Memorie di Emma Lyonna, vol. 7/8

Part 4

Chapter 43,712 wordsPublic domain

«Non so esprimervi la gioia che provammo ieri sera nel ricevere le vostre lettere dal 27 dello scorso al 2 del corrente, per le ottime nuove che in essa mi date della continuazione del felicissimo esito che ha la vostra Commissione, e che sicuramente diverrà sempre più protetta, e benedetta dal Signore per vostra gloria ed onore e felicità di tutta l’Italia, come vado lusingandomene. Non posso che approvare la savissima condotta che tenete nella vostra marcia, e gli editti che avete stimato di pubblicare; ma ai cari emissarii, che vi riesce di aver nelle mani, vi prego di non perdonarla affatto, e punirli senza pietà per esempio degli altri, quando sia avverato il fatto; perchè la troppo indulgenza usata in questa materia, è causa che noi ci troviamo in questo stato; e quando voi dite del sistema tenuto dagli infami rivoluzionari di far beneficare e metter in carica a forza di maneggi quei soggetti guasti, e loro aderenti, rovinando quelli che erano fedeli ed attaccati a forza di calunnie, non è che un Evangelo, è il sistema da essi adottato per tutto rovesciare e distruggere ogni cosa; per cui se Iddio si compiacerà di farci veder terminar felicemente questa maledetta faccenda, bisognerà far da capo. Quanto mi accennate della provincia di Salerno mi ha fatto grandissimo piacere, ed essendosi vociferato, subito sono corsi da me diversi padroni, che qui giunti erano pochi giorni fa, fuggendo da Vietri, e si sono esibiti di ripartire immediatamente per darvi la mano, locchè farò loro eseguire immediatamente. Desidererei ben di cuore che presto possiate aprirvi la comunicazione della Puglia o Lecce per sentir cosa abbiano fatto con que’ banditi, mentre altra notizia non abbiamo, che da un bastimento Svedese il quale, proveniente da Gallipoli, dice che quella città si è già controrivoluzionata, fugando e massacrando i Giacobini, e che tutta questa provincia era nella massima mestizia, mal soffrendo l’attual governo repubblicano. Già colla posta avrete saputo la nuova, che, nel momento della spedizione, ricevemmo con una corvetta inglese venuta in 17 giorni da Costantinopoli, della prossima venuta della truppa Russa ed Albanese: Dio faccia che giungano con effetto presto. Tutte queste nuove sollevano i buoni, e non fanno aver tanta boria ai malvagi; è molto tempo che soffriamo, e soffriamo davvero; speriamo che il Signore siasi finalmente mosso a compassione di noi, e voglia esaudirci e proteggere chi lo serve fedelmente. Godo sentire che, eseguendosi i miei ordini, da Messina finalmente si sia mandato quanto avete richiesto, e siate sicuro, che per quanto dipenderà dalla mia attività nell’ordinare, non vi mancherà niente. Avrete a quest’ora ricevuto i miei saluti da vostro fratello. Conservatevi, continuate a mandarmi buone nuove, e credetemi sempre lo stesso vostro affezionato.

«FERDINANDO B.»

Ecco la seconda lettera:

«Palermo, 11 aprile 1799.

«Eminentissimo mio

«L’altro ieri ricevei di sera la vostra lettera del 29 scorso mese, scrittami da Cotrone, dove mi fa pena di sentire il saccheggio dato in quel modo, benchè, a dir il vero, lo avessero ben meritato quegli abitanti, colla resistenza fatta, mentre, vi replico, non ci vuol misericordia con chi dichiaratamente si è mostrato ribelle a Dio ed a me. Per i Francesi che ci avete trovato, spedisco immediatamente l’ordine perchè si mandino a casa loro, che anche io trovo che sia il migliore che si possa fare, dovendosi riguardare, dovunque si tengano, come un genere assolutamente impestato. Quanto mi dite esservi stato narrato della morte del preside di Lecce, mi ha fatto inorridire; ma ancora voglio credere che non sia vero, per l’onor della famiglia: e che il pover’uomo sia morto di malattia, essendo già da gran tempo molto malandato. Per l’affare del principe biondo, che si era creduto prima mio figlio, e a voi si era fatto supporre esser il cavalier di Sassonia, già a quest’ora saprete chi sia e tutta la sua storia, ed ora si trova qui in Palermo ritornato da Tunisi. Due spedizioni già ci sono state fatte dal Comodoro Troubridge da Procida, la prima giunta qui domenica, e l’altra ieri l’altro. Subito ho fatto tradurre le lettere da lui scritte a Nelson, che copiate mi affretto di spedirvi, acciò siate inteso del felicissimo esito che finora ha trovato quella spedizione, e le notizie che ho potuto raccogliere fino al giorno dell’ultima data, che son certo non vi faranno dispiacere: tutto quanto hanno richiesto si è spedito immediatamente, specialmente il giudice, non facendo essi cerimonie, per cui quando riceverete questa, molti casicavalli avranno fatti. Vi raccomando perciò su quest’assunto di agire in conformità di quanto vi scrivemmo lo scorso ordinario, tanto io che Acton, ed egli vi replica in questa e colla massima attività: Mazzi e panelle fanno le figlie belle. Stiamo ora colla massima premura aspettando notizie de’ cari Russicelli; se quelli vengono presto, spero tra breve faremo la festa, e col divino aiuto finiremo questa maledetta istoria. Mi rincresce infinitamente che il tempo continui così piovoso, perchè questo sarà sempre di un grand’intoppo per le vostre operazioni. Mi dite che, andando avanti verso Matera, vi tratterrete nelle terre del principe nostro, a Potenza; quando mai egli ci stasse, spero vi ricorderete essere stato un di quei due famosi eroi, e credo il principale, che trattarono e conchiusero quel superbo armistizio, e che per conseguenza non sarebbe stato mai più accorto. La nostra salute è, grazie a Dio, perfetta, non di picciolo ristoro essendo le sempre migliori nuove che ogni giorno ci pervengono. Il Signore conservi voi e benedica sempre più le vostre operazioni come, se pure indegnamente però ne lo prega e ve lo desidera il vostro affezionato

«FERDINANDO B.»

Difatti si erano ricevute molte lettere di Troubridge inviate dall’ammiraglio per riprendere le isole d’Ischia e di Procida, e Troubridge coi suoi sentimenti di eguaglianza che non muoiono mai nel cuore di un Inglese, e che la passione di Nelson per me potè soltanto soffocare, aveva raccontato di essersi impadronito delle isole di Ponza, e aggiungeva che pregava il re di mandare a Procida un giudice _onesto_ per fare il processo a tutti i suoi prigionieri.

Una terza lettera di Troubridge, diretta a Nelson, era accompagnata da una cassetta, che conteneva un dono singolare e un viglietto ancor più singolare.

Il dono era una testa tagliata.

In quanto al viglietto era concepito in questi termini:

«Salerno, 26 aprile 1799.

«_Al Comandante della Stazione Inglese_

«Signore!

«Come suddito fedele al mio re Ferdinando IV (D. G.) ho la gloria di presentare a Vostra Eccellenza la testa di D. Carlo Granozio di Giffoni, che era impiegato nell’amministrazione diretta dall’infame commissario Ferdinando Ruggi. Il detto Granozio è stato da me ucciso in un luogo chiamato li Pugig, nel distretto di Ponte Cagnaro, mentre si dava alla fuga.

«Prego Vostra Eccellenza d’accettare questa testa, e di considerare tale azione come una prova del mio attaccamento alla Real Corona.

«Sono col rispetto che vi è dovuto, il fedele suddito del re

«GIUSEPPE MANUISIO VITELLA.»

Nelson fece parte a S. M. del dono che dovea consegnargli, e sopra rifiuto del re di riceverlo, fece riempire la cassa di segatura, la fece rinchiodare dal falegname e la gettò in mare.

Troubridge aveva scritto di suo pugno sulla cassa _a jolly fellow_.

Un allegro compagno!

VII.

Le notizie che ci arrivavano da Napoli non erano meno favorevoli di quelle che ci arrivavano dalla Calabria; Championnet caduto in disgrazia per l’opposizione che aveva tentato di fare alle esazioni del Direttorio, in suo luogo e stato Macdonald era stato nominato generale in capo.

Occupava appena quel posto, che si appresero a Napoli le notizie dei disastri dell’armata francese nell’alta Italia. Suwaroff e i suol cinquantamila Russi erano arrivati, e l’imperatore si era finalmente deciso di mettersi in campagna; ma i Francesi, privi dei loro migliori soldati chiusi in Egitto e del loro miglior generale prigioniero con essi, erano stati battuti a Magnano, e avevano perduto la linea del Mincio, mentre Suwaroff, nominato generale in capo dell’esercito austro-russo, era entrato in Verona e si era impadronito di Brescia.

Macdonald ricevette l’ordine di lasciar Napoli e di riunire le sue forze a quelle dell’armata francese che era in piena ritirata.

Al sette maggio egli era quindi partito da Caserta, lasciando una guarnigione di 500 Francesi nel castel S. Elmo, sotto gli ordini del capo legione Meyan, e dopo quattro giorni aveva lasciato Napoli.

Questa notizia dell’evacuazione di Napoli giunse a Palermo ai primi di maggio; al 9 di maggio Nelson scriveva all’ammiraglio lord conte S. Vincent per annunziargli quella notizia.

Ma al momento in cui ci abbandonavamo alla gioja per questa evacuazione, venne un’altra notizia che fece di contrappeso a quella che avevamo ricevuta dianzi.

Al 12 maggio il brick la _Speranza_ giunse a Palermo coll’avviso che la flotta francese di Brest, ingannando il nostro blocco, era uscita dal porto, era stata veduta a Oporto, e dirigevasi verso lo stretto di Gibilterra, nell’intenzione probabile di congiungersi alla flotta spagnuola, e di fare un tentativo contro Minorca o contro la Sicilia. Era quindi necessario di rinforzare la flotta inglese, e Nelson diede immediatamente degli ordini per richiamare i bastimenti inglesi che si trovavano nella baia di Napoli.

Ma Nelson sperava ancora di non lasciar Palermo, era veramente ammalato d’inquietudine; e alla sola idea di lasciarmi, non fosse che per qualche giorno, piangeva come un fanciullo.

Le lettere seguenti daranno un’idea dello stato in cui si trovava il suo animo, o piuttosto il suo cuore.

La prima è diretta al vice-ammiraglio Duckworth.

Eccola.

«Palermo, 12 maggio 1799.

«Mio caro ammiraglio

«V’invio otto, nove o dieci vascelli di linea con tutta la premura. Essi possono o riunirsi col nostro grande ed egregio comandante in capo, od agire separatamente. Se mi è permesso di avventurare un’opinione, direi che è meglio che la flotta bordeggi davanti a port Mahon, di quello che non sia entrare nell’Havre. Coi miei voti pel vostro miglior successo, che sventuratamente non posso dividere con voi, mi dico ecc.

«O. NELSON.

Nello stesso giorno scrisse al capitano Troubridge:

«12 maggio 1799.

«Mio caro Troubridge.

«Quando avrete ricevuto questa lettera, la flotta francese avrà già fatto la sua riunione colla spagnuola. Il tempo soltanto cl farà conoscere quale sia stato il risultato delle evoluzioni. Il conte verrà, ci raggiungerà, e voi mi manderete il _Minotauro_, lo _Swiftsure_, il _S. Sebastiano_, il _Culloden_, e il _Sealaw_; voi od Hood rimarrete col _Seahorse_, la _Minerva_ etc. etc., inviate un piccolo battello a Livorno ed ordinate al _Lion_ di congiungersi immediatamente coi vascelli a Procida; date ordine ai vascelli di passare per di qua, ma che non gettino l’ancora. Riceveranno da me altri ordini. Il brick va direttamente a Mahon o a Gibilterra. Intendiamo di dire che un vascello di linea fu veduto frequentemente ad Ustica. Non ci credo — che Dio vi benedica.

«O. NELSON.»

«Il _Seahorse_ deve osservare Salerno, mandate subito i vascelli appena vi arriveranno.»

Il giorno dopo questa terza lettera seguiva le due precedenti al lord conte di S. Vincent:

«Palermo, 13 maggio 1799.

«Se avanzate senza battaglia, spero che in questo caso mi darete occasione di raggiungervi; perchè sarei disperato di essere vicino al mio comandante in capo, e di non assisterlo in tale momento.

«Non avete l’idea dello stato in cui mi trovo. Se me ne vado, arrischio, e la parola arrischiare è troppo debole, metto in pericolo la Sicilia, e più ancora ciò che si è salvato sul continente; poichè sappiamo per esperienza che si giudica più sulle opinioni, che sui fatti stessi; rimanendo, il mio cuore si strugge, e per colmo di sciagura, sono seriamente ammalato. Che Dio vi benedica; state sicuro che agirò col maggiore zelo, e siccome so che il mio buon amico agirebbe come me, credetemi dunque con affezione sincera, il vostro fedel amico.

«O. NELSON.»

Infine, avendo avuto nello stesso giorno un altro avviso, scrisse al capitano Troubridge:

«_Vanguard_, Palermo 13 maggio 1799.

«La flotta francese ha passato lo stretto di Gibilterra, ed è stata veduta vicino a Minorca. Appena ricevuta la presente verrete a raggiungermi qui coi vascelli di linea che avete sotto i vostri ordini; se potete darmi una fregata sarà meglio; disponete i vostri piccoli bastimenti nel modo che credete più vantaggioso, e lasciatene il comando a chi vorrete.

«O. NELSON.»

Nelson rimase dal 13 al 19 in esitazione di quanto doveva fare; sentendo che il suo posto era in alto mare e non nel porto di Palermo; tutti i vascelli richiamati da lui vennero successivamente a raggiungerlo coi loro capitani; finalmente il 19, facendo uno sforzo supremo, mi lasciò con maggior dolore di Antonio, cui mi divertiva di paragonarlo. Egli non lasciava però Cleopatra per andare a sposare Ottavia; credo che se Nelson ebbe, una sol volta nella sua vita paura della morte, fu allora, dacchè lo amai, tanto la sua vita gli era divenuta preziosa.

Infine fu d’uopo lasciarci; non si aveva nessuna notizia positiva della flotta; lord S. Vincent poteva incontrarla e combatter senza di lui, o sarebbe stato un colpo mortale al suo onore.

Un pretesto lo sosteneva ancora, il vento taceva, ma nella notte del 18 al 19 si sollevò una brezza, e decise della partenza di Nelson.

Andò a bordo del _Vanguard_. Sir William ed io lo conducemmo fino al porto; giunti là saltò nella sua lancia che lo aspettava da oltre due ore, diede ordine di vogare verso il _Vanguard_, lasciò cadere la sua testa nell’unica sua mano, e non volse più lo sguardo verso la terra.

Noi poi non lasciammo la marina, se non quando lo perdemmo di vista in mezzo ai bastimenti che ingombravano il porto.

Ma appena il _Vanguard_ ebbe fatto un miglio, tacque il vento. Nelson ne approfittò per scrivermi questa lettera, che m’inviò per mezzo del luogotenente Swiney.

«_Vanguard_, 19 maggio, 8 ore, calma.

«Mia cara Lady Hamilton

«Il luogotenente Swiney venendo a bordo, posso dare dei passaporti in bianco pei bastimenti che vanno a Procida carichi di farina ec. ec. come pure pel battello-posta.

«Dirvi come sembra melanconico e triste il _Vanguard_, è dirvi che dopo essere stato in compagnia delle persone più simpatiche, sono rinchiuso in una tetra cella; e lasciare i suoi più cari amici, per restar solo e senza amici. A quest’ora sono perfettamente _l’uomo grande_, non avendo a me vicino una creatura, e con tutto il cuore desidero diventare _un uomo piccolo_. Voi e il buon sir William avete tolto per me l’incanto da tutti quei luoghi, ove non ci siete voi. Il mio amore per voi si estende a tutto ciò che voi toccate, e voi non potete concepire ciò che io provo, quando vi riunisco tutti nella mia memoria, anco fino a...... Non dimenticate il vostro fedele

«NELSON.»

Il giorno seguente mi scrisse ancora:

«20 maggio 1799

«Cara Lady Hamilton

«Vi ringrazio tanto insieme a sir William per le vostre care lettere; credete bene che ho dormito assai poco con tutte le lettere che avea da leggere. Le lettere che ricevo da lord S. Vincent sono del 6 maggio; mi dice che abbiamo veduto la squadra di Brest che passava ieri facendo buon cammino; ho fatto tutti i miei sforzi per avere qualche notizia di lord Keith, a cui ho ordinato di venir qui per completare le provigioni e fornirsi d’acqua. Suppongo che la squadra francese è diretta a Malta o ad Alessandria e la flotta spagnuola par l’attacco di Minorca. Lascio giudicare a voi se il conte verrà con noi; credo di sì, ma fra noi; M. Duckworth ha l’intenzione di abbandonarmi al mio destino; vi mando all’avventura questa lettera. Non importa, ho soltanto undici vele riunite, e non ho paura di nessuno.

«Dio benedica voi e sir William e tutti gli amici di casa. Credetemi per sempre vostro affezionato amico

«NELSON.»

La partenza di Nelson lasciò la corte di Palermo in una grande ansietà. La regina specialmente che conosceva il poco calcolo che si poteva fare di suo marito e che non si fidava del genio di Acton, era alla disperazione; non si risolse però meno di mettersi, quanto si poteva, in istato di difesa; e il giorno seguente, il re, la regina, sir William Hamilton ed Acton, essendosi riuniti, compilarono il seguente proclama:

«Miei fedeli ed amati sudditi.

«I nostri nemici, i nemici della religione e di qualunque governo regolare, in una parola, i Francesi, battuti da per tutto, tentano ancora un ultimo sforzo.

«Diciannove vascelli ed alcune fregate (unico avanzo della spirante lor potenza marittima) sono usciti dal Porto di Brest, e profittando di un colpo di vento favorevole, son entrati nel mediterraneo.

«Essi forse tentarono di liberare Malta dal blocco, e si lusingano probabilmente di poter correre in levante verso l’Egitto, prima che le formidabili e sempre vincitrici squadre inglesi possano raggiungerli. Ma trenta e più vascelli britannici terranno loro dietro, oltre le squadre turca e russa che sono nell’Adriatico. Tutto promette che i devastatori francesi pagheranno ancora questa volta la pena di un tal disperato non meno che temerario ed estremo tentativo.

«Potrebbe però accadere che nel nostro passaggio su queste nostre coste di Sicilia, essi vi tentassero qualche momentaneo insulto, e che costretti dagl’Inglesi o dal vento, tentar volessero l’entrata in qualche porto, o rada di quest’Isola. Prevedendo dunque la possibilità di questo caso, io mi rivolgo a voi tutti, fedeli ed amati miei sudditi, bravi e religiosi Siciliani. Ecco un’occasione da mostrarvi qual siete. Siate vigilantissimi su tutti i punti della costa, ed all’apparire di qualunque legno nemico, armatevi, accorrete al punto minacciato, ed impedite qualunque insulto, qualunque sbarco tentar volesse un tal crudele, sovvertitore ed insaziabile nemico, come accorrevate un tempo contro le incursioni de’ Barbari. Peggiori di questi, più avidi di preda, e più inumani sono i Francesi. I capi militari, la mia truppa di linea, e le milizie co’ loro capi accorreranno con voi alla difesa. E, se oseranno sbarcare, provino essi per la seconda volta il coraggio della brava nazione siciliana. Sì, mostratevi degni de’ vostri antenati. Trovino i Francesi in quest’Isola la loro tomba.

«Se i vostri maggiori combatterono in favore soltanto di un re lontano, con quanto maggior coraggio ed ardore nol farete voi per difendere il vostro re e padre ch’è qui fra Voi alla testa del bravo suo popolo; la vostra tenera madre e sovrana, la sua famiglia tutta affidata alla vostra fedeltà; la nostra santa religione, i nostri altari, le vostre proprietà, i vostri padri, le vostre mogli, i vostri figli? Gettate uno sguardo sul vicino regno infelice. Vedete quali eccessi vi commettono i Francesi, ed infiammatevi di un santo zelo, giacchè la religione istessa vi comanda d’impugnar le armi contro tal sorta di rapaci ed ingordi nemici, i quali, non contenti di devastare una grande parte dell’Europa, hann’osato di mettere le sacrileghe loro mani sulla sacra persona del vicario istesso di Gesù Cristo e trascinarlo prigioniero in Francia. Non li temete. Iddio animerà il nostro braccio, e vi darà la vittoria. Egli già si dichiara per noi.

«I Francesi sono stati battuti dagli Austriaci e dai Russi in Italia, nella Svizzera, sul Reno, e finalmente pur anche da’ fedeli paesani realisti in Abruzzo, in Puglia ed in Terra di Lavoro.

«Chi non li teme, li vince, e le loro vittorie non sono state per l’addietro, che l’effetto della viltà e del tradimento. Coraggio dunque, o bravi Siciliani. Io son qui alla vostra testa. Voi combatterete sotto gli occhi miei, io premierò chiunque si distinguerà pel suo valore. E così potremo anche noi partecipare della gloria di avere sconfitto gl’inimici di Dio, del Trono e della Società.

«Palermo, li 15 maggio 1799.

«FERDINANDO B.»

VIII.

Malgrado questo proclama del re, e la promessa fatta al popolo siciliano di marciare alla testa del suo esercito, la regina era poco rassicurata, perchè sapeva in che modo il re si metteva alla testa delle sue truppe, avendolo veduto arrivare pel primo a Caserta nella fuga da Roma. Essa si aspettava ad ogni momento di ricevere la notizia di qualche sbarco dei Francesi su qualche punto dell’isola.

Intanto la bandiera che essa ricamava insieme alle principessine era terminata, ed era stata mandata da lei al cardinal Ruffo; un certo Scipione La Marra, che acquistò una mezza celebrità in questa guerra, e che fu incaricato da Nelson dell’arresto di Caracciolo, era mandato ad offrirgliela in nome della regina, con questa lettera ai Calabresi.

«Bravi e valorosi Calabresi,

«La bravura, il valore e la fedeltà da voi dimostrata per la difesa della Santa Cattolica Religione e del vostro buon re e padre, da Dio stabilito per reggervi e governarvi felici, hanno eccitato nell’animo nostro sentimenti così vivi di soddisfazione e di gratitudine, che cl siamo determinati a formare ed ornare colle nostre proprie mani la bandiera, che ora vi mandiamo.

«Questo sarà sempre un luminoso contrassegno del nostro sincero affetto per voi, e della nostra gratitudine alla fedeltà ed al vostro attaccamento per i vostri Sovrani; ma, nel tempo medesimo, dovrà essere un vivissimo sprone per farvi continuare ad agire collo stesso valore e collo stesso zelo sino a tanto che resteranno intieramente debellati, sconfitti e schiacciati i nemici della nostra sacrosanta Religione e dello Stato, cosicchè possiate e voi e le vostre dilette famiglie, la vostra patria, godere tranquillamente i frutti de’ vostri sudori e della vostra bravura, sotto la protezione del vostro buon re e padre FERDINANDO, e di tutti Noi, che non tralasceremo di ritrovare delle occasioni per dimostrarvi che serberassi indelebile ne’ nostri cuori la memoria della vostra fedeltà e delle vostre gloriose gesta.

«Continuate dunque, bravi Calabresi, a combattere col solito valore sotto di questa bandiera, ove colle nostre proprie mani ci abbiamo impressa la Croce, ch’è il segno glorioso della nostra redenzione. Rammentatevi, prodi guerrieri, che, sotto la protezione di un tal segno, sarete vittoriosi; abbiatelo voi per guida, correte intrepidamente alla pugna, e siate pur sicuri, che i vostri nemici saranno sconfitti.

«Noi intanto coi sentimenti della più viva gratitudine preghiamo l’Altissimo, che è il donatore di tutt’i beni, affinchè si compiaccia di assistervi nelle vostre intraprese, che riguardano principalmente il suo onore e la sua gloria, e la vostra e la nostra tranquillità; e piene di affetto e riconoscenza per voi siamo costantemente,

«Palermo, 31 marzo 1799.

«Vostra grata e buona madre

«MARIA CAROLINA.»

In seguito gli altri membri della famiglia reale eransi firmati: — Maria Clementina — Leopoldo Borbone — Maria Cristina — Maria Amalia — Maria Antonia.

La bandiera era splendidamente e riccamente adorna di ricami, come dissi, eseguiti dalle mani delle principesse; essa rappresentava da un lato le armi de’ Borboni della casa di Napoli, con questa leggenda:

AI MIEI BRAVI CALABRESI.

Dall’altro la Croce colle quattro parole:

IN HOC SIGNO VINCES