Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8
Part 7
Per fortuna nessuno si era accorto e si credette che il re fosse andato nella camera vicina alla loggia. Non bisognava far vedere di fuggire, i giacobini romani che volevano vendicarsi delle esecuzioni comandate dal re lo tenevano di vista, e dicevano che se Mack fosse battuto avevano l’intenzione d’impossessarsi di lui: prima che si fossero accorti della sua assenza, e che la notizia si fosse sparsa, eravamo già al palazzo Farnese: colà il re montò a cavallo con una dozzina di uffiziali, ed alcuni dei suoi più fedeli servitori, fra i quali si è degnato di scegliere me; uscimmo dalla porta del Popolo, e girammo intorno alle mura fino alla porta S. Giovanni. Giunti colà il re prese il galoppo, con sette ad otto uomini di scorta e verso le undici di sera giungemmo ad Albano.
Ad Albano il re s’informò dal mastro di posta se aveva una vettura.
Non aveva che una carrozzella.
Mentre attaccavano i cavalli, il re mi trasse in disparte, e pregò di mutare di abito con lui, cosa che eseguii al momento.
— E perchè mutar di abito con lui? chiese la regina.
— L’ignoro, signora, rispose il duca; ma siccome una preghiera di Sua Maestà è un ordine, obbedii.
— Un ordine, un ordine, ripetè la regina; ma infine quest’ordine aveva uno scopo.
Il duca fece un inchino senza rispondere.
— Vorrei ben sapere, disse la regina, battendo con impazienza i piedi, che cosa sperava il re con questa mascherata.
— Desiderate di sapere ciò che sperava io, disse il re entrando e gettandosi su di una poltrona, come se arrivasse dalla caccia; sperava, se fossimo stati presi dai giacobini, che avrebbero impiccato d’Ascoli invece di me.
— Eh! fece la regina.
— Ebbene, intanto che lo appiccavano io mi sarei salvato in qualche modo.
La regina alzò le mani al cielo e poi le portò al suo viso.
— Oh! oh! mormorava essa.
— Ma, disse il re che non comprendeva niente affatto delle esclamazioni della regina, ma essi lo avrebbero fatto come lo hanno ben detto questi f... di p... di giacobini.
— E voi avreste lasciato appiccare il vostro amico invece di voi! esclamò la regina.
— Ma, lo credo bene, io, meglio due volte lui, che me.
— E voi, duca, vi sareste lasciato appiccare invece del re! esclamò la regina, alzandosi ed andando incontro al duca.
— Il dovere di un suddito non è di sacrificare la vita pel suo padrone? rispose semplicemente il duca.
— Ah! signore, esclamò la regina volgendosi a suo marito; siete fortunato di avere un simile amico. Conservatevelo preziosamente; è probabile che se voi lo perdete, non ne troverete un altro.
Poi volgendosi verso di me:
— Del resto, disse, anch’io non ho di che lagnarmi, perchè sono sicura, Emma, che al bisogno faresti per me ciò che il duca era pronto a fare pel re.
E mi gettò le braccia al collo.
— Vieni, Emma, vieni, mi disse. Gli è bello d’avere un tal cortigiano; ma gli è triste di avere un tal re.
XII.
La regina entrò nei suoi appartamenti e ordinò di attaccare i cavalli alla carrozza.
E siccome la guardava quasi per cercar di leggere nel suo pensiero:
— Comprendi bene, mi disse, che non voglio lasciare a questo egoista, che lascerebbe appiccare il suo migliore amico, la cura di vegliare alla nostra sicurezza; egli sarebbe capace di fuggire in Sicilia col suo fucile da caccia e coi suoi cani, senza altrimenti occuparsi di noi.
— Come! fuggire in Sicilia Vostra Maestà, senza che il re pensi a lasciar Napoli?
— E che vuoi tu che faccia egli mai? Fra quindici giorni i Francesi saranno qui; non ci hanno detto che il direttore Barras aveva detto al generale Championnet nel mandarlo a Roma:
— Generale, voi avete l’onore di detronizzare il primo re che sarà incorso nella collera della Repubblica?
— Ora, grazie a Dio, noi abbiamo fatto la parte nostra per incorrere nella collera di questa rispettabile repubblica. Per fortuna ci rimane Nelson, — e in quali rapporti sei tu con lui? spero che non lo avrai messo alla disperazione.
— Nelson farà tutto quello che vorremo, risposi sorridendo.
— Bene. Sarà troppo tardi per fargli dire questa sera che venga a terra, ma dimani mattina noi dobbiamo conferire con lui.
— Perchè troppo tardi questa sera? due parole scritte da me basteranno per farlo venire in qualunque siasi ora della notte. Sono le otto; alle nove e mezzo possiamo essere a Napoli; alle dieci potrà avere un mio viglietto; una mezz’ora dopo sarà a palazzo.
— Bene, allora lo riceverai tu e gli dirai tutto; intanto io parlerò con Acton; comprendi bene, che bisogna ch’egli si dedichi a noi in corpo ed anima. Ci va nientemeno che della vita.
— Oh, Maestà!
— In tal modo i giacobini se la sono presa con mia sorella Maria Antonietta: credi forse che quei di Napoli se la prenderanno meno con noi? Poi tu comprendi bene che può benissimo venir un ordine da lord S. Vincent che lo allontani da noi. — Ebbene, bisogna che egli disobbedisca anche ad un ordine di Lord S. Vincent, anche ad un ordine dell’ammiragliato se gli venisse dato.
— Venendo il caso, risposi, ridendo, alla regina, Vostra Maestà mi dirà cosa dovrò fare perchè egli disobbedisca; io lo farò, ed egli disobbedirà.
Si venne ad annunziare che i cavalli erano pronti.
— Vieni, disse la regina.
— Vostra Maestà non previene il re?
— Per che farne?
— E se egli fa chiamare Sua Eccellenza il capitano generale?
— Acton non verrà, se non dopo avermi veduta; scendiamo.
Scendemmo lestamente senza prevenire alcuno. La regina si ravvolse nel suo sciallo di casimiro perchè pioveva a torrenti e faceva freddo; entrammo nella carrozza, chiudemmo la portiera sollevando il vetro, ed il cocchiere partì al galoppo.
La Regina s’era adagiata tutta in pensieri sul fondo della carrozza; si avrebbe potuto credere che dormisse, se di tempo in tempo non l’avesse agitata qualche sussulto nervoso, e in queste convulsioni bisbigliava, o la parola di imbecille che si applicava a suo marito: poi di tempo in tempo esclamava: O Nelson, bravo Nelson, non vi ha speranza che in lui.
Io le stringeva la mano dicendole:
— State tranquilla, signora, vi rispondo di lui come di me.
Un’ora e mezza dopo la nostra partenza da Caserta arrivammo al palazzo reale.
Prima di scendere dalla carrozza, la regina chiese se il capitano generale Acton era a palazzo.
Per fortuna vi era.
— Ditegli che l’aspetto sul momento da me, disse la regina.
E salimmo le scale.
A tutti quelli che si presentarono per offrirle i loro servigi, tanto uomini che donne, la regina evitandoli rispondeva: grazie.
Entrammo sole nel suo appartamento.
L’usciere di servizio pose un candelabro su di un tavolo e chiese gli ordini della regina.
— Non lasciate entrare che il signor Acton, milord Nelson e sir William Hamilton, rispose con quella nettezza d’accento e brevità di parole che indicavano in lei una forte emozione.
Poi ella stessa pose su di una tavola delle penne, della carta ed un calamaio.
— Scrivigli, mi disse.
Presi la penna.
«Venite, gli scrissi; noi vi aspettiamo a palazzo, la regina ed io, per affari d’importanza.»
«EMMA»
— Cosa gli scrivi dunque? chiese la regina.
— Gli scrivo di venire, ecco tutto.
— Come, ecco tutto?
— Non c’è bisogno di più.
— Emma, Emma, disse la regina, tu lo lascerai sfuggire.
— Non sono io il vostro piloto, sì o no?
— Certamente... ma.
— Allora non vi mischiate punto alla manovra, lasciate fare a me.
— Fate pure.
Ma nel dare il suo consenso la regina fece un movimento di spalle che indicava che al mio posto avrebbe agito assai diversamente di me.
Non m’inquietai punto.
— Ora, le dissi, da chi V. M. farà portare questa lettera?
— Ciò riguarda Acton. Dal porto militare ci vorranno meno di 10 minuti per andare a bordo del _Vanguard_.
In quel momento Acton entrò.
— Quale sventura, non è vero, signora? diss’egli avanzandosi verso la regina con un viso che indicava la sua inquietudine.
— Sì, disse la regina, è immensa; il generale Mack è stato battuto, il re è arrivato or son due ore a Caserta dopo aver fatto prodigi di valore.
E diede in uno scoppio di risa stridente e nervoso che le era famigliare nei momenti di suprema irritazione.
E poichè Acton la osservava con uno stupore sempre crescente:
— Saprete tutto in un istante; ma prima di tutto, gli dissi, fate portare questo viglietto a Lord Nelson. È necessario che egli possa attraversare il porto militare senza ostacolo.
— Scenderò io in darsena, rispose il generale, e spedirò io stesso la barca che lo anderà a cercare e darò le mie istruzioni all’uffiziale.
E il generale s’allontanò.
— Ha questo di buono almeno che è obbediente, disse la regina seguendolo cogli occhi.
— Perchè non gli fate l’onore di chiamarlo affezionato, signora?
— Perchè questa parola non esiste nel dizionario dei cortigiani.
— Bene, ma il duca d’Ascoli?
— Colui non è il cortigiano del re, è suo amico; quando il re è di buon umore, è d’Ascoli che gli dice le verità più dure; e non è come te, adulatrice, che non me ne dici mai.
— È forse colpa mia se le più dure verità che si possono dire a V. M. sono delle lodi?
La regina mi abbracciò, e cominciò a passeggiare in lungo ed in largo; si fermava di tempo in tempo innanzi al terrazzo, e gettava sguardi a traverso alle tenebre alla flotta inglese, di cui si riconosceva ciascun vascello dai suoi fanali di posizione e ad ogni volta esclamava:
— O Nelson, la nostra sola speranza è in te.
E poi ritornando verso di me:
— Comprendi, mi disse, cinquanta due mila uomini, provveduti di tutto, ben nutriti, ben vestiti, ben pagati, e che si fanno battere da dieci o dodici mila Francesi, seminudi, senza soldo, senza pane, senza scarpe, senza munizioni; eccoli ora forniti di tutto fuorchè di scarpe, menochè i nostri soldati non si sieno levati le scarpe per fuggire più presto. Oh se fossi uomo mi sarei posta in mezzo a tutti questi vili, come avrei strappato le spalline a tutti questi uffiziali che son solamente buoni di fare scintillare alle parate i loro ricami di argento, ed a far sventolare al vento le loro piume di tutti i colori. Vi sono dei momenti, vedi, che, in parola d’onore, avrei volontà di montare a cavallo come mia madre Maria Teresa, e far vergogna a questo re fa niente, che non sa che andare a caccia, alla pesca, a far l’amore colle contadine. Sgraziatamente non ho a che fare cogli Ungheresi, ma con Napoletani.
Intanto Acton entrò.
— Eccomi, signora, disse; la lettera è spedita, e se lord Nelson mette a servire vostra Maestà la metà della premura che ci metterei io, in un quarto d’ora egli sarà qui. Intanto V. M. vorrà dirmi di che si tratta.
La regina lo condusse nella camera vicina perchè voleva lasciarmi sola con Nelson; e poi forse aveva degli ordini, di quegli ordini segreti e terribili, che spesso io non conosceva se non quando erano eseguiti.
Difatti seppi poi dopo che vi era stata questione fra la regina e il capitano generale, circa il corriere Ferrari, nelle cui mani si era sostituita la lettera redatta da sir William e dal generale Acton alla vera lettera scritta dall’Imperatore d’Austria; si temeva che Ferrari svelasse la frode, e che Ferdinando venisse in cognizione del vero, vale a dire, che invece di invitarlo a mettersi in campagna, suo nipote Francesco gli scriveva di non muoversi, non contando di dichiarare la guerra alla Francia, se non quando fossero arrivati i suoi alleati russi, vale a dire verso il mese di aprile e di maggio.
Sarebbe stato adunque in questo istante, in cui restai sola ad aspettare Nelson, che sarebbe stata risolta la perdita di questo infelice.
Racconterò a tempo e luogo la sua morte, e le circostanze terribili che l’accompagnarono.
Era sola da un quarto d’ora, quando l’usciere entrò ed annunziò Sua grazia lord Nelson; immediatamente vidi sua signoria nel vano della porta.
Era tutto ansante per la rapidità con cui aveva salito le scale, e la sua fisonomia alterata testimoniava la sua inquietudine.
Prima che avesse aperto bocca gli aveva gettato le braccia al collo dicendogli:
— Caro Nelson, la sola nostra speranza è riposta in voi.
Mi strinse al suo cuore, di cui sentiva la palpitazione a traverso al suo uniforme, appoggiò le sue labbra convulse sui miei occhi, e come se avesse temuto di sorprendere una carezza, non già un sentimento d’amore; ma quell’emozione mi allontanò dolcemente da lui, e guardandomi con indefinibile espressione di passione, mi chiese:
— Vediamo — che c’è, parlate ad un uomo, che darebbe la sua vita per la regina; ed esitò.... il suo onore per voi.
— Oh, caro Nelson, esclamai, gli presi la mano e gliela volli baciare.
Nel momento che fece per ritirarla, egli abbassò il capo, io rialzai il mio e le nostre labbra s’incontrarono.
— Oh! esclamò Nelson alzandosi, e ritirandosi di qualche passo, voi mi rendete pazzo.
Gli tesi la mano.
— Che importa, gli dissi, se vi guarisco.
Egli guardò intorno per vedere se fossimo soli.
Compresi il suo sguardo e con un sorriso:
— La regina e il capitano generale son là, gli dissi.
E gl’indicai la camera vicina.
Egli mandò un sospiro, si avvicinò, mi strinse la vita col suo unico braccio, e invitandomi a sedere vicino a lui:
— Mi avete fatto chiamare per chiedermi un servizio, mi disse, sono un egoista, per non esser venuto prima; in che vi potrei essere utile? Riparerò la mia colpa, parleremo più tardi della mia pazzia.
— Quando vorrete, gli dissi con uno sguardo pieno di promessa, e se voi tardate troppo, sono io che vi parlerò per la prima.
— State in guardia, mi disse; voi siete Partenope ed io non sono Ulisse.
Poi facendo uno sforzo su di sè stesso:
— Vediamo, vediamo, disse — Mack è battuto, non è vero? L’armata è in sfacelo; avete ricevuto un corriere del re?
— Meglio ancora: il re è arrivato saranno tre ore a Caserta; tutto è perduto, in quindici giorni i Francesi saranno qui; la regina pensa a fuggire in Sicilia, e conto su di voi per condurla.
— Vi andate voi? chiese Nelson.
— Io non lascio la regina.
— Ed io non vi lascio.
— Qualunque ordine vi arrivi?
— Dovessi stracciar le lettere senza aprirle.
— Nelson! esclamai.
E gli stesi le braccia.
Egli si gettò sul mio cuore.
— Ancora, mi disse egli, ancora, abbiate dunque pietà di me.
— Nelson, non è per compassione che vi dico che io vi amo, è per riconoscenza... è.... per amore.
Mise un grido, si lasciò sdrucciolare alle mie ginocchia, e baciandomi le mani, con deboli gridi che sembravano quasi gridi di dolore più che gridi di gioja.
In questo momento la regina aperse un poco la porta e vedendo Nelson ai miei ginocchi, fece un movimento per ritirarsi.
— Oh! entrate, entrate, signora, ho nulla da nascondere nè a voi nè al mondo. Nelson viene a dirmi che è per noi, ed io gli dico che io era per lui. Vostra Maestà sia abbastanza buona per dare la sua mano da baciare al nostro salvatore.
XIII.
Il giorno seguente si tenne consiglio di Stato. Il re espose la situazione, non tacque nulla del disastro. L’avrebbe reso anche più grande se fosse stato possibile.
L’ammiraglio Caracciolo, come comandante le forze di mare, fu chiamato al consiglio. Siccome non aveva nulla a temere dalla parte di mare, poichè gl’Inglesi sorvegliavano il porto, propose di riunire i soldati di marina in un corpo di mille a mille e ducento uomini, di mettersi alla loro testa, e di muovere incontro ai Francesi. Impossessandosi delle strette degli Abruzzi prima che vi fosse giunto il grosso dell’armata napoletana, poteva mettere un ostacolo alla disfatta, e radunare colla forza i fuggitivi. Qualunque fosse il numero dei soldati perduti nei varii combattimenti contro i francesi, l’armata napoletana doveva essere ancor più forte almeno di quattro volte di quella da cui fuggiva.
Il re respinse quest’offerta. Egli dubitava della devozione di Caracciolo, e lo supponeva di voler organizzare quella truppa per riunirsi con essa ai patriotti.
Caracciolo offeso da quel sospetto, che non meritava, ritirandosi prima della fine del consiglio, dichiarò che si recava sul suo bastimento, ove aspettava gli ordini del re.
Ma prima di andarvi si fece annunziare dalla regina.
Anche dalla regina si teneva consiglio, ma questo consiglio si componeva soltanto della regina, di Nelson, di sir William e di me.
Fin dal giorno antecedente la regina aveva stabilito col capitano generale la sua fuga e quella della sua famiglia.
Essa esitava di ricevere l’ammiraglio Caracciolo, ma sir William Hamilton la decise a riceverlo.
La regina allora mi prese pel braccio, esigendo la mia presenza al suo colloquio coll’ammiraglio, senza dubbio per fargli comprendere la persistenza di un’amicizia che invece di diminuire si aumentava, per avere degli avvisi diretti od indiretti che gli si potessero dare contro quest’amicizia.
La pregai inutilmente di non espormi a qualche nuovo insulto da parte del principe napolitano; ma la regina mi dichiarò che così voleva, e che alla minima parola equivoca che sarebbe uscita dalla bocca dell’ammiraglio, egli sarebbe stato arrestato.
Ma fin dal primo momento era facile di scorgere che non vi era nulla di simile da temere da parte dell’ammiraglio; mai espressione più profonda di rispetto non fu impressa sopra nobile viso, quanto quella che potemmo leggere su quello di Caracciolo.
— Signora, disse facendo un inchino, il re ci ha ora dato contezza dei disastri dell’armata; ma fortunatamente la vostra fedele marina è intatta. Io non sono chiamato a dar suggerimento a V. M., ma se Vostra Maestà mi facesse l’onore di consultarmi, le darei quello, dopo aver, ben inteso, tenuto fermo fino all’ultimo momento e di aver fatto tutto per riprendere la nostra rivincita. Le darei, dico, il consiglio di abbandonare i suoi stati di terra ferma e di rifugiarsi in Sicilia.
— Tale è la nostra intenzione, signore, disse la regina.
— Allora, riprese Caracciolo, facendo un altro inchino, allora supplicherei V. M. di voler onorare la _Minerva_, e di sceglierla per suo bastimento di trasporto. La _Minerva_ è la miglior veliera di tutta la squadra napolitana, e nello stato in cui la battaglia d’Aboukir ha messo la flotta inglese, potrebbe gareggiare per velocità e sicurezza colle navi dello stesso lord Nelson; noi siamo in giorni di cattiva navigazione, conosco i nostri mari e direi quasi le nostre burrasche; nessuno dunque meglio di me potrebbe rispondere della sicurezza di V. M. e della sua augusta famiglia, ed io ne risponderò. In pochi giorni la fregata potrà essere accomodata in modo che V. M. vi possa trovarsi degnamente.
La regina salutò in segno di riconoscenza.
— È inutile di dire, continuò Caracciolo, che se lady Hamilton e sir William credono, come è probabile, opportuno di seguire V. M., sarà un grande onore per me di riceverli a bordo; il più grande che potei ottenere, se non avessi avuto nello stesso tempo quello di ricevere V. M.
Tutto ciò era stato detto in una maniera tanto nobile e rispettosa, che la regina non vi potè resistere e stese la mano all’ammiraglio.
— Signore, gli disse, nel giorno del bisogno non dimenticherò la vostra offerta, intanto vi ringrazio in mio nome e in quello di lady Hamilton di avermela fatta; avete altra cosa da dirmi, o desiderate qualche cosa?
— Ho a dire a V. M. che la supplico di credermi il suo più fedele servitore, e desidero di mettere ai suoi piedi i miei rispettosi omaggi.
E salutando di nuovo la regina e me, l’ammiraglio s’avvicinava alla porta, unendo con un tatto squisito la dignità della sua persona alla venerazione dovuta alla maestà della regina.
La regina lo seguì cogli occhi.
— Questa prova di fedeltà e di rispetto mi commove ancora più per te che per me, disse la regina; ma avrei però voluto che l’ammiraglio non me la avesse data questa prova.
Entrammo nella camera, ove avevamo lasciato sir William e lord Nelson.
Nelson sembrava visibilmente contrariato, e siccome la regina non fece parola del suo colloquio con Caracciolo, egli non osava interrogarla.
— Signora, disse, spero che V. M. non dimenticherà che Ella si è rivolta a me pel primo e che pel primo mi son posto a sua disposizione:
— State pur tranquillo, mio caro ammiraglio, rispose la regina.
— Dunque, disse Nelson, ho la parola di V. M. che nessun bastimento, eccettuato quello che io comando, avrà l’onore di trasportare V. M. in Sicilia.
— Voi l’avete, disse la regina; ma questa parola non impegna che me, sir William e Lady Hamilton, io non so quali sieno le intenzioni del re, su di cui non posso portare influenza.
— Vostra Maestà mi permetterà dunque che agisca di conseguenza.
— Fate pure, e siamo sicure che tutto ciò che farete, sarà per nostro bene.
— Dimanderò alla regina il permesso di scrivere una lettera, di cui avrà la bontà di prendere cognizione.
Preparai sopra una tavola, a parte, delle penne, dell’inchiostro e della carta, e feci segno a Nelson che tutto era pronto.
Lord Nelson si sedette innanzi alla tavola, facendomi segno che potevo leggere, intanto che le parole uscivano dalla sua penna.
«Napoli, dicembre 1798
«Mio caro Troubridge,
«Le cose sono qui in uno stato così critico, che desidero che voi mi raggiungiate senza alcun ritardo, lasciando la _Tersicore_ a Livorno per ricondurre il Granduca: questa misura è indispensabile, e probabilmente vi manderò subito il comandante Campbell per fare questo servigio.
«Il re è ritornato, e le cose vanno alla peggio: per l’amor di Dio sbrigatevi, avvicinatevi a Napoli colla più grande prudenza. Io sarò probabilmente a Messina; ma in ogni caso informatevene quando passerete per le isole Lipari, onde sapere se siamo a Palermo.
«Avvertirete Gage di operare colla maggior secretezza, che scriva a Windsham, dandogli le istruzioni necessarie sulla situazione in cui ci troviamo, perchè anch’egli agisca colla maggior secretezza possibile.
«Tutti uniscono il loro affetto ed il loro rispetto a quello del vostro fedele amico
«O. NELSON.»
La seconda lettera era diretta al capitano Ball colla stessa raccomandazione.
«Molto segreta
«Napoli, dicembre 1798
«Mio caro Ball,
«Desidero che m’inviate direttamente il Golia, e che diate ordine a Foley d’incrociare fuori del faro di Messina, fino a nuovo avviso. È possibilissimo che mi vedrà _con altri_; la situazione di questo paese è tristissima, quasi tutti sono traditori o vili.
«Che Dio vi benedica; tenete segreto tutto ciò, dite solamente a Foley di non avvicinarsi a Napoli senza grande precauzione.
«Non ho ricevuto nulla dall’Inghilterra; io sono qui coll’_Alcmena_ e coi Portoghesi. Tutta la casa si unisce al vostro fedele amico per dirvi mille cose gentili.
«O. NELSON.»
«Il cutter la _Flora_ si è perduto, e non ho nulla da mandarvi; se poteste spedirmi l’incendiario, ma sopra tutto nessun bastimento napolitano. _Quelli della marina sono tutti traditori_; insomma tutto è corruzione.»
Si vede dalla linea, o piuttosto nelle linee che sottosegnamo, nascere quell’odio della marina inglese contro la marina napoletana e apparire i primi lampi di gelosia di Nelson contro Caracciolo, gelosia che fu tanto fatale a quest’ultimo.
È inutile di dire che queste lettere sono copiate agli autografi di Nelson. Nelson mi diè queste due lettere che rimisi a sir William perchè ne spiegasse alla regina i passi che potessero parerle oscuri: Nelson scriveva con un laconismo, che nella sua propria lingua facevalo talvolta incomprensibile ai compatriotti, a più forte ragione agli stranieri.
Mentre la regina, aiutata da sir William, leggeva le due lettere su riferite, Nelson era rimasto pensoso, agitando la penna fra le dita, e pareva esitar a scriverne una terza.
Finalmente si decise.
«_A lord Spencer_
«Napoli, 10 dicembre 1798
«Caro Lord
«Permettete che in due parole v’informi di quanto è accaduto.