Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8
Part 4
Un capo — ondulato d’argento, che sostiene le onde del mare, con una palma che sorge fra un vascello disalberato ed una batteria smontata, il vascello a destra e la batteria a sinistra — il tutto di color naturale — inoltre sul cimiero dell’elmo una corona navale da cui esce il Cermyk o piuma di trionfo conferitagli dal Sultano, col motto — _Palmam quam meruit ferat_, — e per sostegno un marinaio a destra ed un leone a sinistra, coi seguenti aumenti onorevoli: il marinaio porterà nella sua mano, e il leone fra le sue zampe una palma, coll’aggiunto di una bandiera tricolore nella bocca del leone».
Fu Sua Maestà che si diede egli stesso la pena di comporre questo stemma così complicato. Lady Nelson che comprendeva nulla di quel brevetto, chiese che volesse significare; ma le venne poi data una spiegazione, coll’aggiunta del Blasone interpretata dall’araldo d’Inghilterra sir Isac Heard.
Il 19 ricevemmo l’avviso che Nelson era al 16 all’altezza di Stromboli: si stimò che non poteva tardare ad arrivare a Napoli, ed a rischio di ciò che avrebbe potuto pensare, dire o fare l’ambasciatore della Repubblica francese Garat, si prepararono a Nelson splendide feste; — tre giorni prima erano arrivati l’_Alessandro_ ed il _Culloden_ che erano meno maltrattati del _Vanguard_, lo avevano preceduto da cinque giorni.
Si misero delle sentinelle al Capo della Campanella e sui punti più elevati dello scoglio di Capri; queste sentinelle dovevano annunziare col mezzo di segnali la flotta di Nelson, e far giungere immediatamente a Napoli la notizia del suo arrivo.
Poi si ornò con magnificenza una gran barca, con una tenda di porpora portante gli stemmi d’Inghilterra e delle Due Sicilie, e coperta da trofei colle bandiere delle due nazioni riunite; si prepararono dodici o quindici barche per far corteggio alla barca capitana, e si aspettava in seguito ad un ordine dato a tutta la corte che ognuno si tenesse pronto per andare incontro a Nelson al primo segnale.
Durante questo tempo la regina aveva raddoppiato di tenerezza per me e mi aveva confidato fino i suoi pensieri più segreti.
La regina non si dissimulava che le feste che preparava pel vincitore del Nilo erano la guerra colla Francia, e quantunque indebolito per la perdita di Bonaparte e di trenta mila uomini chiusi con lui in Egitto, la Francia non era però meno un nemico da temersi quanto da accarezzare.
Essa dunque avea d’uopo a qualunque prezzo di Nelson e dietro di Nelson, dell’Inghilterra; e perciò essa contava su di me per avere Nelson.
La fiera Maria Carolina pregava l’ambasciatrice d’Inghilterra, come la povera Amy Strug aveva pregato l’umile Emma, e non farei io meno per una regina, di quanto ho fatto per una semplice contadina.
La mia vita aveva incominciato colla seduzione dell’ammiraglio John Payne; e doveva terminare colla seduzione dell’ammiraglio Orazio Nelson.
Io ammirava Nelson, ma non l’amava ancora; il mio amore per lui mi è venuto pel suo grande amore per me. I sentimenti portati all’estremo hanno anch’essi il loro contagio.
Promisi alla regina di fare quanto avrei potuto, ma le obiettava sir William.
La regina si mise a ridere.
— Bene, disse, sir William è troppo buon inglese per non dare anch’egli la sua ricompensa al vincitore del Nilo; inoltre non ha bisogno di essere consultato. Se foss’io che amassi Nelson, non mi darei certamente la pena di consultare il re intorno a ciò che mi piacerebbe di fare.
— Maestà, le risposi, il re Ferdinando era principe reale e voi arciduchessa d’Austria; voi gli avete portato tanto quanto, e forse di più di quanto egli vi ha portato.
Ma non è così fra sir William Hamilton e me; che era io quando mi ha sposato? l’amante di suo nipote; e che era io prima di essere l’amante di suo nipote?.... egli l’ha dimenticato, signora. Temo di fargli ricordare....
La regina mi mise la mano sulla bocca.
— Aggiusteremo noi tutte queste cose, e per bene, quegli che vorrà altra cosa, all’infuori della tua felicità, sarà il mio più grande nemico; — pensa adunque se vorrei renderti infelice.
Restai pensosa, perchè sentiva che si avvicinava uno di quei momenti che prendono un’influenza su tutta la vita.
VI.
Alla mattina del 22 settembre, verso le sei ore, fummo avvertiti che due o tre vascelli di alto bordo erano segnalati dalle sentinelle, e che uno di essi portava la bandiera di vice ammiraglio.
In questi cinque o sei giorni in attesa dell’avvenimento, il re si era privato del piacere della caccia, cosa che gli faceva mandare dei grandi sospiri, a cui la regina non prestava la minima attenzione.
Subito dopo furono dati gli ordini perchè tutti si trovassero pronti; i parrochi furono avvertiti di tener pronte le loro campane; i comandanti dei forti di caricare i loro cannoni: il ricevimento che si voleva fare a Nelson era quello che si sarebbe fatto per un re.
L’ammiraglio Caracciolo era incaricato della direzione della piccola flottiglia che andava incontro a Nelson, e comandava naturalmente la galera capitana, su cui doveano salire il re e la regina, e per essere pronto ad ogni ora del giorno e della notte dopo l’arrivo del _Culloden_ e dell’_Alessandro_ stette costantemente a bordo.
La regina aveva lasciato a sir William Hamilton, nella sua qualità di ambasciatore d’Inghilterra, e forse anche per qualche altra ragione che taceva, l’onore di essere l’ospite di Nelson, e particolarmente il giorno del suo arrivo egli dovea appartenerci interamente.
Sir William aveva fatto dei grandi preparativi, e con mio grande piacere, e direi quasi con grande orgoglio, aveva posto le mie cure a tutte le parti di questi preparativi, che avevano bisogno di essere diretti dall’occhio, e regolati dal gusto di una donna. Del resto per questa parte del mio racconto ricorrerò alle lettere stesse di Nelson.
Trattenuta sempre tutte le notti a palazzo, la regina mi lasciava ritornare assai di rado all’ambasciata d’Inghilterra. Sir William che avrebbe avuto il diritto di querelarsi, non se ne lamentava mai. Egli aveva allora circa sessantesette anni.
La regina che voleva che fossi bella più che mai faceva i più grandi progetti sulla mia toletta, ma la mia risoluzione era presa; io non voleva altra foggia di vestire diversa da quella che Romney aveva dipinto quando sir William ed io eravamo ritornati a Londra per far riconoscere il mio matrimonio, e si componeva di una lunga veste di casimiro bianco fatta a guisa di tunica greca, stretta in vita da una cintura di marocchino rosso ricamato in oro, e allacciato da un fermaglio, che rappresentava in un magnifico cammeo il ritratto di sir William; i miei capelli, pei quali ho sempre detestato ogni ornamento straniero, cadevano senza polvere ed in anella sulle mie spalle, e mi avvolgeva in uno sciallo rosso dell’India a grandi fiori d’oro, che mi era spesso servito per ballare dalla regina e nelle nostre serate intime la danza dello sciallo, inventata da me, e che poi fu adottata da tutti i ballerini.
La regina invece fece una toletta reale, e si coperse di diamanti. Il re anch’esso era in grande uniforme coperto dei suoi ordini di famiglia di Spagna, Francia ed Austria.
Alle otto tutti erano pronti. Scendemmo al porto militare per la china dell’Arsenale; la galera capitana ci attendeva. — Francesco Caracciolo in grande uniforme d’ammiraglio napolitano stava sul suo banco di quarto.
Appena il re e la regina salirono a bordo, che tutte le coste rimbombavano di salve dei cannoni dei forti, e le campane delle trecento chiese di Napoli suonavano alla distesa.
Era veramente qualche cosa di maestoso il vedere tutte quelle torri coronate di fumo e illuminate da lampi.
La capitana si mise in cammino; essa era fatta sul modello delle antiche galere romane; sir William Hamilton ne aveva dato il disegno, e pretendeva che era precisamente quello della galera, in cui Cleopatra era andata a trovare Antonio.
La regina pretendeva che era un’allusione che faceva l’ambasciatore d’Inghilterra, e che non si sarebbe opposto che la nuova Cleopatra amasse un altro Antonio, e spingeva di molto la rassomiglianza colla regina d’Egitto.
Tutta la flottiglia si mise in cammino; la galera capitana era alla testa coi suoi quaranta rematori.
Era veramente ammirevole il vedere in questo golfo, ove l’azzurro del mare disputa in intensità e limpidezza l’azzurro del cielo, e in un mattino di settembre tutto splendido di luce, queste dodici o quindici barche più ricche e più eleganti le une delle altre, colle loro tende di porpora, colle loro bandiere sventolanti, coi loro fiori, che lasciavano dietro come un solco di profumi, e che si avanzavano tutte insieme, al suono delle campane ed al fragore del cannone, in mezzo alle acclamazioni di quell’innumerabile popolazione di Napoli affollata sul molo e sulle banchine, che agitava i suoi fazzoletti, e gettava in aria i berretti, gridando freneticamente: — Viva il Re, viva Nelson, abbasso i Francesi!
La regina si mordeva le labbra con un sorriso di odio, perchè in mezzo a tutti questi gridi non s’intese un sol grido di — Viva la regina.
Fummo ben presto assai lontani dalla città, e tosto cessarono tutti i rumori umani; il solo che ancora arrivava fino a noi era quello delle campane e delle artiglierie.
Dopo la nostra uscita dal porto avevamo distinto all’orizzonte il vascello, incontro al quale noi andavamo, e veniva col vento in poppa, cosa che impediva a noi di andare avanti, se privi di remi fossimo obbligati di andar colle vele.
Da questo doppio movimento ne accadeva che la nostra piccola flottiglia si avvicinava rapidamente al bastimento, che portava, come avevano detto le sentinelle, la bandiera di contro ammiraglio; e inoltre l’ammiraglio Caracciolo col suo occhio infallibile da marinaio riconobbe il _Vanguard_.
Senza dubbio Nelson da parte sua aveva scoperto e riconosciuto, malgrado la distanza, la piccola flottiglia; ed indovinando che veniva incontro a lui e per lui, tirò un colpo di cannone di cui vedemmo il fumo molto tempo prima di udirne il colpo, e come una fiamma inalberò la bandiera rossa d’Inghilterra.
Noi non potevamo rispondere colpo per colpo, mancando a bordo di pezzi di artiglieria; ma all’istante tutta la nostra musica diretta da Domenico Cimarosa, proruppe in giulive fanfare, e confesso ciò che mi piaceva di più, quantunque meno rumoroso, questo modo di contraccambiare gentilezze a Nelson, che di salutarlo colla voce brutale del cannone.
Confesso che non era senza una grande emozione, mi sentiva trascinata mio malgrado innanzi all’eroe, che io sapeva innamorato pazzamente di me: nessun sentimento m’aveva lasciato in cuore un’impressione tanto decisa per poter dire a me stessa quale sensazione avrei provato soltanto in vederlo, e già ai fremiti che mi scorreano per tutto il corpo, al pallore, ed al rossore che successivamente mi salivano al viso, comprendeva che questa sensazione sarebbe stata violenta.
Il _Vanguard_ aveva superato il capo della Campanella, e noi avevamo oltrapassato Torre del Greco, eravamo lontano appena tre miglia l’uno dall’altro; un quarto d’ora o venti minuti ancora, e la galera capitana sarebbesi trovata accanto al _Vanguard_. La regina vide il mio turbamento, e siccome io era come al solito seduta ai suoi piedi, essa si chinò all’orecchio: — Su via, pazzerella, coraggio, ricordati di Fanny Strung, dell’ammiraglio John Payne, e del marinaio Riccardo; ma quello che ora ti prega non è più Fanny Strung, è colui a cui andiamo incontro, non è l’ammiraglio John Payne, ma l’ammiraglio Nelson e in fine chi si tratta ora di salvare, non è un povero marinaio, ma un regno.
— Ah! signora, le dissi, è precisamente ciò che mi spaventa; se lo scopo non fosse così elevato, il mio spavento sarebbe minore, ma è stato così lontano dal mio pensiero che un giorno, mi si dicesse: La salvezza d’un regno dipende da te, e che al momento in cui mi è stata data questa splendida missione, io esitassi e non mi sentissi la forza di compirla.
La regina mi prese la mano, e me la strinse in modo, che mi comunicò la sua forza, per una specie di trasmissione magnetica; e infatti finchè essa mi teneva la mano, mi sentiva forte e quasi esaltata.
Continuammo ad avanzare finchè ci trovammo accosto al _Vanguard_. Io non ci vedeva nè ci sentiva più, mi trovava in uno stato simile a quello in cui mi metteva il dottor Graham nelle mie prime sedute di esposizione sul letto d’Apollo. Compresi che la regina mi diceva di alzarmi, sentii che mi spingeva verso la scala; macchinalmente e senza accorgermene salii per la prima, cosa che era contraria a tutte le regole dell’etichetta; presi il cordone e salii; in cima alla scala Nelson attendeva col capo scoperto, e là appena ricominciai a vedere, là mi trovai in faccia a lui che non aveva veduto dopo il suo viaggio da Tolone a Napoli. Dopo questo tempo, aveva perduto un occhio ed un braccio, e nascondeva sotto di una fascia nera la ferita che gli copriva la fronte: vidi tutto questo complesso di mutilazioni, mi prese tale un immenso sentimento di compassione, che io non dava ascolto che ad una ricompensa degna dell’eroe che aveva innanzi agli occhi, apersi le braccia e mi lasciai cadere sul suo cuore, gridando:
— Oh! mio Dio, è possibile? caro e grande Nelson.
Era sul punto di svenire, quando le lagrime uscirono a torrenti dai miei occhi, i singhiozzi sollevarono il mio cuore, senza di che sarei stata soffocata.
Da quel momento appartenni completamente a Nelson, come se mi avesse già posseduta.
Era più ancora di una rassegnazione, più ancora di un affetto, più ancora di un amore.
Era una fatalità!
VII.
Il re e la regina salirono dopo di me, e mi trovarono nello stato che ho detto, quasi svenuta sul petto di Nelson, appoggiata sul suo cuore dal suo unico braccio; il suo cappello era caduto sul ponte, e nell’estasi della felicità, teneva la sua testa rovesciata in dietro guardando il cielo.
Rimase un istante senza veder nulla di ciò che avveniva intorno a lui.
Finalmente gli urrà dei marinai saliti sui pennoni lo richiamarono in sè, abbassò lo sguardo sulla terra e vide ciò che avveniva.
Aveva intorno il re, la regina, i ministri, i cortigiani; tutti rendevano omaggio all’eroe d’Aboukir come se fossero venuti a rendere omaggio al Dio stesso della Vittoria.
Il re aveva in mano una magnifica spada ornata di diamanti, il cui valore materiale era di cinquemila lire sterline, ma aveva inoltre un valore storico incalcolabile. Era la spada che Luigi XIV diede a Filippo V quando partì per la Spagna, e fu data poi da Filippo V a suo figlio Don Carlos quando partì per Napoli.
Il re Filippo V aveva detto mentre gliela porgeva: — «Questa spada appartiene al conquistatore di Napoli» — e Don Carlos lasciandola a suo figlio aveva detto: — «Questa spada appartiene al difensore ed al salvatore del Regno che ho conquistato.»
Ferdinando considerava Nelson come il salvatore del regno, e gli dava quel magnifico retaggio di Luigi XIV, pervenutogli da suo avo e da suo padre.
Da parte sua la regina gli presentò il brevetto di duca di Bronte — magnifica allusione, poichè Bronte era uno dei tre ciclopi che fabbricavano il fulmine, e lo chiamava veramente duca del folgore; — a questo Ducato era unita una rendita di tre mila lire sterline.
Inoltre il re gli annunziò che egli aveva l’intenzione di creare un ordine militare del merito di San Ferdinando, e gli promise il primo gran cordone di quell’ordine che si sarebbe distribuito dopo i brevetti di famiglia.
Per facilitare a’ suoi nobili visitatori la salita a bordo del _Vanguard_, lo aveva messo in panna. Credetti che l’adulazione più aggradevole a Nelson fosse quella di pregarlo di farci vedere le cicatrici del suo bastimento, non meno mutilato del suo capitano. Questa ispezione lo forzava a raccontarci la battaglia, e per conseguenza a parlare di lui.
Cominciammo dalla cabina di Nelson: appena entrati dalla porta, un piccolo uccello, del genere del beccafichi, entrò per la finestra, e venne a posarsi sulla sua spalla; maravigliata dalla famigliarità di questo nuovo ospite, stava per interrogare Nelson, quando egli mise un grido di gioia.
— Oh! diss’egli, che tu sii il benvenuto e oggi più che mai, mio caro compagno.
E prese il piccolo uccello dalla sua spalla, lo baciò e lo fece baciare pure a me. Poi se lo ripose sulla spalla, ove se ne stava tranquillo senza parere nemmeno preoccupato della nostra presenza.
Ciò che Nelson faceva e mi diceva, mi dava una curiosità sempre crescente, e per conseguenza un desiderio ancor più grande di avere una spiegazione intorno a quel gentile animaletto, il quale sembrava che anche egli volesse fare i suoi complimenti a Nelson; io vedeva la stessa curiosità negli occhi della regina, in quelli del re e degli altri spettatori.
— Ascoltate quanto vi dirò, disse Nelson, e non credetelo poi un racconto delle mille ed una notte; — questo piccolo uccello è il mio buon genio.
— Come, milord? dimandai.
— Gli antichi non combattevano mai senza consultare gli auguri, ed io pure non dovrei mai combattere senza consultare il mio piccolo uccello; egli è il mio augurio.
— Oh! raccontatecelo, milord, disse la regina.
— Davvero non so se una tale puerilità valga la pena di essere raccontata innanzi a Vostra Maestà, disse Nelson.
— Oh! sì, sì, — dicemmo simultaneamente noi pure, io e la regina.
— Ebbene Maestà, ebbene Milady, in qualunque paese del mondo mi trovi, quando mi deve toccare qualche fortuna o che debbo riportare qualche vittoria, un uccello di questa specie, non oserei dire che sia quello stesso, viene a riposarsi sulle mie spalle, e all’opposto quando mi tocca qualche sventura dispare. Così la prima volta che lo vidi fu nell’America del Nord: al Canadà inseguito da quattro fregate francesi, non aveva altra uscita che un passo che era giudicato impraticabile; egli venne a posarsi sulle mie spalle, io spinsi il mio brick a traverso gli scogli ed uscii dal passo; — superato che fu il passo, egli volò via. La vigilia del giorno in cui vi vidi per la prima volta, quando venni da Tolone a Napoli, attraversava il canale di Ischia, io era sul ponte, ed egli volò sulle mie spalle. Il giorno seguente S. M. il re di Napoli degnavasi di ricevermi come un amico, sir William come un figlio, la regina mi dava la sua mano da baciare, e voi mi dicevate, «questa casa è vostra,» offrendomi un appartamento nel palazzo dell’ambasciata. Allo assedio di Calvi, ove ho perduto un occhio, all’assedio di Taneriffa ove ho perduto un braccio io non l’ho veduto. Alla mattina di Aboukir è venuto a riposarsi sulla mia spalla; ed ecco che ora entra nello stesso tempo in cui entrate nella mia cabina; — ho dunque ragione di dire che questo uccello è il mio buon genio. Il giorno o alla vigilia di una battaglia, in cui non lo vedrò, farò il mio testamento, perchè con tutta probabilità sarà il mio ultimo giorno. Vi chieggo perdono di avervi intrattenuti in simili follie; — voi lo sapete, signora, i marinai hanno lo loro superstizioni; il mio caro uccellino ne è una, ed ora vi credo più che mai.
— E, chiesi a Nelson, non si è mai appoggiato su altra spalla all’infuori della vostra?
— Mai.
— Mai si lascia prendere da altra mano se non dalla vostra?
— Mai — se però volete provare....
Stesi la mano, l’uccello si lasciò prendere; non so perchè io era tutta giuliva di aver qualche cosa di comune con questo eroe.
Lo lasciai andare e si fermò sulla spalla di Nelson.
— Ah, signora, dissi alla regina, provate anche voi.
La regina stese la mano, ma il beccafico mise un piccolo grido di spavento, volò verso la finestra e disparve.
Nelson tenevami la mano nella sua, me la strinse: io non potei trattenermi dal rispondergli stringendogli la sua.
Questo incidente, al quale ci pensai dopo, tanto sovente, ci distolse per qualche istante dalla visita che avevamo incominciato. La riprendemmo in tutti i particolari contando i buchi delle palle che avevano crivellato la carena del _Vanguard_; tutti chiedevano come il bastimento non si fosse sommerso, come tutto l’equipaggio dal primo uomo fino all’ultimo non fosse morto.
Era un’ora, ci volevano almeno due ore e mezzo per ritornare a Napoli. Poi dovevamo assistere al _Te Deum_, e sir William che aveva comandato un pranzo degno di un principe, temeva pel suo pranzo; ed avvertì il re che restando ancora a bordo del _Vanguard_, si arrischiava di mangiar tutto freddo o tutto abbrucciato.
Il re Ferdinando era sensibile a questa specie di osservazioni, disse due parole alla regina, che invitò Nelson a discendere a bordo della galera capitana.
Spettava ora all’ammiraglio Caracciolo di fare gli onori della galera: ritto in piedi al basso della scala del _Vanguard_, ricevette prima il re, la regina ed io; poi il principe e la principessa reale, sulla quale, sia con intenzione o senza, mi si concedeva sempre il passo, poi i ministri, gli ambasciatori, i grandi uffiziali, e quelli che erano stati inviati sulla capitana oltre a Nelson.
Lo scambio di cortesie fra i due ammiragli fu breve e freddo. Caracciolo non parlava inglese, e Nelson non comprendeva una parola d’italiano; Caracciolo gli fece un complimento sul combattimento delle bocche del Nilo, Nelson non potendo rispondere sorrise e salutò.
Si volse la prora verso Napoli. Caracciolo salì sul suo banco di quarto. La regina fece sedere Nelson fra lei e me.
Appena si scorse dai forti che la flottiglia si separava dal _Vanguard_ e cominciava a vogare verso Napoli, i cannoni cominciarono a tuonare, e le campane facevano udire i loro suoni a festa.
Dal momento in cui Nelson aveva messo il piede a bordo della galera, la musica ad un segno di Domenico Cimarosa aveva cominciato il _God save the king_, magnifico canto, comandato, come è noto, da Luigi XIV a Lulli per far onore a Giacomo II esiliato a Saint Germain.
Nelson semplice figlio di un pastore di Burnham Thorpes, che non aveva mai messo piede a corte, che, dietro ogni probabilità, non aveva mai parlato ad un re, ad una regina, e nemmeno ad un principe reale, era ebbro quasi alla pazzia: i miei occhi, che non cercavano certamente di nascondergli tutto l’interesse che m’ispirava, terminavano di fargli perdere la testa.
Questo ritorno a Napoli sembrava una risurrezione di quei giorni storici quando rientrava vincitore ad Atene Milziade o Temistocle.
Ma fu ancor più quando ci avvicinavamo a terra, quando Nelson potè vedere il molo, le banchine, le piatteforme delle torri, i terrazzi delle case coperte di spettatori che davano in iscoppi di acclamazioni, di evviva, di urrà, quando l’artiglieria raddoppiò le sue salve, quando le campane raddoppiarono i loro squilli, quando infine tutta Napoli, quella città così rumorosa in ogni tempo, triplicò, quadruplicò, quintuplicò ogni specie di rumori, che nelle occasioni straordinarie sono l’espressione della gioia o della collera dei suoi cinquecento mila abitanti.
Debole ancora per la sua recente ferita, lo vidi impallidire due o tre volte, e quasi sul punto di sentirsi male.
Prima di lasciare la galera capitana, dietro preghiera della regina, invitai l’ammiraglio Caracciolo a prendere la sua parte alla festa che noi davamo al suo collega inglese; ma fosse che il principe napolitano ci considerasse di una compagnia troppo meschina per lui, o che la scusa fosse veramente reale, mi rispose con molta cortesia che la notte minacciava di essere cattiva, ed il porto di Napoli essendo di mediocre sicurezza, doveva vegliare personalmente all’ancoraggio dei legni di sua Maestà Britannica che, già assai malconci dal combattimento, non sarebbero forse stati in caso di lottare contro la tempesta.