Mio figlio!

Part 19

Chapter 193,763 wordsPublic domain

— L'ultimo suo pensiero di fanciulla è stato per te — cominciai a dire lasciandomi cadere sopra una seggiola, a piedi del letto; — ma il penultimo fu per il babbo, ne sono sicuro, sebbene non sia scritto.

Evangelina temette di scorgere nelle mie parole un'ombra di gelosia, e mi guardò alla sfuggita; io la rassicurai soggiungendo:

— A quest'ora pensa a tutti e due, e quel dabbenuomo di suo marito, perchè la vede sorridere, immagina che abbia dimenticato il babbo e la mamma, la casa e il mondo, per pensare solo ad essere innamorata di lui: tutti così i mariti.

— Angelo caro! — mormorò Evangelina e venne a sedersi in faccia a me, nell'unica seggiola rimasta, al capezzale del letto. Sembrava che visitassimo una cara ammalata, e io ne feci subito l'osservazione.

— Invece visitiamo un'assente: — disse la povera madre; ed era svanita ogni nube dalla sua fronte, e già gli occhi suoi lucevano ricercando, nell'avvenire, la felicità di sua figlia.

— Laurina — entrai a dire con la gravità di un giudice — Laurina è buona, e ha diritto d'essere felice.

— La felicità — rispose mia moglie, abbassando la voce — non è sempre di chi la merita. Vi sono delle anime tanto buone, che paiono venute al mondo per far bella la sventura.

Io dissipai quella idea superstiziosa assicurandole che Laurina, diventando moglie, saprebbe trovare un paio di difetti nel suo sangue paterno... — (O materno — interruppe Evangelina ridendo: e io feci l'aggiunta senza ridere; — o materno)... tanto da meritare il castigo della felicità per sè, per il marito e per i figli nascituri.

— Suo marito è buono — disse Evangelina contenta — è proprio buono.

— Ha un cuore d'oro, e vuol bene a nostra figlia.

— Non vi è pericolo che egli si guasti, come è accaduto a tanti; è un uomo serio... fin troppo... Ecco — prosegui mia moglie trattenuta da quell'idea maligna — se dovessi proprio dire tutto il mio pensiero, mi pare troppo serio...

— Se dovessi dire tutto il mio pensiero — soggiunsi — mi pare anche troppo lungo.

Rise e subito l'idea maligna la lasciò andare.

— La serietà del marito — dissi allora — è un pericolo quando la moglie è frivola, o quando il marito non ha conosciuto il mondo.

— Il dottor Lelli lo ha conosciuto?

— Lo ha conosciuto.

— Come lo sai?

— Me lo diceva lui stesso. A formare l'uomo moralmente sano — mi diceva — devono concorrere alcuni elementi malsani, che si formano e si dissolvono. È press'a poco ciò che il signor De' Liberi, suo rivale, te ne ricordi? chiamava «le curiosità contente dell'uomo maturo pel matrimonio». Salvo che egli aveva avuto troppe curiosità, e per contentarle tutte ci aveva messo del gran tempo.

— E il dottore ti ha confidato?...

— Non mi ha confidato... ma ho capito; ho capito che non è un ingenuo, che sa la sua parte di mondo...

Mia moglie non era soddisfatta; trattandosi del marito di sua figlia, aveva anch'essa una grande curiosità da contentare. Allora mi ricordai d'essere avvocato. Nei momenti difficili dell'arte oratoria, che cosa mai ci salva, se non è la rettorica?

— Bisogna avere bevuto una volta almeno un po' di feccia, per imparare a bever la vita senza intorbidarla.

— Nostro genero ne ha bevuto della feccia?

— Nostro genero ha imparato a vivere.

Evangelina stette un po' in silenzio, e a me parve di poterla abbandonare un istante alle sue fantasticherie, per seguire col pensiero gli sposi che si allontanavano col treno diretto.

A un tratto mia moglie esclamò:

— A quest'ora sono a Codogno, stanno per arrivare a Piacenza.

— Sbagli — dissi; — non possono essere che a Lodi.

— Vediamo l'orario?

— Vediamo l'orario.

E alla povera madre sembrò d'essere ancora avvicinata alla sua creatura, quando, interrogato l'orario, l'ora e il minuto, potè affermare che gli sposi dovevano essere a mezza via tra Casalpusterlengo e Codogno.

— Un po' più che a mezza via — corressi scrupolosamente.

Per tacito accordo, tenendo l'orologio in mano, aspettammo che il treno si fermasse a Codogno; allora ci guardammo in viso senza dubitare della serietà di quell'atto.

— Sono arrivati a Codogno! — disse mia moglie gravemente.

— Non ancora — esclamai con uno scatto che la fece ridere; — il treno è in ritardo di due minuti.

* * *

Cominciò da Codogno il nostro viaggio attraverso l'avvenire dei nostri figli; in quelle terre incognite io veniva innanzi aprendo il passo a mia moglie; e quando l'inquietudine materna faceva spuntare uno sgomento dove il padre ingenuo aveva seminato una speranza, affrettavo l'andatura e volgevo gli occhi a un altro orizzonte. Ma per quanto io facessi, il nostro cielo si oscurava ogni tanto; noi e i figli nostri e i figliuoli dei nostri figli avevamo cento maniere accertate d'essere felici, e una sola di non essere; ma quest'una valeva più di cento, si chiamava l'_ignoto_.

— La felicità non si governa con le leggi delle probabilità — disse ad un certo punto Evangelina.

— Beati gl'infelici! — soggiunsi io tra il serio e il faceto. — Essi possono sperare.

E mia moglie ripetè con un tremito nella voce, e proprio sul serio:

— Beati gl'infelici! Essi possono sperare.

Ma giunse fino a noi un rumore di passi che si avvicinavano. Ci rimase appena il tempo di sorriderci a vicenda per prepararci a sorridere al nonno.

Vidi, abbandonato sulla specchiera, il nastrino azzurro che mia figlia portava al collo la vigilia; me ne impadronii passando e lo cacciai nel taschino del panciotto.

Mia moglie non si avvide di nulla, e io senza sapere perchè, ne fui contento.

— Dov'è Augusto? — domandò Evangelina a suo padre, che entrando nella camera di Laurina sembrava provare qualche cosa di cui egli medesimo si stupiva.

— È di là che studia; quel povero ragazzo non ha in capo che la sua laurea. Già!... — sospirò guardandosi intorno — la gabbietta era graziosa, ma vi mancava il nido, e la rondinella è andata a farselo. Dite un po'; eravate qui a sospirare voi altri?

— Manco per sogno! — proruppi. — Lo sai? Tutto ben esaminato e ponderato, Laurina ha fatto un matrimonio magnifico, e sarà felice e farà felice suo marito.

Mio suocero prese a guardare prima me, poi sua figlia, e di nuovo me con una curiosità corbellatoria.

— Saranno felici — mormorò Evangelina.

— Proprio? — chiese lui con una gran voglia di beffarci; ma non seppe vincersi ed esclamò ingrossando la voce:

— Io vi dico che saranno felici e che avranno dei figliuoli! Questo ve lo dico io: e li avranno presto... almeno uno!

— Maschio? — domandai.

— Non lo so — rispose ingenuamente il povero uomo.

Si capiva che oramai egli era di facile contentatura, e che, pur d'avere un pronipote, non avrebbe guardato al sesso.

III.

Lo dissi un giorno: i nostri figli sono la nostra seconda gioventù, anzi sono la gioventù vera; chi non ha avuto moglie e figliuoli non è stato mai giovane, _tutt'al più_ celibe.

_Tutt'al più_ era detto per celia, il rimanente sul serio, e mia moglie l'aveva inteso alla prima, senza altro commento fuor quello degli avvenimenti della vigilia.

Una mattina era arrivata la prima lettera di Laura sposa; aspettata con ansia, letta con trepidanza, quella lettera, dettata dal nuovo amore di moglie e dal vecchio amore di figlia, ci diceva felicità che noi conoscevamo.

E un altro giorno erano finalmente arrivati gli sposi medesimi, che, con un inganno dolcissimo, ci erano piombati in casa ventiquattro ore prima dell'ora prefissa: quel ritorno non somigliava menomamente a un altro; mancavano gli indifferenti, mancavano i via vai delle carrozze e la voce rauca che gridava le gazzette del giorno innanzi. E pure a me, a Evangelina, e probabilmente anche a mio suocero, ne ricordava un altro: il nostro.

Il nonno non aveva dimenticato la sua parte: egli girava in salotto attorno a Laurina con la stessa curiosità maliziosa con cui venticinque anni prima, alla stazione, aveva fatto arrossire sua figlia. Ecco un'altra porzione del nostro passato che ci veniva restituita.

Poi era venuta l'ora di separarci un'altra volta dai nostri figli, poichè l'università di Pavia voleva il suo professore e il suo studente, e il professore non era disposto a rendere la propria preda.

Mio suocero un po' imbronciato, non così per la partenza dei nipotini, come per non avere ancora potuto fare la minima scoperta sicura nel bagaglio degli sposi — egli diceva propriamente _bagaglio_ — per consolarci dell'abbandono in cui eravamo lasciati, non sapeva far altro che dirci:

— Ora lo dovete intendere che cosa significa avere cuore di padre; quando mi piantavate in Monza per venirvene a Milano, non lo sospettavate neppure... la gran lezione ce la dànno i figli.

Sì, la gran lezione ce la dànno i figli; essi ci ridanno il meglio di noi stessi, ci rivelano i genitori nostri, ci riconducono così fino alla sorgente degli affetti!

* * *

Fu per un po' una gran melanconia.

La nostra casa abbandonata, che ci parlava così forte dei nostri assenti, era come un amico nella desolazione; le volevamo un gran bene, ma la sfuggivamo per istinto. Andavamo volontieri a spasso, Evangelina e io; e ci accadeva di ritrovare per via una traccia perduta dai nostri figli con maggior piacere che a casa.

Gli è che i viali e i cespugli dei giardini si ricordavano allegramente delle nostre creature che avevano conosciuto appena, mentre in casa ogni cantuccio che aveva giocato a rimpiattino con essi, ogni mobile, ogni tenda parlavano dei loro compagni con accento lagrimoso.

Si faceva volontieri della filosofia in quel tempo, anche per consolare il nonno, il quale era scontento di certe notizie contraddittorie che giungevano periodicamente da Pavia, e minacciava ogni tanto di lasciarci per andarsene a stare coi nipoti e farli morire di vergogna.

Si faceva anche il sofisma:

— Che ci manca? — dicevamo. — Non siamo noi propriamente felici? Forse lo siamo troppo ed è ciò che ci offende. Noi possiamo pensare continuamente che ogni antico voto è stato esaudito, e goderci così a tutte le ore lo spettacolo della nostra felicità. Ma ciò soverchia le forze umane. Avremmo bisogno di esser messi a contatto della felicità medesima, perchè l'abitudine ce la scolorisse e ce la rendesse sopportabile, facendo nascere in noi altri desiderii.

E un altro momento, senza badare alla contraddizione, ci trovammo d'accordo a dire:

— Ci manca qualche cosa? Sì, qualche cosa ci manca: ebbene, godiamocelo questo qualche cosa che ci manca, perchè esso fa più sicura e durevole la nostra felicità. Ci vuole un pizzico di desiderio a condire un'esistenza felice.

Il nostro caro vecchio ci lasciava dire, ma crollava il capo. Il pizzico di desiderio egli ce l'aveva, e pure non era felice.

Esagera la dose — si diceva.

E indagando ancora filosoficamente, si venne a concludere che il desiderio puro e semplice non serve se non è corretto da un po' di speranza, e sopratutto se lo inacidisce l'impazienza.

Il povero uomo aveva un desiderio robusto e non gli mancava la speranza; ma era impaziente e guastava ogni cosa.

Non gli si poteva dar torto: procedendo per via d'indagini, Evangelina riusciva ad accertare che il nostro caro vecchio doveva aver passato i... Ma che non vi fosse modo di sapere appuntino quanti anni aveva?

— Molti e troppi — rispondeva lui, scotendoseli dalle spalle; — gli anni sono come i quattrini che i bambini buttano nel salvadanaio; non contandoli più, si moltiplicano.

La nuova amica di casa, la filosofia, mi tirava per la falda dell'abito e mi assicurava che a una certa età io pure sarei ridiventato bambino per non contare più gli anni.

A me pareva d'essere già rassegnato ad invecchiare; ma l'amica mi faceva osservare con malizia che rassegnarsi prima del tempo non è difficile.

IV.

A contentare il nonno, il quale non vedeva l'ora di recarsi a Pavia _per vedere_, e non aveva cuore di abbandonarci, sopraggiunse un avvenimento festoso: la laurea del nostro Augusto.

Io chiesi una dozzina di _rinvii_, dando la posta ai clienti ed agli avversari per la quindicina successiva, e me ne andai a Pavia con la gioia di uno scolaretto in vacanza.

Sapevo che mio figlio aveva scelto a tema della sua tesi la _persona giuridica_ secondo il diritto romano, ed avevo notato con molto piacere che, sapendo le lingue morte come me, aveva nondimeno potuto puntellare tutti i suoi argomenti con citazioni latine, come avevo fatto io al mio tempo.

Una tesi di diritto romano è sempre una tesi rispettata dalla scolaresca, ed anche dai professori, e forse mio figlio l'aveva scelta per questo; ma non per questo solamente. Giudicatene: la _persona giuridica_ richiede anzitutto la persona fisica; e la persona fisica che cosa richiede? Qui nasce baruffa fra i commentatori; vi è chi si accontenta che la creatura umana sia nata viva, e vi è chi la vuole vitale. A ventidue anni Augusto si era fatto delle opinioni salde su questo proposito, e non gli spiaceva di far vedere al mondo che alla vigilia di diventare dottore in _utroque_, non vi è ombra di dubbio, si è già uomini consumati.

Egli mi sbalordì propriamente con la quantità di testi che si era messo in bocca per confondere i contraddittori. Quando io mi provai a fingere l'eloquenza degli avversari e sfoderai la mia citazione irruginita: _Septimo mense nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter auctoritatem Hippocratis doctissimi viri..._ passò un sorriso sulle sue labbra — o dottissimo Ippocrate, quale sorriso! — poi gridò: _distinguo_!

E distinse fra il _perfecte natus_ e il _parto vitale_ con tanta sottigliezza, e invocò in suo aiuto tanti celebri fisiologi ed anatomisti contemporanei, compreso suo cognato presente, che il _doctissimus vir_ fece la più grama delle figure.

Fu anche peggio alla laurea.

Quando mio figlio si sentì addosso la mantellina nera del candidato, quella mantellina stretta e svolazzante, che non copre nulla, che non promette nulla, salvo il ridicolo al laureando il quale per sua sciagura fosse per diventare mutolo; quando Augusto si sentì preso per gli omeri e per il collo da quel desiderio di toga, capì che la sua ora era venuta, s'inchinò dinanzi ai professori senza guardare in faccia a nessuno, ed aspettò di piè fermo la prima botta.

Allora fu visto il professore di diritto canonico dire una parolina all'orecchio del professore di medicina legale, poi salutare il candidato.

«Ci siamo! — pensò un altro dentro di me: il diritto canonico è il rivale del diritto romano; chissà dove andrà a trovare il lato debole? ad ogni modo l'urto sarà tremendo».

— _Septimo mense_ — cominciò il professore masticando le parole a una a una — _nasci perfectum partum videtur jam receptum est propter auctoritatem doctissimi viri Hippocratis..._

Il professore s'interruppe, per assicurarsi che le signore presenti non avevano capito un'acca e per aumentare la propria disinvoltura con una presa di tabacco; dopo di che soggiunse:

— Così sta scritto nei codici; o perchè dunque Ella sostiene che la vitalità non è necessaria alla persona fisica dei Romani?

Udendo l'argomentatore incominciare come avevo incominciato io, capii che mi verrebbe voglia di ridere più tardi; ma non ero ancora rassicurato; temevo che il sussiego del professore facesse perdere la bussola al mio laureando. Egli era là, rigido come un arco teso, pronto a scoccare la sua risposta; guardava davanti a sè, proprio in faccia a Ippocrate, e non mi vedeva.

Aspettando le prime parole di Augusto, le udivo innanzi che gli uscissero di bocca, dimesse e timide, oppure baldanzose e spropositate... Tacevano tutti; — toccava a lui...

Fu un colpo da maestro.

Mio figlio cominciò in latino tale e quale come il professore, e continuando la citazione interrotta, disse:

— «_... et ideo credendum est, eum qui ex justis nuptiis septimo mense natus est, justum filium esse_. — Dunque l'autorità d'Ippocrate — proseguì in lingua volgare rinvigorita da un sorriso di trionfo — è invocata per stabilire la presunta legittimità dei figli, non per determinare la personalità _fisica_...

«Se non che questa _auctoritas doctissimi viri_ — proseguì temendo che non gli si presentasse più l'occasione di confondere Ippocrate (che non gli aveva fatto nulla) — dev'essere accettata _con beneficio d'inventario..._ (il professore di diritto civile sorrise, il professore di medicina legale si dimenò in modo da lasciar intendere a tutti che egli era il più competente a giudicare il valore di quanto il candidato stava per dire) — giacchè la fisiologia moderna e la benefica medicina legale (furbone!) hanno stabilito che la persona fisica può essere perfetta anche prima del termine prefisso da Ippocrate.

«Basti ricordare — proseguì Augusto con una eloquenza crescente — il caso di Fortunato Licetti, il quale, nato dopo quattro mesi e mezzo di gestazione, morì a ottant'anni. Forse che per i Romani Fortunato Licetti non sarebbe stato un uomo?»

Il professore di diritto canonico rispose, dandogli torto, ci s'intende, con dell'altro latino; col sorriso gli dava tutte le ragioni: all'ultimo gli rivolse un cenno di approvazione con la mano, e tacque.

Fu la volta del professore di diritto civile, il quale cominciò in italiano, col latino alle spalle:

— «Ella ha sostenuto fin qui che la persona giuridica non richiede la vitalità, ma solo che la creatura umana sia nata viva: io vado più in là, e sostengo che non richiede neppure la nascita, ma si accontenta del concepimento...»

« — _Nasciturus pro jam natur abetur_» — interruppe mio figlio.

Egli commetteva un'imprudenza togliendo di bocca al suo professore la citazione latina; ma non se n'ebbe a pentire, perchè il professore ne aveva in serbo altre dieci e le mise innanzi pacatamente, cercando di confondere le idee del candidato. Allora mio figlio invocò un altro testo: «_ventri tutor dari non potest, curator potest_» — e il professore rimase contento.

Così passando incolume dall'uno all'altro avversario, il laureando si coprì di gloria; e quando fu proclamato che Augusto Placidi figlio di Epaminonda era dottore in _utroque_, molti mi vennero a dire che l'_aula magna_ non vedeva spesso trionfi simili.

La modestia in quel momento solenne non mi abbandonò del tutto, ma mi toccò fare una gran fatica per trattenerla. Mio suocero invece si vantava; diceva a quanti lo volevano intendere: _è di razza_.

In mezzo a quell'onda di compiacenza, un'idea gli oscurava il volto ogni tanto; e appena giunto a casa egli si piantò solennemente in faccia a Laurina per dirle:

— Abbraccia tuo fratello, che ha parlato latino come un messale, e domandagli che ti spieghi con suo comodo il casetto di Fortunato Licetti.

— Che casetto?

— Domandalo a lui — e soggiunse guardando al soffitto: — quattro mesi e mezzo possono bastare, ma questa disgraziata ha preso marito per giocare con la bambola!

Io feci osservare timidamente che Fortunato Licetti era un fenomeno, ma egli crollò le spalle.

Per avere un pronipote avrebbe accettato anche un fenomeno!

V.

Nell'autunno successivo mio suocero ammalò. Una mattina, dopo aver fatto la sua passeggiata solita, sentendo che le gambe lo reggevano male, si era rimesso a letto.

— Non vi spaventate — disse appena ci vide entrare nella sua stanza — è una costipazione; appena me la sono sentita venire addosso, ho detto: è una costipazione — e siccome non voglio che pigli possesso di questa vecchia carcassa che mi serve benissimo, sono tornato a letto. È una giornata fredda, soffia un po' di tramontana; guardatevi voi pure. Evangelina, sei ben coperta?

Egli cercava di sviare l'inquietudine dei suoi figli, e noi fingemmo di pigliare la cosa allegramente per non lasciargli scorgere il nostro affanno.

— Hai fatto bene — dissi — è forse inutile chiamare il medico, perchè si capisce che è una cosa da nulla, ma in ogni modo...

Protestò che di medici non ne voleva sapere, che non aveva mai avuto fiducia nelle medicine.

— Stai meglio ora? — gli domandò Evangelina.

— Sto benone — rispose battendo i denti.

Venne il medico; avvertito da noi che probabilmente sarebbe accolto male, entrò nella camera dell'ammalato in punta di piedi.

— Se non mi vuole me ne vado — disse stando all'uscio; — vedo già di che si tratta, è una cosa da nulla; con quella faccia si seppellisce il medico — aggiunse volgendosi a noi.

Ciò detto entrò; e il povero vecchio non trovò modo di andare in collera; fors'anche, poichè le apparenze erano salve, poichè non si recava offesa a quel decoro che egli metteva nell'essere sempre sano, non gli spiaceva sentir l'opinione della scienza, e si offrì all'esame del dottore con sufficiente rassegnazione.

Il medico toccò il polso e la fronte, e fece un gesto di approvazione; guardò la lingua e si mostrò contento; ascoltò il petto e le spalle e parve soddisfatto.

— Quanto a polmoni — disse mio suocero con un'ombra di compiacenza — sto benone, ma mi sento stanco, ecco, ho bisogno di riposo.

Il medico gli diede ragione, l'aiutò ad adagiarsi nel letto e gli tirò le coltri sul petto, raccomandandogli di star coperto.

Gli parlava come a un bambino; non ancora rassicurati, noi trattenevamo il respiro.

— Le scriverò una pozione calmante — disse il dottore; — ne dovrà pigliare una buona cucchiaiata ogni ora.

— Purchè non sia troppo dolce.

— Non sarà troppo dolce.

— Non stia a dire a quei ragazzi — raccomandò l'ammalato — che io sono in fil di vita; sarebbero capaci di crederlo.

Il medico rise, e noi facemmo eco nell'uscire.

— Ebbene? — domandai.

— La cosa non pare gravissima per sè, ma può diventarlo per l'età. Quanti anni ha?

— Quanti anni ha? — domandai a Evangelina.

— Non lo sa nemmeno sua figlia; se è necessario possiamo... (il medico accennò che non era necessario); — deve però aver passato i settanta.

— Speriamo — concluse il medico; — stasera avrà la febbre, ritornerò domani; bisogna prepararlo a ricevere le mie visite, e fargli pigliare le medicine.

Accompagnai il medico fin sull'uscio di casa. All'idea della sventura mi sentivo venire un gran coraggio: pensavo ad Evangelina.

Essa era già al capezzale del padre, il quale batteva i denti e cercava di leggerle negli occhi la sentenza del medico.

— Ha detto che sono spacciato, non è vero? Non gli date retta.

Evangelina ebbe la forza di ridere.

* * *

La malattia andò peggiorando, ed io che a ogni visita veniva leggendo sulla faccia del medico, il quarto giorno vi lessi che rimaneva poca speranza di conservarci il caro vecchio.

Si parlò d'un consulto, e fu fatto accorrere con un telegramma il dottor Lelli, nostro genero. Lo accompagnava Laurina, alla quale pochi mesi di matrimonio avevano dato tutta l'apparenza d'una donna fatta.

Il nonno che stentava a respirare e parlava con affanno, vedendola cadere come un fiore al suo capezzale, trovò ancora un accento sonoro per esclamare un _oh!_ di gioia: e perchè Laurina, nel vederlo soffrir tanto, si oscurò in volto e fu tentata di piangere.

— Sorridi — disse — mi fa bene.

— Nonno mio! Nonno mio! come ti senti?

— Ora sto benone — rispose l'infermo, e abbandonò sul guanciale la testa stanca dalla febbre.

— Dov'è tuo fratello?

Laurina si volse a domandarcelo con un'occhiata.

— A Pisa — risposi; — di là andrà a Firenze, a Roma e a Napoli. Ha voluto vedere l'Italia, un dottore in utroque è nel suo diritto. Gli scriveremo...

Accennò col capo che non era necessario; stette in silenzio, come per raccogliere un po' di forza, ma senza abbandonare la mano di Laura, poi disse forte:

— Sei venuta per portarmi la buona notizia?

Laura interrogò il marito con un'occhiata, appoggiò le labbra all'orecchio dell'infermo, e noi vedemmo la faccia del nonno trasfigurata dalla gioia.

Non disse nulla, chiuse gli occhi per assaporare la nuova felicità, e non lasciò andare la mano di Laurina.

— Come ti senti? — domandò Laura, quando egli finalmente si decise a riaprire gli occhi.

— Sto bene, licenziate i medici — mormorò con voce spenta; e parve addormentarsi.