Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8

Part 6

Chapter 63,804 wordsPublic domain

Una frase della lettera di lord Nelson riusciva inintelligibile per colpa mia. Aveva dimenticato di dire che la regina aveva chiesto a suo nipote l’imperatore d’Austria il generale Mack per comandante in capo del suo esercito, e che l’imperatore glielo aveva accordato.

Questa lettera produsse su Ferdinando l’effetto che si aspettava, ma però, contro la sua abitudine, egli tenne fermo su di un punto, quello di mettersi in campagna nello stesso tempo dell’imperatore.

In conseguenza fu convenuto che il re scriverebbe a suo nipote una lettera nella quale lo eccitava a decidersi: la lettera tutta di suo pugno fu spedita dal suo corriere Ferrari, coll’ingiunzione di consegnarla personalmente all’imperatore, e di riportare la risposta direttamente al re Ferdinando.

Ma prima della sua partenza Ferrari aveva ricevuto mille ducati dalla regina coll’ordine invece di ripassare per Caserta, ed al suo ritorno di consegnare la lettera dell’imperatore a lei, invece di consegnarla al re.

Egli riceverebbe due mila ducati consegnando la lettera alla regina che l’avrebbe soltanto letta, e poi riposta nella sopracarta.

Era pagar bene questo piccolo tradimento, e Ferrari non esitava nemmeno, sapendo che in fatti era la regina che regnava sotto il nome di suo marito, e ciò lo tranquillava molto sui pericoli cui andava incontro nel caso che si fosse scoperto questo tradimento.

Ferrari partì, si calcolò il tempo necessario; se l’imperatore d’Austria non frapponesse ritardo alla sua risposta egli poteva ripassare per Caserta fra undici o dodici giorni.

Il generale Mack arrivò il Martedì, 8 ottobre, a Caserta; al giovedì fu invitato a pranzo dal re e dalla regina: sir William ed io ricevemmo un invito ufficiale per quel giorno. Il re e la regina lo ricevettero con grandi manifestazioni di stima, e la regina presentandolo a Nelson gli disse: — Il generale Mack è in terra ciò che il mio eroe Nelson è in mare.

Il complimento non era lusinghiero, e il paragone mancava di giustizia. A Tolone, a Calvi, a Teneriffa Nelson si era diportato gloriosamente; ad Aboukir egli si era condotto non soltanto da eroe, ma da uomo di genio. Mack al contrario era stato battuto dovunque aveva incontrato i francesi, e ciò malgrado aveva acquistato in Europa, non si sa perchè, una riputazione di uno dei più grandi strategici dell’epoca.

Per quanto fossero buone le idee che gli altri avevano di Mack, non potevano però mai raggiungere quella che Mack aveva di sè medesimo; io non ho mai veduta fatuità più formidabile di quella; egli non ammetteva nulla affatto, non dirò la supposizione che egli potesse essere battuto; ma nemmeno quella che i francesi gli potessero fare resistenza.

Confesso che questa burbanza mi riescì antipatica fin dalla prima parola che ebbi l’onore di scambiare coll’illustre generale.

Il tempo scorrea, e Ferrari galloppava. Dieci giorni dopo la sua partenza, sir William, gran cacciatore, suggerì al re una partita di caccia a Persano, e la regina, il generale Acton ed io andammo a stabilirci a Caserta.

Il giorno seguente a quello del nostro arrivo, verso le sette ore di sera Ferrari arrivò, ed era latore di una lettera dell’imperatore Francesco II.

Acton sopra un suggello di lettera dell’imperatore, ne aveva fatto scolpire uno eguale; non vi era dunque motivo d’inquietarsi anche da questo lato; si rammollirebbe la cera, si dissuggellerebbe la lettera, e se dessa era tale quale la si desiderava, la si rimetterebbe intatta nella sopraccarta che si tornerebbe a suggellare. Se invece la lettera non assecondava i desideri della regina, si prenderebbe consiglio.

L’imperatore annunziava positivamente a suo zio che non si sarebbe messo in marcia se non quando Souwarow ed i suoi quarantamila russi sarebbero arrivati, e che egli supponeva che non sarebbero giunti prima dell’aprile 1799.

Lo invitava quindi a calmare la sua impazienza, ed a fare come lui, attendendo fino a quell’epoca, e attaccarli ad un tempo con 150,000 Austriaci, 40,000 Russi e 65,000 Napoletani: era evidente che i Francesi sarebbero costretti a sgombrare l’Italia, e chi potrebbe dire, con Bonaparte e coi suoi trenta mila uomini confinati in Egitto, dove si arresterebbe la marcia trionfale dell’armata austro-russa?

Secondo ogni probabilità non dinanzi a Parigi.

Ma la regina era una giuocatrice troppo spinta, per fermarsi al momento che aveva in mano un giuoco così bello, ed il progetto stabilito fra lei ed il capitano Acton fu messo in esecuzione.

Figlio di un medico irlandese, Acton, l’abbiamo detto era un abile chimico: con una miscela già preparata levò l’inchiostro dalla lettera non lasciandovi che la firma, poi invece del rifiuto di marciare, espresso tanto chiaramente dall’imperatore, scrisse una promessa positiva di entrare in campagna appena che suo nipote Ferdinando avesse passato il confine romano.

Poi la lettera fu suggellata di nuovo col suggello imperiale e consegnata a Ferrari che la portò direttamente a Persano, e la presentò al re affermandogli che era esso il primo a prenderla dopo di averla ricevuta dalle auguste mani dell’imperatore.

Il re che era a tavola con sir William dissuggellò la lettera, la lesse con soddisfazione visibile, e la passò a sir William.

Sir William, che era anch’egli del complotto, non fu meno maravigliato di questa risposta favorevole. Però ne felicitò il re Ferdinando, dicendogli:

— Lo vedete, Sire, Sua Maestà Augusta è esattamente dello stesso parere di Sua Gran Signoria Nelson; non avete un momento da perdere.

Difatti fu deciso che il generale Mack occuperebbe gli stati romani, senz’altro ritardo che quello necessario pei preparativi della campagna.

Eravamo giunti ai primi di novembre.

X.

Ottenuta la guerra da Ferdinando, mi restava da trattare un affare ancora più grave. Era di ottenere ch’egli si mettesse alla testa della sua armata e facesse questa guerra il re in persona.

Il re, come ho già detto, era lungi dall’essere valoroso, e se io fui acciecata sul conto della regina, non lo fui però mai su quello del re, che la regina procurò sempre di farmi vedere sotto la sua vera luce.

Le trattative furono lunghe, ma la regina e sir William fecero valere presso il re che si trattava non soltanto di combattere i Francesi e di sostenere la legittimità, due cose molto lodevoli, ma anche, una volta occupato lo Stato romano, di vedere nella sua qualità di liberatore quale sarebbe la sua parte nella divisione del Patrimonio di S. Pietro.

Alla fine il re acconsentì.

Siccome non si attendeva che il consenso del re, l’esercito fu diviso in tre corpi: 22,000 uomini furono inviati a S. Germano, 16,000 negli Abruzzi, 8,000 nella pianura di Sessa e 6,000 si chiusero nelle mura di Gaeta, ed alcune navi onerarie si tennero pronte per trasportare 10,000 uomini in Toscana, accompagnate dalla squadra di Nelson.

Questi 10,000 uomini erano destinati a tagliare la ritirata dei Francesi quando il generale Mack li avesse battuti.

Questi tre corpi d’armata, cosa curiosa, furon messi sotto il comando di tre stranieri: Mack generale in capo, Micheroux e Damas generali di divisione; il primo era austriaco, e gli altri due erano francesi.

Cinquantadue mila uomini erano pronti ad entrare negli Stati Romani.

Del resto, come lo aveva giudicato l’ammiraglio Nelson, il momento era ben scelto per attaccare i Francesi.

Il Direttorio prevenuto dal cittadino Garat delle intenzioni ostili della Corte di Napoli, aveva cercato, per quanto gli riuscì possibile, tutti i mezzi per far fronte a questa aggressione; aveva distaccato quanti uomini potè dall’esercito della Repubblica Cisalpina, li aveva inviati a Roma e ne aveva dato il comando a Championnet.

Championnet non aveva fin allora sostenuto che comandi secondarii; e per conseguenza poco conosciuto, il suo comando di Roma, la sua conquista di Napoli lo resero celebre.

Vuolsi che al momento che lasciava la Francia, ove, in ricompensa dei suoi antichi servigi, riceveva questo nuovo comando, il direttore Barras gli avesse posto la mano sulla spada e gli avesse detto:

— Parti per l’Italia, generale, e ti do parola che sarai incaricato di detronizzare il primo re che incorrerà nella collera della Repubblica.

Championnet partì da Parigi ed arrivò a Roma con questa speranza.

Ma a Roma trovò l’armata francese nello stato che dissi. Senza pane, senza calzature, senza abiti, senza soldo, con cinque cannoni e 180,000 cartucce, col rinforzo avuto dalla Cisalpina, si compose di quattordici a quindici mila uomini.

Al 22 novembre, il re pubblicò il famoso manifesto firmato dal principe Pignatelli Belmonte, diretto al cavaliere Priora, ministro del re di Piemonte Carlo Emanuele II.

Come tutti gli atti che emanavano dal re, anche questo era stato redatto dalla regina, dal capitano generale e da sir William.

È dopo dieci anni d’intervallo, quando il velo è caduto, quando sparvero le ire, che un tale documento vi apparirà sotto la sua vera luce; vale a dire come un appello all’assassinio.

Eppure a Caserta il 20 novembre 1798, nel momento in cui questo manifesto passò per le mie mani, io applaudii come gli altri.

Ecco questo manifesto, che fece un gran rumore quando apparve, e che poi fu quasi dimenticato:

«Noi sappiamo, — diceva questo curioso documento, — che nel consiglio del re vostro signore, molti ministri prudenti per non dire timidi fremono alle parole di spergiuro e di assassinio; come se il nuovo trattato d’alleanza fra la Francia e la Sardegna fosse un atto politico degno di essere rispettato.

«Ma non dimenticatelo; quest’atto fu dettato dalla forza delle armi, dalla violenza del vincitore; è stato accettato dalla necessità, e deve durare fin quando lo esigerà la necessità. Trattati simili a quelli che avete sottoscritto sono ingiurie del potente al debole, il quale violandoli cede alla prima occasione che gli presenta la fortuna. E infatti in presenza del vostro re, prigioniero nella sua capitale, circondato da baionette nemiche, chiamerete voi spergiuro non mantenere una promessa strappata colla forza e disapprovata dalla coscienza?

«Chiamereste voi assassinio, l’assassinare i vostri tiranni, e se tale è la sorte, la debolezza degli oppressi non potrà mai sperare nessun soccorso contro la forza che l’opprime?

«I battaglioni francesi tranquilli e dispersi dalla pace, sono sparsi pieni di confidenza nel Piemonte. Eccitate il patriottismo dei popoli fino all’entusiasmo ed al furore, che tutti i Piemontesi aspirino a calpestare sotto i piedi un nemico della loro patria. Gli assassini parziali saranno più proficui al Piemonte, che una vittoria in campo, e mai la giusta posterità condannerà colla infame parola di tradimento questi atti energici di tutto un popolo che va alla conquista della sua libertà sui cadaveri dei suoi oppressori.

«I nostri generali napoletani sotto gli ordini del valoroso generale Mack, suoneranno pei primi il segno di morte contro i nemici dei troni e dei popoli. E forse saranno già all’opera quando avrete ricevuto questo manifesto.»

Pubblicato questo manifesto non aveva più che a mettersi in campagna.

La regina aveva fatto fare per suo marito un magnifico uniforme di generale, e visitammo successivamente i campi di Sessa e di S. Germano per mostrare il re ai suoi soldati.

Queste passeggiate militari, le acclamazioni che sollevarono le grida di — Viva il re, morte a’ Francesi — finirono di far girare la testa al re Ferdinando, che ci lasciò facendo alla regina ogni sorta di promessa guerriera.

Debbo però dire che, malgrado queste promesse, la regina ne fu poco persuasa, e malgrado la cattiva opinione che aveva di suo marito, era però lontana di aspettarsi la sorpresa che l’avvenire le serbava.

Ritornammo a Caserta, ed il re alla testa della sua armata mosse verso il confine Romano al 24: quest’armata sboccò da tre punti sul territorio pontificio.

L’ala destra che costeggiava l’Adriatico passò il Tronto, e cacciò da Ascoli una debole vanguardia francese che vi si trovava e prese la direzione di Ponte di Fermo.

Il centro scese dagli Appennini da Aquila e si avanzò sopra Rieti.

In fine l’ala sinistra, ove trovavansi Mack e il re, passò il Garigliano su tre colonne, a Isola, a Ceprano, a sant’Agata, e marciò direttamente su Roma per le paludi Pontine, Valmontone e Frascati.

Passando il confine, il generale Mack scrisse al generale francese questa lettera che ci darà la misura della confidenza che aveva in sè stesso.

«Signor Generale,

«Vi dichiaro che l’armata di S. M. siciliana, che ho l’onore di comandare sotto gli ordini diretti del re, ha passato jeri il confine degli stati romani, rivoluzionati ed usurpati dopo la pace di Campo-Formio, rivoluzione ed occupazione non riconosciute ed approvate nè da parte di S. M. Siciliana, nè dal suo Augusto alleato Sua Maestà l’imperatore e re. Dimando adunque che, senza il minimo ritardo, ordiniate alle truppe che si trovano nello stato romano, di ritornare nella Repubblica Cisalpina e che facciate evacuare tutte le piazze che occupano. I generali comandanti le diverse colonne delle truppe di S. M. Siciliana, hanno l’ordine di non incominciare le ostilità sui punti in cui le truppe francesi si ritireranno al mio invito, ma d’impiegare la forza nel caso che resistessero. Vi dichiaro inoltre, cittadino generale, che se voi mettete il piede sul territorio del gran duca di Toscana, considererò tale cosa come un atto di ostilità.

«Aspetto la vostra risposta senza il minimo ritardo, e vi prego di rinviarmi il maggiore Reischach che vi spedisco, e ciò al più tardi quattro ore dopo aver ricevuto la mia lettera. La vostra risposta dovrà essere positiva e categorica, circa all’evacuazione degli stati romani, ed al non metter piedi negli stati del gran duca di Toscana; una risposta negativa da parte vostra sarà considerata come una dichiarazione di guerra, e S. M. Siciliana saprà sostenere colla spada in mano le giuste dimande che vi dirigo in suo nome.

«_barone_ C. MACK.»

Il generale Championnet rinviò il maggiore Reischach dopo avergli offerto dei rinfreschi come ad un ospite; ma poichè costui gli chiedeva quale risposta riporterebbe al generale:

— Ditegli ciò che avete veduto, gli disse Championnet, ed alzando le spalle gli volse il tergo.

Lo stesso giorno il generale francese ricevette un ordine dal Direttorio che gli toglieva tre mila uomini per rinforzare la guarnigione di Corfù.

Forse, vista l’urgenza, poteva rifiutare di obbedire a quell’ordine.

Egli diede i tre mila uomini e restò con quasi dodici mila.

Ma nello stesso tempo fece tirare il cannone d’allarme in Castel S. Angelo, fece battere la generale per tutta la città, e prese tutte le misure suggerite dalle circostanze, per far fronte al pericolo che si avvicinava su di lui colla rapidità di una valanga.

Ricevevamo tutti i giorni dei corrieri del re; questi corrieri ci tenevano al corrente del suo cammino trionfale.

Al 30 novembre, di notte, ricevemmo la notizia che il re aveva fatta fin dal giorno innanzi la sua entrata in mezzo ad acclamazioni frenetiche; il popolo staccò i cavalli dalla sua carrozza, e la portò fino al palazzo Farnese, che aveva ereditato dalla sua ava Elisabetta.

La lettera del re ci annunziava che il generale francese aveva lasciato Roma, lasciando cinque cento uomini in Castel Sant’Angelo, ordinando al comandante di non arrendersi senza alcun pretesto, e gli aveva dato, dicevasi, parola di ritornare a Roma prima di venti giorni.

È inutile il dire che questa promessa faceva andare in giubilo il re e specialmente il generale Mack.

Il re annunciava in una sua poscritta che il popolo scannava i patriotti e saccheggiava le loro case; egli stesso aveva fatto fucilare due napoletani, i fratelli Corona, di cui uno era stato ministro della Repubblica Romana.

Al dire del re tutto andava coi fiocchi.

Di fatti il giorno seguente ricevemmo una copia di questa lettera che il re scriveva al papa Pio VI.

«Vostra Santità conoscerà colla più viva soddisfazione che, grazie all’aiuto del nostro Divin Salvatore, e per l’augusta protezione del beato S. Gennaro, siamo entrati colla nostra armata, senza resistenza e da trionfatori nella capitale del mondo cristiano; i Francesi fuggirono spaventati alla vista della croce e delle mie armi; Vostra Santità può dunque riprendere il supremo e paterno suo potere, che io difenderò colla mia armata; Vostra Santità abbandoni dunque la sua dimora troppo modesta della Certosa, e sulle ali dei Cherubini, come altra volta la Nostra Santa Vergine di Loreto venga e discenda al Vaticano per purificarlo colla sua presenza: tutto è pronto per riceverla; Vostra Santità potrà celebrare i divini ufficj per la solennità di Natale.»

La regina ordinò che si cantasse un _Te Deum_ in tutte le chiese di Napoli, che il cannone tuonasse in segno di trionfo e che la città fosse illuminata.

Questi ordini, bisogna dirlo in lode dei Napoletani, furono ricevuti ed eseguiti con entusiasmo.

XI.

Credo di aver detto che un distaccamento da otto a diecimila uomini comandato dal generale Naselli, doveva partire per Livorno sopra bastimenti di trasporto.

Partirono infatti, e al 22 novembre uscirono dal porto di Napoli.

Erano accompagnati da _Vanguard_, ove trovavasi l’ammiraglio Nelson, dal _Culloden_, dal _Minotauro_, dall’_Alleanza_, dalla _Buona Cittadina_, dal cutter _Flora_ e dalla squadra portoghese.

Vascelli di guerra e navi di trasporto giunsero a Livorno circa dopo il mezzodì del 28 novembre: i ministri inglese e napoletano vennero a fare la loro visita all’ammiraglio. Il generale Naselli intimò alla città di arrendersi, il che avvenne verso le 8 di sera.

L’intimazione era stata fatta congiuntamente dal generale Naselli e dal vice-ammiraglio Nelson.

Naselli prese possesso della città; ma Nelson restò sul suo vascello.

E poi, Nelson era così innamorato che non voleva restar molto tempo lontano da me; e però lasciò Livorno al 30 novembre, alle 7 di mattina, ed al 5 dicembre era a Napoli.

Alle sei del mattino giunse al capitano generale Acton una lettera in cui trovavasi il periodo seguente che il ministro si affrettò di farci leggere.

Nelson non vedeva le cose sotto un aspetto così ridente come il re di Napoli.

«Ecco in poche parole lo stato del paese e la situazione delle cose — diceva. — L’esercito del re è a Roma, Civitavecchia è presa; ma rimasero 500 Francesi in Castel Sant’Angelo. I Francesi hanno 13,000 uomini ed aspettano i napoletani in una forte posizione a Civita Castellana. Il generale Mack va contro di loro con 20,000 uomini. L’avvenimento a mio avviso è dubbio, e può decidere immediatamente della sorte di Napoli. Se Mack è disfatto, in venti giorni il paese è perduto; l’imperatore non ha fatto muovere nemmeno un uomo della sua armata, e senza il soccorso dell’imperatore questo paese non può resistere ai Francesi. Certamente non è sua scelta ma la necessità che ha obbligato il re di Napoli ad uscire dal suo regno, e di non aspettare che i Francesi, radunate le loro forze, lo cacciassero in una settimana da Napoli.»

Noi ricevemmo quasi le stesse notizie da Roma.

Però il re ci annunziava la marcia di Mack sopra Civita Castellana non già con ventimila uomini ma con quarantamila. Era impossibile di credere che con tale superiorità numerica, la vittoria fosse dubbia.

Inoltre il re era talmente sicuro del successo che la sua tranquillità cl rassicurava. Le sue lettere erano piene di descrizioni delle feste che gli avevano dato. Non usciva nelle vie di Roma che camminando sopra tappeti e sotto una pioggia di fiori; nella stessa sera vi fu gran gala al teatro Apollo.

La lettera che ci dava questi particolari era del 6 dicembre; la mostrammo a lord Nelson, facendogli osservare che non era con ventimila uomini che Mack andava incontro al nemico, ma con quarantamila.

Tutto ciò però non lo rassicurava, egli aveva preso già fin dal primo incontro una cattiva opinione di Mack.

Ci lasciò verso le cinque di sera, e restammo la regina, io e alcune dame di sua intimità che componevano la nostra società ordinaria.

Verso le sette di sera, quando prendevamo il thè, udimmo il rumore d’una carrozza che passava sotto le volte del palazzo, poi un rumore di servitori che si precipitavano dalle scale.

La regina impallidì.

Io la guardava interrogandola cogli occhi.

— Ah! mi disse, ho un presentimento.

— Quale, signora? le chiesi.

— Che il re sia arrivato.

— Il re! impossibile, signora; abbiamo ricevuto una sua lettera questa mattina.

La porta si aperse, un usciere annunziò:

— Sua Eccellenza il duca d’Ascoli.

Il duca d’Ascoli entrò, la regina ed io mandammo un grido di stupore: egli era vestito coll’uniforme del re, e siccome egli era della stessa statura ed età e la camera era semi-oscura, la regina ed io lo credemmo a prima vista il re.

La regina fu la prima ad accorgersi dello sbaglio, e il suo istinto coniugale le fece indovinare che sotto questo travestimento si celava qualche vergogna.

Si alzò e severamente:

— Che significa questa mascherata? dimandò essa.

— Ahimè! signora, nulla di allegro, rispose il duca, ma almeno è una prova della mia devozione pel re.

— Pel re? e dov’è il re?

— Qui, signora.

— E dove dunque qui? chiese di nuovo.

— Nel suo appartamento.

— Ah! ah! egli non osa nemmeno di comparirmi davanti, a ciò che pare.

Poi dopo un momento silenzio:

— I Napoletani sono stati battuti, non è vero?

E siccome il duca esitava a rispondere:

— Vediamo, disse la regina, se il re è una donna, io sono un uomo, io; ditemi tutto.

— Battuti completamente, signora.

— Bravo Nelson! disse, volgendosi dalla mia parte, lo vedi, il suo istinto non lo ingannava; ma è dunque veramente un idiota, come già ce ne accorgiamo, il generale Mack.

— Non posso dir nulla a Vostra Maestà se non che le truppe napoletane sono state completamente battute.

— Siete sicuro della notizia?

— La sappiamo ambedue, io ed il re, dalla bocca stessa del generale Mack.

— Dal generale Mack!

La regina mi prese la mano e me la serrò convulsivamente.

— È scritto che io dovrò trangugiare tutta la vergogna? mormorò essa.

— Ma infine, signore, dimandai al duca, mentre la regina sì lacerava i manichini coi denti, non potete dare alcun particolare a Sua Maestà?

— Non posso dire a Sua Maestà che quello che so io stesso.

— Ditelo, dunque, esclamò la regina, e spicciatevi perchè ho premura, ve lo confesso, di sapere per qual motivo avete indossato l’abito ed avete al collo l’ordine del re.

— Vostra Maestà si degni di ascoltarmi con pazienza, disse il duca d’Ascoli; altrimenti sarò obbligato di ritornare dal re, e dirgli che non avete voluto ascoltarmi.

— Voi fate appello alla mia pazienza, ebbene, vi prometto d’averne, parlate.

— Ebbene, signora, ieri eravamo nel palco di S. M. al teatro Apollo, quando verso le nove ore della sera, la porta si aperse bruscamente e vedemmo apparire il generale Marck coperto di fango come chi arriva dopo una lunga corsa. Sire, diss’egli, voi vedete un uomo nella disperazione che vi annunzia una tale notizia, siamo battuti su tutti i punti, separati gli uni dagli altri, in piena ritirata, o piuttosto in fuga. La nostra unica speranza di salvezza per Vostra Maestà è che parta immediatamente per Napoli; — libero dalla cura che m’ispira il vostro prezioso capo, cercherò di radunare l’armata e di prendere una rivincita.

— Miserabile orgoglioso, mormorò la regina.

— Comprenderete facilmente, signora, continuò il duca, lo stupore del re ad una simile notizia, nel momento in cui si credeva vittorioso; stette guardando Mack senza rispondere e col viso alterato.

Poi ad un tratto Sua Maestà si alzò, ed uscì dal palco.