Mio figlio!

Part 3

Chapter 34,004 wordsPublic domain

Ringraziai la Provvidenza che in quei salti le aveva risparmiato la caduta in un certo capitolo, dove si parla di certi ferri e del modo di servirsene, con un linguaggio che a suo tempo mi aveva messo i brividi.

Evangelina, avendo confessato il proprio peccato, mi svelò anche la sua intenzione di rileggere con comodo quel libraccio, senza perderne una sillaba; ma io la pregai tanto di rinunziare a quell'idea, che ella si arrese e mi pose fra le braccia il grosso volume. Più tardi lo chiusi a chiave nella scrivania, come un cattivo soggetto.

Qualche giorno dopo quel memorando mattino di maggio, venne mio suocero dalla campagna; gli avevamo dato la strepitosa notizia, ed egli accorreva, lasciando i bacherozzoli, per portarci i consigli della sua esperienza.

A sentir lui, il nascituro _doveva essere_ un maschio, un ingegnere alto e robusto, bruno, con la barba nera, pieno di ingegno; non pretendeva che gli somigliasse nel naso e negli occhi, perchè riconosceva modestamente che in fatto di nasi e di occhi si poteva far meglio; ma infine, se mai... non sarebbe scontento, tutt'altro.

Quando la mia Evangelina sentì parlare della barba nera del suo nascituro, cominciò a ridere e non smise per un pezzo.

La sera però mi chiese:

— E' proprio necessario che sia un maschio?

— Necessario, no...

E non aggiunsi altro per timore d'offendere la mia figliuola, se mai fosse tale.

Rispetto alle sembianze, non andavo d'accordo con mio suocero; il mio piccino io lo voleva biondo, ricciuto e bianco, almeno fino a tanto che non fosse in età di portare i baffi o il cappellino; e mia moglie era della mia opinione.

Quanto all'ingegno poi, se davo fede alla statistica, avevo da starmene contento; perchè, a conti fatti, mio figlio doveva nascere in gennaio e questo pare il mese in cui vengono al mondo i più grandi intelletti dell'umanità. Veramente la cosa mi era parsa stramba, quando l'avevo appresa la prima volta, ma allora mio figlio non era concepito e io poteva beffarmi della statistica.

Non me ne beffavo più ora.

Molte altre cose avevo letto, che mi tornavano in mente, ed altre ne andavo leggendo ogni giorno sulle influenze dirette ed indirette che uomini e cose hanno sui nascituri.

L'esame delle influenze dirette mi lasciava contento; mio padre e mio nonno non andavano soggetti a certe malattie che si chiamano ereditarie; io neppure; altrettanto poteva dire Evangelina, cosicchè nostro figlio si doveva rallegrare che non gli toccherebbe un'eredità di malanni, invece dei quattrini che ci mancavano.

Quanto alle influenze indirette, non seppi resistere alla tentazione di portarmene una favorevole in casa. Quando si è letto in un libro serio che se le donne greche d'oggi hanno i grand'occhi e le belle forme, lo devono a Fidia ed a Prassitele, e che il tipo greco si è conservato in virtù dell'arte ellenica, quando si è letto questo e altro, a un povero padre in erba non rimane scampo; bisogna che egli si faccia amiche le belle arti. Così feci io, al più buon patto possibile. Comprai due copie di capolavori, due puttini di gesso, nudi, grassocci, tondi come amorini; erano veramente la stessa personcina in due diversi momenti della giornata; in uno rideva, perchè aveva preso un uccellino; piangeva all'altro perchè le era scappato. Feci ridere il mio bimbo di gesso in stanza da letto, lo lasciai piangere in salotto; così, in qualunque ora della giornata, o si svegliasse dal sonnellino meridiano, o lavorasse di cucito a preparare le fasce, o ricevesse le amiche, o leggesse nel vano della finestra, la mia Evangelina doveva sempre avere dinanzi agli occhi il suo modello classico.

Passavano i giorni, le settimane e i mesi.

La grossa minaccia che io aveva creduto di fare per celia alla mia Evangelina si veniva compiendo e pareva oramai certo che sarebbe superata dal fatto. Mia moglie, consolata alla meglio dalla sarta, si rassegnava.

Cominciavo a sperare anch'io che mio figlio fosse un maschio, posto che doveva essere un colosso.

Naturalmente non ne dicevo nulla alla mia Evangelina, guardavo con sospetto i camicini che ella preparava con compiacenza, mi parevano soverchiamente piccoli, e lo tenevo per me.

Un giorno, per altro, preso nascostamente uno di codesti indumenti minuscoli, provai a misurarlo al puttino di gesso, a quello che rideva. La cosa non fu facile, ma mi riuscì. La mia statuetta faceva una bizzarra figura così conciata, e non volli privare mia moglie di uno spettacolo curioso. Essa venne e rise, ed io allora notai, senza aver l'aria di insistere, che il camicino mi pareva un po' stretto.

— Per la statua — disse Evangelina, — per lui sarà fin troppo largo; l'ho tenuto più grande del modello.

— Sarà grosso — osservai scherzando.

— Sarà come deve essere — mi rispose rassegnata.

VII.

Nostro figlio era già vivo prima che nascesse; ci consolava, ci migliorava, educando la nostra mente ed il nostro cuore.

Fu da lui che mia moglie apprese come, per quanto possa parere il contrario, sia fredda ed uggiosa la casa in cui non ardono i fornelli, dove non si consuma il sagrifizio del pane e del vino a colazione, a desinare, e magari anche a cena. E fu da lui che io imparai a rifornire il mio bagaglio scientifico, senza disperare della clientela che non veniva.

Egli era savio, dotto, arguto, indulgente e severo; trovava tutte le vie per giungere al nostro cuore; prestava un pensiero occulto a ogni cosa e affinava la nostra mente, tanto da poterlo leggere ed approfondire; egli ci rendeva attenti alla vita che si moveva intorno a noi; ci dava la pietà, la pazienza e la rassegnazione; quando era l'ora ne infondeva il coraggio, la forza e l'audacia. E rese me umile e superbo, come deve essere l'uomo che pensa e sente; parlandoci di sè stesso, obbligandoci a fingercelo dinanzi alla mente in mille modi, nelle diverse età, ad indovinare fin d'allora i suoi futuri bisogni, ci schiuse mille scrigni riposti dove stanno le piccole verità date all'uomo nella vita: e ci fece ricercatori desiderosi della verità grande che si cela.

Sì, nostro figlio era vivo assai prima che nascesse; nè mai amico o parente era penetrato così addentro nell'anima nostra come quel nascituro.

Lo aspettavamo pazienti, con la trepidanza con cui si attenderebbe un vecchio amico morto, al quale fosse concesso di tornare al mondo.

Il solo che non sapesse aspettare con tranquillità era mio suocero.

Nei primi giorni di gennaio egli ci piombò improvvisamente in casa, dicendo: — _Deve_ venire oggi o domani, perchè io non ho tempo da perdere. — Parlava del nipotino, il quale, per obbedienza, la mattina successiva avvisò la mia povera Evangelina della sua venuta.

Fu in casa uno scompiglio silenzioso. Evangelina cominciò col piangere, perchè aveva paura; poi si fece forza, e io la vidi, sbigottito, andare e venire per la casa come un'eroina.

Avevo perduto più di mezza la testa, e mio suocero l'aveva perduta tutta quanta; camminava su e giù per la camera toccando le fasce, i camicini, le pezzuole senza far nulla e credendo in buona fede di darci un aiuto poderoso. Venne la levatrice, venne un'amica zelante, e venne il medico, che doveva rimanere con noi in salotto.

Mi pare che, dopo tutto quel via vai, un silenzio profondo occupasse le nostre povere stanze; ero come smemorato; mio suocero mi veniva ogni tanto innanzi, mi guardava negli occhi senza dirmi nulla: io non istaccava lo sguardo pauroso di dosso al dottore, il quale, indifferente e tranquillo, leggeva un libro che aveva trovato sul tavolino.

Ma quando dalla porta socchiusa ci giunse un gemito straziante, io mi feci così pallido e mio suocero si fece così rosso, che il medico si rizzò, toccò il polso ad entrambi senza averne l'aria e ci pregò d'andare a spasso un quarticino d'ora.

— Che fanno qua tanto tanto?

A noi pareva di far molto; in verità non facevamo nulla; e il medico espresse più chiaro il suo pensiero dicendoci: che «se mai occorresse l'opera sua, saremmo di impiccio».

— Ma non occorrerà?... — chiesi io.

— Non occorrerà di sicuro; però, diano retta, se ne vadano.

Ce ne andammo come due scolari cacciati dal signor maestro.

Giunti sulla via ci arrestammo istintivamente entrambi, mio suocero ed io, ad ascoltare se mai si udisse ancora uno di quei gemiti che ci avevano toccato il cuore. Se l'avessimo udito, saremmo tornati indietro di sicuro. Non si udiva nulla; ci avviammo.

Mio suocero infilò il suo braccio destro nel mio, e sentendo che il cuore mi batteva forte, cominciò a consolarmi a modo suo.

— Sarà un maschio — mi disse.

Io non risposi nulla; ed accelerai il passo verso i bastioni.

La campagna era desolata, gl'ippocastani nudi e coperti di neve, la sabbia dei viali indurita dal gelo. Non vedevo più i bei frutti, nè le formiche operose; faceva un freddo rigido che teneva nascoste tutte le creature; solo qualche passero affamato saltellava qua e là.

A una svolta nota rividi l'acacia che mi aveva trattenuto, e spinsi l'occhio fra i suoi rami spogli, cercando il nido — era scomparso; certamente, dopo d'avere scaldato l'amore d'una famigliuola alata, aveva fatto la gioia di un monello.

Con che sguardo diverso vedevo tutte quelle cose! La mia Evangelina soffriva crudelmente, ed io avrei quasi rinunziato a una felicità che doveva costarle tanti dolori. Mio suocero, dopo di avermi incoraggiato dieci volte dicendomi: — Sarà un maschio! — ebbe un momento di sconforto, e mi disse come parlando a sè stesso: — Se non fosse un maschio!

Io sorrisi, pensando che, fortunatamente, se non era un maschio, doveva essere una femmina.

A un tratto il nonno impaziente voltò le spalle e mi disse con sicurezza:

— Andiamo, a quest'ora è nato.

Ed io sentii un brivido dolce per tutto il corpo.

Camminavano a passi celeri, come se davvero fossimo aspettati.

Entrando nel portone di casa mia ci guardammo in volto; nessuno era là a dirci con lo sguardo la nostra sorte. La portinaia attendeva alle sue faccende in un'altra stanza, e s'affacciò appena appena a guardarci.

Mi pareva che doveva essere informata di tutto; invece, disgraziata! non sapeva nulla.

E vidi uscire dal buco profondo, in cui si erano celati, i cento avversari crudeli ed impotenti d'ogni umana felicità, terrori, sospetti, minaccie di disgrazie orribili...

Mi diedi a correre, salii le scale a precipizio... Ad un tratto mi arrestai, mi volsi ansante, mi buttai nelle braccia di mio suocero.

Avevo udito il grido, che è una nota di paradiso; la vocetta, che è una musica; il pianto, che è una carezza!

LE TRE NUTRICI

I.

In quell'occasione solenne mio suocero perdette assolutamente la misura; appena ebbe udito il grido del neonato, mi afferrò per un braccio, mi guardò con due occhi spiritati, poi si avviò di corsa tirandosi me dietro, come se fossi un padre ribelle, e non volessi saperne di riconoscere la mia prole.

Venni così, impreparato alla gioia, fin sul limitare del nostro nuovo amore; colà mio suocero mi voleva indurre a starlo ad aspettare un momentino di fuori, mentre egli, forte della sua esperienza di nonno, andrebbe ad accertare il sesso; ma si era fatto un po' di rumore, ci avevano uditi di dentro, l'uscio si aprì, e il medico, affacciandosi nel vano, ci disse sottovoce:

— Silenzio... è un maschio!

Volli passare la soglia, ma mio suocero, sempre sregolato nella manifestazione dei suoi sentimenti, mi si avvinghiò al collo con un pretesto d'amplesso e per poco non mi tolse il fiato; poi mi lasciò stare e mi ripetè sottovoce:

— Silenzio... è un bel maschio!

Entrammo.

La mia pallida Evangelina, appena mi vide, mi sorrise dal suo letto, e allungò una mano verso di me; corsi a lei, la baciai sulla fronte, le mormorai sottovoce certe parole strane che intendevamo noi soli; ma nel fare tutto ciò mandavo in giro per la camera uno sguardo indagatore, e tenevo d'occhio mio suocero, un po' per gelosia che egli si impadronisse della mia creaturina prima di me, più per timore che, nel suo entusiasmo di nonno, ne facesse scempio con un bacio enorme o con una carezza smisurata. Io sì, mi sentiva la vocazione, e mi sentiva l'arte di portare in braccio mio figlio!

Ma dov'era mio figlio?

Il nonno impaziente si era accostato in punta di piedi alla culla nuova e tirava su con mille precauzioni un lembo della cortina di mussola. Evangelina lo stava a guardare, sorridendo con malizia: aveva lo stesso sorriso di complicità il medico, lo aveva più ancora la signora Geltrude.

— Dov'è? — chiesi sottovoce.

Evangelina volse verso di me gli occhi pieni d'amore, e sollevando un tantino le lenzuola, mi mostrò al suo fianco un corpicino minuscolo stretto in una fascia candida, con una faccetta rossa nascosta fra i merletti di una cuffia troppo larga.

Lo riconoscevo: era lui, mio figlio!

Appena sentì penetrare sotto le lenzuola l'aria più fredda della camera, egli aprì gli occhi. Lo chiamai per nome «Augusto!» e mi guardò senza stupore: fatto audace, allungai la mano e sentii sotto un mio dito una guancia morbida e vellutata. Mio figlio fu bonino; prese la carezza senza cacciare uno strillo, ed io ne argomentai subito che dovesse avere un'indole paziente e rassegnata.

Non mi saziavo di guardarlo: era tanto bello! Quando finalmente sollevai il capo, facendo ricadere a malincuore il lenzuolo sotto cui mio figlio spariva come se non esistesse, vidi in faccia a me, all'altra sponda del letto, mio nonno, tutt'occhi e bocca per guardare e per ridere alla muta.

— Lo hai contemplato abbastanza? — mi disse. — Ora dàllo qua, che me lo goda anch'io.

E siccome non gli davo retta e facevo il giro del letto per andargli a dire che il nostro Augusto si trovava bene al caldo e che era meglio lasciarvelo, egli allungò le braccia, e con un garbo da far piangere i sassi, ghermì la mia creaturina e se la prese in braccio. Quando gli fui accanto, egli aveva già la sua preda ed andava su e giù per la camera, niente affatto disposto a cederla. Prima lo guardai con un po' di terrore, poi gli andai dietro come un mendicante; da ultimo, vedendo che mio figlio lasciava fare senza piangere, mi arrestai presso ad Evangelina, presi una sua mano nelle mie e sorrisi io pure con lei, col medico e con la signora Geltrude.

La cosa andò bene finchè mio suocero si accontentò di guardare il nipotino, di chiamarlo «gioia, amore» e simili, di sorridergli, di dondolarlo lievemente nelle braccia, di lisciargli le guancie con la punta delle dita; ma quando, vinto dal fascino di quegli occhietti che lo guardavano sbigottiti, sedotto da un sorriso che egli pretendeva di vedere sui labbruzzi rosei, volle dargli un bacio, allora mio figlio gli fece intendere con uno strillo che smettesse, perchè non gli piacevano i baci della gente baffuta. Accorsi subito a proteggerlo, temendo che mio suocero tornasse da capo, ma il povero uomo era contrito e non sapeva che fare per indurre il piccolo disgustato a tacere.

— Dàllo a me — gli dissi solennemente.

E non glielo dissi, ma gli feci intendere che col babbo sarebbe subito stato zitto.

— Dàllo a me — insistei.

Mi guardò in aria di canzonatura e me lo diede.

Fu il caso o una specie di miracolo? Io non vorrei vantarmi, ma mio figlio tacque di repente, apri gli occhietti e me li fissò in faccia estatico.

Sentivo bene che il povero nonno doveva esser mortificato, ma non vedevo nulla in quel momento, fuorchè gli occhietti della mia creatura.

Una risata mi tolse alla contemplazione; non mi mossi neppure; era il nonno che si vendicava. Rise anche il medico, e rise Evangelina, e perfino la signora Geltrude; allora alzai gli occhi.

— Guardati nello specchio — suggerì mio suocero.

Avevo accanto la specchiera di mia moglie, e mi bastò volgere il capo per sentire anch'io la tentazione di corbellarmi. Non avrei mai creduto che vi potesse essere più d'una maniera di portare in braccio la propria prole primogenita, nè sopratutto che ve ne fosse una tanto più burlesca d'ogni altra. Questa appunto avevo scelta. Non ve la starò a descrivere, perchè è indescrivibile come tutte le cose sublimi.

Non importa: mio figlio mi guardava e mi sorrideva — giuro che mi sorrideva — ed io era il babbo più felice di tutto quanto lo stato civile. Per non commettere anch'io lo sproposito di far piangere il mio sangue con un bacio, e per non rinunciare ai miei diritti, ero tentato di mozzarmi i baffi in presenza di tutti o di farmeli mozzare da mio suocero; trovai di meglio, qualche cosa che, se non era un bacio vero e proprio, gli somigliava molto. Con infinite precauzioni mi riuscì d'accostare alla faccetta di Augusto tutte le parti presso a poco liscie del mio viso.

Ossia che il tepore gli ricordasse le sensazioni più dolci della sua vita passata, ossia che il mio naso gli rivelasse le prime dolcezze che lo aspettavano nella vita estrauterina, ad ogni modo _sta in fatto_, come diciamo noi avvocati, che mio figlio trovò quell'amplesso paterno di suo genio. E sfido la parte avversaria a provare il contrario.

La parte avversaria quel giorno era mio suocero, il quale, perchè Augusto non solo si godeva il tepore, ma mi aveva afferrato il naso coi labbruzzi e dondolava la testina, ansimando forte, pretendeva che quelle dimostrazioni erano dirette a tutt'altri che al padre vanaglorioso.

Io lasciava dire.

— Ti piglia per la sua balia — insistè mio suocero — ed è da compatire perchè non ha la pratica. La mia Evangelina appena nata faceva così.

Guardai la mia pallida compagna, che sorrideva nel suo letto, poi il naso di mio suocero, e crollai risolutamente il capo dicendo:

— Non può essere.

Li feci ridere tutti. Perfino la signora Geltrude, la quale andava e veniva in punta di piedi facendo tante cosuccie, prima si arrestò per ridere, poi venne a prendermi di mano la mia creatura con tutto il sussiego di collaboratrice.

— Signora no — le dissi, sfoderando per la prima volta i diritti paterni — mi piace tenermelo ancora un poco, e me lo tengo. Loro ridano se hanno voglia.

Allora quell'eccellente donna andò a prendere in un canto un bicchiere d'acqua tiepida bene inzuccherata, mi accennò di mettermi a sedere dinanzi a un deschetto, vi pose il bicchiere e nel bicchiere immerse una specie di fantoccino di tela che mi cacciò in mano addirittura, dicendo:

— Glielo dia da succhiare.

La stavo a guardare sbalordito della sua disinvoltura; quand'ebbi compreso di che si trattava, mi posi a sedere, accomodai malamente mio figlio sul braccio mancino, e con la mano libera cominciai il mio uffizio di nutrice.

Il pasto di Augusto fu lungo; ogni volta che dovevo immergere il poppatoio nell'acqua inzuccherata, mandavo in giro un'occhiata ammirativa, come per dire: «Che appetito!». E ad uno ad uno, ripetevano tutti: «Che appetito!... e che balia!».

Mio suocero si venne a mettere dietro la mia sedia, appoggiò tranquillamente i gomiti alla spalliera, e stette un pezzo senza parlare; si accontentava di fare a mio figlio dei cenni, delle smorfie e certi suoi sorrisi sgangherati; finalmente, quando Augusto mostrò d'averne abbastanza, gli disse:

— Lo sai, furfantello, che tu succhi da maestro? Chi ti ha insegnato a succhiare così? Non è stata la mamma di sicuro... dunque chi è stato? Non ci vorrai far credere che senza un corso regolare di studi, un uomo mortale, fosse anche un talentone come te, possa venire al mondo per isbalordire suo nonno con la propria dottrina. Dunque chi ti ha insegnato a succhiare così? Ho capito, ho capito... non mi stare a dir altro; è un segreto.

Mio figlio approfittò della licenza, chiuse gli occhietti, piegò la testina per sentire il caldo del mio petto, e si addormentò. Allora, da uomo sicuro del fatto mio, annunziai al nonno incredulo che Augusto era tornato con gli angeli, e lo andai a riporre con infinite precauzioni accanto alla mamma sorridente.

II.

L'uffizio di prima balia di mio figlio durò tre giorni interi, ed io lo tenni scrupolosamente per me fino all'ultima ora, contrastandolo a mio suocero, che ne voleva la sua parte.

Il terzo giorno, all'ora della prima colazione, quando con l'orologio in mano mi feci al capezzale del letto per annunziare a mio figlio che si dava in tavola, che vidi mai?... Vidi commosso, ed allargai le braccia in cui si gettò mio suocero delirante, vidi il nostro angioletto attaccato al seno di sua madre, la quale guardava ora noi ora lui sorridendo. Si stette un pezzo in contemplazione dinanzi a quello spettacolo amoroso, senza timore di dar noia al poppante, che appena appena s'era degnato di alzare il capo per chiedere scusa della licenza alla prima balia.

Estatico dinanzi a quel quadro, quasi non mi avvidi che mio suocero usciva dalle mie braccia come vi era entrato. Egli andò a prendere il deschetto e lo cacciò in un canto, pose il bicchiere dell'acqua inzuccherata sul canterano, ed in tutte le movenze svelte e gioconde mi faceva intendere: «Questi arnesi in avvenire non saranno buoni a nulla, ed io ne sono proprio contento».

Pover'uomo! era geloso; da un pezzo io me ne era accorto. Non gli sembrava vero che mio figlio, il sangue della sua figliuola, dovesse appartenere più a me che a lui. Io mi sentiva pieno d'indulgenza, ma egli ne abusava. E quando, perchè me le faceva più grosse, lo scongiuravo scherzando d'aver riguardo al mio stato di puerperio, egli alzava le mani al soffitto con un atto buffo che non mi faceva ridere, perchè quasi quasi aveva l'aria di esprimere la convinzione che non ci entrassi per nulla e che mio figlio si fosse fatto da sè.

Trovai ben io il mezzo di fargli smettere lo scherzo feroce; finsi di pigliar sul serio quanto diceva per isvilire la mia paternità, anzi andai oltre esagerando e conchiusi:

— Noi diventiamo genitori a buon mercato; i figliuoli nostri ci appartengono appena per quel tanto che ne cedono a noi le loro madri; mio figlio, ne convengo, è più di Evangelina che mio, come Evangelina è più di sua madre buonanima che tua.

Allora mio suocero volle _distinguere_, tale e quale come un avvocato, per provarmi che le figlie sono un'altra cosa.

— Che cosa sono? — insistei.

— Sono un altro paio di maniche — balbettò; ma non seppe dir altro.

Intanto, era venuto per due giorni soli, ne erano passati tre, e non si moveva: lo aspettavano mille faccende, ed egli non sapeva staccarsi dal nipotino.

Finalmente il medico dichiarò che tutto andava benissimo, che Augusto stava a meraviglia, che la puerpera era fuor di pericolo; suggerì una regola severa e non tornò più.

La signora Geltrude venne alcuni giorni ancora, tanto per dar lezioni a Evangelina, la quale faceva prodigi d'intelligenza e di buona volontà, e si veniva formando sotto gli occhi nostri una mammina perfetta.

Da ultimo se ne andò anche la buona signora. Solo mio suocero non se ne andava; aveva messo radici. Pensava spesso alle proprie faccende e diceva: «Chi sa come andranno le cose? Senza di me, qualche diavoleria capiterà di sicuro! Partirò domani; non mi state più a dire di fermarmi perchè sarà inutile!».

Ma il domani noi tornavamo all'assalto, imperterriti entrambi: «Rimani oggi ancora, oggi solo». E il pover'uomo rimaneva quel giorno, e non se ne andava l'altro.

La mattina del venerdì, che aveva proprio fermato di lasciarci, si svegliò di umore bisbetico. Era da compatire, gli capitavano tutte quella mattina.

Pensate. La valigia si trovò, non si sa come, divenuta stretta; i pochi panni che da Monza a Milano avevano viaggiato comodamente, non dovevano avere la stessa fortuna da Milano a Monza. Quando mio suocero, perdendo la pazienza, provava in fretta e furia a stendere sotto quel che aveva steso sopra, poi, per la ventesima volta, chiudeva il coperchio della valigia e ci si metteva su in ginocchio, alzando le mani al cielo, avrebbe impietosito i sassi; ma la valigia era inesorabile. Mancavano sempre due buone dita a poterla chiudere.

— È una stregheria — diceva allora fra i denti — una perfidia; tutta questa robaccia è pur venuta da Monza, o perchè ora non vuol tornare a casa?

Evangelina, che intanto s'era levata da letto, venne sorridendo ad assistere alla scenetta; portava in braccio il piccino, e mi si mise al fianco senza far rumore.