Memorie di Emma Lyonna, vol. 7/8

Part 3

Chapter 33,406 wordsPublic domain

«Incarico pertanto Vostra Eminenza di portare sollecitamente nella Calabria, come la parte, che premurosamente ho a cuore di porre, per la prima, nel massimo grado di praticabile difesa per combinare le operazioni o misure con quelle che convengono alla difesa del Regno di Sicilia, e camminare in esse di concerto contro il comune nemico, tanto per rendere immune l’una e l’altra parte da ostilità, come dai mezzi di seduzione che si possono introdurre, negli estesi loro littorali, per arte e tentativi dei malintenzionati della capitale o del resto dell’Italia.

«Le Calabrie, la Basilicata, le provincie di Lecce, Bari e di Salerno, l’avanzo di quella Terra di Lavoro e di Montefusco, ch’è restato dopo la scandalosa cessione fatta, saranno l’oggetto delle di lei massime ed energiche premure.

«Ogni mezzo, che dall’attaccamento alla religione, dal desiderio di salvare la proprietà, la vita e l’onore delle famiglie, o dalle ricompense per chi si distinguesse, crederà di potere impiegare, sarà adoprato senza limiti ugualmente che i castighi più severi. Qualunque molla finalmente che giudicherà poter suscitare in quell’istante a credere capace di animare quegli abitanti ad una giusta difesa, dovrà eccitarla. Il fuoco dell’entusiasmo, in ogni regolar senso, sembra nell’attual momento il più atto a superare come a contrastare con le novità, che lusingano l’ambizione di alcuni, con l’idea di acquistare per rapine, colla vanità e l’amor proprio di altri, e colla illusoria speranza che offrono i fautori delle moderne opinioni e de’ maneggi rivoluzionari, ma di cui gli esempii in tutta l’Italia ed Elvezia presentano il contrario aspetto e le più desolanti conseguenze.

«Per mandare ad effetto ogni qualunque misura, diretta alla conservazione delle provincie, al riacquisto benanche di quelle invase, come a quello della disordinata capitale, l’autorizzo, come commissario generale nelle prime province, ove manifesterà la sua commessione, e con la qualità di vicario generale di quel Regno, allorchè si troverà in possesso, e munito di attiva forza in tutte o nella maggior parte delle medesime, a fare i proclami, che stimerà migliori e conducenti al fine ingiuntole.

«Le accordo coll’_alter ego_ le facoltà di rimuovere nel mio nome ogni preside, ogni regio amministratore, ogni ministro di tribunale, ed inferiori impiegati in qualunque grado politico, come anche di sospendere ogni uffiziale militare, allontanarlo, farlo arrestare, occorrendo, se ne troverà motivo, e d’impiegare interinalmente chi stimerà per rimpiazzare le vacanze, e finchè le abbia io approvate per la proprietà, sulle di Lei richieste, acciò tutti i dipendenti del governo riconoscano nell’Eminenza Vostra il superiore primario da me destinato a dirigerli, ed agiscano con vivacità, senza mora nè difficoltà alcuna a quanto necessita negli ardui e critici attuali momenti.

«Questa caratteristica di commessario o di vicario generale sarà assunta a di Lei scelta nel modo e quando crederà conveniente all’oggetto, perchè colle facoltà ed _alter ego_ che le concedo, nel più esteso modo intendo che faccia valere e rispettare la mia sovrana autorità, e con essa preservi il mio regno da ulteriori danni.

«Dovrà perciò adoprare con severità e prontamente ogni più rigoroso mezzo di castigo, qualora a ciò la richiami la necessità del momento e della giustizia, sia per farla ubbidire, o per ovviare a’ serî sconcerti onde coll’esempio e col togliere di mezzo la radice o seme che troppo rapidamente potesse estendersi e germogliare, negl’istanti di disorganizzazione delle autorità da me stabilite, o disposizione di alcuni al sovvertimento, venga riparato a maggiori eccessi ed inconvenienti.

«Tutte le casse regie di ogni denominazione dipenderanno dai suoi ordini. Veglierà che non ne passi somma alcuna nella capitale, mentre si trova questa nello stato d’anarchia in cui, senza legittimo governo, soggiace attualmente. Il denaro di dette casse sarà da lei adoprato pel comune e necessario bene delle provincie, ne’ pagamenti opportuni al governo civile, e ne’ mezzi di difesa, da provvedersi istantaneamente, come al pagamento dei loro difensori.

«Mi darà conto regolare di ciò che sullo assunto avrà stabilito o penserà di stabilire, e sopra di cui vi fosse tempo da sentire le risoluzioni e ricevere i miei ordini.

«Sceglierà due o tre assessori legali, probi e di sua fiducia, per affidar loro la decisione di alcune cause più gravi, che per appello doveano mandarsi ai tribunali della capitale: acciò essi terminino con finali decisioni quelle pendenze nel modo il più breve. Potrà prevalersi dei togati della capitale o de’ ministri delle provincie per tale commissione, autorizzandoli a decretare benanche le altre cause che ai medesimi stimerà di commettere; come anche gli appelli che ne venissero portati, ed assicurerà colla dimissione di detti ministri, se occorrerà, la più retta giustizia, che amministrerà in mio nome nelle provincie da Lei dipendenti.

«Dalle annesse carte, che le riunisco, rileverà che nella persuasione che non fosse del tutto sbandato il numeroso esercito che teneva in quel regno, e da cui sono stato crudelmente servito, aveva ordinato che quegli avanzi si fossero portati in Salerno, e fino nelle Calabrie per difesa di esse, o per un concerto indispensabile colla Sicilia. Nei momenti attuali, qualunque sia il comandante che si presenterà in esse provincie con qualche truppa, dovrà andar d’accordo in ogni parte di servizio e movimenti con Vostra Eminenza, cessando necessariamente le disposizioni enunciate negli annessi fogli; ma il Duca della Salandra o altro generale che giungesse con detta truppa, seguiterà le prescrizioni nuove che qui accenno. Le notificherà al medesimo, e spedirò in appresso quelle provvidenze ulteriori, che i lumi e le notizie che mi manderà potranno richiedere.

«Rispetto dunque alla forza militare, dovendo presumere che non n’esista della regolare, sarà di Lei cura, ed è l’oggetto principale della sua commissione, di eccitare ogni mezzo ed ogni maggiore energia perchè si organizzi un corpo militare qualunque, sia composto esso di soldati fuggiaschi o disertori, che in patria riacquistassaro il coraggio e l’animo che ha distinto i bravi corpi dei Calabresi ne’ recenti fatti col nemico; oppure sia di quei buoni e ben pensanti abitanti, che le sacre ragioni esposte e patenti di valida difesa, come l’onore nazionale, posson indurre efficacemente a prendere le armi.

«Per ottenere ciò io non le prescrivo i mezzi che tutti lascio al suo zelo, tanto in modi d’organizzazione che per la distribuzione delle ricompense d’ogni genere: se queste saranno in denaro, potrà accordarle subito, se saranno in onore ed impieghi che prometterà, potrà istallare interinalmente quelli che giudicherà, e me ne renderà inteso per la conferma ed approvazione, come pure pei distintivi promessi.

«Giungendo la truppa regolare che aspetto potrò farne passare una porzione in Calabria, o in altre parti della terra ferma, come egualmente quei generi in munizioni ed artiglieria, che potrò dividere fra quelle provincia e la Sicilia.

«Sceglierà le persone di sua fiducia che nel militare, o in impieghi politici crederà di situare alla sua immediazione; stabilirà per essi condizioni provvisorie ed appoggerà loro quelle incumbenze che stimerà poter meglio convenire.

«Per le spese di V. Eminenza, adoprerà la somma di ducati _millecinquecento_ il mese, che possono esserle indispensabilmente necessarii; ma le accordo ogni ulteriore somma maggiore che crederà convenire al disimpegno della sua Commissione, nel portarsi specialmente da un luogo all’altro, senza peso alcuno a que’ popoli ed università.

«Le concedo parimente l’uso del denaro che troverà nelle casse (e che sarà sua cura di farsi entrare dalle stabilite percezioni) per adoperarne porzione all’acquisto di notizie indispensabili alla sua commissione, sia dalla capitale o dalle provincie, sia anche da fuori per le mosse del nemico. Siccome trovasi nel maggior disordine la detta capitale pei partiti che la lacerano, e dei quali è giuoco il popolo, farà vegliare da abili ed adattati soggetti, ad informarsi del tutto bene e giornalmente; e si procurerà ivi benanche delle corrispondenze ed intelligenze che fomentino tra i buoni e cordiali vassalli i veri sentimenti d’attaccamento ad ogni loro più sacro dovere: non risparmierà denaro per quest’oggetto quando crederà poterselo proficuamente impiegare.

«Non mi estendo in particolari maggiori per le misure di difesa che nel massimo grado da lei aspetto; molto meno per quelle contro le mozioni interne, attruppamenti, seduzioni, emissari, e mala volontà di alcuni. Lascio al discernimento di Vostra Eminenza il prendere più pronte determinazioni, e per la giustizia subitanea contro tali delinquenti. I presidi (quello di Lecce specialmente) alcuni ben cordati vassalli ed abitanti in quelle parti, i vescovi, i parrochi ed onesti ecclesiastici, la informeranno di tutti i bisogni, come dei mezzi locali, e questi ultimi saranno certamente adoperati con quella straordinaria energia e vivacità, che prescrivono le circostanze.

«Attendo dall’Imperatore soccorsi d’ogni genere; il Turco me li promette ugualmente: così la Russia: onde le squadre di quest’ultima potenza, prossima al litorale di queste regioni, sono pronte a soccorrermi.

«Ne avviso lei, perchè nelle occasioni possa prevalersene ad ammettere benanche porzione di quelle truppe nelle provincie, se il caso lo richiedesse; come ricevere pure dalle loro squadre quegli ajuti, che la natura delle operazioni facessero considerar utili alla sicura loro difesa.

«Le accenno queste misure dipendenti dall’esterno per ogni buon fine, mentre le farò passare indi quelle ulteriori notizie che riguarderanno un più sicuro concerto. Lo stesso saprà relativamente agli Inglesi, la squadra dei quali veglia assiduamente alla salvezza della Sicilia.

«Ogni modo di ricevere nuove e di spedirmele regolarmente, almeno due volte la settimana, sarà da lei stabilito ed assicurato con precisione, perchè le notizie concernenti la importante sua Commissione mi giungano spesso e opportunamente come necessarie; indispensabili benanche alla difesa di questo Regno.

«Confido nel suo attaccamento e ne’ suoi lumi — ed attendo che Ella corrisponderà, come ne sono sicuro, a quanto vivamente e pienamente da Lei spero.

«Palermo, 25 gennajo 1799.

«FERDINANDO.»

Questo manifesto gli fu consegnato nello stesso giorno in cui fu scritto, vale a dire il 25 gennaio 1799.

Il cardinale era stato prevenuto che, malgrado i sessantacinque o sessantasei milioni che il re aveva portato seco, non poteva dargli altro denaro che tremila ducati, vale a dire dodici mila franchi, per sovvenire a tutte le sue spese per la ristorazione. Una volta in Calabria, egli dovea pensare a provvedere ai mezzi di contribuzione volontaria o forzosa, od in qual siasi altro modo trovasse più conveniente.

Ma al momento della partenza si credette di aver trovato una miniera; il marchese Luzzi prevenne il prelato, da parte del re, che il marchese don Francesco Taccone, tesoriere generale del regno di Napoli, era arrivato a Messina, latore di cinquecentomila ducati, vale a dire più di due milioni, concambiati a Napoli con effetti del banco. Siccome questo danaro apparteneva alla cassa generale del regno di Napoli, il re acconsentiva di cederlo al prelato per i bisogni della spedizione. Affrettiamoci a dire ciò che però maraviglierà punto coloro, che conoscono quanto facilmente a Napoli il denaro resti aderente alle mani di coloro che lo maneggiano; nè il cardinal Ruffo, nè il re, nessuno insomma potè por mano su questi due milioni e cinquecento mila franchi.

Il cardinale non perdette tempo, al 26 gennaio, vale a dire il giorno seguente a quello in cui ebbe il manifesto, partì per Messina, ove si recò in parte per via di terra ed in parte per mare.

Dopo aver fatto inutili ricerche a Messina per l’incasso dei cinquecento mila ducati, il cardinale passò in Calabria, ove arrivò l’8 febbraio 1799 sulla spiaggia di Catona, ove spiegò dal balcone del casino di suo fratello il duca di Baccanello, la bandiera reale, portante da un lato lo stemma reale e dall’altro la croce, colla iscrizione che era impressa quindici secoli prima sul labaro di Costantino:

IN HOC SIGNO VINCES

Dopo quindici giorni sapemmo che mille uomini si erano uniti a lui, e che, lasciata la costa di Messina, era partito per Monteleone.

VI.

Queste notizie resero la salute alla regina e stesero un secondo lenzuolo, sulla tomba del povero principino, quello dell’obblìo.

Ho detto come passavamo le nostre serate, il re a querelare il presidente Cardillo, il presidente Cardillo a strapparsi i bottoni dell’abito, il duca S...... a tener il banco ed a far brillare i suoi anelli e le sue spille, io ad esprimergli il desiderio di averli, Nelson e sir William a comperarli.

La regina non giuocava, si teneva in disparte colle principessine, e ricamava una bandiera dedicata ai Calabresi, che voleva inviare al cardinale non appena fosse terminata.

Le nostre giornate, specialmente quando vennero i primi soffi ed i primi soli di primavera, non la cedevano in nulla alle nostre serate. La fine di febbraio ed il principio di marzo sono magnifici a Palermo. Due o tre volte per settimana si organizzavano delle passeggiate nel porto, si facevano delle colazioni a bordo di un vascello, si pranzava a bordo dell’altro. La regina prendeva poca parte a queste feste: dopo la disfatta dell’armata napoletana, dopo il singolare ritorno di suo marito, dopo la fuga forzata da Napoli, era divenuta ancor più triste e più che mai concentrata nel suo odio, da cui non usciva che con eccessi di furore che spaventavano tutti quelli che la circondavano, e durante i quali io sola poteva penetrare fin da lei; quando vi era qualcuna di queste feste, la vera regina era io.

Difatti in queste passeggiate, in cui prendevano parte, cinquanta o sessanta barche pavesate, e montate dalle dame e dai cavalieri della corte, Nelson ed io, anche quando il re prendeva parte alla navigazione, eravamo sempre in testa alla comitiva, in una barca con dieci o dodici rematori, mentre il re non ne aveva che otto. È vero però, che appena prendevamo il largo, il re si dirigeva da un qualche lato, e invece di ascoltare i nostri suonatori ed i nostri cantanti, si metteva a dar la caccia agli uccelli marini: in quanto a noi, dopo una prima passeggiata in mare, ci arrestavamo a bordo del _Culloden_, ora bordo del _Minotauro_; poi terminato l’asciolvere, ritornavamo in mare, in mezzo al suono degli strumenti e tra i canti; talvolta chiudendo gli occhi e trasportandomi nell’antichità, mi compiaceva di credere che non era la prima volta che la mia anima era venuta ad abitare il mondo, e che una volta io era stata Cleopatra, e Nelson Antonio; e allora mi ricordava qualcuno dei bei versi del dramma di Shakespeare, e li gettava a quella brezza che ci arrivava curvando le palme e togliendo i profumi degli aranceti della Bagheria. Poi quando gli ultimi raggi del sole coloravano di rosa la cima del monte Pellegrino, si riprendeva la via verso il _Vanguard_ illuminato a giorno; una lunga tavola copriva il ponte da un capo all’altro; i cannoni sparivano sotto i buffetti coperti di argenterie, di fiori e di pasticcerie; ci mettemmo a tavola, io in faccia al re come se fossi la regina, fra Nelson ed il capitano Troubridge o il comandante Thomas. Il pranzo durava anche una parte della notte, e ad ogni brindisi che noi facevamo i cannoni della batteria inferiore tuonavano, e l’artiglieria dei forti rispondeva alle nostre salve.

Nelson era sovente inquieto e preoccupato; sentiva bene che la sua coscienza lo rimproverava della sua inazione, e gli gridava che dovea essere altrove; allora si levava da tavola col pretesto di dare qualche ordine, e se ne andava solo sul cassero a fantasticare; un giorno lo seguii e me gli avvicinai senza che mi vedesse; lo intesi mormorare:« — miserabile pazzo che son io; davvero il mio bastimento ha più l’assetto di una bottega da pasticciere, che d’un vascello della squadra azzurra.» — Allora gli misi il mio braccio intorno al collo, e lo ricondussi al suo posto, vergognoso e disperato di essere stato inteso.

Il carnevale si avvicinava; le notizie del cardinal Ruffo diventavano sempre più soddisfacenti; si diede qualche ballo in maschera alla corte. Ciò fece nascere a Nelson, che cercava visibilmente di divagarsi, l’idea di andare travestito con me per le strade: noi facemmo per due o tre volte queste follie; ma un accidente, che poteva aver delle conseguenze gravi, ci guarì subito.

Una notte che andavamo così travestiti per le vie di Palermo, Nelson che aveva bevuto molto, dopo il pranzo, secondo l’abitudine degli Inglesi, mi condusse in una casa sospetta, molto frequentata dagli uffiziali della squadra; essi però non ci riconobbero, ma un nostromo ed un marinaio che bevevano in un angolo, ebbero dei sospetti, e quando Nelson ed io uscimmo, ci seguirono, e ci videro entrare nel palazzo dell’ambasciata. In quel momento ne usciva il re, e vedendo quei due giovanotti, che sembravano di buon umore, chiese loro che cosa facessero là; il nostromo balbettava un poco d’italiano, e divertì assai il re, raccontandogli tutta l’avventura: il re gli promise di ricordarsi di lui, e gli chiese in che cosa gli potesse far piacere; il nostromo gli rispose, sempre ridendo, che la sua ambizione dopo la sua nascita era di esser fatto cavaliere.

— Ebbene, gli disse il re, sta tranquillo e lo sarai; e gli chiese il suo nome ed a qual bastimento apparteneva.

Il nostromo rispose che si chiamava John Baring e apparteneva all’equipaggio del _Vanguard_, e ricordò al re qualche piccolo servizio che aveva avuto la fortuna di rendergli, durante il suo passaggio da Napoli a Palermo.

— Difatti, disse il re, me ne ricordo.

— Bene, rispose il nostromo, credeva che Vostra Maestà l’avesse dimenticato.

— E perchè? chiese Ferdinando.

— Perchè nè io nè l’equipaggio, rispose il nostromo incoraggiato dalla bonomia del re, non abbiamo mai avuto il piacere di bevere alla salute di Vostra Maestà, con monete di effigie diversa da quella del nostro grazioso sovrano Giorgio III.

Il re si morse le labbra.

Difatti una volta a terra, colla sua ingratitudine abituale, egli aveva dimenticato il pericolo, dal quale sfuggiva, ed i servigi ricevuti.

— Ebbene, gli disse il re, dimani beverai alla mia salute con denaro che porta la mia effigie; ed i tuoi camerata bevendo alla tua, ti chiameranno cavaliere.

Siccome il re era molto ciarliero, raccontò nella stessa sera tutta la storia alla regina, come fossi uscita travestita con Nelson da una casa che egli nominò con un titolo più espressivo di _sospetta_, come ci avesse seguiti un nostromo inglese, che lo aveva talmente divertito che gli promise di farlo pel giorno seguente cavaliere dell’ordine di San Giorgio Costantiniano.

Poi nella stessa sera, scrisse un ordine, che alla mattina del giorno seguente dovea essere consegnato al Principe Luzzi, ministro delle finanze, per far portare mille e trecento once di oro, all’equipaggio del _Vanguard_ a titolo di gratificazione.

Il principe Luzzi doveva dare avviso di questa decisione all’ammiraglio Nelson, e di prevenirlo, che pei servigi ricevuti durante la traversata, nominava il nostromo John Baring cavaliere di S. Giorgio Costantiniano.

Nelson divise queste mille e trecento once nel modo seguente:

Cento ai marinai che vennero a prendere la famiglia reale nei due canotti, e l’aiutarono ad imbarcarsi.

Cento ai domestici dell’ammiraglio.

Cento ai marinai della barca dell’_Alcmena_.

Cento ai Wardroom.

Cento otto ai ventisette gentiluomini di poppa, e ai bassi uffiziali, vale a dire quattro per ciascuno.

Settecento settantadue ai soldati di marina, ai marinai in numero di 579.

Tredici ai mozzi, in numero di ventisei.

Le sette rimanenti per la zuppa.

Nelson annunziò inoltre al nostromo il favore che gli accordava il re.

Sventuratamente per il povero diavolo, il re, come già dissi, aveva raccontato tutto alla regina, e la regina aveva raccontato tutto a me, dicendomi di stare più attenta per l’avvenire, poichè era stata veduta e riconosciuta. Essa non mi potè dire il nome dell’uomo che ci aveva seguiti, ma non fu difficile trovarlo; il re aveva detto di aver decorato quella bella storia.

Appena vidi Nelson, gli raccontai tutto quanto mi disse la regina; il decorato, come dissi, era John Baring. L’ammiraglio, in un primo momento di collera, giurava di farlo impiccare. Non so se ne aveva il diritto; ma al suo bordo Nelson si credeva re assoluto, e certamente avrebbe fatto quanto diceva.

Lo pregai tanto, che si accontentò di cacciarlo, e invano riuscii a volergli far grazia completa.

Intanto venivano dalle Calabrie le migliori notizie: si era avuta la notizia dell’entrata del cardinale in Monteleone, e successivamente a Catanzaro e a Cotrone che fu messo a sacco e incendiato dalle truppe Sanfediste.

Il cardinale aveva annunziato questo saccheggio e questo incendio, come una notizia che doveva oscurare la gioia del trionfo; ma il re invece aveva trovato che era la giusta punizione della ribellione di quella città, e aveva scritto una lettera o piuttosto due, di cui ecco il testo letterale.

L’imparzialità, a cui vi riconduce la fredda mano del tempo, mi spinge a produrre al giorno d’oggi quelle lettere per provare che questi massacri ed incendii, di cui si rammaricava il cardinale, consolavano il re.

«Palermo, 9 marzo 1799.

«Eminentissimo mio.