Mio figlio!

Part 20

Chapter 203,850 wordsPublic domain

Laura stette lungamente immobile, non osando togliere la propria mano da quella stretta amorosa, finchè il nonno non l'ebbe rallentata. Allora ci venne incontro lacrimando.

— Che cosa gli hai detto? — domandai; e aveva anch'io un filo di speranza dinanzi agli occhi.

— Ho dovuto ingannarlo — rispose Laurina. — Povero nonno!

— Era necessario! — aggiunse mio genero.

— Hai fatto bene! — disse Evangelina.

Convenni anch'io che aveva fatto bene, non potendo far di meglio.

* * *

La medicina di mia figlia parve miracolosa a tutti, quando, dopo due ore di assopimento, la voce del vecchio tuonò nella stanzetta melanconica rompendo il nostro bisbiglio sommesso.

— Laurina! — chiamò egli con accento fermo.

E la buona creatura si affrettò a mettere nelle labbra e negli occhi la menzogna innocente per accorrere al capezzale dell'infermo.

Egli la guardò con una specie di affanno, poi chiese titubando:

— Ho sognato, o è proprio vero?...

— È vero.

— Ragazzi — gridò allora la voce del vecchio rifatta limpida come nei bei tempi — io vi dico che sono guarito, e che domani sarò in piedi; anzi mi leverò subito.

Fece l'atto di mettere una gamba fuori del letto, ma giungemmo in tempo a trattenerlo.

— Capisco — disse dolcemente — non bisogna dar scandalo alle signore; sarà per domani.

Il domani si sentì più debole, e i medici lo trovarono peggiorato, sebbene egli protestasse che si sentiva benone.

Fu per molti giorni una lotta tenace fra la malattia e la volontà del vecchio; quando sembrava soffocato dall'affanno, e lo sgomento ci stringeva il cuore, egli ci toglieva di repente da quel silenzio disperato con una parola baldanzosa: _allegri!_

Poco dopo, la lotta finiva, ed egli riafferrava la vita.

Ma quando la speranza era ritornata in mezzo a noi, e si era tutti intorno al letto porgendo orecchio credulo a ciò che il nostro caro ammalato diceva e a quanto dicevamo noi stessi, un sospiro rantoloso dissipava ogni dolce visione. Ricominciava l'oppressura.

Dopo una notte più travagliata delle precedenti, una mattina, una bella mattina d'ottobre, il vecchio ci chiamò tutti intorno a sè con un cenno del capo. Pareva tranquillo; la serenità d'un'altra vita era discesa sulla sua faccia disfatta.

— Come ti senti? — gli chiesi.

— Bene — rispose; e aggiunse senza amarezza: — ma è finita!

Io volli ridere, Evangelina e Laura vollero piangere, ed egli ci obbligò a guardarlo negli occhi.

— Ho vissuto abbastanza — disse lentamente — non mi posso lamentare; sono stato felice, me ne vado contento...

Poi allungò il braccio con fatica, come cercando qualche cosa.

A uno a uno andammo a mettere la nostra mano nella sua, ed egli ce la strinse debolmente.

Disse a ciascuno di noi una parola affettuosa.

A me disse e non me ne vergogno:

— Tu sei buono!

Disse a sua figlia:

— Tu mi chiuderai gli occhi quando sarò morto; e mi darai un bacio, io lo sentirò ancora.

E disse a Laurina, con un bisbiglio carezzevole che stringeva il cuore:

— Gli parlerai di me, gli insegnerai a volermi un po' di bene.

Ripigliò un po' di forza e chiese:

— Dov'è Augusto?

— A Napoli; gli abbiamo scritto che tu non stai bene... verrà...

— Sto bene — mormorò; — gli direte che...

Non potè soggiungere altro; una specie di sopore cadde sopra di lui e gli troncò le parole.

— Nonno! — gridò Laura stringendo sempre quella mano, imbiancata e ingentilita dalla malattia.

Eravamo curvi sul letto; non piangevamo ancora.

Il vecchio riaprì gli occhi e guardò Laura fissamente.

— Poveretta! — disse, e fu l'ultima parola; le sue labbra si schiusero a sorriderci dall'altra vita.

— Egli sa tutto! — gridò allora mia figlia e si coprì la faccia con le mani.

VI.

Me ne ricordo: mio genero e io pensammo a scegliere una sepoltura all'aperto, e vi piantammo con le nostre mani un rosaio; poi, facendo la scoperta che il nostro caro vecchio era morto a ottant'anni, mi venne in mente il paragone del salvadanaio a cui egli ricorreva per nascondere l'età, e lo continuai dicendo a me stesso: il salvadanaio è spezzato!

Mi ricordo anche d'un passero, che saltellava nel viale del cimitero il giorno della sepoltura, ma non mi sovviene più nulla di quanto accadde nel mio cuore, fino al giorno in cui nella nostra casa addormentata incominciarono a rivivere malinconicamente un desiderio, una speranza, un'idea allegra, e poi a uno a uno i doveri, le ansie, le contentezze, tutto ciò che aveva accompagnato il caro vecchio nella tomba.

Per quello sbigottimento, che lascia la morte quando ci colpisce in una persona cara, ci eravamo sentiti come morti in lui, e allo stesso tempo avevamo avuto lui sempre vivo al nostro fianco. — Eravamo stati per un po' come in aspettazione di qualche cosa, che correggesse l'errore del nostro pensiero melanconico, e riponendo noi dinanzi a noi stessi, ci costringesse a guardare in faccia a un sepolto vivo, e dirgli: «tu sei l'avvenire!»

Fu una lettera di Augusto che ruppe il fascino della tomba recente. Dinanzi all'incanto del golfo di Napoli, egli si sentiva accendere un estro nuovo, e servendosi d'uno stile che non aveva nulla di comune con l'eloquenza del foro, cercava di far intendere ai genitori il proprio entusiasmo, e di tentare il nonno.

«Nonno mio — gli diceva in un proscritto dedicato a lui solo — tu non sei vecchio, tu sei ancora capace di gran cose; eccone qua una: mandami col telegrafo una sola parola, ma questa sia: aspettami, e io ti aspetterò, e passeremo la vita tra Posilippo e Sorrento, chiedendone scusa alla mamma e al babbo che saranno costretti a raggiungerci. Se tu non mandi il telegramma, partirò fra otto giorni».

Allora Evangelina scoppiò in lagrime, e io singhiozzai per consolarla.

Non avevamo voluto che la notizia dolorosa trovasse nostro figlio solo, in un paese non suo, e gli rendesse penoso il lungo viaggio del ritorno; perciò non gli avevamo scritto nulla. Ma mentre prima ci era sembrato di far bene, ora di quel silenzio avevamo rimorso.

— È una cosa crudele — diceva Evangelina — lasciare quel povero ragazzo nell'inganno perchè scriva di queste lettere.

E io ci pensava un po', domandandomi se veramente fosse una cosa crudele e verso chi.

Evangelina asciugò le lacrime, andò a sedere affannata alla scrivania, e sul primo biglietto di carta capitatole scrisse rapidamente a suo figlio. Io lasciai fare continuando a domandarmi se il nostro silenzio fosse stato una crudeltà, e se quelle linee nere che Evangelina veniva schierando in colonna con mano tremante, fossero l'atto pietoso che doveva correggerla.

Quando Evangelina ebbe colmato in breve la prima facciata, voltò il foglio per proseguire, ma lo trovò scritto in magnifico rondo da uno scrivano dell'avvocato Volli, mio avversario nella quistione di un prato irrigatorio, e sottoscritto con uno sgorbio dell'avvocato medesimo. Allora mia moglie si arrestò come ad un segnale convenuto; depose la penna tranquillamente, e mi disse che forse era meglio continuare a tacere fino al ritorno di Augusto.

— Sì, è meglio — dissi.

— Però gli scriverai che venga; se si potesse prepararlo senza fargli male?...

«Figlio caro — scrissi subito, sopra un altro foglio, dopo essermi assicurato che nè l'avvocato Volli, nè altri mi sarebbe venuto a interrompere — prima d'ogni altra cosa, sappi che il nonno è un po' ammalato, e che alla sua età lo possiamo perdere da un momento all'altro...».

A questo punto però mi arrestai; mi pareva che se il caro vecchio fosse stato vivo, non avrei scritto a quel modo...

Ma, per preparare nostro figlio senza farlo soffrire, non vi era altro. Ripigliai a scrivere più lentamente, pesando le parole; Evangelina leggeva stando dietro la mia seggiola e diceva ogni tanto benissimo, quando la porta si aprì alle nostre spalle e apparve il dottor Lelli, mio genero.

Quell'apparizione improvvisa mi fece balenare alla mente due idee.

— Disgrazie!

— Niente affatto — diss'egli sorridendo senza l'entusiasmo che avrei voluto. E l'altra idea si nascose.

— Augusto — proseguì — arriverà domani.

— Domani! se scrive a noi che arriverà fra otto giorni!

— Arriverà domani o stasera — insistè mio genero.

— È arrivato! — balbettai...

— È di là — esclamò la madre.

Era più vicino ancora, proprio dietro l'uscio, e appena Evangelina volle andare di là, si sentì stretta da due braccia poderose.

Una melanconia profonda correggeva la gioia di Augusto.

— Come mai?... — chiesi. Ed egli mi rispose:

— È stata una lettera di mia sorella; ho indovinato tutto; non ho potuto rimanere lontano da casa nel momento del dolore.

Non disse altro; volle visitare la cameretta abbandonata dal nonno, e stette lungamente a guardare un ritratto del vecchio; poi si avviò, per fargli visita, al cimitero.

Faceva tutto ciò con gravità insolita; e io compresi che il primo dolore della sua vita maturava a un tratto tutta la parte di lui che sarebbe rimasta acerba chi sa quanto.

Mio figlio è uomo.

VII.

Non è uomo soltanto, è anche avvocato.

Un bel giorno fece la sua domanda in carta bollata, e saltò bravamente l'ultimo fossatello che lo separava dalla curia, giurando nelle mani del consigliere Longhi, mio buon amico, di essere il campione della vedova e del pupillo, tale e quale come suo padre.

E un altro giorno, Augusto, dopo essere andato in giro per tutta la casa con la toga indosso, per misurarsela, consegnò il prezioso indumento al vecchio usciere, e si avviò al tribunale, dove giunse prima della toga. Era per un furto qualificato. L'accusato, un mariuolo di prima forza, più volte recidivo, non poteva ragionevolmente sperare di cavarsela senza un po' di carcere.

— Ascolta — avevo detto a mio figlio — nel difendere un accusato, tu non domandare nè a lui nè a te stesso se egli è colpevole o no; tu cerca di metterti in capo che è innocente. Gli argomenti con cui l'uomo riesce a persuadere sè stesso sono sempre i più felici, i più nuovi, i più sottili. Sopratutto non ti devi fare dei falsi scrupoli; e se credi alla verità assoluta, non istare a cercarla nel foro. Le verità assolute nel foro erano due ai miei tempi, cioè che la verità per un avvocato è sempre relativa, e che la giustizia umana è fragile. In questi ultimi anni se n'è scoperta una terza: ogni reato è un errore di ragionamento generato da una anormalità del cranio, per lo più dal cervello che si attacca alle pareti ossee. La medicina legale lavora a ottenere che tutti i misfatti da far raccapriccio siano puniti solamente quando li commettano i galantuomini, perchè si deve ragionevolmente supporre che l'_organismo_ della gente onesta sia perfetto e la malvagità dell'uomo dotato d'ogni virtù sia tutta in lui; quanto ai furfanti, la loro cattiveria è nel cranio, è nella materia grigia, è nella membrana, o nel che so io, non in essi.

Augusto si era contentato di sorridere, rispondendo:

— Per me l'accusato non esiste; si fa un'accusa, e io m'ingegno di contrapporre una difesa; la giustizia ascolti e pesi.

L'avevo guardato a bocca aperta, vedendo che egli si preparava a incominciare dove io, senza quasi averne coscienza, ero andato a finire per forza d'abitudine.

Quel giorno, in mezzo al profano volgo che assisteva al dibattimento, l'usciere solo, con suo inenarrabile dolore, vide, o indovinò, l'avvocato Placidi seniore, il quale, per assistere al trionfo dell'avvocato Placidi juniore, senza dargli soggezione, si era accontentato di stare in piedi, con le spalle addossate al muro e con un garzone macellaio addossato alla propria pancia.

Il macellaio era piccino e naturalmente irrequieto; si dimenava in punta di piedi, e ricadeva scoraggiato sulla propria base; non perciò io soffriva le pene del purgatorio; bensì mi metteva in croce il Pubblico Ministero, prima con le sue domande inutili ai testimoni, poi con le conclusioni feroci.

Finalmente egli tacque, e seguendo il consiglio che il mio giovane macellaio gli diede in modo da non essere inteso dalle guardie, si rimise a sedere.

— La parola alla difesa — disse il presidente.

Allora si alzarono tutti in punta di piedi per vedere bene mio figlio, e mi rizzai io pure. Egli era là, tranquillo, disinvolto, magnifico, dentro la sua toga nuova; qualcuno osservò accanto a me che gli pareva troppo giovane; ma il macellaio, voltandosi, gli assicurò che era meglio.

— «Signori — incominciò Augusto, e finse di radunare alcune carte per dar tempo all'attenzione di fermarsi tutta sopra di lui; poi ripetè: — Signori!...»

Dichiarò tranquillamente che si reputava fortunato di esordire nella carriera del pubblico patrocinio, avendo un còmpito così facile e così bello, ribattere cioè un'accusa infondata, proclamare l'innocenza d'un infelice.

Era una bella frase e piacque a tutti; questa che venne dopo era ancora più bella:

— «Io sento il bisogno di chiedere una grande indulgenza verso di me, ma domanderò solo giustizia per il disgraziato che siede su quella panca».

Bisognava vedere il mio garzone macellaio dopo queste parole, e sopratutto bisognava sentirselo addosso per comprenderlo. Ma io non gli badava più; in quel momento egli era padrone di arrampicarsi su qualunque parte della mia persona, e se non lo fece, glie ne dichiaro ora tutta la mia gratitudine.

Ero felice, come non ero stato mai; mi abbandonavo con una compiacenza, di cui non mi sarei creduto capace, a tutte le tentazioni della vanità; diceva anch'io: _è di razza!_

Mio figlio parlò, senza arrestarsi, una buona mezz'ora: aveva l'accento giusto, la voce armoniosa, il gesto largo, sobrio; ogni tanto metteva nel suo discorso delle pause sapienti; faceva — lo posso dire senza peccato? — faceva quasi come me; e minacciava di fare — questo lo posso dire senza peccato — minacciava di fare anche meglio di me in seguito.

Quando affermò che un padre amoroso, un marito esemplare come quello che sedeva sulla panca dell'umiliazione, doveva essere restituito alla sua famiglia, corse un mormorio d'approvazione nel pubblico, e il presidente dovette minacciare di far sgombrare la sala.

Ah! perchè il macellaio mio vicino non era più là a sancire quel trionfo! Egli se n'era andato poco prima della perorazione; dopo aver interrogato due volte un grosso orologio d'argento sotto il grembiale insanguinato, dopo essersi arrestato un po' sull'uscio, aveva dovuto obbedire alla voce del dovere che lo chiamava dal macello.

Il primo cliente di mio figlio fu assolto. Egli venne un giorno con le lacrime agli occhi a ringraziare il suo avvocato, e a promettergli di scolpirsi in cuore il beneficio ricevuto, per non tornare mai più in carcere. Ma l'uomo è debole e il peccato è robusto. Il poveraccio con le migliori intenzioni del mondo non potè mantenere la seconda metà della promessa; ne fece una più grossa della prima, e fu condannato alla reclusione dove si trova ancora.

Io sono disposto a credere che gli sia riuscito più facile a mantenere la prima parte della promessa, e che abbia serbato eterna gratitudine al suo primo avvocato, ma non ne sono sicuro.

VIII.

Le cose si mettevano benone; mio figlio, per mia virtù, non doveva attraversare nessuna delle burrasche che a suo tempo avevano sbattuto l'avvocato Epaminonda. Egli non doveva logorarsi nell'aspettazione inquieta del primo cliente; non aveva che a scegliere nello studio di suo padre fra le cinquanta cause vecchie o nuove ch'io spingevo innanzi pian pianino, pei sentieruoli della procedura; poteva pigliarsene una tutta per sè; oppure passare dall'una all'altra, e fare nello stesso giorno una citazione, una comparsa, una domanda d'appello o di rinvio. Così faceva, e divenne in breve un collaboratore prezioso.

Essendomi accorto che sopra ogni cosa trovava gusto a presentarsi in tribunale, io di buon grado lasciava a lui quest'ufficio; si lavorava in comune, a casa mettevamo insieme tutti gli elementi di difesa del nostro cliente, ma per lo più era lui che faceva la chiacchierata ai signori giudici e ai signori giurati.

Parlava bene, con una bella voce baritonale, non ancora velata da un po' di catarro come la mia. Da principio esponeva le cose con ordine e con pacatezza, poi man mano si accalorava fino a un impeto che pareva irrefrenabile; ma si frenava di repente all'ultimo; e quel passaggio rapido dalla foga alla calma produceva, bisogna dirlo, un grande effetto oratorio.

Le ultime sue parole erano lente e sommesse, tanto che i giurati, i giudici e il pubblico dovevano tendere bene tutte e due gli orecchi per udirle. Così egli finiva in mezzo a un silenzio teatrale.

Da chi aveva imparato quella sua arte oratoria? Non da me. Il mio metodo era tutt'altra cosa. Pacata da principio alla fine, amena e frizzante, se si porgeva l'occasione, la mia eloquenza scattava a l'ultimo; la mia voce un po' melata nell'esordio, sarcastica nell'esposizione dei fatti, diventava tuono un momento solo, nel conchiudere. Questo era il mio metodo, e l'avevo sempre creduto il migliore. E anche quando Augusto cominciò a gettare nella mia mente il dubbio amaro che vi fosse un genere d'eloquenza più abile del mio, persistei nella maniera che mi aveva servito per tanto tempo.

— Signor avvocato — mi dicevano gli amici del tribunale e della Corte d'appello — sa che suo figlio si fa onore? _Fortes creantur fortibus..._

Io respingeva quel latino tentatore con la più falsa delle modestie, una modestia che era la vanità in persona.

— Davvero! — insistevano gli amici — lo dicono tutti: in tribunale non si è intesa da un pezzo una parlantina così elegante, così lucida, così ordinata... un garbo oratorio così...

E qui mi pareva, in coscienza, che la lode passasse il segno; parlantine eleganti, lucide, ordinate se n'era sempre udito in tribunale; io stesso aveva parlato per un'ora e un quarto la vigilia...

Il colpo brutale lo ricevei un altro giorno attraverso un uscio, e fu l'usciere che me lo diede.

Ero arrivato tardi in tribunale e venivo accostando un occhio e un orecchio alla porta socchiusa della sala d'udienza; mio figlio aveva finito allora allora la sua difesa, e mi piaceva sentire come venisse giudicata. Ed ecco quello che, detto confidenzialmente per bocca dell'usciere a un caporale di fanteria, infilò il mio orecchio e mi passò da parte a parte.

— Suo padre — disse l'usciere con l'accento sentenzioso proprio di questa classe d'uomini di legge — suo padre _parlava_ bene anche lui, ma _questo qui..._

_Questo qui_ era mio figlio!

Nella baruffa, che segui dentro di me fra la vanità e il sentimento paterno, da principio parve trionfare la vanità; ma solo perchè l'avversario si picchiava con le proprie mani.

Ve lo figurate voi questo modello di padre che coglie sè stesso nell'atto di esclamare sottovoce: — «Mio figlio! ha da essere proprio mio figlio che mi passa innanzi! Fosse un altro pazienza!» — e altre tenerezze simili?

Io sapeva che l'invidia nasce da un contatto e si alimenta di una vicinanza, e avrei potuto misurare i gradi delle diverse invidie, di cui mi onoravano i miei vicini, a cominciare dal sentimento robusto dell'agente di cambio, il cui uscio di casa si apriva dirimpetto al mio nel medesimo pianerottolo, passando per quello più fiacco degli inquilini del piano di sotto, del piano di sopra o della casa dirimpetto, dei miei colleghi, amici e conoscenti, fino all'invidia un po' scolorita, pronta a rifiorire alla prima occasione, degli abitanti del mio paesello natale; ma che potesse mettersi tra padre e figlio anche l'ombra di quel sentimento maligno non l'avevo sospettato mai, e mi era sentito al sicuro dall'invidia di Augusto e aveva sentito Augusto al sicuro dall'invidia mia, come se uno di noi (meglio io) se ne fosse andato all'altro mondo... o per lo meno agli antipodi.

Fu dunque una scoperta dolorosa quella che io feci allora nel mio cuore di padre, e mi affrettai a punirmene, dichiarando a quanti trovai quel giorno, sotto i portici del tribunale, avvocati, procuratori e giudici, che l'avvocato Placidi seniore non era più nulla e non aspettava dal foro altri trionfi fuor quelli di suo figlio.

— Vi farà onore — mi rispondevano.

— Mi farà torto — insistevo sorridendo; — ma vi sono preparato.

Allora l'avvocato, il procuratore e il giudice dichiaravano che questo non poteva succedere, che la mia fama era... che il mio valore dovrebbe... e io rivedeva ancora il sorriso melanconico del mio amor proprio.

Venne un giorno in cui il mio amor proprio non ebbe più sorrisi, perchè non si fece più illusioni. Mio figlio era così famoso per la sua parlantina, che metteva me assolutamente nell'ombra; ed io, per conservare un po' di lustro alla mia eloquenza, decisi di non parlare mai più in tribunale.

Fu un bel tiro, e ne rido ancora con Augusto, il quale non vuol convenirne; sì, fu un bel tiro, un magnifico tiro.

Il silenzio mi restituì in breve tutta la mia fama di oratore, e i trionfi di mio figlio l'aumentarono; perchè quando egli faceva per innalzarsi, coloro che avevano udito me in altri tempi, e specialmente chi non mi aveva udito mai, mi portavano al cielo. Più d'una volta mio figlio, dopo una difesa splendida, se le ha dovute sentir fischiare all'orecchio queste parole, che mi lusingavano, sebbene fossero bugiarde:

— Bisognava sentir suo padre!

Egli, invece di adirarsi, assicurava che era verissimo; lo diceva a tutti, lo diceva a me stesso.

E io? Ero quasi tentato di crederlo.

IX.

Ci eravamo preparati ad aspettare con rassegnazione; la filosofia, la fisiologia, l'esempio del nonno e il nostro esempio medesimo avevano contribuito a darci quella serenità che, utile in molte occorrenze della vita, è poi indispensabile nei nostri rapporti coll'Eterno Padre.

Avevo detto ad Evangelina:

— Tu compivi i vent'anni quando ti venne la prima idea di Augusto... te ne ricordi? Farà così anche Laurina; finchè non abbia vent'anni non riuscirà a nulla di buono; meglio così: il suo Epaminonda nascerà più robusto.

— Spero bene — aveva risposto Evangelina — spero bene che non ti metterai in capo di battezzarlo Epaminonda?...

Al che avevo ribattuto solennemente:

— Le colpe dei padri saranno espiate dai figli...

E intanto Laurina aveva compiuto i vent'anni, e non si decideva a farci nonni.

— È finita! — dissi un giorno — se vogliamo avere un nipotino, non ci rimane altro scampo che pigliare con le buone Augusto, e farlo cadere in un tranello.

— Che sarebbe a dire...

— Dargli moglie!

Era una buona idea anche quella. Perchè mai Augusto non pigliava moglie? Forse non vi pensava, e basterebbe dirglielo. Quanto a farci nonni, non vi poteva essere ombra di dubbio ch'egli spiccierebbe il negozio alla lesta. Già, io aveva sempre sospettato un po' di mio genero, e cominciavo a mettere tutta la colpa addosso a lui. Mia figlia non era capace di comportarsi così; aveva avuto ben altri esempi in famiglia; una delle sue bisnonne aveva messo al mondo sei figli: l'altra nove, due dei quali gemelli.

— Quel tuo dottore... — dissi, terminando le riflessioni ad alta voce.

— Perchè mio? — domandò Evangelina.

— Perchè io non lo voglio; quel tuo dottore mi era sembrato troppo lungo, non avevo torto; è una pianta venuta su all'ombra...

Ma mentre noi ne sparlavamo a questo modo, nostro genero aveva fatto di tutto per contentarci; senonchè ingannato da certi falsi indizi e dalla propria scienza medica profonda, non si avvide d'essere padre se non quando la sua paternità avrebbe cavato gli occhi ad un cieco.

La natura si diletta talvolta a fare simili gherminelle alle mogli dei professori di medicina.

Il primo pensiero del dottor Lelli fu di avvisare il suocero e la suocera con una lettera piena di dubitativi.

«Se... ma... però... potrebbe essere...» ecco il sugo dell'epistola, la quale finiva minacciando a mia figlia un consulto.

— Te li figuri tu i professori della facoltà medica di Pavia, tutti intorno a nostra figlia? Quel disgraziato tratta sua moglie come un caso patologico... perchè non raduna addirittura un congresso?

Glielo domandai in persona il giorno successivo:

— Perchè non raduni addirittura un congresso? Guarda... fammi il piacere... guarda...