Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8
Part 3
Difatti, come se il Vesuvio non avesse aspettato che questo momento per entrare in furore, un muggito terribile si fece sentire come se uscisse dalle viscere della terra, ed una scossa violenta spinse la carrozza indietro.
I cavalli nitrirono, e senza fare alcun movimento si coprirono di sudore, come il mare si copre di schiuma.
— Signora, signora, gridò il cocchiere, diceva bene io che i miei cavalli vedevano qualche cosa che io non vedeva; guardate.... guardate.
E indicò col dito la cima del Vesuvio.
Un fumo denso e nero cominciava ad uscire dal cratere elevandosi verticalmente come un’immensa torre: quel fumo era screziato di lampi seguiti da detonazioni eguali a quelle delle batterie di cento cannoni.
La regina mi prese la mano, e la strinse alla sua volta: quel cuore di bronzo cominciava a sentire la paura; in quanto a me era sul punto di svenire; il cavaliere Hamilton era nell’entusiasmo.
— Se Sua Maestà vuole assolutamente rimaner qui, disse Gaetano con voce tremante, la prego di scendere subito; io non rispondo più dei miei cavalli.
In questo momento una detonazione terribile si fece udire: noi sentimmo una forte scossa e mi sembrò di veder tutto oscillare innanzi a me.
— Signora, in nome del cielo, gridai, ritorniamo, ritorniamo!
Ma la regina non ebbe nemmeno la pena di dare l’ordine; i cavalli, con un movimento che forzò la mano del cocchiere, girarono indietro, e poi, senza che si potesse tenerli, con un movimento sfrenato, discesero per la china del ponte e si slanciarono lungo la marina.
— Signora, signora, gridò il cocchiere facendo forza invano, non sono più padrone dei miei cavalli.
— Ebbene, come Dio vuole, disse la regina.
Una detonazione ancor più terribile di quelle che l’avevano preceduta, si fece udire: mi sentii correre un gelo per le vene e svenni di terrore.
Quando riapersi gli occhi, la carrozza era ferma; Gaetano alla testa de’ suoi cavalli li teneva pel morso, — e noi ci trovammo in faccia di quella stradicciuola della Via dei Sospiri dell’abisso.
Nel momento in cui la carrozza stava per sfracellarsi all’angolo della banchina, lo stesso uomo che aveva gridato alla regina di non tentare Iddio, si era lanciato alla briglia dei cavalli, ed a rischio di restare calpestato da essi, li aveva con una forza sovrumana arrestati d’un colpo.
La scossa era stata così forte, che Gaetano era stato precipitato dal suo sedile, ma si era alzato tosto, e prese i cavalli pel freno.
Lo sconosciuto, vedendolo padrone dei suoi animali, si era allontanato e disparve.
Io non aveva veduto nulla; mi svegliai come da un sogno; la regina mi faceva odorare un vasetto di sali.
— Ah! grazie a Dio, esclamai, rinvenendo, non è avvenuta qualche disgrazia a Vostra Maestà.
E mi gettai nelle sue braccia, coprendola insieme di baci e di lagrime.
Era una cosa strana; ma la regina aveva su di me il potere che il magnetizzatore ha, si dice, sul magnetizzato. Quando era vicino a lei, pareva che la mia anima aspirasse costantemente di uscire dal mio corpo per unirsi alla sua.
Gaetano rimontò sul sedile. I cavalli parvero calmarsi come per incanto, e ci ricondussero senza accidenti al palazzo.
Io era stanca: la regina volle che mi ritirassi nella mia camera che era attigua alla sua, e mi mettessi a letto.
Sir William chiese il permesso di salir sul terrazzo del palazzo per meglio osservare i fenomeni del Vulcano.
Credo che per risolvere un problema geologico si sarebbe lanciato come Empedocle nel cratere, lasciando i suol calzari sulla cima della montagna.
Non vidi più nulla, ma ecco ciò che mi venne raccontato.
Le scosse si succedettero con rapidità, ma si stendevano particolarmente da nord a mezzogiorno, vale a dire da Portici a Torre Annunziata.
Napoli, come sempre, fu risparmiata.
Verso le tre ore del mattino la strada che percorre le falde del Vesuvio si coperse di fuggitivi, che dai punti più lontani della spiaggia si dirigevano verso Napoli, lasciando le loro abitazioni, e come dietro un bastione, venivano a cercare una difesa dietro il ponte della Maddalena, o piuttosto dietro la statua di S. Gennaro, che dal punto culminante di questo ponte protegge la città.
Il sole era sorto splendido ed in un cielo sereno, ma la colonna di fumo e di cenere che usciva dal Vesuvio si era tosto diffusa nel firmamento; le acque che non sono che lo specchio del cielo erano coperte di una tinta grigia, e la luce era scomparsa a poco a poco come in un’eclissi.
Quando mi alzai, benchè fossero già le dieci ore del mattino, si sarebbe giurato che erano le otto di sera.
Da quel momento, vale a dire dal 13 al 15 giugno, il sole non si mostrò più: i muggiti della montagna raddoppiarono e l’oscurità divenne sempre più spessa.
Il giorno dopo, al 14, se gli orologi non avessero segnato il corso del tempo, sarebbe stato impossibile di dire se era mattino, sera, o notte; le tenebre erano così profonde, che a Chiaia ed a Toledo, vale a dire nelle due strade più grandi di Napoli, si sarebbe creduto di essere in una camera oscura.
Il cardinale arcivescovo, accompagnato dal clero di tutta la città venne a prendere alla cattedrale il busto di argento dorato di S. Gennaro, e seguito da tutta la nobiltà che recitava preghiere, e dal popolo che cantava inni, andò al ponte della Maddalena, invocando la protezione del santo protettore della città.
La regina andò a sentire la messa che precedeva quella cerimonia: — ma io come protestante non potei accompagnarla: il popolo vedendo un’eretica in una chiesa, sarebbe stato capace di attribuirmi la catastrofe e di massacrarmi.
L’arcivescovo, la nobiltà, il popolo restarono in preghiere sul ponte, dalle due ore dopo mezzodì fino a notte: — quando dico fino a notte, dico male, non v’era più nè giorno nè notte; le campane soltanto, suonando l’Ava Maria, segnalavano il ritorno delle tenebre.
Nella notte dal 15 al 16, un rumore simile allo scoppio di una polveriera attirò gli sguardi di tutti, perchè tutta la popolazione di Napoli era in istrada: i più spaventati stavano coricati colla faccia contro la terra, i meno spaventati in ginocchio, e tutti più o meno inclinati sotto il peso dell’avvenimento.
Un immenso fascio di fuoco si slanciò dal cratere della montagna, salì al cielo e ripiombò in frantumi infocati sulle falde della montagna; allora uscì dalla cima un doppio fiume di fuoco, che si dirigeva l’uno a Resina e l’altro verso Torre del Greco.
Trenta mila persone, uomini, donne e fanciulli, colpiti da stupore, seguivano cogli occhi questo doppio torrente di lava.
A Resina, la pianura che si stende dal Vulcano alla città, le case di campagna che erano costruite su questa pianura furono coperte di lava; ma la terribile inondazione, come per comando sovrumano, si fermò alle porte della città.
Sventuratamente non fu così di Torre del Greco; un’antica inondazione aveva coperto metà della città; poi, fermandosi ad un tratto, aveva formato un tetro scoglio, che dominava da circa cento metri la parte della città risparmiata dal flagello.
Sopra questo scoglio, come su di un’altra rocca Tarpea, si era costruita una nuova città, e si era stabilita fra la nuova e l’antica una comunicazione per mezzo di scale tagliate nella lava.
Questa volta città vecchia e città nuova tutto fu portato ad un livello. L’inondazione vulcanica tagliò la città nuova alla sua base, e la trascinò in ruina con sè dall’alto dello scoglio; cateratta di fuoco sulla città vecchia, che la lava inghiottì e colmò fino al livello delle case più alte, e del campanile della chiesa; poi il torrente travolgendo seco le macerie delle due città, si gettò verso il mare ed andò a formare un molo, dietro il quale le navi poterono trovare un rifugio.
Tutto ciò arrivò durante la notte del 15 al 16, come se il terrore della catastrofe, per arrivare al colmo, avesse d’uopo del terrore che ispirano le tenebre.
Alla mattina del 16, il sole che non si era mai veduto da tre giorni, riapparve in un cielo sereno; una parte del Vesuvio era stata inghiottita dal Vesuvio stesso; la parte più elevata della montagna era sfranata nel cratere precipitandovi da un’altezza più di mille metri; l’aveva riempito, e nel riempirlo, aveva fatto scaturire con un terribile rimbombo quella splendida fontana di fiamme che aveva illuminato il mare a dieci leghe all’intorno, ed aveva fatto straripare i suoi due fiumi di lava che avevano inondato la campagna, lasciando con questa caduta il regno dell’aere al cono fin allora meno elevato.
Durante queste ore di lutto e di spavento tutto fu sospeso a Napoli, eccettuati i lugubri lavori della Giunta di Stato, ed alcuni fra gli atti emanati da essa portano la data di tre giorni dopo l’eruzione.
Tutto, durante questa catastrofe, avea, per così dire, cessato di vivere, eccettuata la collera di Dio e quella dei Re.
Il giorno dopo di quella notte, in cui i cavalli, fuggendo sbrigliati, avevano posto in pericolo la vita della regina e la nostra, e dove eravamo state salvate per l’intervento miracoloso di uno sconosciuto misterioso, la regina aveva fatto venire il capo della sua polizia, gli aveva dato tutti gli indizi che le suggerivano la sua memoria, e gl’ingiunse di fare le ricerche più minuziose per scoprire il suo salvatore; ma tutto fu inutile, e benchè il capo della polizia avesse messo in campagna tutti i suoi agenti più sagaci, nessuna mano fu capace di sollevare il velo che avvolge questo strano avvenimento.
Il re scrisse al 16 che il tempo si era rasserenato. Sarebbe andato a caccia la giornata del 17, e non tornerebbe per conseguenza a Napoli che al 18.
Da ciò che aveva potuto succedere a Napoli e nei dintorni non ne diceva una parola. Nulla era accaduto a lui, ed era tutto ciò che gl’importava.
VI.
In poche parole ho già raccontato la condanna e la morte di Tommaso Amato, una delle prime vittime della Giunta, il cui processo in causa dell’urgenza — i delitti di lesa divinità dovendo aver la precedenza sui delitti di lesa maestà — fu compito con una rapidità mostruosa.
Gli arresti avevano cominciato poco dopo la partenza dell’ammiraglio Latouche Treville. Erano già quasi quattro anni che alcuni degli accusati erano in prigione.
Questi accusati erano circa una cinquantina. Il procuratore fiscale Basilio Palmieri aveva detto al principio della procedura, che aveva delle prove contro ventimila persone.
Intanto aveva conchiuso per la pena di morte contro trenta prevenuti, con applicazione preventiva della tortura.
Ma il Tribunale si accontentò di condannarne tre alla pena capitale.
Tre alla galera.
Tredici a pene minori.
Gli altri furono messi in libertà.
Il capo della congiura era un certo Pietro di Falco. Egli fece delle confessioni, rivelò il piano dei congiurati; ma, debbo dirlo, queste confessioni non furono mai rese pubbliche, ed egli fu inviato all’isola di Tremiti senza essere stato confrontato coi suoi complici.
Il voto dei giudici in favore della pena di morte era strano; si sarebbe detto che avessero voluto fare un olocausto che fosse accetto alla pallida Dea.
I tre condannati erano tre giovani, quasi tre fanciulli, appartenenti alla classe aristocratica, studenti, per età inesperti del mondo, nel quale non avevano ancora avuto il tempo di entrare, e conosciuti solamente dai loro compagni pei loro trionfi di collegio.
L’età di tutti e tre non formava ancora quella di un vecchio.
Il maggiore si chiamava Vincenzo Vitagliano, che aveva 22 anni.
Il secondo si chiamava Emmanuele de Deo che ne aveva 20.
Il terzo Vincenzo Galiani che ne aveva 19.
Fu un grido di compassione per tutta la città quando si conobbe la scelta fatale fatta dalla Giunta, e che questa scelta era caduta sopra tre giovani, il cui solo delitto, disse uno storico contemporaneo, ere di aver _parlato di cose che sarebbe stato meglio tacere, e di avere applaudito ciò che aveva d’uopo di essere esaminato_.
Il loro grande delitto era di essersi fatti tagliare i capelli, e di avere pei primi adottato la moda introdotta dall’attore Talma, quando rappresentò per la prima volta la Tragedia Tito, come ho già raccontato.
Confesso che quando mi si annunziò quella notizia, e mi si disse l’età dei condannati, mi si fece conoscere chi erano, e mi si spiegò che era impossibile che avessero seriamente cospirato, fui compresa di grande compassione per questi tre arboscelli che dovevano essere falciati alla radice senza che avessero avuto il tempo di portare i loro frutti.
Corsi dalla regina; essa mi ricevette col viso severo e colle sopracciglia corrugate.
— Vieni anche tu a parlarmi per essi? mi chiese.
— E se venissi a parlarvi per essi, signora, ricusereste di ascoltarmi?
— Sì, perchè ho deciso di lasciare che la giustizia faccia il suo corso, e la preghiera non sarebbe che una importunità inutile.
— Oh! signora, le dissi giungendo le mani, così giovani e tanto poco pericolosi.
— Non sono forse di quelli che Tarquinio indicò al messaggero di suo figlio, troncando colla verga i papaveri più alti del suo giardino?
— Oh! signora, lo confessate voi stessa.
— Vi sono dei momenti in cui chieggo a me stessa se questi miserabili giudici hanno scelto questi tre fanciulli per scempiaggine o per tradimento; ma io te lo confesso, propendo a credere che l’abbiano fatto per tradimento.
Guardai la regina con stupore.
— Tu dunque non comprendi. Se faccio grazia a costoro, sarò poi dopo obbligata a far grazia a tutti, perchè si crederanno o piuttosto si diranno innocenti al pari di questi. Se li lascio condannare a morte si griderà alla crudeltà, al cannibalismo; tutti i padri m’avranno in odio, non vi sarà più una madre che abbia un figlio ventenne, che non se lo stringa fra le braccia dicendo: — Dio ti scampi dalla regina straniera, dall’austriaca, come chiamavano mia sorella.
— Oh! signora, voi lo vedete che esitate ancora, esclamai, e se voi esitate è che i giudici hanno torto.
— La giustizia non può mai aver torto, Emma.
— La giustizia dunque ha indurito il suo cuore.
Io soffocai un sospiro e chinai la testa sul petto pronunziando alcune parole a voce bassa.
— Che vai mormorando fra te stessa? mi chiese Carolina.
— Ringrazio Iddio di non essere regina, signora, le risposi.
Vi fu un momento di silenzio, che la regina interruppe per la prima.
— D’altronde, disse, la sentenza è stata portata questa mattina; abbiamo dunque tre giorni di tempo per prendere una risoluzione. Tu resterai qui questa sera; la notte è la madre dei consigli.
In questo momento il re entrò, mi salutò secondo la sua abitudine con molta cortesia, facendomi segno di tornarmi a sedere, e sedendosi egli stesso vicino a sua moglie.
— Mia cara maestra, le disse, vi prevengo che sarò assente per tre o quattro giorni.
— E dove andate?
— Vado alla caccia a Persano.
— Siete forse stato avvisato di qualche altro terremoto?
— No, perchè in questo caso non andrei dalla parte di Salerno, ma dalla parte di Capua; comprenderete bene che il Vesuvio e l’Etna non hanno mai fatto sul serio la separazione dello stretto di Messina, come mi avete raccontato voi, dicendomi che ciò è avvenuto in causa di un terremoto; essi corrispondono fra loro per mezzo di ramificazioni sotterranee, e quando se la discorrono fra loro di qualche cosa, non è bene trovarsi sulla loro strada; non è di un terremoto che ho paura in questo momento.
— E di che avete paura?
— Oh! voi lo sapete benissimo.
— Non sareste più convinto, come dicevate, della verità del nostro assioma? dubitereste forse dell’efficacia di una delle nostre tre F.
— Non già dell’efficacia, ma dell’opportunità.
— E nel dubbio?
— Io me ne vado. Il saggio non dà un avviso quasi eguale?
— Vale a dire che non volete essere, od almeno apparire per nulla in quanto sta per succedere.
— Nè essere nè parere, signora. Sono io che ho restituito la Giunta? sono io che ho fatto ritornare Castelcicala da Londra? sono io che ho organizzato questa famosa camera oscura, di cui si parla tanto? e di cui per fortuna posso negare l’esistenza non essendovi mai entrato, e ignorando fino il luogo dov’è situata? Certo che no, tutto ciò è affar vostro. — Per me, io vado a caccia, pesco, mi riposo a S. Leucio. Io sono ciò che si chiama storicamente un re fa-niente; voi, voi siete la regina, voi portate lo scettro, voi siete Caterina II, e vi chiameranno un giorno la Semiramide del mezzodì, come v’hanno chiamata la Semiramide del nord, e sarà glorioso per voi e per me: ma avendo i vantaggi dello Stato, è giusto che ne abbiate anche i pesi.
— Vale a dire che volete, al cospetto di Napoli e dell’Europa, lasciarmi la responsabilità della morte di questi tre giovani.
— Di quali tre giovani parlate voi?
— Di quelli che sono stati condannati dalla Giunta questa mattina.
— Ah! la Giunta ha condannato tre giovani questa mattina?
— L’ignorate forse?
— Eh! sì davvero. Io sono di una influenza così mediocre nel governo, che non si danno nemmeno la pena di parlarmi degli affari di stato.
— Voi scherzate su quest’argomento, signore! la cosa è grave; parliamone dunque seriamente o non parliamone.
— Non parliamone, non chieggo di meglio: voi sapete che ho l’abitudine di non mischiarmi mai delle cose che non mi riguardano. Sono venuto per dirvi che partirò per Persano, che contava di passarvi qualche giorno, e che non sapendo se sareste stata in pena di me, non ho voluto per nulla distrarre il vostro spirito dalle alte speculazioni della politica, per fermarlo sulla povera mia persona. Mi dite voi che sono stati condannati a morte tre giovani. Poveri giovani! ciò mi fa male, ma che volete? se sono colpevoli, se hanno cospirato contro di voi?
Io presi la parola.
— Ecco precisamente, Sire, ciò che preoccupa l’eccellente cuore di Sua Maestà, cioè che non è dessa ben sicura che questi tre giovani siano colpevoli, e che dubita che possano essere innocenti.
— Diavolo! in questo caso, mia cara ambasciatrice, bisognerebbe che la regina non lasciasse eseguire la sentenza. La morte di quel pazzo che fu appiccato l’altro giorno ha fatto cattivo senso; la morte di tre innocenti sarà ben peggio! pensateci, signora, pensateci.
— Ma signore, riprese la regina visibilmente impazientita di essere stata vinta in una discussione con suo marito, quand’anche volessi far loro grazia non ne avrei il diritto, — non sono il re io.
— Come voi non siete il re?
— No, io sono soltanto la regina.
— Bene, e dite a me di queste cose! per Dio! non siete voi il re? e chi è il re? colui che presiede il consiglio; chi è il re? quegli che dà gli ordini al ministro; chi è il re? quegli che dichiara la guerra o la pace? Oh! diavolo! mi avete voi veduto ad occuparmi di queste cose? siete voi che ve ne occupate, signora, e siete voi che in realtà fate da re.
— Il re, signore, è quegli che firma.
— E voi sapete bene, signora, che sono tanto pigro, che per non aver nemmeno la pena di firmare ho fatto incidere una cifra.
— Che è chiuse in una cassetta, di cui voi, signore, ne tenete la chiave.
— È precisamente di ciò che mi sono accorto al momento di partire per Persano, signora, e capisco che ciò è una cosa assurda, giacchè quando avete già tutto in mano, signora, tenetevi anche questa chiave, e prendetela.
— Datemela, datemela, signore, esclamai, e strappai quasi la chiave di mano dal re.
— Signora, disse Ferdinando alla regina, che lo guardava con un viso tetro, vi faccio osservare che la firma reale trovasi in questo momento nelle mani di Lady Hamilton, e che sarebbe pericoloso di lasciargliela, ed essa non avrebbe che di vendere alla nostra alleata l’Inghilterra, o Malta o la Sicilia, che aspira di possedere; sarebbe un gran pregiudizio per la nostra corona.
E salutandoci con quell’aria finta tutta sua, uscì facendo un gesto, come di chi si lava le mani.
— Sì, sì, comprendo, disse la regina, tu ti lavi le mani; ha fatto così anche Pilato, e la maledizione della storia non l’ha meno colpito da diciotto secoli. Dammi quella chiave, Emma, vedremo ciò che dovremo farne!
Io gliela presentai inginocchiandomi.
In questo momento si annunziò alla regina che il procuratore fiscale, Basilio Palmieri, quel desso che aveva delle prove contro ventimila persone, che aveva conchiuso per la pena di morte contro trenta accusati, coll’applicazione preventiva della tortura, chiedeva l’onore di presentarle i suoi omaggi.
— Benissimo, disse la regina, se non fosse venuto, l’avrei mandato a cercare.
Poi volgendosi verso di me:
— Vuoi vedere la faccia d’un vero collo torto, Emma? mi dimandò.
— Sono pronta a rimanere od uscire, secondo che mi ordinerà Vostra Maestà.
— No, no, sta a te, comprendi, secondo che ti senti il cuore più o meno capace di commuoversi.
— Ebbene, signora, poichè Vostra Maestà vuol lasciarmi il mio libero arbitrio, prendo tanto interesse per ciò che riguarda questi tre giovani sventurati, che preferisco di rimanere.
— Rimani, allora.
E rivolgendosi all’usciere che aveva annunziato la visita del magistrato:
— Fate entrare il signor procuratore fiscale, Basilio Palmieri, disse la regina.
VII.
Se mai viso d’uomo ha caratterizzato qualcuno per un collo torto, come aveva detto la regina, certamente lo dimostrava la fisonomia di don Basilio Palmieri.
Entrò curvato fino a terra: se avesse potuto andar carpone dalla porta ai piedi della regina, l’avrebbe fatto.
La regina lo ricevette in piedi.
Il signor procuratore fiscale cercò di scusarsi per avere ottenuto così poco dal tribunale; aveva chiesto trenta teste, e non era sua colpa se ne aveva ottenuto soltanto tre; aveva chiesta la tortura, e non era sua colpa, se gli era stata ricusata.
— Va bene, signore, rispose freddamente la regina, sarete più fortunato un’altra volta.
— Vengo a presentare i miei umili doveri a Vostra Maestà, e dimandarle se posso essere utile a qualche cosa.
— Potete rendermi due servigi, signore, rispose la regina.
— Io! sclamò maravigliato il procuratore fiscale, io rendere dei servigi a Vostra Maestà? ricevere degli ordini, vorrete dire.
— Sapete dirmi, continuò la regina, chi sia quello dei vostri condannati che abita più vicino al palazzo reale?
— È il giovane Emmanuele de Deo, signora, rispose il Procuratore fiscale maravigliato da una tale dimanda.
— Ha padre e madre? chiese la regina.
Ha soltanto il padre.
— Sapete il suo indirizzo.
— Sì.
— Datemelo.
— Giuseppe de Deo, via Santa Brigida, vicino al grande negozio di grani, verso la metà della strada.
— Grazie, signore. Prendi questo indirizzo, Emma. Io presi di tasca il mio piccolo portafogli d’avorio, e vi scrissi con premura l’indirizzo datomi dal procuratore.
La regina stessa osservò dalla mia parte finchè l’indirizzo fu completamente scritto, come se volesse tener lo sguardo sull’uomo che aveva dinanzi il minor tempo possibile.
Infine si volse a lui.
— Ora, disse la regina, in qual carcere sono i vostri condannati?
— Alla Vicaria, signora.
— Ecco carta, penna e calamaio; scrivete, signore.
La regina indicò al procuratore fiscale una tavola ove in fatti erano riuniti tutti gli oggetti indicati da essa.
Il procuratore fiscale, non osando sedersi dinanzi a Sua Maestà, mise un ginocchio a terra, e colla penna in mano stava pronto per scrivere.
— Siete pronto, signore? chiese la regina.
— Sì, signora.
La regina dettò:
«Il custode in capo della Vicaria obbedirà ciecamente agli ordini che verranno dati dalla persona che presenterà questo viglietto.»
— Ho scritto, signora.
— Ebbene, allora metteteci la data, firmatelo e prevenite il capo-custode, che avete dato un ordine per lui.
— E debbo dirgli quale, augusta persona...
— Voi non dovete dirgli nulla, signore, perchè non conoscete punto le mie intenzioni, e desidero che voi non cerchiate di conoscerle.
— Sua Maestà ha altri ordini da darmi?
— Nessuno, signore.
— Allora, signora, avrò l’onore di prendere congedo da lei, e di mettere a’ suoi piedi i miei più devoti rispetti.
La regina chinò leggermente la testa, ed il procuratore fiscale si ritirò indietreggiando.
La porta si chiuse dietro di lui.
— Che debbo fare di questo indirizzo, signora? dimandai alla regina.