Part 18
— Mi pareva d'avertela data per bendare quel signore lungo, nel _cotillon_...
— Sì, ma te l'ho restituita...
— È vero; to', eccola... l'ho trovata! — disse mio suocero dopo aver frugato in tutte le tasche.
Laura continuava a frugare anch'essa, sebbene il nonno le ripetesse che era inutile...
— È strano! — disse Laurina — non trovo più la mia; l'ho perduta.
— La troverai — dissi io — non sbottonare il soprabito; fa freddo... ti puoi buscare qualche malanno.
— Non la troverà mai più — mormorò mio suocero al mio orecchio — gliel'ha rubata...
— Chi?
— Il signor Paolo; l'ho visto con questi due occhi cogliere il momento in cui Laura aveva deposto la pezzuola sul pianoforte, impadronirsene facendo lo sbadato, guardarsi intorno, fingere di asciugarsi il sudore, per baciarla, e cacciarsela in tasca; dopo di che si è fatto così pallido, che io sono corso ad offrirgli un po' di vino bianco...
— Sei un pochino sbadata — diceva intanto la mamma: — tu perdi sempre qualche cosa... anche l'altro giorno perdesti un guanto.
— L'avrò lasciata in casa del Cavaliere; si troverà.
— Così dicevi del guanto... e non si è trovato...
Al lume di un lampione io vidi che mio suocero era gongolante.
— Anche il guanto!
— Crederesti?
— Tu ne dubiti? È sempre lui il ladro.
— Ma quel tuo signor Paolo è un malfattore.
— Sarà benissimo; gl'innamorati timidi sono capaci di tutto.
— E Laura?
— Laura non sa ancora nulla, ne sono sicuro; a suo tempo si innamorerà anch'essa, e li sposeremo. Mi sono informato: il signor Paolo è un partito eccellente; sua madre non è molto ricca, ma non ha altri figli; lui è ingegnere meccanico, studia, lavora e guadagna; si sta facendo il nido, m'hanno detto...
Zitti! Eravamo giunti alla porta di casa.
* * *
Il domani Laura mi parve un po' più mesta del solito, ma non ne ebbi sgomento.
«Succede sempre così — pensai. — In fondo al calice d'ogni allegria è un po' d'amaro: bisogna imparare a bere, bisogna avvezzarsi alla vita».
Non era di questa opinione il nonno.
— Quel mariuolo ha parlato, ovverossia ha fatto parlare il pianoforte; egli ha toccato il tasto che significa _segreto amore_; e Laura l'ha capito a volo: perciò è mesta. Niente di male; li sposeremo un po' più presto. Quanto a me mi rassegno a darle marito senza che sappia la storia moderna. Non ha forse studiato un po' di chimica? Ebbene io sostengo che per mettere al mondo dei figliuoli basta un po' di chimica.
Era l'impazienza che lo faceva parlare così.
Tornati in casa del Cavaliere, dopo molte raccomandazioni a Laurina di non perdere un'altra pezzuola, e tenuto d'occhio il signor Paolo, si fece bensì palese a Evangelina e a me che egli era l'innamorato, e perciò il ladro del guanto e del fazzoletto, ma acquistammo pure la convinzione che Laura non era informata di nulla. E mentre essa guardava il signor Paolo in faccia, gettandogli in cuore il turbamento, senza saperlo, pareva perfino impossibile che un giorno potessero trovarsi legati l'uno all'altra per sempre.
— Lasciamoli fare — consigliava mio suocero; — s'intenderanno.
— S'egli non parla, non s'intenderanno in sempiterno.
Non vi era pericolo che _egli_ parlasse. Era diventato maestro nell'arte di toccare tutto ciò che Laura aveva toccato, di rubarle i mazzolini e gli spilli, di seguirla da lontano con gli occhi, fingendo di leggere la gazzetta; da vicino non osava neppure guardarla.
Costretto a mettersi al pianoforte, toccava il solito tasto del segreto amore e successivamente quelli dell'amore ardente, dell'amore disperato; ma dite un po' se riuscì a mio suocero d'indurlo a sonare un pezzo a quattro mani con mia figlia! Ne moriva di voglia, ma non vi fu verso; si dichiarava incapace, e all'ultimo, non sapendo come schermirsi, si raccomandava... a chi? al signor De' Liberi, il quale non si faceva pregare.
Il signor De' Liberi sì che sonava a quattro mani con mia figlia! Egli pigliava anche delle libertà innocenti, quella, per esempio, di darle dei colpetti sulla mano sinistra per farla ridere, o d'andare a toccare una nota acuta che non era scritta sulla musica, passando audacemente sopra tutte e due le mani di Laurina.
E che faceva il disgraziato Paolo? Lo incoraggiava, gli diceva _bravo_ e _bravissimo_ (non osava dir _bravissima_ e nemmeno _brava_), voltava le pagine ed era felice.
Per arrivare a Laurina — disgraziato! — egli pigliava proprio la via più lunga: si attaccava istintivamente al signor De' Liberi.
Quando non era il primo a ridere delle arguzie del vecchio rivale, perchè troppo tardi aveva sollevato il capo dalla gazzetta, era lui che nel coro delle risate metteva la nota robusta.
Se per disgrazia qualche motto saporito del signor De' Liberi, giungendo in mal punto, era caduto a terra senza che alcuno se ne avvedesse, chi pensava a raccoglierlo? chi chiamava l'attenzione del prossimo, sperando che il signor De' Liberi lo ripetesse? e quando il vecchio astuto non si voleva arrendere, chi si pigliava la parte goffa di ripetere la frasetta arguta di un altro? Sempre il signor Paolo.
Si può bene immaginare che di quel passo egli non avanzava gran fatto incontro alla sposa; ma, vedendo il vecchio amico suo in tanta dimestichezza con la fanciulla amata, a lui pareva di far loro cammino.
— Quel povero giovane — mi faceva osservare mio suocero — è capace di pigliare a confidente delle proprie pene suo rivale. Bisogna farla finita; invitalo a venire a casa il sabato...
— L'ho già invitato: verrà il prossimo sabato; me l'ha promesso.
Lo aspettammo, e non venne. Si seppe più tardi che egli aveva accompagnato fin sull'uscio il signor De' Liberi, ma che col pretesto d'una emicrania non aveva voluto salire le scale.
Mio suocero, senza dirmi nulla, mi trasse in una camera lontana; ci ponemmo in osservazione dietro i vetri d'una finestra, al buio. Stando zitti non si tardò ad udire sul marciapiedi dirimpetto un passo regolare e lento; poi alla luce d'un lampione vedemmo passare il signor Paolo.
— Disgraziato! — gli gridammo insieme.
Mio suocero ebbe l'istinto di avventarglisi, e picchiò della fronte nella vetrata.
E giunse fino a noi la voce allegra del pianoforte, che cantava vittoria in sala, sotto le dita nervose del signor De' Liberi.
X.
Una sera, entrando in casa del Cavaliere, mi sentii tirare per la manica in anticamera.
— Ho bisogno di parlarle — mi disse il Cavaliere.
— Agli ordini suoi — risposi.
Ma il Cavaliere era prima di tutto agli ordini di mia moglie e di mia figlia, per aiutarle a deporre il manicotto, lo sciallo e il cappello; altri gravi uffici lo attendevano in sala, offrire un complimento alle signore, una seggiola a chi stava ritto, un argomento di conversazione ai taciturni; dimodochè, dopo aver svegliata la mia curiosità, mi obbligò a tenermela insoddisfatta per più d'un'ora. Me ne chiese più tardi mille scuse, e, dopo essersi assicurato ancora una volta che tutto andava benino, che la conversazione era animata, che le ragazze facevano cerchio intorno al signor De' Liberi, e che il pianoforte gemeva per virtù del signor Paolo, cominciò così:
— Ho una missione delicata da compiere presso di lei... le chiedo scusa fin d'ora, io non ne ho colpa...
L'esordio prometteva un cattivo cliente. Sorrisi per incoraggiare la confidenza e stetti ad ascoltare il resto.
— Si ricorda d'aver visto in casa mia il dottor Lelli, un medico di reggimento, un giovane pieno d'ingegno...
— L'avrò veduto, ma non me ne ricordo...
— Venne in casa mia una volta sola, di passaggio; andava a Pavia per concorrere ad una cattedra operativa... ha poi vinto il concorso e lascerà il reggimento... non ha che ventinove anni...
Il disordine con cui il Cavaliere mi veniva descrivendo il dottor Lelli prometteva non un cliente buono o cattivo, ma un marito per Laurina. Cercai mio suocero cogli occhi; egli era là alle spalle del signor Paolo che aveva messo al pianoforte, e gli voltava le pagine della musica.
Il signor Paolo sonava una nota romanza scelta da lui non senza malizia; le parole che egli si guardava bene dal pronunziare, esprimevano appunto lo stato d'animo d'un giovanotto senza giudizio, il quale vorrebbe dire tante cose alla innamorata, e non osa, e si raccomanda successivamente alle quattro stagioni dell'anno e ai quattro elementi perchè vadano a fare la difficile ambasciata.
Il dottor Lelli era stato più pratico.
— È un caro giovane — proseguì il Cavaliere — figlio d'un mio antico compagno d'armi, rimase orfano a venti anni e deve il proprio stato a se stesso; non già che sia senza un soldo; ha anzi un piccolo patrimonio... Ma dunque non si ricorda proprio d'averlo visto, un bel giovane alto?...
— Molto alto?
— Sì molto alto... ma non troppo... una magnifica statura...
— Bruno?
— Baffi neri e capelli neri, occhi dolci...
— Mi pare di ricordarmelo; ed è dottore di reggimento?
— Era dottore di reggimento fino a ieri l'altro; ora è professore all'Università di Pavia.
— Ebbene? — chiesi.
— Ebbene, quel povero giovane ha visto la sua Laurina, ha ballato con essa, se n'è innamorato... e vorrebbe sposarla! Ho detto.
Aura di maggio tepida Le parla al cor commosso, Svela l'occulto palpito Ch'io dir non posso,
canticchiava il signor De' Liberi in tono minore, e tutte le ragazze erano attente ad ascoltarlo.
— Possibile! — dissi — una sera è bastata...
— Sono bastate poche ore; a queste cose devono bastare pochi minuti — sentenziò il Cavaliere; — mi scrive una lunga lettera che le farò leggere se permette.
(A questo punto troncò la frase e si precipitò a raccogliere il ventaglio caduto ad Evangelina).
— Io non so dare consigli ad una faccenda così grave — proseguì tornato al mio fianco — mi accontento di esporre i fatti. Il dottor Lelli è giovane, robusto, studioso, ha uno stato che deve al proprio ingegno; farà certamente felice la donna che...
— Laura è proprio una fanciulla — osservai — ha diciassette anni.
— I diciassette anni della sposa non hanno mai guastato un buon matrimonio.
Questa era anche l'opinione del signor De' Liberi, il quale, non vedendo la nube che oscurava il suo orizzonte matrimoniale, cantava, dando delle occhiate a mia figlia:
Estivo sol, che al gelido Labbro non dài calore. Tu la segreta illumina Ansia del core!
E il signor Paolo accompagnava tutto questo!
Feci un cenno a mio suocero ed egli accorse; protetti dal chiasso vocale ed istrumentale, ci mettemmo d'accordo così: il dottor Lelli verrebbe a far visita al Cavaliere; noi ci troveremmo _per caso_ in un dato giorno, e quando il candidato piacesse a mia figlia...
E _dille_, cantò il vecchio pazzo:
E dille, o melanconica Stagion dell'anno estrema, L'amor che, in petto indocile, Sul labbro trema.
Fu un subisso d'applausi; dopo di che il signor De' Liberi dichiarò che il protagonista della canzonetta era un imbecille; che le stagioni dell'anno non servono per dire a una bella ragazza che le si vuol bene, se non si ha la lingua in bocca...
— O negli occhi — soggiunse bersagliando mia figlia.
Si scostò dal pianoforte e venne difilato incontro a noi.
Io credo che fiutasse il pericolo.
— I tempi si fanno brutti — sospirò mio suocero; — il commercio ch'è il termometro, il vero termometro, ci avverte...
Non vi starò a dire di che cosa il commercio ci avvertisse per bocca di mio suocero.
XI.
Vi era da tare una cosa difficile: informare Laurina, perchè, trovandosi poi col dottor Lelli, si desse la briga di guardarlo e di dichiararci se le piaceva o no. Questa parte spettava di diritto a Evangelina, e la povera madre non si sapeva decidere, e vedeva delle difficoltà.
— Sarebbe quasi meglio che non sapesse nulla — diceva: — non ci perderà la sua disinvoltura di fanciulla...
— Ma corre il rischio — opponeva il nonno — di trovarsi quasi sposata senza sapere com'è fatto il naso dello sposo.
Evangelina non si spaventava di questo pericolo.
— Una ragazza — asseriva essa — vede sempre un giovanotto, anche se non lo guarda.
— Laura! — chiamai per troncare ogni titubanza, e la piccina che non era molto lontana, accorse innanzi al domestico tribunale.
Al primo vederla, acquistai la coscienza che non avevamo nulla di nuovo da dirle.
— Questa briccona sa tutto! — osservai forte.
Laura si fece rossa in viso, ma protestò che non sapeva nulla.
— Quand'è così, avvicinati — e le presi le due mani perchè non mi fuggisse. — Vi è un signore lungo lungo che ti vuol bene, che ti vorrebbe sposare; ma egli è troppo lungo e tu sei troppo bambina; quel signore non mai finito è un dottore, e si chiama Lelli; tu hai ballato con lui l'altra sera, e non te ne ricordi di sicuro, non sai se ti piaccia o non ti piaccia...
Approfittò d'un momento che allentai la stretta per isprigionarsi e fuggire piangendo.
Sua madre le andò dietro.
* * *
Recandomi in casa del Cavaliere per il noto colloquio, eravamo tutti un po' impacciati, ma meno di tutti Laurina.
Essa si stringeva al braccio della mamma e sorrideva; si sentiva donna, e questo sentimento nuovo era una forza.
Quanto a me, non mi ero mai sentito così minchione.
Il cavaliere ci vide da lontano e ci venne incontro; il giovane dottore stava ritto in fondo, ma gli occhi suoi e quelli di Laurina s'incontrarono subito e dissero: «per tutta la vita!»
Non fu la desolazione che io aveva temuto; feci il disinvolto senza avvedermene, e quando me ne avvidi non mi stupì niente affatto.
— Il dottor Lelli, figlio d'un mio ottimo amico — disse il Cavaliere.
— Ci conosciamo! — gridò mio suocero.
Intanto la signora Amalia, non dimenticando la scenetta combinata col marito, dichiarò senza batter ciglio che non si aspettava la nostra visita. Questa bugia enorme ne suggerì un'altra a mia moglie.
— Volevamo andare a teatro e vi abbiamo rinunciato all'ultimo momento.
Il dottor Lelli ci salutò ad uno ad uno con molta gravità.
— Signorina... — balbettò in ultimo, pigliando la mano di mia figlia.
Egli non soggiunse altro, ed essa non aprì bocca.
* * *
— A primavera le nozze — sentenziò più tardi mio suocero; — intanto Laurina non andrà a scuola, e prometterà solennemente al babbo di studiare la storia moderna in casa; fino a primavera silenzio con tutti!
— Silenzio!
Era cosa giurata.
Forse perciò il sabato successivo gli amici erano informati di ogni cosa. Chi aveva parlato? Chi era il traditore? Ci guardammo in faccia e ridemmo.
Quel sabato il signor De' Liberi non venne, e per tutta la settimana successiva non si lasciò vedere. Non era ammalato, tutt'altro; sopportava con coraggio la propria sventura e stava benone. Un giorno finalmente ci piombò in casa all'improvviso: era ilare, svelto. Si rallegrò con mia figlia e con noi, strinse la mano dello sposo e ci annunciò le sue nozze future.
— La sposa? — fu chiesto da ognuno; — chi è la sposa?
La sposa era la signorina Alice, compagna di scuola di Laurina.
— È proprio una bambina — esclamò il vecchio pazzo in aria compunta. — Non ha ancora diciotto anni.
— Chi è questa signorina Alice? — mi domandò mio suocero. — Qualche mostriccino in gonnella, spero?
Ohimè, no! la disgraziata era anche bella!
Il signor Paolo, protetto dall'amica notte, fu visto per alcune sere aggirarsi nei dintorni di casa mia, come un'anima di pena; poi se ne tornò al suo cantuccio e ripigliò eroicamente la gazzetta.
NONNO!
I.
Se ne vanno! Ecco Laurina che asciuga in fretta le lagrime e si affaccia allo sportello per darci l'ultimo addio, mentre lui è contento come una pasqua — il mostro! — e continua a sorriderci dal finestrino accanto.
Anche noi continuiamo a sorridere: mio suocero, Evangelina e io, tutti e tre abbiamo messo fuori il nostro lumicino acceso. Ma la luminaria sta per ispegnersi; la locomotiva fischia e sbuffa, il treno si scuote, rincula e si avvia.
Voglio dare un'ultima stretta di mano a mia figlia, e riesco appena a toccarle la punta delle dita, perchè qualcuno mi avverte di tirarmi indietro. Accompagno un po' il visino bianco che si perde nello spazio: poi veggo sventolare la pezzuola che ha asciugato tante lagrime... poi non veggo più nulla, perchè ho anch'io negli occhi qualche lagrima ribelle.
Mi volto: mio suocero e la mia Evangelina, che avevo dimenticato un istante, non sorridono più; la luminaria è spenta.
In questo momento vi è un uomo solo al mondo che sorrida? Sì, ve n'è uno di sicuro, ed è lui, che si porta via la nostra creatura, per sempre.
Io continuo a vederlo nello spazio: Laurina piange in un canto, ed egli si curva per dirle che i compagni di vagone la guardano, poi si volta e sorride.
I compagni di vagone, me ne sono accertato, sono due vecchietti soltanto; essi non hanno avuto paura di assistere alle tenerezze di due sposi che fanno il loro viaggio di nozze, e sono rimasti, mentre un giovinotto e due signore mature fuggivano.
— Avranno buona compagnia — dissi. — Quei vecchietti hanno il biglietto per Parma.
— Viaggeranno meglio da Parma a Firenze — osservò mio suocero, provandosi ad essere malizioso — purchè siano soli.
Allora Augusto, senza dir nulla, diede il braccio a sua madre; ci avviammo.
— È stato un buon pensiero — uscì a dire mio suocero per rompere la monotonia del silenzio — è stato un buon pensiero quello di avvertire gli amici e i conoscenti che non s'incomodassero a portare altri augurii agli sposi fino alla stazione.
— Sì, è stato un buon pensiero — risposi subito.
Mia moglie si voltò un momentino verso di noi, e disse anch'essa:
— Sì, è stato un buon pensiero — dopo di che proseguimmo taciturni fino a casa.
Sulla soglia mio suocero s'impadronì del braccio d'Augusto e gli disse:
— Avvocatino, vieni a spasso con me; mi parlerai dell'università, ma dell'università senza esami, tutta scolaresca e niente professori.
Passò sulle labbra dell'avvocatino in erba un sorriso di ambizione contenta.
— Dove andiamo? — chiese; salutò la mamma e il babbo con un cenno del capo, e si allontanò con molta disinvoltura a braccetto del nonno.
Gli accompagnammo un breve tratto con lo sguardo; parevano due vecchi amici.
* * *
Evangelina non era proprio allegra.
— I nostri figli ci abbandonano — mi disse appena entrati in casa, lasciandosi cadere sopra un canapè. — Noi peniamo tanto a metterli al mondo, a tirarli su, a circondarli d'amore, finchè un giorno ci voltano le spalle per seguire il mondo che li chiama.
Un pensiero press'a poco simile stavo facendo anch'io. Mi ero accorto che Augusto aveva imparato all'università a salutare il babbo e la mamma con un grazioso movimento del capo di sotto in su, quando vi era pericolo di essere colto in flagrante reato di tenerezza filiale; poc'anzi poi avevo notato che, dopo quel saluto molto contegnoso, che doveva dare ai passanti un'idea della sua anticipata virilità, mio figlio aveva tirato diritto, a braccetto del nonno, senza neppure voltarsi. E da dieci minuti, aspettando che io gli badassi, l'avvocato Placidi veniva raccogliendo tutti gli elementi di difesa per patrocinare la causa d'Augusto innanzi al tribunale della mia indulgenza paterna.
Accolsi dunque le parole di mia moglie con un sospiro spontaneo e genuino, che arrivai però in tempo a prolungare esorbitantemente per pigliare il tono della celia.
— Hai proprio ragione — dissi: — i nostri figli ci abbandonano, pigliano marito e partono col treno diretto, oppure, col pretesto di studiare la legge, se ne vanno all'università. E lasciano noi, che abbiamo penato tanto a metterli al mondo...
Non rise, come io sperava, anzi crollò il capo melanconicamente, ed io mi feci serio.
— Hai visto come ci saluta Augusto se qualcuno può vederlo?
— No, non ho visto — risposi; e allora essa mi fece vedere, dicendo:
— Così ha fatto.
Aveva proprio fatto così.
— E non si è neppure voltato!
— To'! — esclamai — perchè volevi che si voltasse? Ci siamo separati sul portone...
Evangelina lesse l'anima mia con un'occhiata pietosa, e crollò ancora il capo dicendo:
— S'egli non ha sentito che gli occhi di suo padre e di sua madre lo accompagnavano, di chi la colpa? Una volta lo sentiva. La colpa è anche nostra — soggiunse; — noi vogliamo che i nostri figli imparino tante cose belle, ma credo che non ci occupiamo abbastanza d'insegnare loro ad amarci.
— L'amore filiale non s'insegna; è un istinto.
— E l'istinto si educa — ribattè mia moglie, che era disposta a sentirsi infelice. — Augusto ci vuol bene, io lo so, ma in pubblico se ne vergogna.
— Distinguo — interruppi; — non si vergogna di volerci bene, solo di dimostrarcelo; egli crede che, per esser uomo quanto vorrebbe, gli bisogni prima di tutto parere; non può sapere ancora che, per parere uomo, basta esserlo. Per affrettare la propria virilità, egli comincia dal romperla pubblicamente con tutte le tenerezze passate. La tenerezza, non è la forza, egli ne è sicuro. Come vedi, è una piccola evoluzione intima, in cui la scuola non entra per nulla. Chi terrebbe cattedra di amor filiale all'università?
Non pretendeva questo nemmeno Evangelina, solo che qualche cosa bisognasse fare.
— Se sulla porta d'una scuola — proposi — s'incidesse per esempio: onora tuo padre e tua madre?
— Ti pare che sarebbe inutile? Io credo di no, dal momento che Augusto, perchè ha ventidue anni, si vergogna di baciare sua madre in pubblico!
— Non si vergognerà fra un anno o due; e poi contentiamoci della sostanza delle cose: io so che tuo figlio ti adora, e mi basta.
— Basta anche a me — disse volgendomi la faccia melanconica; — ma mi sento così sola, ora che quella poveretta è partita...
— Così _sola_! — mormorai, cercando nel suono di questa parola il suo senso arcano — così _sola_.
* * *
Laura non è _sola_ — cominciai lentamente dopo un breve silenzio. — Laura non è _sola_, nè poveretta. Il suo sposo è per lei sua madre, suo padre, suo nonno. Egli è buono, e l'ama. Consoliamoci.
Avevo indovinato il sentimento di Evangelina, la quale mi guardò e mi sorrise.
— Dacchè Laura è partita — mi disse con accento più vivace — ho sempre dinanzi agli occhi la sua cameretta abbandonata; appena entrata in casa, volevo andare a visitarla, me n'è mancata la forza; ora mi ritorna, andiamo.
Mi prese per mano, attraversammo a passo frettoloso le stanze... Eccoci nella cameretta gentile, in cui prima di noi è entrato un raggio di sole.
Ci fermiamo un momento sul limitare, respirando appena, per non far fuggire il caro fantasma che abita ancora quel luogo; poi mia moglie va lentamente a curvarsi sul letticciuolo e nasconde la faccia nel guanciale di sua figlia.
II.
Io guardava con occhio attonito. Le note sembianze di quella cameretta, indifferenti al raggio di sole che penetrava dalla finestra, non mi sorridevano più come una volta. Persino i putti rosei, che avevamo messo a folleggiare sul parato e sulle tende, si lamentavano dell'abbandono.
Vidi spuntare uno stivaletto di sotto una seggiola, e vi fissai l'occhio fantasticando.
Mia moglie non si moveva; io mi avvicinai alla piccola scrivania di Laura, su cui erano sparse poche carte, e istintivamente radunavo le pagine sparse, quando mi fermarono gli occhi alcune parole scritte con mano mal sicura:
«Alla mia cara mamma — dicevano — perchè sappia che l'ultimo mio pensiero di fanciulla è stato per essa».
Leggendo queste due righe, io vedeva mia figlia ritta al mio posto, in abitò di nozze; scriveva coi guanti e in fretta per non farsi aspettare, poi si voltava per guardarsi intorno prima di lasciare per sempre il nido che suo padre e sua madre avevano fatto bello per lei; intanto deponeva la penna sulla scrivania... dov'è la penna? Ma la penna rotolava a terra... Eccola appunto!
— Evangelina! — chiamai con voce commossa. Mia moglie sollevò il capo a guardarmi, e fu indovina.
— Leggi — le dissi; e intanto che essa leggeva, io mi chinai a raccogliere la penna.
— Angelo caro! — mormorò la povera madre contenta.
* * *