Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8

Part 2

Chapter 23,888 wordsPublic domain

La cosa era giunta al punto, che non fu già più per le vie od al passeggio che le donne erano minacciate; ma quando una donna era sola o mal accompagnata in una bottega aperta, essa avea tutto da temere se passavano due o tre mussulmani. Ne accadevano delle risse sanguinose e giornaliere, in cui i Turchi si servivano delle loro pistole e i Siciliani dei loro pugnali e coltelli.

E così pure se un marinaio, un soldato, un uffiziale della flotta turca, si avventurava di andare in qualche luogo solitario, si era sicuro di ritrovarlo morto all’indomani, crivellato di ferite.

Infine l’odio che ispiravano quelle bestie feroci era tale che, se si parlava di un turco innanzi ad un siciliano, si era sicuro di vedere il siciliano mutar colore, e partirsene bestemmiando colla mano sul pugnale.

Un giorno la cosa andò ancora più in là: noi avevamo per cortigiani, alle nostre serate della Favorita, due giovani da 22 a 24 anni, elegantissimi ambedue, ambedue bellissimi giovani, e si chiamavano, l’uno il principe di Sciacca, e l’altro il cavaliere Palmieri di Micciche. Sia che i Turchi avessero preso il principe di Sciacca per una donna vestita da uomo, sia che non si fermassero ad una cosa così poco importante come il sesso, si precipitarono incontro a lui sei od otto turchi, e tentarono di condurlo seco. Per fortuna Micciche accorse alle sue grida con una spada che trasse dal bastone; ma tutti e due sarebbero state vittime, l’uno del suo bel viso, l’altro della sua affezione, se cinque o sei uomini del popolo non fossero venuti in loro aiuto armati di bastoni e di coltelli; in quella mischia rimasero feriti due siciliani e un turco ammazzato.

Si aspettava ad ogni momento l’ora di nuovi Vespri Siciliani, non più contro gli Angioini, ma contro i Mussulmani.

L’8 di settembre, ad un’ora dopo mezzogiorno, nella strada di Monreale, due turchi colla scimitarra in mano, entrarono nella bottega di un calzolaio, e intanto che uno ne trascinava la moglie con un fazzoletto sulla bocca per impedire che gridasse, l’altro colla sciabola in mano minacciava gli operai; ma essi non tenendo alcun conto della minaccia, gli uni gli gettavano delle forme sul capo, gli altri prendevano i coltelli e si gettavano sui rapitori gridando: Morte ai Mussulmani, morte ai Turchi, morte agl’infedeli.

A queste grida, che come un turbinio di polvere arrivarono ai sobborghi e dai sobborghi alla città, tutto Palermo si sollevò, e mandando grida di sterminio, ciascuno prendendo la prima arma che loro capitava sotto le mani, corse incontro ai Mussulmani come a bestie feroci.

I Turchi videro che questa volta non era più una rissa individuale, ma una sollevazione generale. Le porte si chiudevano innanzi ai fuggitivi che imploravano invano un rifugio; dall’alto dei balconi si gettavano sulle loro teste tavole, sedie, vasi di fiori.

Vi fu un momento in cui da un capo all’altro della città non si udivano che colpi di fuoco, imprecazioni, grida di dolore, urli di disperazione, rantoli di agonia; il sangue scorreva per le vie, le campane a martello davano il segno della strage.

In due ore la cosa terminò: i tre o quattrocento turchi che in quel momento si trovavano in città giacevano a terra; appena una cinquantina si salvò gittandosi in mare o nelle barche, prendendo il largo a forza di remi.

Fortunatamente per l’ammiraglio turco che trovavasi per caso sul suo vascello, udendo quanto accadeva rivolse i cannoni verso la città; ma Nelson che era al corrente della situazione, che da tanto tempo udiva le lagnanze che si facevano alla corte, ordinò la sua squadra in battaglia, e fece dire allo ammiraglio turco che al primo colpo di cannone tirato contro la città, lo avrebbe mandato a picco; quest’avvertimento bastò all’ammiraglio turco che ritornò al suo ancoraggio.

Abbiamo parlato di un uomo, che durante questo tempo e senza che nessuno si sognasse che egli fosse in Egitto, passava tra Malta e il capo Bon, e navigava per dove la sua presenza doveva mutare la faccia del mondo. Quest’uomo era Bonaparte.

Un parlamentario mandato da Bonaparte al commodoro inglese per trattare uno scambio di prigionieri, ritornò con un pacco di giornali, che il suo cortese nemico gli mandava, perchè vi potesse leggere i disastri della Francia.

Bonaparte vide che per aver preso troppo presto l’iniziativa, l’armata francese era stata battuta a Kossack in Germania, a Magnano in Italia; che la armata in Napoli cercando di riunirsi a quella di Lombardia era stata battuta alla Trebbia, e che le due armate unite erano state battute a Novi; che gli Appennini infine erano invasi, e il Varo minacciato.

L’armata d’Egitto aveva riportato le due vittorie di monte Tabor, e di Abouckir; per molto tempo la Porta non avrebbe più potuto mandare un nuovo esercito.

Fece venire l’ammiraglio Gantheaume, gli ordinò di preparare segretamente il _Merion_ e la _Carrere_, lasciò il comando in capo dell’armata a Desaix, e si imbarcò il 22 agosto con Berthier, Murat, Andreossi, Marmont, Berthollet Monge, e giunto l’8 ottobre a Frijus, e il 16 a Parigi, il 9 novembre fece il colpo di stato conosciuto sotto il nome del 18 brumajo.

Queste notizie, come si crede, misero in gran scompiglio la corte di Palermo. Ma nello stesso tempo accaddero altri movimenti personali che ci sforzano di ricondurre i nostri sguardi dagli affari pubblici sui nostri.

Gli avvenimenti di Francia e la necessità di stringere il blocco di Malta avevano forzato lord Nelson di lasciarci e di fare una crociera, nella quale ora ci scriveva da Livorno, ora da Montecristo, ora semplicemente dal mare.

Durante questa crociera, ricevette l’avviso che lord Keith era nominato comandante in capo delle forze del Mediterraneo, comando che di fatto trovavasi già da due anni nelle sue mani; e nello stesso tempo ricevemmo l’avviso che M. Arturo Paget era nominato ministro presso il governo delle Due Sicilie, in rimpiazzo di sir William Hamilton.

Ciò non era soltanto la disapprovazione di tutto ciò che lord Nelson e sir William avevano fatto negli avvenimenti dell’ultima rivoluzione, ma una grave disgrazia.

E posso dirlo, perchè in verità il colpo inatteso fu più crudele per la corte delle Due Sicilie, che non per noi.

Nelson specialmente fu colpito nel modo più crudele, perchè lo era nello stesso tempo nel suo amor proprio e nel suo amore.

Sir William era semplicemente furioso; si sarebbe detto, che gli rincresceva più di me, di doversi separare da Nelson.

Ricevemmo le due notizie quasi nello stesso tempo. Al 3 febbraio 1800 Nelson ci scriveva o piuttosto mi scriveva:

«Cara lady Hamilton,

«Avendo ora un comandante in capo, non posso raggiungervi prima di avergli fatto i miei saluti. I tempi sono mutati; ma vi dichiaro che se non viene qui direttamente, io non l’aspetto. Del resto mando ad informarmi come state; rispondetemi una parola, il mio cuore è pieno d’angoscia per voi; ma non è mia la colpa di essere stato tanto tempo assente; io non comando più, e debbo invece obbedire.

«Dio vi benedica, mia cara lady, e state sicura che mai non cesserò d’essere il vostro obbligato ed affezionato

«BRONTE NELSON.»

Presi la penna e mi affrettai di rispondere a Nelson, espandendo il mio cuore nella mia lettera; sapeva quanto egli soffriva, e come qualche mia buona parola avrebbe sollevato il povero suo cuore affranto. In quanto a sir William, ecco la sua lettera.

«Apprendo che lord Keith è effettivamente al posto di lord S. Vincent comandante in capo del Mediterraneo; non dubito punto che a quest’ora non ci rimanga che l’ultima soddisfazione di ritornarcene a casa col nostro caro amico lord Nelson. Vostra Signoria avrà già appreso da Emma, che dopo trentasei anni di servizio a questa corte, sono stato rimosso con un colpo di piede dal mio posto, e che M. Paget figlio di lord Troubridge è nominato inviato plenipotenziario presso il re delle Due Sicilie, e che è in viaggio per venire qui a bordo d’una fregata. Io non ho ricevuto dall’Inghilterra nessuna notizia ufficiale sul mio rimpiazzo; ma lord Greenville aveva una mia lettera scrittagli al principio del 1798, che lo autorizzava a disporre del mio posto, come gli piacerebbe, colla condizione di assicurarmi per la vita una rendita di 2000 lire sterline, non però a titolo di pensione. Resterei piuttosto tutta la mia vita a Napoli, anzichè ritirarmi con un soldo di meno. La povera Emma è in gran pena. Ma che mi si lasci ritornare a casa ad assestare gli affari miei, e poi Emma e la regina disporranno della mia vecchia carcassa come vorranno.

«W. HAMILTON.»

L’ammiraglio Keith venne assai presto a raggiungere Nelson, perchè non partisse solo. Tutti e due partirono insieme, l’ammiraglio Keith sulla _Principessa Carlotta_ e Nelson sul _Fulminante_, ed arrivarono a Palermo l’8 febbraio. Nelson corse a concertarsi con noi, e si stabilì che se sir William lasciasse la corte di Napoli, Nelson darebbe la sua dimissione, o almeno chiederebbe un congedo.

Al 9 il re andò a fare una visita a lord Keith a bordo della _Principessa Carlotta_, ed il giorno seguente fece la stessa visita sul _Fulminante_.

Quest’ultimo bastimento ricevette a bordo alcune truppe siciliane per Malta, e dopo aver preso congedo da noi all’11, Nelson partì il 12 per quell’isola, sempre in compagnia della _Principessa Carlotta_ che portava la bandiera dell’ammiraglio Keith; attraversarono lo stretto di Messina, ed arrivarono al 15 innanzi a Malta.

Al 18, verso l’aurora, Nelson incontrò una piccola flottiglia francese, comandata dal contr’ammiraglio Perrie a bordo del Generoso, vascello di 74 cannoni, che veniva da Tolone e trasportava delle truppe a Malta. Egli attaccò immediatamente la flottiglia e dopo un combattimento terribile l’ammiraglio Perrie fu ferito mortalmente, e il suo vascello preso.

L’ammiraglio francese morì il giorno seguente, 19.

Nello stesso giorno il comandante di divisione Poulain scrisse a lord Nelson per chiedergli di far rendere gli onori funebri al vice ammiraglio comandante le forze navali della Francia nel Mediterraneo; e facendo appello a quella fraternità di coraggio che combatte il nemico quando è vivo, ma che lo onora dopo la morte, aggiungeva nella sua lettera che portava con lui il rimpianto e la stima di tutti quelli che avevano servito sotto i suoi ordini.

Ebbi notizia di questo combattimento e della situazione in cui Nelson si trovava rispetto a lord Keith dallo stesso Nelson, che mi scrisse il 20 febbraio dalla Valletta la lettera seguente:

«Mia cara lady Hamilton,

«Voi sapete come lord Keith mi ha ricevuto; non so che cosa avreste fatto voi se foste stata al mio posto; ma non lo credo. Poco importa; gli scrissi che prima di venire alle mani col _Generoso_ aveva fatto un voto, quello di rompere la mia bandiera se non lo prendeva. Egli non mi ha ancora risposto.

«Se mi sentirò meglio, scriverò una lettera al principe ereditario, mandandogli la bandiera dell’ammiraglio francese. Spero che voi mi approverete. È stato preso sulle coste del regno di suo padre, e da un suddito che gli è fedele quanto uno de’ suoi dominii. Non ho più avuto comunicazioni colla terra; però non ho veduto nè Ball, nè Troubridge, nè Graham, nè Lion.

«La mia testa è orribilmente ammalata, non ho nessuno che mi conforti un istante. Mando il pacco al generale Acton, così credo che arriverà più presto, e che egli sarà molto lusingato di presentare la lettera e la bandiera al principe. Temo che Malta non potrà durare molto tempo, a meno che non giungano in suo soccorso altre corvette. Vi prego di presentare i miei omaggi a tutti quelli che vi circondano, e di credermi per sempre vostro affezionatissimo e devotissimo,

«BRONTE NELSON.»

Di fatti nello stesso tempo che ricevetti questa lettera, sir John Acton ne riceveva un’altra colla bandiera francese pel principe ereditario. Al 27 febbraio rispondeva a Nelson, felicitandolo della presa del _Generoso_, e mentre gl’inviava i complimenti del re e della regina, aggiungeva:

«Come potrei esprimervi in nome di S. A. R. tutta la sua gratitudine! Mi recai tosto ai suoi appartamenti colla lettera di V. S., col bel dono della bandiera dell’ammiraglio francese. Il principe ne fu maravigliato e lo è ancora; egli risponderà personalmente a V. S. o con questa occasione o per corriere. Voi avete reso felice tutta la famiglia reale, e non è questa la prima occasione che le avete data di esprimervi la sua essenziale riconoscenza per tutto ciò che avete fatto per essa.»

Al 24 febbraio lord Keith dava a lord Nelson l’ordine di recarsi al blocco di Malta, _per compiere_ servigi _di pubblica importanza_, o piuttosto, ciò che era più vero, per allontanarlo da me. Quest’ordine era accompagnato da un’istruzione speciale sul da farsi nel caso che la Valletta si rendesse.

Ed aggiungeva: — e qui si vede benissimo l’intenzione che vi era di separarci, — che Palermo era troppo lontano, Nelson era invitato a prendere per punto di convegno Siracusa, Messina od Agosta.

Quest’ordine portò al suo colmo l’esagerazione di Nelson. La ricompensa del suo occhio perduto, del suo braccio mutilato, della sua fronte spaccata; la ricompensa di Aboukir, di nove vascelli nemici abbruciati e calati, era una meschina persecuzione che penetrava nel più intimo della sua vita privata, e lo feriva profondissimamente nel suo cuore.

Così gli rispose nello stesso giorno:

«_Fulminante_ innanzi a Malta, 24 febbraio 1800.

«Milord,

«Il mio stato di salute è tale che mi è impossibile di restar qui. Se resto son morto. Vi prego quindi di accogliere la mia dimanda per andare a vedere i miei amici di Palermo, per qualche settimana. Lascio il comando al commodoro Troubridge. Soltanto la assoluta necessità mi obbliga di scrivervi questa lettera. Col più gran rispetto,

«BRONTE NELSON.»

Nelson non si accontentò di questa lettera destinata ad essere pubblicata al bisogno; ma gli scrisse anche quest’altra privata:

«24 febbraio 1800

«Mio caro lord,

«Non posso restar qui quattordici giorni che sono per me quattordici anni; sono completamente estenuato. Ecco perchè sono stato obbligato di scrivervi quella lettera uffiziale. In quanto allo stato del _Fulminante_, furono le esigenze del servizio che permisero che non fosse raddobbato da molti mesi. Anche oggi ha dato un’altra prova che non può tenere il mare anche quando l’alto mare non sia cattivo; ma il suo cordaggio, sia che rimanga o che parta, deve in ogni caso essere rinnovato; tutto cade. Vi mando sir Edward Berry, e mi sottometto alla vostra decisione, tanto riguardo al bastimento, quanto a me. Sono sicuro che non mi farete nessuna obbiezione. Sento la debolezza della mia salute, ma non me ne voglio lagnare.

«Come uomo di mare, credo che il _Fulminante_ deve esser raddobbato.

«BRONTE NELSON.»

L’8 di marzo Nelson, trattenuto suo malgrado al blocco, scriveva a sir William:

«Vi ringrazio affettuosamente delle vostre lettere e dei vostri buoni augurii. Ho deciso. La mia salute esige di andare a Palermo e di rimanere due settimane con voi. Debbo pregarvi di nuovo di far preparare al più presto possibile quattro cannoniere pel servizio di Malta, che saranno utilissime per la resa della piazza, impedendo ai piccoli bastimenti di uscire e di entrare. Credo (visto che il nemico nella notte del quattro ha cercato di far uscire una piccola polacca, buona veliera) che Vaubois voglia mandare dei dispacci in Francia, per dire che non può tenere più a lungo; e se le nostre truppe arrivano da Gibilterra e da Minorca, come crede il capitano Blackwood, non crederei che i Francesi potessero resistere due settimane. Prego il generale Acton di affrettare l’invio delle cannoniere. Troubridge ha l’iterizia e sta molto male. Siccome vi vedrò presto, vi dirò di viva voce che sono ecc. ecc.

«BRONTE NELSON.»

Difatti, senza aspettare la resa di Malta, nè il permesso di lord Keith, arrivò il 16 a Palermo, nel momento che si celebrava, cosa assai curiosa, il matrimonio del generale Acton, che aveva 67 anni, con sua nipote, che ne aveva 14: affrettiamoci a dire che il generale ebbe da questo matrimonio tre figli.

Credo di aver lasciato travedere che da qualche tempo non vi era più nessuna intimità fra lui e la regina; se dovessi fissare un termine per questa intimità, la farei risalire alla morte del principe Caracciolo.

La sua gioia fu grande nel rivedermi, e oltre al desiderio di avvicinarsi a noi, egli era veramente ammalato assai; poi un nuovo sfregio che mi colpì e che egli considerò come un insulto, portò al più alto grado il suo risentimento contro alla corte di Inghilterra.

Dopo la presa dell’isola di Malta dai Francesi, l’ordine di Malta era caduto in dissuetudine. La Repubblica francese aveva abolito gli ordini.

Paolo I, che voleva avere la riputazione d’imperatore cavalleresco, si era intitolato gran maestro dell’ordine, e ne distribuiva i brevetti.

L’imperatore, dietro dimanda di lord Nelson, ne mandò uno di gran croce con una commenda onoraria pel capitano Ball. Nello stesso tempo che sir Charles Whitworth ne dava avviso a lord Nelson, e gli annunziava che io era stata nominata dama, con piccola croce dell’ordine.

Sir William inviò alla cancelleria di Londra la lettera di sir Charles Whitworth e il brevetto, chiedendo per me il permesso di portar questa croce.

La cancelleria non si degnò nemmeno di rispondere. Lord Nelson scrisse da parte sua. Eguale silenzio.

Allora la risoluzione di Nelson fu presa. Decise di chiedere, se non il suo ritiro, almeno un congedo, e sarebbe venuto con noi a passarlo a Londra. Inoltre, in questo frattempo sir Arturo Paget, che dovea sostituire sir William, senza volergli rendere conto per nulla della situazione degli affari, gli abbandonò tutta l’ambasciata, appartamento, e archivio. Risolvemmo di lasciar momentaneamente Palermo, di andare a bordo del _Fulminante_, e di recarci a Napoli a passare due mesi; e dopo questi due mesi di ritornare a Palermo per prendere la regina, ed accompagnarla a Vienna, ove contava di andare; e quando ritorneremo a Palermo o piuttosto a Napoli, noi continueremo la nostra via per Londra.

Per conseguenza io e sir William facemmo i nostri momentanei addii alla famiglia reale, salimmo sul _Fulminante_ e partimmo per Siracusa, ove restammo fino al 3 maggio; poi ci mettemmo di nuovo in mare, e nella notte del 4 al 5 gettammo l’áncora nel porto di S. Paolo a Malta.

Vi rimanemmo fino al 20, epoca in cui ripartimmo per Palermo, ove una nuova distinzione attendeva lord Nelson.

Sua Maestà Ferdinando, non avendo potuto dare a Nelson, a Troubridge e a Ball il cordone di S. Gennaro, ordine cattolico, perchè erano protestanti, istituì espressamente per decorarli l’ordine del merito di Ferdinando. Le tre prime gran croci furono lord Nelson, il feldmaresciallo Suwarow e l’imperatore Paolo.

Dissi che il ritorno di Bonaparte in Francia doveva mutare l’aspetto dell’Europa, e in fatti aveva già mutato quello della Francia. Il direttorio abolito, Bonaparte, nominato primo console, volse gli occhi sull’Italia riconquistata da Suwarow e da Melas.

Melas solo era rimasto In Italia: Suwarow battuto da Massena a Zurigo ed a Mauttathal, era andato a render conto della sua disfatta a Paolo I.

Verso la fine di maggio si seppe che Bonaparte aveva passato le Alpi con un’armata di 4000 uomini.

La regina pensò che era venuto il momento di andare a fare una visita a suo nipote. La fortuna di Bonaparte poteva seguirlo dalle rive del Nilo a quelle del Po, e in questo caso ognuno poteva indovinare il rovescio che una vittoria riportata dai Francesi poteva cagionare in Italia.

Nelson doveva mettersi col _Fulminante_ in servizio della regina, la cui partenza fu fissata per gli 8 di giugno; ma la partenza fu ritardata di due giorni.

Infine il 10 giugno, la regina, le tre principesse, il principe Leopoldo, sir William ed io, c’imbarcammo a bordo del _Fulminante_, che partì per Livorno in compagnia della _Principessa Carlotta_, dell’_Alessandro_ e di un pacchetto napolitano: il passaggio fu eccellente, e con una buona brezza arrivammo il 14 a Livorno, vale a dire lo stesso giorno in cui Bonaparte guadagnava la battaglia di Marengo.

Si restò fino al 16 senza poter discendere a terra; il vento si era rinvigorito, il mare era diventato burrascoso.

Al 16, verso le ore 9 del mattino, potemmo scendere nella lancia di lord Nelson e sbarcare alle scale nei Finocchieti, ove trovammo un’immensa affluenza di popolo che sapeva l’arrivo della regina, la quale, al momento in cui mise piede a terra, fu complimentata dal generale barone di Fenzel, dal generale Lavillette governatore di Livorno, infine dal duca Strozzi scelto dal granduca per accompagnare la regina dovunque volesse andare, mentre il cavaliere Segardi, amministratore generale dei beni della corona, doveva provvedere alle spese della sua corte durante la sua dimora in Toscana.

Salimmo nelle carrozze che ci aspettavano, andammo alla cattedrale, ove si celebrava un _Te Deum_, in rendimento di grazie pel buon viaggio della regina, ed entrando in palazzo trovammo la duchessa d’Atri che era espressamente venuta da Firenze per ricevere la regina. Alla sera andammo in teatro dove fummo accolti da applausi frenetici.

Non si sapeva ancora che era stata data una battaglia sotto le mura di Alessandria.

IV.

Prima cura della regina nello scendere a terra fu di chiedere notizie dell’armata d’Italia, e ciò per una doppia ragione: dapprima a causa dell’influsso che Bonaparte vincitore o vinto poteva avere sul regno delle Due Sicilie; poi per la sicurezza del suo viaggio a Vienna. Sventuratamente tutti quelli a cui si indirizzava, non ne sapevano più di lei; per cui spedì uno dei signori che erano venuti a farle la loro corte, il barone di Rosenheim, ai generali Melas, Hohenzollern e Ott, ordinandogli di andare per la riviera di levante, facendolo accompagnare da due corrieri a misura che apprendevano notizie dell’armata.

Al 17 di sera, il signor Sommariva venne da Firenze, e seppe da lui che Bonaparte in persona comandava l’armata, e non si era ancor ben sicuri; che i Francesi erano in forza se avevano della cavalleria, e che gli eserciti erano fra Alessandria e Tortona e sul punto di venire alle mani; in tutti i casi il signor Sommariva assicurava la regina, che non aveva nessun pericolo da temere a Livorno.

Si vedeva però facilmente, che chi si adoperava a rassicurarsi era assai poco sicuro di sè stesso.

Egli di nuovo partiva nella notte per Firenze.

Il giorno seguente si sparse la voce che i Francesi erano in piena rotta: si crede facilmente a quanto si desidera; la regina annunziò dunque a tutti questa buona notizia.

Ma nella notte del 18 al 19 Nelson ricevette un uffiziale inglese, inviato da lord Keith con una lettera, in cui gli diceva che dovea essere firmata una sospensione d’armi fra i Francesi e gli Austriaci, e che in questa sospensione era stipulato; che gli Austriaci dovessero evacuare tutte le piazze forti del territorio di Genova e consegnarle ai Francesi. Queste prime notizie non s’accordavano di certo con quelle che ci erano giunte il giorno prima sulla ritirata dei Francesi; ma quelle che seguivano erano ancor più inquietanti, e ci davano da pensare assai.

Lord Keith continuava ad ordinare a Nelson di riunire tutti i bastimenti che avesse sotto i suoi ordini, e di portarsi con essi al golfo della Spezia per impadronirsi di tutti quei forti, e specialmente di quello di Santa Maria, di tutta l’artiglieria, o almeno di metterla in condizione di non essere più utile ai Francesi. Finalmente Keith diceva a Nelson che se poteva, per quella spedizione alla Spezia, staccare dalla sua flotta qualche bastimento e inviarglielo a Genova, gli farebbe piacere.

Queste notizie ci costernavano. Evidentemente una tale convenzione non avrebbe potuto aver luogo, se non in seguito ad una battaglia, e in una battaglia in cui gli Austriaci fossero stati indubbiamente battuti.