Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8
Part 3
Dato quest’ordine a Nelson di lasciar tutto e di recarsi alla Spezia, ci desolava, e particolarmente la regina, che a ragione vedeva in Nelson il suo unico appoggio, e senza Nelson si considerava come perduta.
Ma Nelson non ci lasciò molto tempo in quest’angoscia; dichiarò che senza alcun pretesto egli non lascierebbe la regina, nella condizione in cui si trovava; e per conseguenza, onde eseguire gli ordini di lord Keith, inviò alla Spezia l’_Alessandro_ e la _Dorotea_ e rimase a Livorno col _Fulminante_, e col _Vasco di Gama_ naviglio portoghese, e le fregate e le corvette napolitane che si trovano nel porto di Livorno.
Questa risoluzione calmò le nostre inquietudini sul punto della sicurezza della regina.
Ma assicurata sulla sua situazione, la regina non lo era punto su quella dell’armata austriaca. Si rivolse al barone di Fenzel che non ne sapeva nulla: spedì un corriere al generale Sommariva, comunicandogli gli ordini che l’ammiraglio Keith aveva dato a lord Nelson; ma il generale Sommariva si accontentò di dire, che non sapeva nulla di positivo, e che credeva essere prudente per lei di rimanersi a Livorno, e di aspettarvi gli avvenimenti ulteriori e gli schiarimenti di quelli che erano passati.
Nello stesso tempo, in cui venne la risposta del generale Sommariva, arrivò il brigadiere Rosenheim che la regina aveva mandato a prender notizie. Egli raccontò di aver parlato a Genova col generale austriaco Hohenzollern, che gli aveva fatto leggere una convenzione fra il generale Melas ed il generale Berthier, in cui era stabilita una sospensione d’armi fra le due armate, che non potessero riprendere le ostilità prima di dieci giorni; e che intanto gli Austriaci dovessero consegnare ai Francesi tutte le piazze forti che possedevano, vale a dire Genova, Savona, Cuneo, Alessandria, Tortona, Mondovì, la cittadella di Milano, quella di Torino e il forte d’Urbino, non conservando nelle loro mani che Mantova, Ferrara, Peschiera, Verona ed Ancona.
La causa che si dava a questa desolante sospensione d’armi, sarebbe stata una battaglia accaduta il 14 a Marengo fra la Bormida e la Scrivia, in cui Melas, dopo aver cominciato colla vittoria, terminò colla disfatta.
Si comprende quale fosse la disperazione di tutta la famiglia reale ad una simile notizia. La regina specialmente fu assalita da un accesso nervoso che le cagionò una completa prostrazione di forze, da cui non usciva se non per accessi febbrili che andavano fino al delirio; ma fu peggio quando Nelson, disperato al pari di noi, portò a sir William, — perchè non osò consegnarlo nè a me nè alla regina, — il viglietto seguente che aveva ricevuto da lord Keith.
«Genova, 21 giugno 1800.
«Confidenziale.
«Ho veduto ora un uomo che lascia Bonaparte. Questo Bonaparte dice pubblicamente, che prima di far la pace, vuol ridurre una potenza in Italia. Lasciate partire quanto prima la regina per Vienna e al più presto che potrà. Se la loro flotta arriva un giorno prima della nostra in Sicilia, la Sicilia è perduta, perchè non è capace di resistere un giorno.»
«KEITH.»
La lettera era così pressante, e conteneva una notizia tanto grave, che, malgrado lo stato di salute in cui si trovava, si risolse di comunicargliela; si riunì a questo scopo una specie di congresso nella sua camera, perchè ciascuno desse il suo avviso sulla risoluzione che credesse migliore in tale momento. La regina, ritornata in forza per l’eccesso del terrore, sarebbe stata d’avviso di partire immediatamente come glielo consigliava lord Keith; ma l’avviso di sir William e di Nelson fu che dovesse stare a Livorno, ove aveva sempre a sua disposizione i vascelli di guerra di Nelson, e di non partire se non quando avesse ricevuto un corriere da Vienna, che le direbbe in quale stato fossero le cose alla corte di suo nipote: il principe di Castelcicala si era unito a quell’avviso, che prevalse, e si risolse di rimanere.
L’emozione fu così viva, che non si ammalò soltanto la regina, ma anche il principe Leopoldo. La malattia della regina fu però grave, e non fu vinta che in seguito a ripetuti salassi, mentre il principe Leopoldo se ne liberò con un leggero purgante.
Verso la fine del mese di giugno, la regina ristabilita dalla sua indisposizione, si decise a partire. Per tutto il tempo che era rimasta a Livorno, quantunque il re Ferdinando ed il ministro Acton fossero a Palermo, il vero governo era rimasto presso la regina.
Lord Nelson aveva significato a lord Keith la sua decisione di ritornare in Inghilterra, e lord Keith gli aveva offerto di disporre di un bastimento della flotta; ma siccome io voleva passare per Vienna onde non lasciare la regina, Nelson decise di fare la stessa strada per non lasciarmi.
La regina scrisse al comandante d’Ancona per chiedergli se non vi fosse nel porto qualche bastimento per condurla a Fiume od a Venezia.
Presa la risoluzione di partire, bisognava decidere poi se si doveva partire per terra o per mare.
Intanto si ricevette da Vienna la notizia che l’imperatore d’Austria restituiva Perugia ed il suo territorio al papa.
Il 3 luglio, la regina ricevette da Vienna quella lettera che tanto aspettava e che fu portata dal corriere Giannini, che aveva mandato. Essa era dell’imperatrice sua nipote; la imperatrice supplicava Maria Carolina, di non lasciarsi distogliere per qualunque ragione buona o cattiva dal suo viaggio di Vienna; le diceva che credeva quel viaggio non soltanto utile, ma necessario ai suoi interessi, e la invitava a mandare un corriere a Melas in Milano, perchè il generale gl’indicasse la via da percorrere. Veniva una lunga serie di dolori, sopra ciò che era avvenuto in Italia; ma l’imperatrice confessava che dopo la catastrofe di Marengo, Melas non aveva potuto rifiutarsi dal firmar l’armistizio. Del resto l’imperatrice ispirava poca speranza della ripresa delle ostilità, ed inclinava da parte sua ad una buona o solida pace.
Siccome non eravamo ancora decisi sul modo con cui doveva farsi quel viaggio, lord Keith mise a disposizione di S. M. l’_Alessandro_: e il _Fulminante_ fu rimandato in riparazione nelle isole Baleari. Nelson vide con tristezza il _Fulminante_ che partiva; ma egli rimase a disposizione della regina, e pronto a prendere il comando di quel bastimento sul quale s’imbarcherebbe.
V.
Confesso che dopo aver veduto la regina dare tante prove di fermezza e di rapida decisione, rimasi stupita alle sue timide esitazioni, in una circostanza in cui ogni ora perduta poteva essere irreparabile.
All’8 di luglio si apprese che un piccolo distaccamento di Francesi composto di 326 uomini con artiglieria e cavalleria era entrato a Lucca; questa notizia determinò la regina a partire, e annunziò che partiva per mare.
Quando si seppe in Livorno la notizia di questa partenza che aveva tutta l’apparenza d’una fuga, si manifestò subito una sommossa; il popolo voleva ritenere la regina, le principesse ed il principe Leopoldo. La cosa parve assai grave alla regina che lasciò immediatamente la città, ed andò a bordo dell’_Alessandro_, sul quale Nelson aveva inalberato la sua bandiera. Ma dopo ventiquattr’ore la regina mutò risoluzione, e decise di andare ad Ancona per la via di terra.
Siccome aveva con sè, come già dissi, le tre principessine ed il principe, vale a dire che non poteva ammettere nessun’aura persona nella carrozza senza separarsi da qualcuno de’ suoi figli, si convenne che essa partirebbe per la prima, e che noi l’avremmo seguita. Aveva tanta premura di allontanarsi da quei Francesi che detestava così cordialmente, che partiva il giorno seguente per Firenze, senza aspettare le altre carrozze, al solo annunzio che la via era libera.
Lord Nelson, sir William, miss Knight ed io partimmo il giorno seguente, vale a dire l’11 di luglio.
Questo viaggio, oltre al pericolo, presentava la probabilità di grandi disturbi: cattiva strada, cattive vetture, invece di un mare quasi sempre tranquillo nel mese di luglio, e di una buona cabina con tutti i comodi della vita; poi, dopo cento leghe fatte in questa guisa, qualche polacca austriaca o qualche balcan da pesca dalmato per trasportarci a Trieste. Anche lord Nelson aveva disapprovato fino all’ultimo momento questa maniera di viaggiare, e trovava veramente molto più comodo di superare la punta di Calabria e di entrare nell’Adriatico a bordo dell’_Alessandro_, vale a dire da re: in quanto a me confesso che preferiva il viaggio per terra per quanto fosse faticoso. Sir William poi era talmente ammalato, che dichiarò di esser quasi certo di non arrivare vivo ad Ancona; ma che fedele alla regina arrischiava anche la vita per seguirla.
E partimmo.
Impiegammo ventisei ore per andare da Livorno a Firenze in causa delle marcie e contromarcie che i Francesi ci costrinsero a fare. A Castel S. Giovanni la carrozza si rovesciò: Sir William ebbe una leggiera contusione al ginocchio, io ebbi una spalla lussata; un medico di villaggio me la rimise a posto facendomi soffrire orribili dolori, mentre un fabbro raccomodava la ruota spezzata; ma la ruota aggiustata troppo di fretta, si spezzò nuovamente ad Arezzo.
Siccome i Francesi si avvicinavano e ci volevano due giorni per raccomodare la carrozza, risolvemmo di prenderne un’altra, la prima che ci capitò, e partimmo in quella soltanto io, lord Nelson e sir William; miss Knight e la mia cameriera che potevano essere prese impunemente per francesi, essendo persone di minor importanza, le lasciammo indietro, per raggiungerci poi colla carrozza aggiustata.
Continuammo la via per strade orribili, ed in mezzo a popolazioni in preda a tale miseria che è impossibile a descrivere.
Giunti ad Ancona, la regina trovò una fregata austriaca preparata per riceverla; era tutta adorna di sete e di velluti, e oltre alla camera reale, vi erano otto letti per le persone del suo seguito. Desiderosa di lasciare al più presto possibile la terra, la regina si recò subito a bordo del bastimento; ma appena vi si era stabilita, esitò di nuovo, per sapere se era bene rimanervi; e quando arrivammo noi, tre giorni dopo, la trovammo incerta se doveva domandare ospitalità alla squadra russa, composta di tre fregate e di un brik. Nelson, che aveva poca confidenza nella marina austriaca, la incoraggiò in questo proposito; inoltre la fregata austriaca per disporsi a ricevere la famiglia reale era stata obbligata a ridurre a 24 il numero del suoi cannoni, e i Francesi che erano padroni delle coste della Dalmazia, avrebbero potuto con una flottiglia di barche prendere la _Bellona_ all’abbordaggio.
La squadra russa era comandata da un Dalmato, chiamato conte Wainorvich, che in un combattimento sostenuto l’anno precedente, ebbe rovesciata la sua bandiera dagli Austriaci, ed aveva fatto voto di non metter piede sul suolo austriaco, nè sopra alcuno de’ suoi territori dipendenti, e mantenne il suo voto tanto fedelmente, che non restituì nemmeno la sua visita alla regina, che era andata a vederlo, sotto pretesto che la fregata _Bellona_ era terra austriaca.
Ma siccome la fregata russa non era preparata all’onore che la regina le faceva, il capitano non potè che cedere la sua camera per lei e per la sua famiglia, e noi c’imbarcammo su di un’altra.
Sir William era tanto ammalato, che tutti i medici l’avevano condannato, e il più indulgente di essi pretendeva che sarebbe forse arrivato a Trieste, ma non a Vienna.
Contro ogni aspettazione, sir William si trovò un poco meglio arrivando a Trieste dopo una buona traversata.
La regina partì da Trieste il 7 agosto, noi la seguimmo due giorni dopo; questi due giorni erano stati presi per dare un poco di riposo a sir William
Prima di separarci a Livorno, la regina, non sapendo se ci saremmo riveduti ancora, in vista dei pericoli del viaggio, aveva fatto a ciascuno un regalo d’addio: Nelson ebbe un ritratto del re contornato di diamanti, e di smeraldi; William una tabacchiera col ritratto della regina, contornato di diamanti, ed io finalmente una splendida collana di diamanti, colla cifra in diamanti di tutti i principi e le principesse.
Si è veduto che contro ogni aspettazione il viaggio si compì senz’altro accidente che quello che è toccato a noi, o piuttosto alla nostra carrozza.
In questo viaggio ci raggiungemmo tre volte, per separarci ancora un’altra volta e per sempre, dopo Ancona, Trieste e Vienna.
A Vienna, grazie alla grande amicizia che la regina aveva per me, fui ammirevolmente ricevuta dall’imperatrice, da sua figlia e da tutta la famiglia imperiale.
La convalescenza di sir William, che durò sei settimane, ci trattenne a Vienna più di quanto vi saremmo rimasti senza di ciò, il che non nocque pure ai piaceri che ebbi nelle feste che mi si diedero. Sir William voleva che andassi in società con lord Nelson, precisamente come se si trovasse in perfetta salute e ci avesse accompagnati.
Era ormai tempo che la regina venisse a Vienna a difendere i suoi interessi, di cui nessuno aveva preso cura durante la sua assenza.
Ciò la determinò a prendere una grande risoluzione.
Vedendo che l’imperatore Francesco non aveva stipulato nulla per lei, e vedendo che gl’Inglesi difendevano la Sicilia, i cui porti potevano esser utili e abbandonavano Napoli, che non poteva giovar loro per nulla, decise di partire per Pietroburgo onde chiedere un appoggio all’imperatore Paolo.
Ma siccome era indispensabile che nessuno sapesse questo viaggio, finse una indisposizione.
E infatti lord Keith aveva qualche ragione di dire che Bonaparte annunziava, senza misteri, che prima di far la pace aveva un’altra potenza da distruggere in Italia. Bonaparte dopo la battaglia di Marengo pensò un istante di far marciare una divisione sopra Napoli. La stagione già avanzata, probabilmente gli avvenimenti che seguirono l’armistizio, salvarono momentaneamente Napoli, obbligando Bonaparte a concentrare le sue truppe in Italia; ma terminata la guerra, e Bonaparte completando con una o due altre vittorie quella di Marengo, era probabile che il regno delle Due Sicilie ne pagasse le spese.
Per conseguenza la regina partì per Pietroburgo.
L’intrigo ebbe la riuscita sperata dalla regina. Paolo I, per una vicenda di variazioni che subiva il suo carattere, era in quel momento in amichevoli rapporti col primo console Bonaparte; era evidente che costui, geloso di conservarsi un amico così potente, avrebbe fatto tutto ciò che l’imperatore gli chiedeva.
Paolo I scrisse una lettera calorosissima al primo console; ma volle da Carolina il giuramento che se riuscisse a firmare un trattato di pace tra la Francia e Napoli, il trattato sarebbe rigorosamente osservato.
Il generale Levacheff, gran cacciatore dell’imperatore Paolo, fu espressamente inviato al primo console, latore della lettera di Paolo, e garante della promessa della regina, di modo che al 6 febbraio 1801, un armistizio, seguito da un trattato definitivo, fu conchiuso a Foligno fra il cavaliere Micheroux e il generale Murat.
Uno degli articoli del trattato recava che, «i sudditi del re che erano stati esiliati, imprigionati e costretti a fuggire per causa di opinioni politiche, poteano ritornare in patria e riavere la libertà ed il godimento dei loro beni.»
Sventuratamente per molti era troppo tardi: i tribunali avevano operato, e tutto l’anno 1799 ed il principio del 1800, avevano veduto terribili esecuzioni, fra le quali quella dell’infelice Domenico Cirillo, che aveva, lo si ricorda, rifiutato di venire a curare la regina dopo la visita che avevamo fatto insieme alla Vicaria, e che noi non potemmo salvare dalla collera del re, quantunque la regina, spinta da me, gli avesse chiesto la sua grazia in ginocchio.
VI.
Il nostro soggiorno a Vienna fu una festa continua. Il principe e la principessa Esterhazy, in un loro viaggio a Napoli, erano stati ricevuti ammirabilmente al palazzo dell’ambasciata; vollero renderci quell’ospitalltà.
Fummo quindi invitati a passare una settimana al palazzo del principe ad Eisenstadt, ove vedemmo una cosa curiosa e che era probabilmente per farci onore in tutto il tempo che passavamo al castello. Vi era una guardia di cento granatieri, di cui il più piccolo era alto sei piedi; mano mano che si succedevano nel servizio, quelli che scendevano dalla guardia si sedevano ad una tavola ampiamente e squisitamente servita finchè il veniva a rimpiazzare un’altra serie di venticinque uomini.
Ci fu dato un gran concerto nella cappella del palazzo, sotto la direzione del venerabile Haydn, che allora aveva sessantanove anni. La sua famosa cantata della creazione fu eseguita in nostro onore.
Al suo ritorno da Pietroburgo, la regina di Napoli mi pregava continuamente, come si prega un’amica la cui presenza è indispensabile, di andare con lei in Italia: tutto era calmato, il re era ritornato a Napoli, la pace era fatta e ci prometteva il ritorno delle belle giornate che avevano seguito il mio arrivo nella deliziosa aurora della nostra amicizia.
Bisognava lasciar Nelson, e sarebbe stata una crudele ingratitudine, quando aveva tutto perduto per me, di dimenticare così presto una carriera come la sua, sacrificata al mio amore.
Fui inflessibile.
La regina allora, vedendo che ero decisa di partire, mi supplicò di accettare, in memoria della sua reale amicizia, una rendita o pensione vitalizia di mille lire sterline. Alla prima parola che ne dissi a sir William:
— Noi siamo abbastanza ricchi, mi rispose, e d’altronde una tale liberalità ecciterebbe i sospetti del governo inglese.
L’ora della partenza arrivò. La separazione fu crudele e piena di lagrime, di cui la regina versò la sua buona parte, poi, l’una dopo l’altra, le tre principesse mi abbracciarono; passammo l’ultima notte insieme, ricordandoci i buoni e i tristi giorni, promettendoci di non dimenticarli mai.
Finalmente ci lasciammo; la regina mi fece promettere di rivederla. Sir William era soffrente e agitato per gli ultimi avvenimenti. La regina mi fece comprendere, che una volta vedova e Nelson in crociera, io rimarrei ben sola ed abbandonata: essa contava su quell’eventualità per farmi mantenere la mia promessa.
Ciò che mi richiamava imperiosamente in Inghilterra, era specialmente lo stato in cui mi trovava.
Era incinta.
Sir William non ignorava di certo la mia intimità con Nelson; ma siccome le nostre relazioni coniugali erano state quasi sempre quelle di un fratello e di una sorella, non aveva mostrato gelosia. Stava però alla mia delicatezza di togliere agli occhi di tutti il mio stato, di partorire nel silenzio e nella solitudine. Era riconoscente a sir William Hamilton che chiudeva gli occhi; ma non doveva mai permettere che la malevolenza glieli aprisse.
Partimmo per Praga, ove l’arciduca Carlo ci aveva invitato ad andarlo a vedere, e dopo uno splendido ricevimento, sempre spinta dallo stato in cui mi trovava, continuammo la nostra via per Dresda e per Amburgo.
Eravamo appena discesi all’albergo, quando mi si annunziò che un uomo di sessant’anni, e la cui apparenza era poco più che volgare, insisteva per parlarmi.
Gli feci chiedere cosa desiderasse; rispose che non voleva dirlo che a me.
Vinta da questa ostinazione, ordinai di farlo entrare.
Infatti vidi un piccolo vecchio di sessantasei anni, che imbarazzato balbettava un cattivo inglese, e tenendo il cappello in mano, mi raccontava che nella suo cantina aveva del vino del Reno del 1625, il che era ben altro che il vino di cui parla Orazio che non datava che dal consolato di Opimio, poichè il vino del mio vecchietto aveva cento settantacinque anni, e da un mezzo secolo era in possesso della sua famiglia.
Questo vino, diceva egli, era riservato per un’occasione straordinaria, e questa occasione gli si presentava al di là della sua aspettazione; quell’uomo che per cinquant’anni era stato così avaro del suo vino, chiedeva di me, perchè interponessi i miei buoni uffici presso Nelson, per ottenere da lui che si risolvesse di accettare sei dozzine di bottiglie di quel vino, che avrebbe così avuto l’onore, mescolandosi _al suo sangue generoso, di far battere il cuore dell’eroe_.
Lord Nelson entrò in quel momento, e comprendendo lo scopo della visita del vecchio, cominciò col rifiutare un dono che non aveva prezzo, ma vinto poi dalle istanze di chi glielo offriva, finì coll’accettare sei bottiglie, ma alla condizione che il donatore pranzerebbe con lui il giorno seguente.
L’invito fu accettato, e fu inviata una dozzina di bottiglie; su di che Nelson osservò che bevendo sei di quelle dodici bottiglie ne sarebbero rimaste altre sei, che si sarebbero poste in serbo per beverne ad ognuna delle vittorie future che egli avrebbe riportato, e che, lo sperava bene, sarebbero state una mezza dozzina.
Difatti, al suo ritorno da Copenaghen bevve, in un gran pranzo che egli diede, una delle sei bottiglie, facendo un brindisi a chi gliela regalò, ma dopo Trafalgar, ahimè, quantunque la vittoria fosse splendida, le cinque bottiglie rimasero intatte; il vincitore era caduto nel mezzo della sua vittoria.
La seconda cosa rimarchevole, che ci accadde ad Amburgo, fu la visita che Nelson ricevette da Dumoriez.
Egli mi presentò, come pure a sir William, l’illustre vincitore di Valmy e di Jemmapes, che, secondo ogni probabilità, salvò la Francia da un’invasione, e che non fidandosi della riconoscenza della Convenzione che lo invitava a presentarsi, si presentò, trovando la cosa più sicura, agli Austriaci col giovine duca d’Orleans, che più tardi dovea sposare una delle giovani principesse, da cui aveva preso congedo a Vienna.
Era curiosissima di vedere da vicino una celebrità di cui aveva inteso tante volte parlare.
Era allora un uomo dai sessantasei ai sessantotto anni, di statura media, svelto ancora e nervoso, che sembrava che ne avesse cinquanta o cinquantacinque; la sua testa era viva e spiritosa, il suo sguardo pieno di fuoco, il suo viso aveva le tinte calde che le differenti atmosfere imprimono sul viso d’un soldato; un colpo di sciabola aveva lasciato la sua traccia sulla sua fronte; e seppi che in un solo combattimento, in cui si era fatto sciabolare piuttosto che arrendersi, ne aveva ricevute venticinque o ventisei. Era stato ministro della guerra di Luigi XVI, ed era sotto il suo ministero che la Convenzione si era dichiarata ostile all’Austria.
Egli era esiliato, e considerava filosoficamente quanto succedeva in Francia. Debbo dire che il suo colpo d’occhio aveva, se non qualche cosa dell’aquila, almeno qualche cosa del falcone; leggeva distintamente nell’avvenire e parlò del generale Bonaparte come di uno dei più grandi uomini di guerra, che fosse mai esistito, e ci predisse una fortuna ascendente di cui non vedeva il termine.
Noi gli demmo da parte nostra tutti i particolari sulla corte di Napoli, su quella di Palermo e di Vienna, e gli dovemmo una delle giornate più aggradevoli del nostro viaggio.
Restammo tre giorni ad Amburgo, vale a dire il tempo di dare un po’ di riposo a sir William; poi c’imbarcammo il 6 novembre e arrivammo a Varmouth.
Era la prima volta che Nelson toccava il suolo d’Inghilterra dopo la battaglia del Nilo. Fu ricevuto con ammirazione ed entusiasmo. Nel momento dello sbarco, la voce del suo arrivo si sparse per la città, la popolazione accorse, gridando: Viva Nelson; si tolsero i cavalli dalla carrozza e lo trascinarono allo albergo di Wrester in mezzo ad applausi frenetici. La fanteria della città venne a difilare sotto le sue finestre; la musica del reggimento gli diede una serenata. Il mayor ed il corpo municipale vennero a prenderlo, e lo condussero accompagnato da sir William e da me, che affaticata com’era non potei sfuggire dal recarmi alla chiesa, ove si resero azioni di grazie al cielo. Quando lasciammo la città, un distaccamento di cavalleria ci accompagnò non soltanto fino alle porte della città, ma ci scortò anche per buona parte della strada. Tutti i vascelli della baia erano pavesati come la festa del re, della regina o del principe ereditario.
Il 20 settembre, lord Nelson aveva scritto da Vienna al suo amico Davison la lettera seguente:
«Mio caro Davison,