Memorie di Emma Lyonna, vol. 7/8
Part 2
Alle quattro dopo mezzodì, il giovane principe mio favorito, fu preso da convulsioni che andarono sempre crescendo; il medico di bordo discese, ma tutti i suoi soccorsi furono inutili, io me lo teneva nelle braccia stretto contro il mio petto, e sentiva tutte le sue membra torcersi sotto gli accessi del male. Due o tre volte la regina lo voleva prendere; ma egli stringendosi a me non mi voleva lasciare.
La tempesta muggiva più forte che mai, le onde coprivano il ponte, il bastimento tremava tutto dagli alberi alla stiva. Confesso che io non intesi nulla fuorchè i lamenti del povero fanciullo, e non sentiva nulla fuorchè i brividi di quel corpo agonizzante.
Infine alle sette di sera gettò un grido, e irrigidito fra le mie braccia fece uno sforzo per abbracciarmi, mandò un sospiro e fu l’ultimo.
— Signora! signora! esclamai quasi impazzita, il principe è morto.
La regina si avvicinò a noi, lo guardò, lo toccò e si accontentò di dire:
— Va, povero fanciullo, tu ci precedi di così poco, che non vale la pena di compiangerti.
Poi stendendo la mano con una espressione che avea più della Medea che della Niobe:
— Ma, se ritorniamo! sta pur tranquillo, soggiunse, sarai vendicato!
III.
Si sarebbe detto che la tempesta non aspettava che questa vittima espiatoria per calmarsi; appena il real fanciullo ebbe reso l’ultimo sospiro, il vento cessò ed il cielo si rischiarò.
Questo miglioramento nell’atmosfera era necessario alla famiglia reale, perchè si accorgesse della perdita fatta di uno de’ suoi membri. La principessa Maria Clementina mi parve la più colpita; essa non mandò grida, nè diede alcun segno di dolore, ma a quel grido che mi sfuggì dalla bocca: — il principe è morto — ella strinse sua figlia contro il suo cuore, e grosse lagrime le scendevano sulle gote.
Coricai il piccolo principe nella mia cabina, e passai la notte seduta vicino al suo letto.
Alle due del mattino intesi un gran rumore di ferri; era l’áncora che si gettava, eravamo arrivati: un momento dopo ogni movimento cessò nel bastimento.
Avemmo cinque orribili giorni di traversata, ed eravamo al venerdì 26 dicembre.
Alle cinque tutti erano pronti a discendere, ma io dichiarai che restava vicino al piccolo principe per il seppellimento.
Il re, la regina, i fratelli e le sorelle del morto, senza molto insistere, riposavano su di me per questa cura; si promise di mandare nella giornata a prendere il corpo per esporlo nella cappella reale, e Nelson s’incaricò di far costruire il feretro dal falegname di bordo.
Il re, la regina, la famiglia reale, Acton, sir William, i ministri Castelcicala, Belmonte e Fortiguerra discesero nelle scialuppe, e s’incamminarono verso la marina, ove il loro sbarco fu salutato dagli urrà dell’equipaggio del _Vanguard_ salito sulle antenne; e non si tirò il cannone perchè si era entro il molo.
Nelson rimase a bordo.
Fu in certo modo in presenza e sul cadavere del povero fanciullo, di cui io suppliva la madre, che egli mi giurò un amore, che non si smentì giammai.
Alle due dopo mezzogiorno il cadavere fu inchiodato nella bara, ed un messaggero venne ad annunziarci che il carro mortuario lo aspettava sulla banchina.
I marinai discesero nella lancia dell’ammiraglio; noi prendemmo posto, Nelson ed io, come avrebbero dovuto fare il padre e la madre di quel cadavere reale, e lo conducemmo alla banchina.
Il cadavere fu posto in un’urna, una carrozza di corte ci attendeva, e noi seguimmo lentamente la carrozza di lutto.
Essa attraversò tutta Palermo, diviso in croce da due strade principali, la via di Toledo e la via Maqueda, e arrivammo all’antico palazzo di Ruggiero.
Il corpo fu deposto nella cappella bizantina, ove doveva restare tre giorni, e allora poi chiesi che mi si conducesse all’appartamento della regina.
Durante questo tempo Nelson si fece condurre agli appartamenti del re.
Lo trovò molto preoccupato, non già della disfatta dell’esercito, dei progressi della rivoluzione; non già dell’epoca probabile in cui i Francesi sarebbero a Napoli, ma di due altre cose ben altrimenti importanti.
Eravi della caccia alla Ficuzza? e quale sarebbe il compagno ammesso all’onore di fare alla sera la sua partita al reversi?
Erano quasi due mesi che il re non era andato alla caccia; e più di otto giorni che non aveva fatto la sua partita di reversi.
Aveva bene con sè i suoi giuocatori ordinari, il duca d’Ascoli, il principe di Castelcicala, il principe di Belmonte; ma piaceva al re di mutar viso.
Ruffo non giuocava, d’altronde la regina aveva concepito una certa antipatia per lui, che il re aveva rinunziato a riceverlo nella intimità della famiglia. Se doveva parlargli di politica o consultarlo su qualche atto del governo, gli scriveva un viglietto, e lo faceva venire da lui.
Ora vi era precisamente a Palermo un uomo che era gran giuocatore e gran cacciatore, e che poteva ad un tratto offrire al re Ferdinando le due cose che cercava: una magnifica caccia nel suo feudo d’Illice, e un compagno infaticabile al boston o al reversi.
Era il presidente Cardillo.
Il re detestava la nobiltà di toga; ma nella penuria in cui si trovava momentaneamente di selvaggine e di giuocatori, superò la sua antipatia; e per conseguenza si fece presentare il presidente Cardillo, che mise a sua disposizione i suoi boschi, i suoi fagiani, i suoi caprioli, i suoi cignali ed i suoi cani.
Il re, maravigliato dell’offerta, accettò una caccia pel giorno seguente, ed invitò il presidente alla sua partita per la sera stessa.
Ma nella stessa giornata si prevenne il re Ferdinando, che il presidente era il più irascibile giuocatore della Sicilia.
Il re si mise a ridere; ed io, disse, che mi credeva il più irascibile giuocatore del mio regno, avrò trovato uno che mi guadagnerà la partita su tutti i punti.
Si rifletta, che gli avvisi non mancarono al presidente Cardillo; tutti questi avvisi riassumevano in queste parole: — non dimenticate che avete l’onore di giuocare con Sua Maestà, frenatevi.
Il presidente fece le più belle promesse del mondo, e nella prima sera maravigliò per la sua moderazione tutta la galleria, perchè tutti erano prevenuti dall’irascibilità del presidente.
Una sola parola gli sfuggì che lo mise subito in grazia del re.
Il re, a cui erano state promesse le ire del presidente, vi si era preparato, e non vedendole scoppiare, trovava che gli avevano mancato di parola, e stuzzicava il povero presidente in modo che dimenticò il suo giuoco e fece un grande sbaglio.
— Ah perdio! esclamò il re, sono un grand’asino, poteva metterci l’asso e non l’ho fatto.
— Ebbene, rispose il presidente, cui la preoccupazione di serbare il contegno aveva fatto dimenticare il giuoco, ed io sono ancor più asino di Vostra Maestà, perchè poteva metterci la chinola e così mi è rimasta in mano.
Il re diede in uno scoppio di risa, la risposta gli aveva ricordato la franchezza dei suoi cari lazzaroni, e da quel momento il presidente Cardillo entrò nelle sue buone grazie. Da parte sua il presidente si familiarizzò col re, ed ogni volta che egli era invitato al giuoco di Sua Maestà, dava un grazioso spettacolo alla galleria; quando giuocava con tutt’altra persona, all’infuori del re, si lasciava andare alla sua irritabilità naturale, fulminava contro i suoi compagni di giuoco, li apostrofava, faceva volare le marche, le carte, il denaro e fino i candelieri; ma quando aveva l’onore di far la partita del re, il povero presidente aveva una briglia ed era obbligato di mordere il suo freno. In certi momenti era quasi per dare in uno scoppio d’ira; cedendo alle sue antiche abitudini, diventava quello di prima, e ghermiva, con una intenzione che non isfuggiva a nessuno, il denaro, le marche, ed anche il candeliere. Ma allora il re, cogliendo il momento, lo guardava, o gli faceva qualche dimanda; allora il presidente sorrideva con tutta la grazia di cui lo aveva dotato la natura, riponeva dolcemente sulla tavola qualunque cosa che avesse preso, e si accontentava di strapparsi i bottoni dell’abito, che si trovavano poi il giorno seguente sul tappeto.
Ma una cosa che fece subito entrare il presidente nelle buone grazie del re, è che non aveva un pelo sul mento, nè sul viso, nè un capello in testa; era siccome il re, come già dissi, abbominava i capelli tagliati alla Tito, ed aveva in orrore i mustacchi e le basette; nulla dunque gli poteva essere più grato quanto quel mento pelato e quella testa coperta da una immensa parrucca.
Ma il giorno dopo, in cui il re aveva fatto la conoscenza del presidente Cardillo, gli fu dato di vederlo senza i suoi ornamenti magistrali.
Il re non aveva potuto partire alla mattina come avrebbe voluto. Era la domenica 28 dicembre, e si dovevano celebrar i funerali del giovine principe; la regina era veramente ammalata di fatica e specialmente di collera, e stava a letto; era quindi un obbligo del re di assistere alla messa funebre del giovane principe.
Egli non potè dunque partire se non dopo mezzogiorno; e siccome il feudo d’Illice era a dodici o quindici leghe da Palermo, non si arrivò che verso le quattro di sera per mettersi a tavola.
Il presidente aveva avuto il tempo d’inviare un messo, e siccome il degno magistrato era grande amatore della buona vita, il re trovò uno splendido pranzo che lo mise di buon umore.
Aggiungasi anche i discorsi delle guardie che promettevano una caccia magnifica, e comprenderete, per la cognizione che avete del carattere del re Ferdinando, che egli dimenticò suo figlio, che era ancora in età di rimpiazzare con un altro, e il suo regno che sperava di riconquistare un giorno o l’altro. La serata fu allegra; il re alzò talmente il presidente, che costui finì col prendere, secondo la sua abitudine, un pugno di marche e di gettarle non già in faccia al re, ma nel viso di un domestico, che portava dei rinfreschi su di un vassoio. Costui, che era lontano d’aspettarsi quest’apostrofe, lasciò cadere il vassoio ed i rinfreschi che vi erano disposti; questa inaccortezza portò ad un tal grado l’esasperazione del presidente, già riscaldato ad oltranza dalle eccitazioni del re, che fece un salto dalla sedia e, istizzendo in mezzo alle tazze, cacciò il malcapitato domestico a gran colpi di piedi nella parte posteriore, dicendogli che se tal cosa fosse avvenuta altra volta, non gliela avrebbe fatta a sì buon mercato, e che poteva contare anticipatamente a venticinque bastonate colla sua canna dal pomo d’oro.
Quando il presidente dopo questa esecuzione ritornò a sedersi, il re gli disse che era l’uomo più piacevole che vi fosse al mondo.
Siccome si doveva partire all’alba, si andò a dormire per tempo: il presidente condusse egli stesso il re nel suo appartamento e gli indicò la porta della sua camera che era precisamente dirimpetto a quella del re, poi mostrandogli che non aveva che a tirare un cordone per essere servito con tutta la diligenza, come nel suo palazzo di Napoli, augurò la buona notte a Sua Maestà, e secondo la etichetta, si ritirò senza volgere le spalle e chiuse la porta del re.
Ferdinando aveva tanto udito a vantare la caccia del presidente, che il piacere che si prometteva gli tolse persino il sonno, cosicchè all’alba si alzò, accese il lume, poi si diresse verso la camera del suo ospite, volendo vedere che figura avesse il suo presidente, nel suo letto e senza parrucca.
La metà dei suoi desideri fu soltanto soddisfatta; il presidente era senza parrucca, ma non era a letto.
Il presidente, senza parrucca ed in camicia, era seduto in mezzo alla camera su quella specie di trono su cui Monsignor di Vendome ricevette per la prima volta Alberoni. Il re, in camicia anch’esso, andò direttamente a lui, mentre, colto all’improvviso, il povero presidente stava immobile, senza dir verbo, fissando sul re degli sguardi scintillanti di stupore e di stupefazione. Il re gli mise il lume quasi sotto il naso, per meglio vedere che figura faceva, poi cominciò a fare il giro della statua e del piedestallo con una gravità ammirevole, mentre la testa sola del presidente, che si teneva ferma sul suo seggio a forza di mani, e mobile come quella di un puppo chinese, accompagnava Sua Maestà con un movimento di rotazione circolare simile al movimento centrale.
Finalmente i due astri che compivano il loro giro, si trovarono in faccia l’uno dell’altro e siccome il re stava ritto ed in silenzio:
— Sire, gli chiese il presidente col più grande sangue freddo, il caso non è preveduto dall’etichetta, debbo stare seduto, o levarmi in piedi?
— Restate, gli disse il re, ma non fatemi aspettare; ecco che battono già le cinque.
Ed egli uscì dalla camera del presidente colla stessa gravità con cui era entrato.
Ma debbo dire, che nell’assenza del presidente non si credette più obbligato di mantenere quella gravità che aveva affettato innanzi a lui, e sbellicandosi dalle risa ci raccontò quell’avventura al suo ritorno.
IV.
Il re aveva ragione di amare la caccia, perchè era di una bravura rimarchevole; sir William Hamilton era l’ordinario suo compagno di caccia, e che era pure un eccellente tiratore, mi diceva che il re faceva a questo esercizio dei veri prodigi: benchè non tirasse mai che a palla, era sicuro di ferire l’animale dove voleva, vale a dire nell’incavo della spalla: ma ciò che è curioso si è che esigeva dagli altri cacciatori, non già un’abilità eguale alla sua, il che sarebbe una cosa impossibile, ma una che ci si avvicinasse: una volta che aveva cacciato tutta la giornata nella foresta della Ficuzza, e che i cacciatori erano riuniti intorno ad un mucchio di cignali uccisi, il re ne scoperse uno ferito al ventre.
Il rossore della collera gli salì alla fronte, e gettando uno sguardo irato sulla comitiva:
— Chi è quel porco, disse, che ha fatto questo colpo?
— Io, sire, rispose il principe di San Cataldo, e per questo bisogna forse impiccarmi?
— No, disse il re, ma bisogna restare in casa.
L’onore che il re faceva al presidente Cardillo andando a caccia da lui, eccitò l’ambizione dei suoi cortigiani; le abbadesse dei conventi siciliani ebbero allora la felice idea di popolare i parchi dei loro conventi di cervi, di daini e di cignali, invitando il re a dare alle povere recluse, di cui esse dirigevano le anime, la distrazione di una caccia. Si comprende bene che Sua Maestà, che non aveva più, come nelle sue foreste di terra ferma, la casa di riposo di cui abbiamo parlato, si guardò bene di rifiutare un simile invito. Era un mezzo di ritrovare a cento leghe da Napoli la sua Colonia di S. Leucio, quella caccia, che egli rimpiangeva dopo quella dei cignali agli Astroni, e dei fagiani a Capodimonte.
Mentre il re Ferdinando dimenticava la perdita del suo regno ripopolando i suoi parchi della Ficuzza, di Castelvetrano, e della Favorita, e devastando quelli del presidente Cardillo e delle religiose; vi era però un uomo che chiuso in una cella del convento della Gancia, pensava a riconquistare il regno.
Quest’uomo era il cardinale Ruffo, detestato dalla regina e quasi dimenticato dal re, e che voleva vendicarsi del rifiuto che gli era stato fatto di un posto militare, provando che egli aveva più iniziativa di tutti i generali che erano fuggiti col re, e che sollecitavano l’onore di accompagnarlo alla caccia o di fare la sua partita al reversi.
Del resto, siccome il reversi era un giuoco troppo grave, per la parte frivola della corte di cui faceva parte, si creò un banco di trenta e quaranta.
Avevo sempre amato con passione il giuoco, più libera che mai in tutte le mie fantasie; mi ci abbandonai con furore.
Nelson non giuocava mai, ma stando seduto dietro di me col suo unico braccio appoggiato alla spalliera della mia sedia, mi parlava sottovoce del suo amore, il che mi cagionava un doppio piacere pel giuoco.
Ahimè! ed oggi che sto languendo al dileguarsi di una moneta d’oro necessaria pel nostro nutrimento della settimana, non è senza rimorsi che mi ricordo quell’epoca, in cui colle mani nell’oro fino ai gomiti ne gettava manate sulla tavola.
A proposito di colui che teneva il banco, vale a dire a proposito del duca di S...... debbo aggiungere un particolare a questa confessione che promisi di rendere completa.
Il duca di S...... era una specie di Casanova, appartenente d’altronde ad una famiglia di Sicilia; era molto conosciuto in Europa pei suoi viaggi, pel soggiorno che aveva fatto nelle principali città, e specialmente pei suoi duelli, che quasi tutti ebbero origine dalla straordinaria sua fortuna al giuoco.
Ma ora non si tratta di ciò. Non so se come banchiere il duca di S..... avesse scrupolosamente nel mazzo le cinquantadue carte; ma ciò che so, si è che ogni giorno aveva una spilla nuova alla camicia ed un brillante nuovo in dito. Ero donna, il diamante mi tentava; glielo chiesi per osservarlo, lo metteva in dito o al collo; lo pregava di cedermelo, egli me l’offriva colla certezza che glielo avrei rifiutato; ma il mio desiderio sarebbe stato ascoltato o dalla regina o da sir William o da Nelson; in ogni caso era sicura di trovare il giorno dopo sulla mia toletta l’oggetto di cui mi era invaghita il giorno prima.
Chi me l’avesse dato, non me ne informai nemmeno; in questa vita di prodiga spensieratezza agitantesi nell’oro senza sapere donde esso venisse a dove andasse, che m’importava mai di due o trecento luigi di più o di meno?
Però l’ho saputo poi. Ognuna di quelle monete d’oro veniva dal popolo, ed era ancor rorida di sudore quando non lo era di sangue.
In ogni caso, una cosa di cui posso rispondere, si è che il duca di S... non ha fatto dei cattivi affari privandosi per me ad uno ad uno dei gioielli del suo scrigno.
Il mese di gennaio passò in questo modo; le notizie che si ricevevano da Napoli erano disastrose.
Da principio era stato conchiuso un armistizio fra il principe Pignatelli vicario generale ed i francesi; poi questo armistizio essendo stato violato dai lazzaroni, e non eseguito dal vicario generale, i francesi avevano marciato su Napoli, e dopo tre giorni di lotta accanita erano entrati in città.
Il vicario generale allora fuggì anch’egli, ed era giunto a Palermo.
Infine il 22 gennaio la Repubblica era stata proclamata a Napoli. S. Gennaro aveva fatto il miracolo, e il Vesuvio, avendo fatto una piccola eruzione, aveva anch’esso, al dire dei soldati francesi, inalberato il beretto rosso.
Il re Ferdinando si era da qualche tempo disgustato con S. Gennaro, che dopo avergli rifiutato di fare il miracolo in di lui favore, lo aveva fatto invece pe’ francesi; è vero che per determinarlo, Championnet, per quanto si assicura, aveva adoperato dei mezzi irresistibili.
In conseguenza di ciò, Ferdinando destituì San Gennaro del suo grado di luogotenente generale, che il general Mack aveva esercitato per quindici giorni in suo nome, e gli tolse lo stipendio annesso alla carica.
Ma ciò non era tutto.
I giacobini, colle loro immense relazioni nelle provincie, lavoravano per la democratizzazione degli Abruzzi, della Terra di Lavoro e delle Calabrie.
Se si arrivava a democratizzare le Calabrie, la rivoluzione non aveva che a passare lo stretto per metter piede in Sicilia, e la Sicilia aveva pure buon numero di giacobini, che avevano la speranza che al primo allontanamento della flotta inglese, Palermo, come Napoli, farebbe la sua rivoluzione; e allora non si trattava nientemeno per il re e per la regina che di far loro un processo come quello di Luigi XVI e di Maria Antonietta, in seguito al quale, la piazza di Luigi XV la poteva mutare di denominazione e diventare piazza della rivoluzione.
Il giorno stesso in cui la Repubblica era stata proclamata a Napoli, vale a dire il 22 gennaio 1799, il re aveva riunito un gran consiglio di stato a Palermo, nello scopo di trovare un mezzo qualunque per rintuzzare la rivoluzione che si avvicinava a gran passi.
Si discuteva già da due ore, senza venire ad una conclusione, quando l’usciere entrò e chiese pel cardinale Ruffo il permesso di entrare in consiglio e prendere parte alla deliberazione.
Egli veniva semplicemente per proporre al re di mettersi alla testa dei reazionarii calabresi, e di marciare con essi sopra Napoli.
V.
Una tale proposta meritava di essere presa in considerazione, quantunque al primo momento avesse sollevato il dubbio in tutti gli animi; ma Ruffo che fin dal suo arrivo in Sicilia, vale a dire dopo il 26 dicembre, aveva inviato cinque o sei messaggeri in Calabria ed aveva scritto a tutti i membri della sua famiglia, diede tali prove che la Calabria non aspettava che lui per sollevarsi, che il re, seduta stante, diede la sua adesione al progetto del cardinale, e giudicando che non aveva tempo da perdere per metterlo in esecuzione, promise al cardinale che fra tre giorni avrebbe il suo brevetto di vicario generale.
Ruffo chiedeva che, dal momento che il consiglio era riunito, gli dessero immediatamente le lettere patenti, ma il re dichiarò che voleva incaricarsi della relazione.
Quando il re parlava in tal modo, si sapeva ciò che voleva significare; la cosa era riservata al suo consiglio intimo, vale a dire alla regina, al generale Acton ed a sir William.
Il re entrò altiero e giulivo; il suo amico cardinale tanto sprezzato dalla regina, quell’uomo di chiesa, che non si era creduto degno di un posto di capo d’ufficio al ministero della guerra o della marina, proponeva una cosa che si sarebbe dovuta aspettare dal principe reale, e di cui egli non ebbe nemmeno l’idea.
Egli riunì la regina, sir William, lord Nelson ed il generale Acton, e comunicò loro la proposta di Ruffo.
Tutti furono dell’opinione di accettare, fuorchè la regina che non approvò nè disapprovò, accontentandosi di stare in silenzio.
Sir William fu il primo a dire che la situazione essendo disperata, non eravi da esitare un momento.
Siccome la regina non aveva altro motivo di rifiuto da dare che la sua antipatia pel cardinale, la sua ragione non prevalse.
Si convenne che alla mattina del giorno seguente il cardinale sarebbe chiamato a palazzo, e che, in sua presenza e coi suoi consigli, si sarebbe discusso e compilato l’atto che gli conferiva la lettera di vicario generale.
Alla sera stessa del 22, l’ammiraglio Francesco Caracciolo si presentò a palazzo, e chiese di essere ricevuto dal re.
Il re che si sentiva di aver torto verso Caracciolo, e che per conseguenza avrebbe difficilmente sopportato la sua presenza, fece rispondere che, occupato in affari urgentissimi, pregava l’ammiraglio se aveva qualche cosa da chiedergli, glielo chiedesse in iscritto.
L’ammiraglio lasciò una petizione, in cui chiedeva la sua dimissione del grado di ammiraglio della marina napoletana e pregava il re di dargli il permesso di tornare a Napoli.
Il re, suscettibile come chi si trova di aver torto, prese l’occasione di sbarazzarsi dell’ammiraglio, e scrisse sulla dimanda:_ Si accordi — ma sappia il cavaliere Caracciolo che Napoli è in potere del nemico_.
Caracciolo non fece attenzione ai termini in cui era stato accordato il congedo; non vide che il permesso di lasciar Palermo; e col cuore amareggiato lasciò Palermo il mattino del giorno dopo.
Nel momento che egli lasciava Palermo si compilava questo manifesto.
* * *
«CARDINALE RUFFO
«La necessità di accorrere prontamente, con ogni efficace e possibil mezzo, alla preservazione delle province del Regno di Napoli, dalle numerose insidie, che i nemici della religione, della corona e dell’ordine promulgano ed adoprano per sovvertirle, mi determina ad appoggiare a’ di lei talenti, zelo ed attaccamento la cura ed importante commissione d’assumere la difesa di quella parte del Regno non ancora invasa dai disordini di ogni genere e dalla rovina che la minaccia nell’attual seria crisi.