Memorie di Emma Lyonna, vol. 7/8

Part 1

Chapter 13,743 wordsPublic domain

MEMORIE DI EMMA LYONNA

DI ALESSANDRO DUMAS

UNICA EDIZIONE AUTORIZZATA IN ITALIA. Vol. VII.

Milano G. DAELLI e C. EDITORI MDCCCLXIV.

Proprietà letteraria — G. DAELLI e C. Editori.

STEREOTIPIA G. DASSI E C.

TIP. GUGLIELMINI.

MEMORIE

DI

EMMA LYONNA

I.

Presa questa decisione, la regina scrisse subito a lord Nelson, che corse a palazzo colla sua solita premura.

La regina gli annunziò ufficialmente la sua partenza, ma non si era ancor fissato il giorno.

Ma invece del giorno avrei dovuto dire la notte, perchè si era stabilito che la famiglia reale lasciasse Napoli, senza far conoscere a nessuno la sua fuga.

La regina si rivolgeva a Nelson e non a Caracciolo per molti motivi. Il primo era forse l’antipatia che le ispirava il principe napolitano, quantunque fosse obbligata a render giustizia alla nobiltà del suo carattere. Ma il secondo, e probabilmente il principale, era che la regina non voleva far conoscere ai napolitani le ricchezze che portava seco, temendo che se ne spargesse la voce per la città.

Il trasporto degli oggetti più preziosi dovea farsi nella stessa sera, e Nelson mandò nello stesso momento quell’ordine al capitano Hope comandante l’_Alcmena_.

«_Secretissimo_

«Tre barche, e il piccolo cutter dell’_Alcmena_ armate con armi bianche soltanto, per trovarsi alla Vittoria alle sette e mezzo precise. — Una sola barca accosterà la banchina, le altre si rimarranno ad una certa distanza — i remi drizzati — la piccola barca del _Vanguard_ resterà alla banchina — tutte le barche sieno riunite a bordo dell’_Alcmena_, pria delle sette, sotto gli ordini del comandante Hope — _I grappini nelle scialuppe_.

«Tutte le altre scialuppe del _Vanguard_ e dell’_Alcmena_ armate di coltellacci e i canotti con caronate riunite a bordo del _Vanguard_, al comando del capitano Hardy che se ne allontanerà alle otto e mezzo _precise per prender il mare a mezzo cammino verso Molosiglio. — Ogni scialuppa deve portare da 4 a 6 soldati_.

«_Se nel caso avrete bisogno di assistenza, fate dei segnali per mezzo di fuochi._

«O. NELSON.

«_L’Alcmena pronta a partire la notte se è necessario._»

Il ritrovo era stato fissato alla Vittoria, perchè la banchina della Vittoria era precisamente in faccia al palazzo dell’ambasciata d’Inghilterra, e che senz’essere osservati, vi si potea portare o far portare le gioie più preziose della regina, che essa mi dovea mandare nella giornata, racchiuse in due o tre cassette.

Ma siccome si contava di trasportare tutti gli oggetti più preziosi, le statue, i quadri che si potrebbero riunire, bisognava trovare un’altra via.

Un’antica tradizione diceva che esisteva sotto al palazzo un sotterraneo che comunicava col mare.

Bisognava trovarlo; questa stessa tradizione diceva che il sotterraneo, dal tempo della dominazione spagnuola, non era stato mai aperto.

La regina fece venire il più vecchio dei servi del palazzo; era un uomo sui ottantaquattro anni, e per conseguenza era nato nel 1714, ed aveva ventun anno quando il re Carlo III era stato nominato re di Napoli.

Egli era un fabbro del palazzo, e godeva il suo ritiro; ma suo figlio, che aveva cinquantott’anni, lo aveva rimpiazzato nel suo posto al palazzo.

Il vecchio si richiamò tutti i suoi ricordi, e promise di trovare il passaggio coll’aiuto di suo figlio, di cui rispondeva come di se stesso. Per quanto se lo poteva ricordare, questo passaggio era largo una tesa ed alto otto o nove piedi.

Le statue ed i quadri potevano passare per di là.

Il vecchio ricevette l’ordine di mettersi alla ricerca del sotterraneo e di prevenire la regina non appena l’avesse trovato.

Mezz’ora dopo il vecchio ritornò. La porta era stata riconosciuta; suo figlio aspettava l’ordine della regina per aprirla, giacchè naturalmente non si sapeva ciò che fosse divenuto della chiave.

La regina non voleva confidare l’esplorazione del sotterraneo a nessuno, ma la sua presenza avrebbe dato una importanza troppo grande all’operazione. Perciò me ne incaricai io; si presero delle torcie, e discesi col vecchio.

Il sotterraneo comunicava colle cantine del palazzo, e la porta era nascosta da una serie di barili vuoti, che caddero in polvere appena che furono toccati, dopo circa tre quarti di secolo che erano là.

Ordinai al fabbro di aprire il cancello, il che si fece non senza una certa difficoltà, poichè la ruggine aveva invaso la serratura ed i cardini.

Infine cedette.

Per un istante, al momento d’inoltrarmi in questo passaggio oscuro o mefitico, il coraggio mi mancava; mi sembrava che su quella terra viscosa avrei trovato ogni sorta di rettili.

Inoltrai col più giovane dei due uomini, il vecchio rimase di guardia alla porta.

Il sotterraneo faceva dei giri che ne raddoppiavano la lunghezza; l’aria era umida, e alcune goccie gelate cadevano dalla volta.

M’accorsi che mi avvicinava all’estremità opposta dal volo di tre o quattro pipistrelli che svegliai nel loro covo, i quali ne risvegliarono delle centinaia. Di giorno si rifugiavano in quell’oscuro passaggio, e di sera uscivano fra le sbarre del cancello che metteva al porto militare.

Malgrado l’orrore che mi ispirava questo lugubre volo, continuai la mia via, e vidi subito la luce.

Come si era detto, l’apertura opposta dava sul mare e sulla banchina larga da dodici a quindici piedi al più, presentava tutta la facilità possibile di trasportare tutto ciò che si voleva a bordo delle scialuppe che potevano accostare lo scaricatoio.

Nella stessa sera si potrebbe incominciare il trasporto, facendo portare le casse in cantina.

Salii per annunziare questa buona notizia alla regina, che dichiarò che sarebbe morta di paura, avendo il più profondo orrore pei pipistrelli.

Difatti fu quest’orrore della regina per simili animali che impedì alla famiglia reale di approfittare per la sua fuga del nuovo cammino, di cui io era, se non il Cristoforo Colombo, almeno il Vasco de Gama.

Tutta la giornata fu impiegata a far le casse, in cui si racchiuse tutto ciò che si potè procurare in oro al banco, al monte di pietà, e in tutti gli stabilimenti pubblici e privati, ove si potè trovarne.

Del resto, fin dal 19, i maestri velieri erano stati incaricati di preparare le cabine pel re, per la regina e per la famiglia reale a bordo del _Vanguard_. I pittori erano stati posti al carré degli uffiziali sotto la poppa quadrata, destinata a diventare il salone della famiglia reale, e nella notte dal giovedì al venerdì le prime casse furono portate a bordo.

Fu il conte di Thurn che si occupò di questo trasporto, pel quale, l’ho già detto, non volle impiegare nessun napolitano.

La giornata di Venerdì 21 fu impiegata nello stesso lavoro che si dissimulava più che mai all’esterno, perchè gli assembramenti continuavano quasi ogni momento sulla piazza del palazzo, e si riempiva di lazzaroni che gridavano: Viva il re! morte ai giacobini! morte ai francesi!

La partenza fu fissata per la notte del 21 al 22. Il re non voleva imbarcarsi; ma la regina, temendo che mutasse di risoluzione, insistette, lo rampognò della sua vergognosa superstizione, e ottenne che si imbarcasse nella stessa sera.

Qualche giorno prima Lord Nelson aveva scritto ufficialmente a sir William la lettera seguente perchè venisse pubblicata.

«Napoli 14 dicembre 1798.

«Signore,

«Avendo appreso che il regno è stato invaso da una formidabile armata francese, credo mio dovere informare Vostra Eccellenza, che riceverò a bordo, in altro dei miei bastimenti, i negozianti inglesi, o qualunque suddito di S. M. Britannica, che si trovassero a Napoli, e che i trasporti che si trovano sotto i miei ordini nella rada, riceveranno i loro effetti, come la squadra le loro persone.

«Ho l’onore ecc.

«O. NELSON.

«Ben inteso che questi effetti saranno oggetti preziosi, e non mercanzie o mobili.»

Fin dal 15 ciascuno aveva fatto portare a bordo dei trasporti ciò che aveva di più prezioso, e verso il 20 le persone si erano recate a bordo dei bastimenti di linea.

Al 20 l’ammiraglio Caracciolo aveva ricevuto l’ordine di tenersi pronto a seguire il _Vanguard_, e gli si era fatto credere che la regina, la famiglia reale, sir William ed io ci saremmo imbarcati a bordo del _Vanguard_, ma che il re faceva il tragitto a bordo della Minerva, ciò che avrebbe conciliato tutto, e non avrebbe fatto dell’ammiraglio napolitano un nemico.

Al 21, verso mezzogiorno, Nelson ricevette l’avviso che la partenza era fissata per la sera; ed egli da parte sua diede di conseguenza i suoi ordini al conte di Thurn.

Inviò inoltre queste due lettere, una al marchese di Niza e l’altra al capitano Hope. Esso aveva per iscopo di far incendiare i bastimenti della marina napolitana che potevano diventare navi nemiche cadendo nelle mani dei francesi, o navi ribelli cadendo nelle mani dei patriotti.

«A. S. E. il conte Ammiraglio marchese di Niza.

«Napoli, 21 dicembre 1798.

«Colla presente siete invitato ad ordinare al Comodoro Stoue, a Campbell e al capitano del Prince Royal di apparecchiarsi per incendiare il _Guiscardo_, il _S. Gioachino_ e il _Tancredi_. Il capitano Hope ha già ricevuto l’ordine di preparare a questo scopo le fregate e le corvette. Voi veglierete all’esecuzione di questo ordine, e senz’alcun pretesto non partirete ad opera incompiuta; prenderete sotto la vostra protezione le navi che vorranno accompagnarvi a Palermo, ove le condurrete al più presto possibile. Colà riceverete altri miei ordini.

«O. NELSON.

«Al capitano Hope comandante il brick di S. M. l’_Alcmena_.

«Preparate le fregate e le corvette che devono essere incendiate sotto gli ordini del marchese di Niza, avendo cura di non metter vela prima che l’ordine sia compito. Vi raccomando una particolare attenzione pei trasporti inglesi, che condurrete con voi a Palermo. Colà riceverete altri miei ordini.

«O. NELSON.»

Si comprende quale disordine regnasse in palazzo durante questa disgraziata giornata di venerdì: la regina, che avea voluto affrettare la partenza, piangeva di rabbia, ed era pronta a dare un contr’ordine.

Si fece venire il principe Pignatelli, che fu nominato Vicario generale del regno.

Erasi ricevuta una lettera di Mack, che diceva di recarsi a Napoli per metterla in istato di difesa, e si lasciò per lui un brevetto di luogotenente generale del regno.

Il principe Pignatelli chiese fino a quanto si estendevano i suoi poteri.

Fino ad incendiar Napoli, rispose la regina: voi avete diritto di vita e di morte sul mezzo ceto e sulla nobiltà. Qui non v’ha di buono che il popolo.

La partenza fu fissata per le dieci della sera, e per conseguenza alle dieci di sera tutta la famiglia reale si riunì negli appartamenti della regina; inoltre v’era io, sir William, l’ambasciatore d’Austria colla sua famiglia; il re aveva voluto condur seco il cardinale Ruffo; ma la regina che lo detestava si era opposta; per cui il cardinale si era imbarcato sulla _Minerva_.

Non fu che da Sua Eminenza che l’ammiraglio Caracciolo aveva saputo che sarebbe privo dell’onore di condurre il re a Palermo. Il suo orgoglio di principe ed il suo patriottismo di napolitano avevano ricevuto a quella notizia una duplice ferita. Voleva mandare sul momento la sua dimissione al re, ma Ruffo l’aveva determinato a compiere il suo dovere fino all’ultimo, e risolse di non dare la sua dimissione che a Palermo.

La voce della partenza del re, quantunque tenuta segreta, si era sparsa per la città; bisogna conoscere Napoli per farsi un’idea del tumulto che si fece in tutta quella giornata. Nelle circostanze del palazzo, a Napoli le grida d’amore rassomigliano così bene alle grida di odio, che si sarebbe potuto credere che tutto questo popolo che temeva di perder il suo re, erasi riunito nello scopo di scannarlo.

A dieci ore, come erasi convenuto, ci riunimmo negli appartamenti delle loro Maestà, alle dieci e mezza il conte di Thurn apparecchiò le scialuppe vicino alla scalea conosciuta sotto la denominazione di scalea _del Ceracò_, e aperse la porta della scala superiore che metteva agli appartamenti; ma volendo aprire la porta degli appartamenti, il conte Thurn ruppe la chiave nella serratura, di modo che fu obbligato di rompere la porta: allora il re si pose in capo alla comitiva con una candela accesa in mano, ma giunto a metà della scala, il re intese del rumore dalla parte della discesa del Gigante, e temendo di essere veduto e conosciuto, spense il lume. Ci trovammo allora in una oscurità spaventosa, in mezzo alla quale eravamo obbligati di andar tastoni, e in tal modo arrivammo al Molosiglio; ma il mare era così agitato che non si avventurò di uscire, ci ravvolgemmo nei nostri mantelli e nei nostri scialli; e siccome erasi obbliato di dar la cena alle giovani principesse, le quali morendo di fame chiesero da mangiare, un marinaio diede loro delle acciughe, che mangiarono col pane e bevendo dell’acqua infetta; infine, essendosi calmato il mare, ci dirigemmo verso il _Vanguard_, ove abbordammo poco prima di mezzanotte.

Il giorno seguente verso l’alba Nelson scrisse al comodoro Duckworth.

«Baia di Napoli, 22 dicembre 1798.

«Mio caro signore,

«Debbo dirvi soltanto che le loro Maestà Siciliane colla loro augusta famiglia sono arrivate sane e salve a bordo del _Vanguard_ nella notte scorsa, divisamento molto necessario in tale circostanza; fate sapere, vi prego, a tutti i bastimenti quanto ho l’onore di parteciparvi, raccomandando a loro di non avvicinarsi a Napoli, che colla maggiore precauzione: se avete occasione, scrivete, vi prego, a lord Saint Vincent quanto vi scrissi, perchè in quanto a me, non ho un sol bastimento inglese a mia disposizione.

«_Sono il vostro devotiss_.

«O. NELSON.»

II.

Malgrado le disposizioni prese da Nelson, il re e la famiglia reale si trovavano molto stretti. Dieci persone avevano invaso la cabina dell’ammiraglio ed il carrè degli uffiziali senza contare sir William e me, e senza contare l’ambasciatore d’Austria colla sua famiglia.

Queste dieci persone erano il re, la regina, il principe ereditario, sua moglie, la giovane principessa che aveva dato alla luce da poco tempo, il giovane principe Leopoldo, il principe Alberto, Maria Cristina, Maria Amalia e Maria Antonia.

Vedendosi così angustiato il re ebbe per un istante l’idea di mantenere la promessa che si era fatta all’ammiraglio Caracciolo di andare a bordo della _Minerva_; ma la regina si oppose formalmente che il re si separasse dalla sua famiglia.

All’alba, con una fresca brezza, che sgraziatamente ci era contrarla, si udivano a bordo del _Vanguard_ i rumori della città, come gli urli di un orso gigantesco.

Di fatti il popolo seppe che il suo re, malgrado le sue promesse, lo aveva abbandonato, e proclami affissi a tutti gli angoli delle vie, sulle piazze e nei crocivii, annunziavano che il principe Francesco Pignatelli era stato fatto vicario generale con poteri illimitati, e Mack capitano generale dell’esercito distrutto, e che il ministro Simonetti lasciava le finanze per far posto al banchiere Zurlo.

Tutte queste nomine erano state fatte con decreti interamente scritti di pugno del re.

Si ripeteva la risposta della regina al principe Pignatelli, allorchè le chiedeva quanto si estendesse il suo potere:

— Fino ad abbruciar Napoli.

Le banchine erano ingombre, ma il mare era troppo cattivo, perchè nessuna barca osasse di avventurarsi; si vedevano dei gruppi che certamente erano deputazioni, ma questi gruppi dopo essere stati qualche momento in riva al mare, sparivano gli uni dopo gli altri, per rifiuti che i barcajuoli faceano loro di condurli al bastimento ammiraglio, al cui albero sventolava la bandiera reale.

Nella notte il vento diminuì, ma rimase però contrario; all’alba rivedemmo la folla sulle banchine che salutò la flotta inglese con grandi grida, sperando senza dubbio che il re mutasse risoluzione; e difatti, siccome il mare era ritornato più calmo, vedemmo non soltanto riapparire, ma anche imbarcarsi e avanzarsi verso il _Vanguard_ le deputazioni che avevamo distinto il giorno innanzi che si agitavano inutilmente sulle banchine.

Queste deputazioni erano tre.

Ve n’era una del clero, condotta dal cardinale arcivescovo Capece Zurlo, un’altra di baroni del regno, una terza di magistrati e dell’eletto del popolo: essi venivano a supplicare il re di ritornare, e impegnavano il loro onore a difenderlo fino all’ultimo.

Ma il re non volle ricevere nessuno, fuorchè l’arcivescovo cardinale di Napoli; lasciò che le barche girassero intorno al _Vanguard_, e quelli che vi si trovavano levassero inutilmente le mani al cielo.

L’arcivescovo cardinale, monsignor Capece Zurlo, insistette assai per trattenerlo; ma il re fu inflessibile. — Monsignore, gli disse, la terra mi ha tradito; vado a vedere se il mare mi sarà più fedele.

Monsignore lasciò il _Vanguard_ col cuore rotto, dichiarando che non poteva predire ciò che farebbe Napoli abbandonato a sè stesso.

— Oh! mormorò la regina, se non sapete ciò che farà Napoli, so ben io cosa gli farei, se torno a metterci i piedi.

Le deputazioni, nella speranza di essere ricevute, restarono fino a tre ore dopo mezzodì.

Verso le quattro, venne anche il generale Mack: non avendo trovato il re a Napoli, e sapendo che da uno degli ultimi decreti di Ferdinando era stato nominato luogotenente generale, veniva a prendere gli ordini.

Restò mezz’ora solo col re, poi ritornò a terra. Lord Nelson non lo volle nemmeno vedere.

Alle cinque ore il vento ritornò; si apparecchiò e si levò l’áncora alle sette, accompagnati dalla fregata la _Minerva_, e da dieci o dodici bastimenti mercantili e di trasporto.

Ma appena superata l’isola di Capri, fummo presi da una violenta tempesta; si sarebbe detto che, infedele come la terra, il mare voleva tradire il re, e s’impiegò tutta la giornata di lunedì per lottare con esso; la notte fu terribile; i tre pennoni di trinchetto e l’attrezzatura fuori di bompresso furono spezzati; si sarebbe detto che il bastimento si disgiungeva, tanto era terribile lo scricchiolare che faceva.

Difficilmente si può farsi un’idea dello stato in cui si trovava la famiglia reale; il re morto dalla paura si raccomandava a tutti i santi, e specialmente a S. Francesco di Paola, per cui pareva avesse in questa circostanza una devozione particolare, promettendogli, se lo salvasse, una chiesa bella quanto quella di S. Pietro in Roma; della sua famiglia non ne parlò punto, senza dubbio sarà stata sottintesa. Le giovani principesse eran morenti di stanchezze e del mal di mare; il principe ereditario sembrava abbattuto quanto suo padre; soltanto la principessa Clementina, tenendo la sua bambina fra le braccia, sorrideva malinconicamente al cielo; la regina era triste e come assorta nei suoi pensieri.

Di tempo in tempo Nelson, che restava sul ponte per vegliare alla sicurezza dei suoi illustri passeggieri, scendeva per dirci una parola d’incoraggiamento, a cui rispondeva soltanto io con un segno della mano o con uno sguardo; e siccome egli veniva specialmente per cercare quello sguardo e quel segno di mano, risaliva contento.

Alla mattina il tempo si rischiarò: Nelson ci disse, che credeva a due ore di tregua, e che se volevamo salire per un momento sul ponte, ci saremmo trovati meglio, e si approfitterebbe di questo momento per mettere un poco d’ordine nelle cabine.

Il re che aveva passato la maggior parte della notte ginocchioni ed in preghiere, respirò e ci diede l’esempio, prendendo l’unico braccio di Nelson e salendo sul ponte; la regina lo seguì e saliva sola la scala, quando corsi verso di lei e la sostenni. Nelson ritornò col capitano Hardy per dare il braccio alla principessa reale ed alle giovani principesse; in quanto al principe ereditario, egli era più spossato e abbattuto di tutti; il più giovane dei figli della regina rimase nel suo hamac, incapace di fare un movimento.

Il ponte del _Vanguard_ presentava uno spettacolo di confusione non meno grande delle nostre cabine; i marinai approfittavano di questo momento di tregua che dava loro la tempesta per sostituire i pennoni e riparare i guasti fatti all’alberatura, e si preparavano visibilmente a lottare contro il cattivo tempo imminente.

Il re appoggiato ad una sartia del bastimento, osservava con un occhio invido la fregata dell’ammiraglio Caracciolo che navigava alla nostra sinistra, e che sembrava un bastimento incantato. Non una corda, non un attrezzo si era spezzato; sembrava che non ricevesse dalle onde enormi su cui ci agitavamo, che quel movimento che fa sotto la mano del suo cavaliere un cavallo spinto al galoppo.

— Guardate, signora, disse il re a Carolina.

E le indicava la _Minerva_.

— Ebbene? gli chiese la regina.

— Ebbene, siete stata voi la causa per cui mi trovo su questo bastimento invece di essere su quello là.

— È una fortuna, gli rispose la regina, che l’ammiraglio non comprenda l’italiano.

— E perchè ciò?

— Perchè a mio avviso, disse la regina, è già molto che sappia di portare un re vile, oltre ad un re ingrato.

Ed egli le volse le spalle.

— Ingrato quanto volete, replicò il re, che non riceveva il primo epiteto; ma non è però meno vero che vorrei piuttosto essere sulla fregata di Caracciolo che sul _Vanguard_.

Mi si venne a dire, che il piccolo principe rimasto nel suo hamac, chiedeva di me.

Era un fanciullo di sei anni che si chiamava il principe Alberto; era amato mediocremente dalla regina, che non aveva altra vera affezione che pel principe Leopoldo che avea nove anni. Ne avveniva che il povero Albertino, che sentiva istintivamente questo abbandono, si era attaccato a me, e mi chiamava la sua mammina, e ricorreva a me tutte le volte che desiderava di sfuggire qualche punizione, o di ottenere una grazia.

Il povero fanciullo si sentiva un po’ meglio, e chiese di me per ricondurlo sul ponte; malgrado i movimenti del vascello, lo presi fra le braccia, e lo portai di sopra.

Durante quell’ora che il cielo si era coperto ancora di nubi, il vento tornava a spirare da sud ovest, per cui il _Vanguard_ era obbligato di navigare colle vele raccorciate, mentre della _Minerva_ si sarebbe detto, essendole indifferente qualunque andatura, che il vento stesso contrario le dava le ali.

Del resto non era difficile di vedere che si avvicinava una nuova burrasca; le nubi tetre, umide e grigiastre, si abbassavano rapidamente e sembravano riposare sulle punte degli alberi del _Vanguard_; soffi di aria tiepida e snervante passavano come un sapore scipito; era il vento della Libia cotanto antipatico ai marinai del Mediterraneo.

Nelson ci prevenne che la tregua che ci aveva accordato la tempesta era spirata, e che se volessimo ritornare nelle nostre cabine, avrebbe durante la nostra assenza affrontato il nemico.

Gettai un ultimo sguardo sulla fregata napolitana, e benchè avessi qualche prevenzione in favore di Nelson, non fui meno obbligata di riconoscere la superiorità del suo cammino sul nostro.

Noi camminavamo di fatti colle nostre vele basse, mentre la Minerva colle vele spiegate sembrava voler sfidare la tempesta; più fina di proda fendeva meglio le onde, e ondulava per conseguenza meno del _Vanguard_, e giustificava i desiderii egoistici del re.

Dieci minuti dopo l’avviso di Nelson, tutti eravamo istallati nelle nostre cabine, e la tempesta si rovesciava di nuovo su di noi.

Passammo in tal modo la giornata di martedì e quella di mercoledì.

Quella di giovedì fu segnata da una spaventevole disgrazia.