesi!... finchè la morte non ci divida!».

V.

Avevo sempre pensato alla morte, e vi pensavo ancora, ma infinitamente meno: il fantasma bieco aveva cominciato a tirarsi indietro dacchè mio figlio era al mondo; già non era più che forma vaporosa nel lontano orizzonte, e a quella distanza non mi faceva paura.

Fino a pochi mesi innanzi avevo avuto mille malanni; ero stato prima tisico, poi apopletico, e in un quarto d'ora più crudele, financo idropico; — la mia Evangelina mi aveva guarito da molti morbi: pur me ne rimaneva qualcuno non confessato, più lento nei suoi effetti, men formidabile della tisi e della idropisia, ma similmente fatale; e mi accadeva tante volte di interrompere a mezzo una ciancia allegra perchè essendosi fatta allusione all'età senile di un Tizio qualunque, io diceva subito fra me e me: «a quell'età non ci arrivo di sicuro».

La mia morte precoce doveva trovarmi preparato; ecco perchè vi pensavo tanto; mi ero anche prefisso di mettere in iscritto le mie ultime volontà; doveva essere un testamento olografo per risparmiare le spese notarili, e se non lo aveva fatto, è perchè i malanni che minavano la mia esistenza facevano la cosa tanto alla sordina da lasciarmi a volte l'illusione che io dovessi campare più di Matusalemme.

Venne mio figlio, e tutte le melanconie mi uscirono dal capo. Mi sentii forte, sano e longevo. Non istentai a persuadermi che l'idropisia dovesse rispettare il babbo d'una creaturina venuta al mondo ieri l'altro, e mi parve che la mia vita si allungasse per lo meno di tutto il tempo necessario a tirar su il mio figliuolo; avevo, a dir poco, vent'anni buoni dinanzi a me. La morte mi concedeva una proroga alla vigilia di presentarmi al tribunale, e non vi fu mai avvocato più felice di averla ottenuta. Mi uscirono dunque dal capo l'idropisia, la tisi, l'apoplessia e perfino il testamento olografo — non avevo io forse un erede legittimo?

Ma poichè la natura umana fa le sue cose per via di compensazione, a volte mi veniva l'idea contraria. A tutti i miei malanni implacabili avevo già opposto una rassegnazione stoica; avevo detto, contando i miei nemici cronici: «Siete in tanti e siete cronici, ma è tutt'uno, non mi farete morire più d'una volta»; — ora invece sentivo bene che il mio stoicismo non mi avrebbe servito a nulla; se non fosse stata la generosità degli avversari che deponevano le armi, non avrei saputo rassegnarmi di sicuro ad andarmene, a lasciar mio figlio, a vivere press'a poco tranquillamente fino all'ora della partenza.

Fra queste idee e le altre, tirati bene i conti, ero proprio felice: mi venivo facendo certe abitudini nuove di cui mi trovavo benone. Volevo bene alla mia casa, e cominciavo a pensare che chi ne possiede una non ha punto bisogno d'andarsene al caffè a leggere la gazzetta ed a spoliticare cogli amici. Uscivo dopo la colazione e dopo il desinare, portando un bacio di Evangelina sulla bocca e una stretta di mano di mio figlio legata all'indice della mano destra; camminavo diritto e fiero, accelerando il passo se vedevo le larghe spalle d'una balia brianzola che portasse in braccio un bimbo, rallentando l'andatura quando l'avevo raggiunta per aver agio di esaminare quel piccino non mio.

E volevo esser giusto, e mi pareva d'esserlo; pure tutti i bimbi che passavano nella via — e non ve n'era mai passati tanti — erano meno belli del mio. Se ne trovavo qualcuno bianco come la neve, biondo e ricciuto come un amore, con due occhioni azzurri, prima mi provavo a darne il merito all'età, poi vedendo proprio che mio figlio non poteva diventare nè bianco come neve, nè biondo, e forse nemmeno ricciuto, non avendo l'esempio in famiglia, finivo col trovare in Augusto qualche cosa di magnifico che l'altro non aveva.

Tutti quei lattanti che invadevano le vie di Milano per godersi il sole di gennaio, mi guardavano curiosamente; a volte erano patiti e mesti, e pure mi sorridevano perchè io gesticolava alle spalle della loro corpulenta nutrice, e tutti, sani ed infermicci, poveri e ricchi, avevano l'aria di dirmi: «Tante cose ad Augusto!».

Accadeva ora più spesso d'una volta, che un omino alto due spanne, spadroneggiando sul marciapiedi, mi si cacciasse fra le gambe e sollevasse la testina a guardarmi, e non si volesse staccare dai miei calzoni, non ostante i consigli d'una mammina rossa dalla vergogna e dalla compiacenza; — il piccolo prepotente non apriva bocca se non per la meraviglia, ma io lo intendevo benissimo; diceva: «Ti conosco, io ti ho visto quando ero piccino, io, l'anno scorso; allora non camminavo ancora, e tu non ti degnavi neppure di guardarmi perchè non eri babbo allora!».

«Bimbo mio, hai ragione, non ero babbo e non pensavo neppure a diventarlo — ecco perchè non badavo ai bimbi; — più vedevo la gente grossa e pettoruta, e più la pigliavo sul serio, e leggendo nella gazzetta le alte astuzie della politica e la profetica filosofia del listino della borsa, ammiravo l'umanità operosa e forte. Ora sì, bimbo mio, ti vedo; e so una cosa che tu non sai: so che tu e i tuoi compagni siete i padroni bisbetici e amorosi di tutta questa gente grossa che lavora a spingere in alto la borsa o a dipanare la politica. E le astuzie finissime, e le grandi imprese degli uomini — te lo dico perchè non m'intendi e non ne puoi abusare — tutte, tutte, non una eccettuata, fanno capo a te. Noi par che si faccia cose grandi, cose enormi (dico noi, per modo di dire, perchè io solo aspetto un cliente che non viene), e invece, bimbo mio, lavoriamo ad allattare voi altri, a tirarvi su felici, almeno contenti; diventiamo ricchi ed avari per voi, ci facciamo un nome onorato per lasciarlo a voi, sudiamo nelle scienze per iscoprire qualche cosa che vi renda più cara la vita, e prepariamo le opere d'arte che ve la facciano parere più bella; e tutto questo e altro con un conforto unico: che le vostre vocette cessino di piangere e ci dicano: bravi! Qualcuno vi dimentica davvero, altri crede di dimenticarvi, ma tutti, e in ogni momento della vita, lavoriamo per voi; quando l'umanità s'immagina di fare le rivoluzioni, le battaglie, le patrie, essa fa una cosa sola sempre: tira su i propri bimbi. Addio, furfantello vezzoso, tu non hai capito un'acca, ma non importa, perchè non hai nemmeno bisogno di capire».

Tornavo a casa, dove mi aspettava la mia festa tranquilla: il bimbo color di rosa, la mammina pallida e sorridente.

VI.

Ma un giorno Augusto piangeva forte, attaccandosi al seno della povera madre, che era più pallida del solito, ed aveva gli occhi rossi.

Mi arrestai sulla soglia, côlto da quello sbigottimento che prepara il cuore a ricevere le sciagure.

— Che cosa è stato? — balbettai.

Evangelina chinò la fronte e guardò con occhi lagrimosi il povero bimbo piangente.

— Che ha? — insistei con più coraggio.

— Non so, non so... — rispose la poveretta, e chinava la fronte per nascondermi le lagrime.

— Che hai?... Che cosa ha Augusto?...

— Io, nulla... — balbettava la povera madre.