Memorie di Emma Lyonna, vol. 8/8
Part 1
MEMORIE DI EMMA LYONNA
DI ALESSANDRO DUMAS
UNICA EDIZIONE AUTORIZZATA IN ITALIA. Vol. VIII.
Milano G. DAELLI e C. EDITORI MDCCCLXIV.
Proprietà letteraria — G. DAELLI e C. Editori.
STEREOTIPIA G. DASSI E C.
TIP. GUGLIELMINI.
MEMORIE
DI
EMMA LYONNA
I.
Due cose avevano contribuito a separare completamente Ruffo da Nelson, e specialmente Nelson da Ruffo.
Nelson voleva prendere castel S. Elmo colla forza, e nel caso che lo attaccasse poteva contare sulla sua cooperazione.
Ma il cardinale gli aveva risposto:
— Dopo ciò che è accaduto non darò nè un uomo, nè un fucile.
Inoltre Nelson aveva mandato al cardinale Ruffo un avviso da far stampare. Ruffo gli rinviò l’avviso, dicendo che aveva una stamperia di cui si serviva come vicario generale; ma che non conoscendo ancora il titolo col quale esso agiva, non poteva mettere quella stamperia a sua disposizione.
Nelson era dunque stato obbligato a procurarsi un’altra stamperia.
Il giorno 30, Napoli, svegliandosi, potè leggere la seguente:
NOTIFICAZIONE
«_A bordo il_ Fulminante, 29 _giugno_ 1799
«Orazio lord Nelson, ammiraglio della flotta britannica nella rada di Napoli, dà notizia a tutti coloro che hanno servito da ufficiali nel militare e nelle cariche civili l’infame sedicente Repubblica Napoletana, che se si trovano nel circuito della città di Napoli, debbano in termine di 24 ore presentarsi ai comandanti del castello Nuovo e del castel dell’Uovo, fidandosi alla clemenza di S. M. Siciliana, e se si trovano nelle vicinanze di detta città fino alla distanza di cinque miglia, debbano egualmente presentarsi ai detti comandanti, ma in termine di 48 ore; altrimenti saranno considerati dal suddetto ammiraglio lord Nelson come ribelli e nemici della prefata M. S. Siciliana.»
Non potrei render conto dell’effetto che produssero in città gli atti di lord Nelson, perchè noi dimorammo nella rada, e nessuno di noi mise piede a terra dal 24 giugno, in cui arrivammo sino all’8 di agosto in cui partimmo.
Il re aveva ricevuto al 2 di luglio a Palermo le lettere di Nelson e Hamilton, scritte al 29 giugno, dopo l’esecuzione di Caracciolo; si rammenterà il lettore che, nella sua lettera, sir William supplicava il re di venire al più presto; egli si decise di venire a Napoli o piuttosto nella baia di Napoli, e partì il 9 di luglio non già sul _Seahorse_ che gli aveva mandato Nelson, ma sulla fregata napolitana la _Sirena_: senza dubbio egli temeva di alienarsi completamente la marina, già oltraggiata per la preferenza che egli aveva dato a Nelson sopra Caracciolo, e attristata dal processo e dalla morte dell’ammiraglio.
Quanto fu cattiva la prima traversata fu altrettanto eccellente la seconda.
Un bastimento leggiero spedito da Nelson era ritornato al 6, e gli aveva annunziato che il re era in cammino e arriverebbe probabilmente al 7 od all’8.
Nelson risolse di affrettare l’assedio di castel S. Elmo, perchè il re Ferdinando vedesse la sua bandiera su tutti i forti.
Il castel S. Elmo non era difficile a prendersi, colle disposizioni che avea il suo comandante.
Al 3 luglio, vedendo incominciare contro di lui le disposizioni d’attacco, e credendo che il cardinale fosse sempre l’alleato degl’Inglesi, o piuttosto il generale che dirigeva l’operazione, gli aveva mandato un messaggiero per dirgli che la guarnigione francese era disposta a capitolare, prima che il castello fosse battuto in breccia, colla condizione che gli desse un milione, e accompagnava questa proposta colla minaccia di bombardare Napoli, se il milione non fosse pagato entro quarantott’ore.
Il cardinale fece rispondere al colonnello Mejean che la guerra si faceva col ferro e non coll’oro, che in tutti i paesi civilizzati le leggi di guerra vietano di tirare sulle case poste in luoghi, da cui non venivano nè gli attacchi nè le offese, e che le batterie che si dirigerebbero contro di lui verrebbero probabilmente dalla parte opposta della città; e che per conseguenza doveva dirigere anch’egli il suo fuoco non già verso la città, ma verso la parte opposta; e aggiungeva che se una sola bomba fosse tirata dal castello su di un punto dal quale non fosse insultato, il colonnello Mejean risponderebbe del male che farebbe colla sua testa, e con quella dei Francesi, che erano sotto i suoi ordini.
Troubridge, molto speditivo in materia di guerra, aveva proposto di minare il castello, di trasportarvi un centinaio di barili di polvere, e di far saltare i Francesi e gli ostaggi che erano con essi.
Il cardinale, quantunque ritirato dalla coalizione, avendo avuto cognizione del progetto proposto da Troubridge, protestò come di cosa contraria alle leggi di guerra, e fu abbandonato.
Al primo di luglio Troubridge sbarcò con mille e cinquecento Inglesi, vi unì cinquecento Russi e cominciò immediatamente i lavori di assedio, assecondato dal capitano Ball; ma al quarto giorno Ball fu mandato a Malta a sostituire il capitano Hallowell.
Nella notte dall’8 al 9, il re arrivò a Procida, e aveva con sè il generale Acton ed il principe di Castelcicala.
Rimase tutta la giornata del 9 a Procida, per assicurarsi senza dubbio che il giudice Speciale vi facesse bene il suo dovere; in fine al 10 arrivò a bordo del _Fulminante_, ove la sua presenza fu salutata da 21 colpi di cannone.
Si era già sparsa per Napoli la notizia che il re era a Procida; le salve tirate dal _Fulminante_, e la bandiera reale issata all’albero maestro annunziarono la sua presenza a bordo del vascello ammiraglio.
La popolazione accorse subito a S. Lucia, al Molo, alla Marinella, ed una quantità immensa di barche adorne di bandiere, al suono di strumenti musicali, uscì dal porto e si diresse verso la squadra inglese per felicitare il re del suo ritorno.
Appena il re fu a bordo del _Fulminante_, chiese un cannocchiale, salì sul cassero e si mise a guardare verso S. Elmo; nello stesso momento volle il caso che una palla russa spezzasse l’asta della bandiera francese e la gettasse a terra; il re superstiziosissimo, esclamò: «Buon presagio, caro Nelson! buon presagio!» Difatti, come se il colonnello Mejeau si fosse inteso con Troubridge per fare una sorpresa al re, la bandiera che succedette alla bandiera tricolore fu la bandiera bianca, detta altrimenti parlamentare.
Questa bandiera, che sembrava di avere aspettato l’arrivo del re per ispiegarsi, produsse un grande effetto; la folla diede in applausi, e al cannone del _Fulminante_ risposero i cannoni di tutta la flotta.
Il cardinale aveva del resto ricevuto il giorno antecedente, cioè al 9, un viglietto del re in data di Procida e concepito in questi termini:
«Procida, 9 luglio 1799.»
«Eminentissimo mio. Vi mando molti esemplari di una lettera che ho fatta per i miei popoli; fatela immediatamente nota a’ medesimi, e riscontratemi dell’esecuzione. Dal Simonetti col quale lungamente ho parlato questa mattina, avrete inteso le mie determinazioni relativamente agli impiegati del Foro.
«Il Signore vi conservi, come ve lo desidera il vostro affezionatissimo
«FERDINANDO B.»
Quando il cardinale conobbe dalle salve del bastimento che il re era a bordo del _Fulminante_, s’imbarcò e venne a bordo del bastimento di Nelson, ove non era più ritornato dal giorno della rottura del trattato; i prigionieri delle feluche, vedendolo passare, compresero di avere in lui un difensore, e ripresero qualche speranza, perchè sapevano ch’egli veniva a piatire la loro causa.
Difatti, appena il cardinale incontrò il re, cominciò la questione dei trattati e disse altamente al re, che quella rottura sarebbe uno scandalo pubblico, che risuonerebbe in tutte le corti d’Europa. Il re rispose che prima di decidersi voleva sentire Nelson e sir William.
Li fece chiamare, e allora si rinnovò la prima discussione. Sir William sosteneva la teoria diplomatica che il sovrano non deve transigere con sudditi ribelli, dichiarando che, essendo tali, il trattato doveva essere annullato; Nelson manifestò un odio implacabile contro i rivoluzionarii francesi; diceva che bisognava sbarbicare le radici del male, per impedire nuove e inattese sventure, che i repubblicani ostinati ed incapaci di pentimento commetterebbero nell’avvenire eccessi ancor più terribili, e che intanto l’esempio della loro impunità servirebbe d’incoraggiamento a tutti gli altri malintenzionati. Il cardinale era stato fermo sul principio che, fatta una capitolazione, doveva essere osservata, ma le sue istanze non prevalsero contro gli argomenti di Nelson e di sir William, che si accordavano coi segreti sentimenti del re.
Furono trattenuti i prigionieri, i quali, vedendo il cardinale che partiva colla testa bassa e colla fronte corrugata, compresero che tutto era finito per essi.
Ritornando al suo quartier generale, il cardinale inviò una seconda volta la sua dimissione.
II.
Rientrando nel porto ancor convulsa per ciò che dovetti vedere, o piuttosto travedere, seppi che un marinaio, mentre era ubbriaco, aveva battuto il suo superiore e doveva essere condannato a morte.
Aveva il cuore disposto all’indulgenza; mi sembrava che se salvassi la vita d’un uomo anche colpevole, alleggerirei il peso che mi opprimeva il petto, e che al punto dell’eguaglianza innanzi a Dio, rendendo la vita ad un uomo, riscattava il delitto di non aver impedito di lasciar morire un altr’uomo.
Chiesi il nome del marinaio condannato, mi si rispose che si chiamava Tommaso Campbell.
Quel nome mi colpì; certamente si trovava in fondo ai miei ricordi di gioventù.
Obbligai la mia memoria a riandare le mie più lontane impressioni, e mi ricordai che ancor giovane e aia di bambini ad Hawarden, un giorno che conduceva i fanciulli a giuocare in un prato, il collegio di madama Collman, di cui aveva fatto parte per qualche tempo, mi passò innanzi, e tutte le mie antiche compagne mi avevano derisa per la mia nuova condizione; una sola, staccatasi dalla loro fila, venne ad abbracciarmi, e questa giovinetta si chiamava Fanny Campbell.
Non so perchè udendo quel nome, quantunque molto sparso in Inghilterra, mi venisse in mente che quell’infelice condannato doveva essere parente di quella giovine, che mi aveva dato prove di amicizia mentre le altre mi deridevano.
Chiamai il capitano Hardy che, fra tutti gli uffiziali, era quello con cui aveva maggiori relazioni, perchè era fra tutti il miglior amico di Nelson, e gli dissi di darmi qualche particolare sull’infelice Tommaso Campbell, e di dirmi specialmente di qual paese egli fosse. Hardy non aveva alcun particolare da darmi sul condannato, ma fece portare il processo verbale di condanna, e vidi che era della piccola città di Hawarden; allora non ebbi più alcun dubbio ch’egli fosse il fratello della povera Fanny Campbell, e pregai Hardy che, senza dire nulla, mi conducesse dal prigioniero. Hardy si rifiutò per qualche momento, ma insistetti tanto finchè cedette. Egli mi condusse allora per le scale dei marinai fino in fondo alla scala, dove il povero infelice era in ceppi.
Si comprende quale fosse il suo stupore nel vedermi. Tutti i marinai mi conoscevano, e nessuno di loro ignorava certamente la mia intimità con Nelson. La mia presenza fu dunque per questo infelice ciò che è, o piuttosto sarebbe, un raggio di sole, che penetri nell’eterna notte dei dannati.
Da principio, nel suo stupore, pareva che non comprendesse le mie domande, ed esitava a rispondere.
Gli chiesi se era effettivamente di Hawarden, e mi rispose di sì; se avesse una sorella e mi rispose di sì.
Gli dissi che avevo conosciuto sua sorella.
Egli scosse la testa.
— Ti assicuro che l’ho conosciuta, insistetti io.
— Come mai, soggiunse egli, una grande signora, come voi, avrebbe conosciuto una povera ragazza, la figlia del sergente di marina John Campbell?
— E l’ho sì bene conosciuta, gli dissi, che so come si chiami Fanny.
Fece un atto di stupore.
— È vero, diss’egli.
Poi raccogliendosi:
— Giacchè avete conosciuto mia sorella, continuò egli, e che la vostra visita prova che avete qualche interesse per un povero condannato, vi farò una preghiera.
— Dite pure.
— Mia sorella ha sposato il pastore d’un piccolo villaggio fra Hawarden e Northop.
— John Law, forse?
— Precisamente, esclamò Tommaso; ma come fate voi a saperlo?
— Poco v’importa, voi vedete che lo so.
— Ebbene, signora, non dimenticatevi, e quando sarò... morto... scrivete a mia sorella — io non so scrivere — scrivete a mia sorella che sono morto, senza dirle che sono stato impiccato, e ditele che preghi per me; siccome è una donna molto pia, non mancherà di farlo.
— Ed è tutto ciò che desiderate, amico mio? gli chiesi.
— Mio Dio, sì, signora, io sono giustamente condannato, ho minacciato il mio superiore, quantunque non sia interamente mia la colpa.
— E di chi è dunque se non è vostra?
— La colpa è di quel diavolo di vino del Vesuvio. Io l’ho bevuto come se bevessi della birra, senza pensare che era come soffiare sul fuoco; la testa mi girava, e non ho riconosciuto il mio superiore, i miei occhi non ci vedevano più, e ho commesso il delitto; ma io spero che il buon Dio darà uno sguardo sul libro di bordo; e vedrà che da dieci anni che servo sui vascelli di Sua Maestà Britannica, non ebbi che tre punizioni; è vero che la terza sarà buona.
— Mio caro Hardy, ora so tutto ciò che voleva sapere, dissi ritornando verso il capitano di bandiera. Lasciamo questo povero giovine coi suoi rimorsi; poi aggiunsi sotto voce: che saranno tutta la sua punizione.
Hardy mi guardò e scosse la testa.
Io salii e andai a trovare Nelson.
— Mio caro Orazio, gli dissi, bisogna che vi racconti una storia: quando mia madre era fantesca in una masseria, aveva trovato il mezzo, con un legato che le aveva lasciato un antico suo padrone, di farmi entrare in una pensione di fanciulle, ove in un anno imparai a leggere, a scrivere ed un poco di musica e di disegno; ma dopo un anno il denaro mancò, io dovetti lasciare il collegio ed entrare come aia di bambini in casa di un bravo signore chiamato M. Hawarden.
Un giorno che conducevo al passeggio i miei piccoli allievi in un prato, le fanciulle, mie antiche compagne, che spesso io aveva superato nelle mie composizioni, passarono nel prato, e, siccome erano tutte signorine, si misero a deridere la mia umile posizione e i miei poveri abiti, che erano quelli di una cameriera.
— Povera e cara Emma, disse Nelson stringendomi la mano.
— Una sola si staccò dalla fila delle sue compagne e venne da me, e vedendo che piangeva, mi asciugò le lagrime col suo fazzoletto, e mi disse abbracciandomi:
— Oh! Emma, io non sono come queste cattivelle, ti amo sempre, io.
— E mischiando le sue lagrime colle mie, e abbracciandomi una seconda volta, andò a raggiungere le sue compagne, che la ricevettero con motteggi e derisioni.
— Era una buona figliuola costei, disse Nelson, e vorrei sapere il suo nome e la sua dimora, per darle una dote se non ne avesse.
— Ma ora ha già trentaquattr’anni, è maritata ed è felice.
— Ah! tanto meglio.
— Ma ha un fratello che è in una posizione molto cattiva; dovrò abbandonarlo questo fratello, o per riconoscenza verso sua sorella, toglierlo dalla posizione in cui si trova?
— Mia cara Emma, disse Nelson, abbandonare questo fratello dopo l’azione di sua sorella sarebbe un’ingratitudine, ed io non vi credo di questa stoffa.
— Dunque voi mi aiuterete nel mio desiderio di contraccambiare Fanny?
— Sì, se è in mio potere.
— Mi date la vostra parola?
— In fede di Nelson.
— Ebbene, mio caro Orazio, gli dissi mettendogli un braccio al collo ed appoggiando le mie labbra sulla cicatrice della sua fronte, questa brava fanciulla, per cui mi predicate la riconoscenza, si chiama Fanny Campbell, e suo fratello è il Tommaso Campbell che oggi è stato condannato a morte dal consiglio di marina per insulto verso un superiore.
— Ah! fece Nelson corrugando il sopracciglio; è più grave di quanto credeva, cara Emma.
— Allora mi rifiutate....
— Non dico questo; cercherò un mezzo di conciliar tutto.
— Come, conciliar tutto! ciò mi sembra difficile, voi non potete fare che nello stesso tempo sia e non sia appicato.
— No, ma posso lasciargli credere fino all’ultimo momento che sarà appiccato, e all’ultimo momento, comparirete voi e lo salverete. Non altrimenti, come, a quanto ci raccontava sir Wiliam, si facevano i scioglimenti delle tragedie antiche; appariva un dio od una dea ed il colpevole era salvato; siamo sulla terra dell’antichità, prendiamone esempio.
Aveva qualche ripugnanza ad accettare la parte che Nelson mi dava in questa commedia che prolungava di quindici o diciotto ore le angoscie d’un infelice; ma Nelson fu inflessibile, bisognava accettare la grazia come la offriva, o rinunziarvi.
Il giorno seguente, tutto fu eseguito secondo i desiderî di Nelson; alla mattina i marinari ed i soldati di marina furono riuniti sul ponte, vi condussero il colpevole, dopo il rullo d’uso dei tamburi, e si mise al collo del condannato la corda col nodo corsoio che pendeva dall’antenna; allora, come eravamo intesi, comparvi e chiesi la grazia, che mi fu accordata.
Il povero diavolo, che aveva avuto tanta forza quando si trattava di morire, gliene mancò per vivere e svenne.
Lo si richiamò gettandogli un secchio d’acqua di mare sul viso, poi lo si ricondusse nella cala, lo si mise in ferri per otto giorni, e poi venne a ringraziarmi e riprese il suo servizio.
— Ebbene, gli chiesi, berrai ancora vino del Vesuvio?
— Oh! nè vino, nè birra, milady, rispose, ho giurato di non bere che acqua per tutto il tempo della mia vita.
Seppi poi, che fin al 1801, vale a dire fino al bombardamento di Copenaghen, ove egli fu ucciso, mantenne fedelmente la sua promessa.
Il re aveva fatto a Napoli tutto ciò che doveva fare, aveva istituito la sua giunta, e l’aveva veduta all’opera.
Il 6 luglio fu impiccato a Porta Capuana Domenico Perla;
Al 7, Antonio Tramaglia;
All’8 Giuseppe Latella;
Al 13 Giuseppe Belloni;
Al 14 Nicola Carlomagno.
Al Mercato vecchio:
Al 20 di luglio, Andrea Vitagliano; costui era parente di quel Vitagliano di cui ha raccontato lungamente la morte, e che fu eseguita con Gagliani ed Emanuele de Deo.
Infine nel Castel del Carmine al 3 agosto:
Gaetano Rossi.
Poi il re manifestò a Nelson il suo desiderio di ritornare a Palermo. Nelson mise vela al 6 di agosto e all’8 eravamo di ritorno nella capitale della Sicilia.
La nostra traversata fu eccellente e, appena arrivati, il re scrisse subito al cardinale Ruffo.
Ecco la lettera del re:
«Palermo, 8 agosto 1799.
«Eminentissimo mio. Non voglio tardare un momento a parteciparvi il mio felice arrivo in questa capitale dopo il più felice viaggio del mondo, giacchè martedì mattina, alle 11, eravamo sul capo di Posillipo, ed oggi alle 2 abbiamo già dato fondo in questo porto con un venticello sopr’acqua, e il mare calmo come un lago. Ho trovato tutta la mia famiglia in perfetta salute, e sono stato ricevuto nel modo che potete figurare. Datemi uguali buone notizie delle nostre faccende costì, conservatevi, e credetemi sempre lo stesso vostro affezionato.
«FERDINANDO B.»
Trovai la regina tanto buona ed affezionata per me com’era sempre stata; fu lei che mi disse che nello spazio di otto giorni aveva ricevuto due dimissioni del cardinal Ruffo, e che rispose a tutte e due con un rifiuto positivo, avendone bisogno per qualche tempo, e aggiungeva, _della popolarità di quell’uomo!_
III.
Qualche tempo dopo il nostro arrivo a Palermo, il re s’intese con sir William sui regali che voleva fare a quelli, che in quest’ultima campagna avevano avuto una certa parte; Nelson ne aveva talmente avuti che non gliene poteva dare di più.
Tutti i capitani, che servirono sotto gli ordini di Nelson, ricevettero una tabacchiera con una fila di diamanti; quella di Troubridge aveva nel mezzo il ritratto del re, e inoltre gli aveva dato un bellissimo anello con un diamante che valeva almeno due mila ducati.
Alcuni ebbero delle scatole colle cifre del re in brillanti.
Il capitano Giorgio Hope, che all’epoca dell’imbarcamento aveva avuto l’onore di ricevere nella sua barca il principe reale, ricevette un magnifico anello in diamanti, il capitano Hardy ricevette un anello eguale ed inoltre una tabacchiera con due fila di diamanti col ritratto del re; infine il segretario di Nelson ebbe un anello con un brillante di gran valore.
Intanto passò il mese di settembre, e al 29 di questo mese compì Nelson il quarantesimo anno della sua età. In quel giorno la regina Carolina gli scrisse di sua mano la seguente lettera che firmò col pronome di Carlotta, che era quello che prendeva in tutte le occasioni non politiche. Carlotta era il nome d’amica. Carolina non era che il suo nome di regina.
«Palermo 29 settembre 1799.
«Mio degno ed ammirevole lord Nelson. Ricevete i miei voti sinceri pel vostro giorno di nascita in quest’anno, che corre già al suo fine. Quanti innumerevoli motivi non abbiamo mai per esservi affezionati ed eternamente devoti; noi vi dobbiamo tutto, e credete che il ricordo ne è incancellabilmente scolpito nel nostro cuore. Io non sono che l’interprete del re e di tutta la mia cara famiglia che si unisce con me, per assicurarvi la sua eterna riconoscenza, e far voti al cielo per la vostra eterna felicità e lunga conservazione. Ricevete dunque lo augurio di una famiglia, di una nazione intera, che sente l’obbligo che vi deve, e credetemi per la vita colla più profonda stima e riconoscenza,
«Vostra devotiss. e affezionatiss.
«CARLOTTA.»
In questo mese di settembre, mentre Nelson compiva il suo quarantesimo anno, un uomo a cui non si pensava, perchè lo si credeva sequestrato per sempre in Egitto, faceva vela verso la Francia. Palermo vide accadere degli strani avvenimenti, per vero un po’ difficili a raccontare; ma da che ho da raccontare ancora tante altre cose difficili, riescirò anche in questo.
La flotta turca era nel porto di Palermo colla flotta inglese; ma la differenza era grande, benchè Inglesi e Turchi fossero riuniti per la stessa causa. La differenza era grande nel modo con cui erano trattati gli uffiziali e i soldati delle due nazioni.
I soldati e gli uffiziali inglesi erano eretici.
Ma i soldati e gli uffiziali turchi erano ben altra cosa, erano infedeli.
Gli uffiziali inglesi erano ricevuti nelle case e, bisogna pur dirlo, non erano trattati troppo male dalle signore siciliane; i soldati avevano anch’essi delle relazioni nella città, e parevano molto contenti della maniera con cui erano trattati.
Ma la ripugnanza dei Siciliani o piuttosto delle Siciliane pei seguaci del profeta, era tale, che una donna coperta di cenci e chiedente l’elemosina non si sarebbe lasciata avvicinare da un turco, se la avesse anche coperta d’oro e fatta regina.
Ne risultava, che i Musulmani risolvessero di prendere per forza dei favori, che non si volevano loro accordare di buon grado; assalivano le donne che trovavano nei luoghi reconditi ed anche pubblici, tentando di far loro violenza, se erano sole, o di portarle sui loro vascelli se erano sul porto, sulla banchina o in vicinanza al mare.
Dopo mezzodì, sulla marina, vale a dir nel bel mezzo della passeggiata, mentre le carrozze erano al corso, due turchi, come se venissero da Tunisi o da Algeri e sbarcassero in paese nemico, presero una donna, e malgrado le sue grida, la portavano verso una barca, ove i suoi compagni l’aspettavano. Fortunatamente, a quelle grida accorsero molti marinai, ed uno dei turchi restò sulla spiaggia colpito da un coltello, l’altro potè raggiungere la barca e scampò.