Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8
Part 5
Buona o cattiva accettai la scusa; ma siccome sua sorella e sua nipote Cecilia erano invitate al ballo che seguiva il pranzo, gli dissi che sperava almeno di avere il piacere della loro compagnia; ed egli, sempre colla stessa cortesia, ma anche colla stessa freddezza, mi rispose, che da tre giorni sua sorella era talmente indisposta che le era impossibile di uscir dalla camera, cosa, che con suo grande rincrescimento, gl’impediva di accettare il mio invito.
Io aveva accolto la prima scusa con sangue freddo e col sorriso sulle labbra; ma al secondo rifiuto non potei trattenermi dal fare un movimento d’impazienza.
La regina lo osservò e si avvicinò a noi.
— Il principe Caracciolo — disse — è troppo gentiluomo per avervi dato una risposta scortese, cara Emma, e pure sembrerebbe, guardandovi in viso, che avreste qualche rimprovero da fargli.
Invece di affrettarsi a rispondere ed a scusarsi, l’ammiraglio mi lasciò il tempo di prendere la parola.
— No, signora, ripresi, non mi lagno dell’ammiraglio, ma della fatalità.
— Voi sapete, cara Emma, che non mi piacciono gli enigmi, così spiegatevi, vi prego — con quel tuono di voce che indicava in lei il principio di una tempesta.
— Certamente, signora, la sola fatalità può fare, mi sembra, che siamo privi così del piacere di ricevere Sua Eccellenza, perchè il tempo che è magnifico in quest’ora, minaccia dl essere cattivo questa sera, e non è meno una fatalità, che fa sì che la sorella del signor ammiraglio trovasi colpita da una indisposizione tanto grave per obbligarla a stare nella sua camera, e che costringe la gentile Cecilia, da quella buona fanciulla che è, a curare sua zia, per cui le nostre feste ad un ammiraglio vincitore de’ Francesi, si daranno senza che vi sia una sola persona della famiglia dell’illustre ammiraglio Caracciolo, per fare in nome della marina napolitana un brindisi alla marina inglese.
La regina divenne molto pallida, e il suo sopracciglio si corrugò.
— Guardatevene bene, signor ammiraglio, disse, le persone che avranno trovato delle scuse buone o cattive per non andare alle feste dell’ambasciatrice d’Inghilterra, non saranno invitate a quella che darà la regina di Napoli.
— Signora, rispose l’ammiraglio senza commuoversi, l’indisposizione della mia povera sorella si è mostrata con tale intensità, che se queste feste durassero anche un mese, non credo che nemmeno per tutto questo tempo non potrebbe rimettersi in modo da parteciparvi.
La regina s’impazientava. Ignorando qual fosse l’oggetto di questa lunga conversazione col suo ammiraglio, Nelson vedendomi rossa per la vergogna, e scorgendo la regina livida per la collera, si avvicinò a noi con inquietudine.
La regina, volendo evitare a Nelson ogni cosa che potesse offenderlo, ed a me tutta la umiliazione che avesse potuto farmi perdere di considerazione ai suoi occhi, mi distolse vivamente, dicendomi:
— Vieni, Emma, vieni la salute della sorella del principe c’interessa tanto che tutti i giorni manderemo a prendere sue notizie, finchè sapremo che stia meglio.
— È un’attenzione che le sarà tanto più preziosa, signora, rispose il principe, perchè non sapendo come essa abbia potuto meritarla, vi scorgerà un favore tutto particolare di Vostra Maestà.
L’ammiraglio pronunziava queste ultime parole con una garbatezza tanto rispettosa, che la regina che non accettava tanto facilmente l’ultima replica da parte d’un avversario qualunque egli fosse, non trovò di che rispondergli, e si allontanò conducendomi seco.
Confesso che la seguii colle lagrime agli occhi e col cuore infranto, come quei trionfatori romani, che udivano in mezzo al trionfo la voce dello schiavo che loro ricordava che erano mortali; in mezzo al mio trionfo una voce mi gridava: favorita della regina, ambasciatrice d’Inghilterra, Milady Hamilton, ricordati del letto d’Apollo e delle strade di Haymarket.
Non si aspettava che la regina per sbarcare. Quantunque avessi il mio braccio appoggiato sul suo, e non il suo sul mio, ciò che era il segno del più alto favore, attraversai colla testa bassa le file di quei cortigiani che m’invidiavano. Aveva il sorriso sulle labbra e la morte in cuore.
Non aveva mai odiato, non aveva mai desiderato di vendicarmi di nessuno; ma da quel momento, sentii il doppio morso del serpe, l’odio ed il desiderio della vendetta filtrarono nel mio cuore.
Finalmente sbarcammo. Le carrozze di corte e quella dell’ambasciata aspettavano nell’arsenale. L’ammiraglio Nelson salì nella prima col re, colla regina e me; il principe e la principessa reale fecero gli onori della seconda a sir William. Ognuno si sedette poi a volontà, nelle altre, non senza però qualche discussione d’etichetta.
Si diede ordine ai cocchieri di portarsi alla chiesa di S. Chiara, ove si doveva cantare il _Te Deum_ dal cardinale arcivescovo di Napoli, monsignor Capece Zurlo, assistito dal cardinale Fabrizio Ruffo, di cui ho già avuto occasione di parlare, e che senza che egli ci pensasse, e senza che nessuno pur vi pensasse, si avvicinava l’epoca in cui doveva rappresentare una gran parte.
Ma quest’ordine di andare alla Chiesa di Santa Chiara era un ordine più facile a darsi dai padroni, che ad eseguirsi dai domestici; le vie erano talmente ingombre di gente, le carrozze circondate da una moltitudine così numerosa, che sembravano scialuppe investite dalle onde del mare e scosse dai cavalloni. Quanto poco la regina era popolare, lo era invece al contrario di molto il re. Mai quando usciva, nè truppe, nè gendarmi nè guardie si frapponevano fra lui e la popolazione; l’ultimo lazzarone poteva giungere fino a lui e toccarlo, per parlargli, chiedergli sue notizie, informarsi quando venderebbe il suo pesce a Mergellina, o mangerebbe i suoi maccheroni a S. Carlo, e come si comprende bene, questa razza così famigliare approfittava del permesso in tutta la sua estensione, ed era raro che nelle solennità del genere di quella che andava a compirsi, il re non avesse tre o quattro lazzaroni sul sedile davanti della carrozza col cocchiere, altrettanti sul sedile di dietro insieme ai domestici, e altrettanti ancora sugli scalini a guisa di paggi.
Nelson abituato alla maestosa dignità dei sovrani della Gran Brettagna, alla calma ed al freddo entusiasmo del popolo di Londra era maravigliato; queste rumorose esplosioni meridionali gli davano le vertigini: del resto, in quel momento, il re e la regina non avevano pel suo cuore che un interesse secondario; seduto in faccia alla regina come io era seduta in faccia al re, la sua mano sinistra si era impossessata della mia destra, e me la stringeva con fremiti febbrili, che indicavano la commozione del suo animo, e mi dicevano quali emozioni violente facevano risalire il sangue al cuore.
Ci volle più di un’ora, io credo, per andare alla banchina a Santa Chiara. Il _Te Deum_ durò anch’esso una mezz’ora, ed il ritorno circa tre quarti d’ora. Finalmente giungemmo al palazzo dell’ambasciata d’Inghilterra ed era tempo; io era morta di fatica, di emozione e di collera.
VIII.
L’immenso portico del palazzo Calabritto era trasformato in un arco di trionfo, ai cui lati erano collocate delle antenne con bandiere, portanti il nome di Nelson: fino al primo piano lo scalone offriva veramente una volta di lauri e di fiori.
Una tavola di novanta coperte era posta nella sala dei quadri. Alle frutta i centoventi professori di musica di S. Carlo suonarono l’aria del _God save the king_, interrotto da una voce meravigliosa che cantava le strofe.
Una nuova strofa era stata aggiunta in onore di Nelson.
Eccola:
Join we in Great Nelson’s Name First on the Rolls of Fame Him let us sing Spread we his fame around Honour of British ground Who made Nile’s shores resound God save the King.
Si comprende l’entusiasmo con cui fu accolta questa strofa: il re, la regina, il principe reale e tutti i convitati l’ascoltarono in piedi. E le acclamazioni — Viva Nelson, viva il vincitore del Nilo, viva il Salvatore d’Italia — proruppero dapprima dalle labbra reali, e poscia dai commensali.
Perchè non mi son io inebbriata in mezzo a tutti questi onori, a tutte queste gioie, a tutti questi canti, lo dirò altamente, spinta, come lo era dalla regina, autorizzata quasi dal silenzio di sir William che non fece nulla per sostenermi, nessun’altra donna avrebbe avuto la forza di resistere.
Ciò che però si disse, che fin dal primo giorno quasi al primo incontro, io mi sia abbandonata a lui senza alcuna resistenza, è una calunnia, come se ne dissero tante sul conto mio; sventuratamente il passato autorizzava i maligni a credervi e ad accusarmi. Fu soltanto dopo sei mesi, che lasciai indovinare a Nelson, lontano da me, che avrei potuto corrispondere al suo amore.
In prova di ciò che dico presento queste due lettere di Nelson.
La prima è del 24 ottobre 1798, un mese dopo l’entrata di Nelson a Napoli — Eccola, e proverà che assolutamente non esisteva ancor nulla fra noi.
«_Dal Vanguard_ — MALTA
«Cara Signora.
«Eccoci arrivati dopo una lunga traversata, e trovai le cose come già le supponeva; i ministri di Napoli non conoscono assolutamente nulla della posizione in cui si trova quell’isola; non vi è nè una casa, nè un bastione di Malta che sia in possesso degl’Italiani, ed il marchese di Nizza mi ha detto che erano nel più gran bisogno di munizioni, di armi, di viveri, e di soccorsi infine. Non sa nemmeno se vi sieno uffiziali napoletani nell’isola, e siccome io ho un elenco dei loro nomi, essi non sono ancora arrivati. Ciò che vi ha di certo si è che il marchese di Nizza afferma, che non gli è stato inviato nessun soccorso dai governatori di Messina e di Siracusa.
«Però voglio saper tutto. Appena sarà partito il marchese dimani mattina me ne informerò. Egli mi dice che desidera ardentemente di servire sotto il mio comando; lo credo anch’io, dal momento che si accontenta di cambiar bastimento; lo vedremo poi come si piegherà alla nostra disciplina.
«Ball, dopo la mia partenza, avrà il comando del blocco; dico dopo la mia partenza, atteso che, sembra alla corte delle Due Sicilie che la mia presenza sia necessaria a Napoli al principiare del novembre.
«Spero che ciò avvenga. Però sento che il mio dovere mi chiama in Oriente, benchè sappia che la flotta francese sia stata distrutta in Egitto. Non sono sicuro che l’armata possa ancora ritornare in Europa.
«Prima di tutto il mio scopo è di servire e di salvare il Regno delle Due Sicilie, e di fare ciò che le Loro Maestà Siciliane _desidereranno ch’io faccia, foss’anche contro la mia opinione_. Quando verrò in Napoli e che il paese sarà in guerra, desidero di avere su questo punto una conferenza positiva col generale Acton.
«Sono certo che mi renderete giustizia presso la regina, atteso che, ne chiamo Dio in testimonio, il mio solo desiderio è di meritare la sua approvazione.
«Che Dio protegga voi e sir William e credetemi per sempre, col più affettuoso rispetto, vostro obbligatissimo e fedelissimo amico,
«O. NELSON.»
Nessuno, lo spero, riconoscerà in questa lettera una sola parola, che non sia di un amico, di un amico tenero, affettuosissimo, ma che non è ancora che un amico.
Certamente io non m’ingannava, e neppur la regina, intorno a questo grande affetto di Nelson per lei e per suo marito. Se Nelson ritornava a Napoli, era per vedermi. Se non andava in Oriente ove il suo dovere lo chiamava, e le sue previsioni sull’Oriente erano così vere, che se non fosse rimasto a Napoli, quando il generale Buonaparte s’imbarcò al 22 Agosto 1799, per ritornare in Francia, egli forse avrebbe impedito quel ritorno che mutò l’aspetto dell’Europa; ma al 22 Agosto 1799 egli era a me vicino a Palermo, e credo che non mi avrebbe lasciata un giorno da sola, anche colla certezza di prendere Bonaparte.
Ecco nella seconda lettera di cui ho parlato, Nelson conosce già che io l’amo, ma egli non ha altra prova del mio amore, che quanto gli aveva detto o scritto.
«12 Maggio 1799.
«Cara Lady Hamilton,
«Ricevete i miei sinceri ringraziamenti per la vostra egregia lettera: nessuno scrive come voi, non ditemi dunque più che non scrivete bene. E poichè lo pretendete, vi ripeterò anch’io ciò che talvolta voi mi avete detto colla vostra bocca «I l..... y...»[4] No. Io so leggere e comprendo perfettamente ogni parola che scrivete.
«Abbiamo fatto un brindisi alla vostra salute ed a quella di sir William — Troubridge Hallowell ed il nuovo capitano portoghese pranzarono da me. Io sarò presto a Palermo, poichè l’affare che mi tiene lontano non tarderò ad essere accomodato.
«Credete che nessuno è più di me sensibile alla vostra bontà.
«Vostro obbligatissimo e riconoscente
«O. NELSON.»
«Sono contento della piccola Maria, abbracciatela da parte mia, vi ringrazio tutti per la vostra affezione per me, e che Dio vi benedica tutti.
«Dimani, se il tempo è bello, mando a terra, poichè le feluche partono, ed io ho il mal di mare.
«Ho il pezzo di legno per far una scatola da thè, ve lo manderò subito.
«Vi prego di presentare i miei umilissimi ossequi e l’espressione della mia più profonda riconoscenza a Sua Maestà, per tutte quelle prove di favore che mi dà; siate sicura che la semente non cade sopra suolo ingrato.»
Lo vedete che non è ancora il linguaggio di un amante; del resto non avrei bisogno di dir nulla ai miei lettori: essi ne apprezzeranno la differenza di stile.
E non si dirà che era freddezza da parte di Nelson, perchè in tutte le sue lettere, sia all’ammiraglio Saint Vincent, sia a sua moglie, egli parla di me. I termini con cui egli ne parla davano anche dei sospetti a Lady Nelson, ed io fui obbligata di scriverle per calmare questi sospetti; siccome le lettere di Nelson sono le mie scuse, mi si permetterà di citare tre sue lettere, una che racconta il suo arrivo a Napoli, l’altra una festa che io diedi per l’anniversario della sua nascita, e l’altra le sue impressioni ad un pranzo dal generale Acton.
Ecco come Nelson racconta da parte sua il mio arrivo sul _Vanguard_, arrivo che ho già raccontato dalla mia.
«Nella notte del 25 settembre 1798.
«_A Lady Nelson_
«Il povero e miserabile _Vanguard_ è giunto qui il 22 settembre.
«Io tenterò di farvi conoscere qualche cosa di quello ch’è successo; ma se quanto è accaduto ha tanto commosso coloro che mi erano solo affezionati pei legami dell’amicizia, cosa sarà per la mia carissima moglie, per la mia amica, per tutto ciò che v’ha di più caro per me in questo mondo?
«Quando sir William e lady Hamilton furono in mare, erano talmente stivati, che furono seriamente ammalati, prima d’ansietà, quindi di gioia. La cosa era stata raccontata imprudentemente a lady Hamilton, e l’effetto era stato quello di un fulmine. Per un momento, la si potette credere morta, ed essa non è ancora ristabilita da quest’accidente. Quando i miei degni amici salirono a bordo, la scena sul vascello fu terribilmente commovente. Sua Signoria esclamò: «Dio mio, è egli possibile,» e cadde nelle mie braccia più morta che viva; ma tosto le lagrime cominciarono a scorrere. Quando il re venne sul vascello, la scena diventò delle più interessanti. Mi prese per la mano chiamandomi suo liberatore e suo protettore, aggiungendo amabili espressioni; in una parola tutto Napoli mi chiama, _il nostro liberatore_, ed i contrassegni di affezione che mi danno tutte le classi sono veramente tali da fare intenerire.
«Io spero avere un giorno il piacere d’introdurre presso voi Lady Hamilton. È dessa una delle migliori donne del mondo; l’onore del suo sesso, la sua amabilità e quella di sir William per me vanno al di là d’ogni credere. Io abito in casa loro, e posso ora confessarvi che è mestieri di tutta la tenerezza dei miei amici, per collocarmi tanto in alto, come fanno. Lady Hamilton deve scrivervi.
«Che Dio onnipossente vi benedica, e ci dia a suo tempo una felice riunione.
«O. NELSON.»
La seconda lettera è del 28 settembre.
«28 settembre 1798.
«_A Lady Nelson_
«I preparativi di Lady Hamilton per celebrar domani il giorno della mia nascita mi riempiono di vanità: tutti i nastri, tutti i bottoni, tutte le bandiere portano il nome di Nelson; il servizio ha le cifre O. N. Glorioso 1. agosto!
«Le canzoni ed i sonetti piovono in maggiore abbondanza di quel ch’io credeva meritare. Io vi domando una strofa aggiunta al _God save the king_ che voi canterete con piacere. Quando io esco a piedi o in carrozza, la folla m’impedisce di fare un passo. Ieri la regina, che è sempre inferma, mandò il suo figlio prediletto[5] per visitarmi, e per rimettermi da parte di lei una lettera nella quale ella mi esprimeva la sua riconoscenza, e mi faceva i suoi complimenti.
«Tutta la gloria sia rivolta a Dio; più io penso, più io sento dire, maggiormente la mia meraviglia aumenta sull’importanza, e sui risultati di questa vittoria.
«_Vostro_ — O. NELSON.»
Darò soltanto un frammento della lettera di Nelson a lord S. Vincent.
«... Noi pranziamo tutti oggi in compagnia del re, a bordo d’un vascello. Sono stato a veder la regina, la quale è preoccupatissima.
«Ella è veramente la degna figlia di Maria Teresa. A me di rincontro è seduta Lady Hamilton, onde non siate sorpreso dalla gloriosa confusione che regna in questa lettera. Se la vostra signoria fosse al mio posto, dubito ch’ella potesse scrivere con tanta calma, come io fo. Il nostro cuore e la nostra mano son sempre in moto. Decisamente Napoli è pericoloso, ed è ben ch’io me ne allontani al più presto.
«Sono ec. ec. — O. NELSON.»
Che mi si perdoni almeno un poco per aver saputo resistere più di sei mesi a un tale amore.
IX.
È inutile il dire che una simile dimostrazione era la guerra colla Francia.
Col pretesto di essere stato nominato al consiglio dei cinquecento, il cittadino Garat lasciò Napoli; ma con grande stupore di ognuno, la Francia invece di cogliere questa occasione per fare la guerra a Napoli, nascose l’affronto, ed in rimpiazzo del cittadino Garat inviò il cittadino La Comble Saint-Michel.
Questa indifferenza affettata per un simile insulto provava che la Francia non era in condizioni da far la guerra, e l’ardimento della regina aumentò.
A forza di sacrifizi d’ogni maniera, il regno di Napoli era giunto ad avere un esercito di 65000 uomini, mentre tutti i rapporti confermavano che i francesi non avevano a Roma più di diecimila uomini, mancanti di viveri, di vestimenta, di calzature, non pagati da tre mesi, e che avevano per tutta artiglieria soltanto nove pezzi di cannone senza munizione, e centottantamila cartucce piccole.
Il re e la regina erano d’accordo nel loro odio contro i francesi, però il re voleva aspettare per attaccarli che l’imperatore li attaccasse, e l’imperatore non voleva incominciare la guerra se non coi quaranta mila russi che l’imperatore Paolo gli aveva promesso.
La regina invece voleva attaccare i francesi senza perdere un istante: coi suoi sessantacinquemila uomini era sicura di riconquistare gli Stati Romani, ed una volta a Roma tutti i popoli d’Italia, che secondo lei, sopportavano con impazienza il giogo dei francesi, si solleverebbero e li caccerebbero dalla penisola.
In queste circostanze fui incaricata dalla regina di rivolgermi a Nelson. Siccome la regina era per una guerra immediata, si trattava di ottenere che Nelson scrivesse a sir William ed a me una pretesa lettera confidenziale, che sir William comunicherebbe al re.
Nelson, bravo soldato, era un politico mediocre, e scrittore ancora più mediocre; le quaranta o cinquanta lettere che mi scrisse nella sua vita sono più apprezzabili per la franchezza che per lo stile. Nelson acconsentiva di scrivere la lettera, ma a condizione che gli si desse un esemplare, e che egli non avrebbe che a trascriverlo.
Era ciò che avrebbe chiesto la regina se lo avesse osato.
La lettera fu composta fra il capitano generale Acton, sir William Hamilton e la regina.
Io la mandai a Nelson, ed il giorno seguente ricevetti la lettera seguente, che non era che la trascrizione della lettera redatta, come dissi dal triumfeminavirato che governava Napoli.
«Napoli, 3 ottobre 1798.
«Mia cara signora,
«L’interesse che voi e sir William Hamilton avete sempre addimostrato per le felicità delle LL. MM. Siciliane mi è confirmato da cinque anni, ed io posso veramente dire che in tutte le occasioni che si sono presentate, ed esse sono state numerose, io non ho mai mancato dal canto mio di manifestare il mio interesse pel bene di questi regni. A causa di questo attaccamento, io non posso restare spettatore indifferente di ciò che è successo e di quanto accade nelle Due Sicilie, nè della miseria, che, senza essere uomo politico, io vedo vicina a piombare su questo regno tanto leale, e ciò per la peggior politica che esista, quella del temporeggiamento. Dal mio arrivo in questi mari io mi sono accorto che i Siciliani erano un popolo leale e fedele al proprio sovrano, avendo il più grande orrore dei Francesi e dei loro principii. Dal mio arrivo a Napoli ho trovato dal primo all’ultimo tutti pronti alla guerra contro i Francesi, i quali, come si sa, generalmente preparano un’armata di ladri per mettere a sacco queste contrade e per distruggere la monarchia. Io ho visto il ministro di questi insolenti francesi tacere la violazione del V articolo pel trattato, tra Sua Maestà Siciliana e la Repubblica francese. Questa strana politica non merita d’esser segnalata: la politica francese non è stata forse sempre quella di addormentare i governi, in una falsa sicurezza, per rovesciarli in seguito? Dopo ciò che io ho detto, non sanno tutti forse che a Napoli è lo scopo permanente di tutti i desiderii devastatori? Conoscendo ciò e sapendo che Sua Maestà di Sicilia ha un’armata pronta ad entrare in azione, a quanto mi è stato detto, in un paese desideroso di riceverla, col vantaggio di trasportare in lontani luoghi il focolaio della guerra, invece di attendere che essa scoppii in casa, mi meraviglio che quest’armata non sia da un mese già in cammino.
«Io credo che l’arrivo del generale Mack deciderà il governo a non perdere uno dei momenti più favorevoli, che la provvidenza abbia messo a sua disposizione, perchè se vuolsi attendere d’essere aggrediti nel paese invece di trasportar fuori la guerra, non è mestieri esser profeta per dire che questo regno è ruinato e che la monarchia è distrutta. Ma se disgraziatamente si vuol persistere in questo rovinoso sistema di temporeggiamento, io vi raccomando di star pronta ad imbarcarvi alla prima cattiva nuova con tutto ciò che vi appartiene. Sarà allora mio dovere pensare e provvedere alla vostra salvezza, insieme a quella — mi dispiace credere che ciò abbia ad essere necessario — dell’amabile regina, del suo regno e della sua famiglia.
«Ho letto con ammirazione la vostra degna ed incomparabile lettera del settembre 1796; possano i consigli di questo regno esser guidati dal medesimo sentimento d’onore, di dignità e di giustizia, e possano le parole del gran Guglielmo Pitt conte di Graham essere ben comprese dal ministro di questo paese.
«Le _misure coraggiose_ son quelle che salvano.
«È questo il voto di colui che si dice,
«_Di vostra signoria_
«O. NELSON.»
«P. S. Prego Vostra Signoria di ricevere questa, come una lettera preparatoria per sir William Hamilton, al quale scrivo, con tutto il rispetto che gli è dovuto, la ferma e materiale opinione d’un ammiraglio che desidera provare egli stesso che è un fedele servitore del suo sovrano, facendo quanto è in suo potere per la felicità e per la sicurezza delle LL. MM. Siciliane e del loro regno.»