Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8

Part 4

Chapter 43,950 wordsPublic domain

— Conservalo, quando sarà il momento di farne uso, te lo dirò.

In quanto all’ordine che si era fatto dare pel capo-custode della Vicaria, lo rilesse per vedere se era scritto come lo aveva dettato; poi accertatasi che non vi era nè una sillaba di più nè di meno, lo piegò con cura, e lo mise in un piccolo portafogli di velluto che era solita di tener seco.

Io l’aveva seguita cogli occhi in tutti i movimenti, in cui cercava di leggere il suo pensiero.

— Veggo con piacere, signora, le dissi, che il re non avrà probabilmente preso una precauzione inutile lasciandovi la chiave del suggello reale.

— Non ho ancora deciso nulla, tutto dipenderà dai condannati, rispose la regina; in ogni caso ti riservo la tua parte nell’intreccio; qualunque sia, preparati a rappresentarla.

— E quali preparativi mi abbisognano per ciò?

— Esser qui per le otto di sera con veste e mantiglia nera.

— Oh! signora, il nero è di cattivo presagio.

— Sta tranquilla, è solamente per non essere vedute di notte.

— Sortiamo dunque insieme questa notte, signora?

— Forse sortiremo insieme, e forse sortirai tu sola.

— Che volete dunque fare di me?

— Ciò che Dio ha fatto senza che mi consulti un’ambasciatrice.

Volli interrogarla, ma essa mi mise la mano sulla bocca.

— Si farà tutto a suo tempo, mia bella amica; non avrò misteri per voi; abbiate dunque la pazienza di aspettare fino a sera.

— Allora vi lascio, signora, perchè non avrò il coraggio di restare vicino a voi senza interrogarvi.

— È difatti ciò che tu puoi fare di meglio, perchè m’interrogheresti invano.

— Davvero voi siete crudele oggi.

— Che t’importa se la mia crudeltà pesa su di te; se grazie a questo parafulmine, la folgore non colpisce i tuoi protetti?

— Oh! a questa condizione, signora, io mi abbandono, ecco il mio braccio, mordetelo fino a sangue.

Essa lo prese come se volesse morsicarlo, ma lo sfiorò appena colle labbra.

— Oh! no, no, disse mutando il morso progettato in una carezza; sarebbe peccato, poi non si sa se questa è carne o marmo, avrei paura di rompermi i denti; andate, e non mancate di essere qui questa sera alle otto precise.

— State tranquilla, signora, non mi farò aspettare.

Difatti alle otto precise entrai nella camera della regina, vestita tutta di nero.

Essa mi aspettava vestita egualmente.

— Oh! mi disse scorgendomi, è la prima volta che ti vedo in nero; sai tu che il nero ti sta benissimo, e che tu sei bella come un angelo?

— E voi pure, signora; ma non importa, vorrei piuttosto vedervi vestita diversamente; sembriamo due vedove.

— Vorresti forse dirmi che questa sarebbe la più grande sventura che ci potesse accadere?

— In quanto a me, ve lo giuro, amo tanto sir William....

— Al punto di fargli costruire una tomba, come la regina Artemisia, rispose ridendo la regina, ma non di bruciarsi sul suo rogo.

— Vi giuro che se fossi nata nel Malabar...

— Sì, ma tu sei nata nel Ducato di Galles, mi pare, di modo che sono interamente sicura... Ma vediamo, non si tratta di questo. Ti aveva detto che tu avevi una parte da ambasciatrice da rappresentare questa sera, sei pronta?

— Aspetto gli ordini di Vostra Maestà.

— Hai l’indirizzo che ti ha dato don Basilio?

— Se non l’avessi, me lo ricordo: via Santa Brigida vicino al negoziante di grano, a metà della via.

— E il nome del padre del condannato?

— Giuseppe de Deo.

— Ebbene, va in una carrozza senz’armi e senza cifra che ho fatto attaccare, a prendere Giuseppe de Deo, e lo condurrai qui.

— Come! signora, esclamai tutta contenta, volete vedere il padre di quell’infelice giovane?

— Sì, è una fantasia che mi viene.

— Ma allora egli è salvo?

— Non ancora.

— M’incaricate dunque di andarlo a cercare?

— A meno che non ricusi.

— Io rifiutare di essere l’angelo salvatore di un infelice condannato, il messaggiero celeste inviato ad una povera famiglia! avete mai udito dire che l’angelo Gabriele abbia rifiutato di annunziare alla Vergine Maria, che era eletta madre del Salvatore?

— Ebbene, poichè tu credi il tuo messaggio un benefizio, non perder tempo a compierlo.

— Oh, io corro, signora. La mia mantiglia, la mia mantiglia, l’aveva gettata nell’entrare nella camera su di una poltrona.

La regina la prese, e me la pose sulle spalle.

— Ora, disse essa, va, colomba dell’arca, e che tu possa riportare il ramoscello d’ulivo.

Mi lanciai per le scale leggiera come l’uccello di cui la regina mi aveva dato il nome; feci chiamare la carrozza, e vi entrai precipitosa gridando al cocchiere:

— Via Santa Brigida!

VIII.

Non vi è che un passo dal palazzo reale alla strada di S. Brigida; vi arrivai in un istante; scesi al luogo indicato, e siccome erano appena le otto ore, la bottega del mercante di grani era ancor aperta, ed io potei far dimandare ove abitava don Giuseppe de Deo.

Il negoziante di grano, che era il fornitore delle scuderie di palazzo, riconobbe il cocchiere che gli faceva una tale dimanda, e vedendo una dama alla portiera della carrozza, corse, supponendo qualche cosa di vero, e indovinando che qualcuno veniva da parte del re o della regina. Mi avevano veduta spesso percorrere le vie di Napoli nella carrozza di Sua Maestà seduta vicino a lei, e il mercante di granaglie mi riconobbe alla sua volta.

— Oh! milady, mi disse costui, quegli che domandate è molto afflitto in questo momento: suo figlio è stato condannato a morte questa mattina dalla Giunta.

— Lo so, rispos’io, ed è precisamente per ciò che desidero di vederlo, e poichè voi siete suo vicino, vorrei sapere da voi in qual casa abita ed a qual piano.

— Egli abita in questa casa, signora, mi disse, al terzo piano.

E nel medesimo tempo m’indicò la casa vicina alla sua.

— Aprite, dissi al cocchiere.

— Ma, continuò il mercante, non saprei se lo troverete in casa, signora.

— Dove potrebbe essere?

— L’ho veduto uscire.

— A quest’ora?

— Sì.

— Senza dubbio sarà andato a sollecitare qualche giudice.

— Oh! signora, a quest’ora i giudici non possono più far nulla, nè per il povero padre, nè per il povero figlio.

— Ma allora dov’è andato?

Il negoziante mi guardò.

— Volete vederlo assolutamente? mi domandò.

— Non soltanto debbo vederlo, ma bisogna assolutamente che lo vegga.

— È per suo bene? — Perdonate se vi interrogo, signora, ma il povero padre ha un tal peso di dolore sulle sue vecchie spalle, che se voi dovreste accrescerne la gravezza d’un sol grano di frumento, sarebbe una carità a non dirvi dove sta.

— Non posso promettervi nulla; — ma vengo con una intenzione di misericordia.

— Allora, scendete, signora, ed io, — che Dio mi perdoni se mi ingannate, ed io vi condurrò dov’è.

Discesi.

— Dobbiamo andare lontano? gli dimandai.

— Per una diecina di passi.

Egli camminava dinanzi a me, io lo seguii; si fermò dopo una diecina di passi alla piccola porta della chiesa di S. Brigida.

— Ah! mormorai, ora capisco perchè non è in casa.

Il mercante bussò alla piccola porta che si aperse subito: una specie di sagristano ci introdusse in chiesa, tetra, oscura, ad eccezione di una cappella della Vergine, che era illuminata.

Entrammo. — Il negoziante di grani mi indicò un vecchio non già inginocchiato, ma prostrato sui gradini dell’altare, e che batteva il marmo colla fronte.

— Ecco, mi disse, ecco colui che cercate.

Lo ringraziai. — Egli si ritirò e mi lasciò sola, ma alla porta la curiosità lo ritenne, e stette collo scaccino ad osservare ciò che avveniva.

Mi avvicinai al vecchio senza rumore; egli pregava e siccome non mi udiva, continuava le sue preci.

— Vergine divina, Madre Santa, io non mi rivolgerò a Dio, ma a Voi. Dio non mi comprenderebbe, egli, che di sua propria volontà ha offerto suo figlio in olocausto per salvare il genere umano, e che, potendo con un cenno conservargli la vita, lo lascia inchiodare sulla croce, e morire non soltanto di morte dolorosa ma infame. No, io non mi rivolgerò a Lui, ma a Voi, Madre Addolorata, che avete sentito entrare nella fronte del vostro figlio la corona di spine, ed i chiodi nelle mani e nei piedi, e nel suo costato la lancia.

— Mi rivolgo a Voi, che non avete voluto abbandonare il vostro Figlio dilettissimo, ma che non potendo reggere alla vista della sua agonia, sveniste ai piedi della Croce, colle mani rivolte al cielo, supplicando Iddio e ripetendo le parole del divino agonizzante: Signore, Signore, allontanate da me questo calice. E malgrado il fervore delle vostre preghiere, divina Madre, voi non avete ottenuto nulla da questo Dio, che vi guardava con un occhio pieno di lagrime, perchè la morte di Gesù era necessaria per la redenzione dell’umanità. Ma la morte di mio figlio non è stata decretata dall’eterna sapienza; sono gli uomini che l’hanno condannato, e condannato ad onta della sua innocenza; ora il mondo redento col sangue del vostro divino figlio non ha bisogno della morte d’un innocente. Diteglielo a Dio buono, a Dio misericordioso, a Dio onnipotente, santa Madre, e che mandi uno dei suoi angioli per salvare mio figlio, come ha mandato un’altra volta per salvare il figliuolo di Abramo.

Questo dolore era così profondo che non potei più a lungo sopportare l’espressione. M’inclinai vicino a lui e gli toccai la spalla colla punta delle dita.

Si alzò su di un ginocchio, con una mano appoggiata ai gradi dell’altare.

— Chi siete voi, e che volete da me? mi dimandò il vecchio; siete voi l’angelo che io invocava?

— No, io non sono l’angelo che voi invocavate, gli dissi; ma se non sono un angelo, forse non vengo meno in nome di Dio.

— Che volete dire, signora? Sapete voi chi sono e per chi prego?

— Voi siete don Giuseppe de Deo, e pregate per vostro figlio Emmanuele de Deo.

— Sì, sì, sì.

— Allora seguitemi.

— Dove? Ditemelo, che io sappia tutto ciò che debbo sperare od aspettarmi.

— Dalla regina.

La sua faccia si oscurò.

— Dalla regina! disse egli esitando fra la gioia ed il timore; che potrebbe mai dirmi la regina? Sapete voi che corre la voce che sia ella che voglia mandarli a morte? Se ciò è, che Dio la protegga; ma quantunque regina amo meglio essere nei miei panni che nei suoi.

— Venite, ripetei; spero che quando avrete veduto Sua Maestà, parlerete meglio di lei.

— Infin dei conti le cose non possono esser peggio di quelle che sono; vi seguo, signora.

E baciando il lastrico, si alzò.

Io andava innanzi, ed arrivando alla porta della chiesa, egli mi passò innanzi, e immergendo le dita nella pila, mi presentò l’acqua benedetta.

Vedendo che la sua mano non attirava la mia, mi guardò con stupore.

— Sono protestante, gli dissi.

Allora il resto di speranza che brillava sulla sua fronte sembrava sparirgli; fece macchinalmente il segno della croce, mise un sospiro, chinò la testa sul petto e mi seguì.

Salimmo in carrozza.

— Al palazzo reale, dissi al cocchiere.

Cinque minuti dopo la carrozza si fermò sulla soglia dello scalone che conduce agli appartamenti della regina.

Salimmo le scale, e il vecchio, invece di essere lieto come avrebbe dovuto esserlo, era triste come la disperazione, pallido come la morte.

Prima di entrare nella camera, ove ci doveva aspettare la regina, egli mi prese la mano e si appoggiò allo stipite della porta.

Si sentiva già male.

— Un momento per carità, disse.

In quanto a me ogni gioia era morta nel fondo del cuore. Ecco dunque l’idea che si farà della regina; era dessa che pronunziava la sentenza per bocca dei giudici, e che uccideva per mano del carnefice.

Finalmente parve che riacquistasse un poco le sue forze; feci un segno all’usciere e la porta s’aperse.

La regina aveva udito il rumore dei nostri passi, e non sapendo che facevamo nel salotto vicino, si era alzata e ci veniva incontro. Luigi XIV aveva corso pericolo di aspettare, la regina aveva aspettato.

— La sua faccia era oscura, quasi irritata, perchè indovinava ciò che era accaduto.

Spinsi don Giuseppe de Deo ai piedi della regina, dicendogli:

— Ecco da chi dipende la grazia di vostro figlio; chiedetegliela come la chiedevate alla Vergine e l’otterrete.

Il povero vecchio cadde ginocchioni colle mani giunte, dicendo per tutta preghiera:

— È vero, signora?

— Che? chiese la regina colla sua voce breve ed imperiosa.

— .... Che se io vi domando la grazia di mio figlio, me l’accorderete?

— Nessuno ha fatto promessa in mio nome, spero, disse la regina guardandomi con quella durezza che aveva talvolta ne’ suoi occhi.

— No, signora, rispos’io, ma ho detto ad un padre che chiedeva la vita di suo figlio all’altare della Vergine: — venite e vi condurrò da una regina bella e misericordiosa come una Madonna.

— Signora, signora, disse don Giuseppe, che riprendeva un poco di coraggio sentendosi sostenuto da me; voi siete tutto, voi siete la regina, voi siete il re: grazia, signora, grazia per mio figlio; ha compiuto i vent’anni non sono tre giorni; è il mio unico figlio, signora; contava su di lui per aiutarmi a morire, ma non mi venne mai l’idea che gli sopravviverò, signora! Pei vostri cari figli, pel principe Francesco, pel principe Leopoldo, pel vostro piccolo figlio ancora nella culla, pel principe Alberto, vi prego, signora, vi supplico, regina, vi scongiuro, Maestà, abbiate pietà di mio figlio.

— Signora, signora! diss’io alla regina, aggiungendo le mie preghiere a quelle di don Giuseppe, e baciandole la mano.

— Oh! se io faccio qualche cosa per vostro figlio signore, disse la regina, si rifiuterà egli di fare qualche cosa per me?

— Per voi, signora! per voi ricca, giovane, bella, potente, che cosa volete mai ch’egli faccia, mio Dio? — Dite, dite, e tutta l’influenza di un padre sarà impiegata, onde vi onori, vi veneri, vi serva in ginocchio dal giorno in cui voi me lo avrete reso fino al momento della sua morte.

— Vostro figlio è un Giacobino, signore.

Don Giuseppe l’interruppe.

— Un giacobino! egli un giacobino, signora! se egli veramente sia un giacobino, sapete voi che son già tre anni che è in prigione, il povero infelice? aveva diciassette anni, signora; e può un fanciullo di diciassette anni avere un’opinione? — Si ha fatto tagliare la coda, signora, ecco tutto il suo delitto; ma durante questi tre anni di prigionia i suoi capelli hanno avuto il tempo di crescere!

— Non importa, egli sa qualche cosa di una congiura che ci circonda e ci minaccia; faccia delle rivelazioni ed io gli farò grazia insieme ai suoi due compagni.

— Delle rivelazioni! esclamò il povero padre; non ne ha da fare: sa egli qualche cosa? e se anche ne volesse fare, lo potrebbe se ignora questa congiura, di cui ora mi parlate, o signora, e che non esiste, che nella mente de’ giudici? Come volete che riveli ciò che non conosce? E chi gli proporrà le vostre condizioni? Chi avrà una voce abbastanza imponente per vincere i suoi scrupoli, se ne avesse? Chi lo persuaderà in nome di suo padre a vivere a questo prezzo? Oh! nessuno, forse non vi sono che io solo e ancora!

— E conto anche su di voi, signore: andate a vedere vostro figlio.

— Vado a vedere mio figlio Emmanuele! esclamò il padre, tenendosi la fronte colle mani, come se diventasse pazzo: che mi dite voi?

— Ecco una parola per don Basilio Palmieri, il procuratore fiscale, gli disse; con questa parola otterrete il permesso di vedere vostro figlio e di trattenervi un’ora con lui senza testimoni.

— Quando? signora, quando? Pensate che son tre anni che non lo vedo.

— Questa sera dalle dieci alle undici.

— E se non trovo don Basilio in casa?

— Vedrete vostro figlio domani, invece di vederlo questa sera.

— Sono già le nove, signora, e non ho un momento da perdere.

— Anch’io non vi trattengo.

— Mi pare di diventar pazzo dalla gioia.

— Che cercate voi?

— La vostra mano, la vostra mano per baciarla.

La regina gli diede la sua mano; era veramente tocca da emozione profonda, e se il povero padre avesse potuto leggere come me nel suo cuore, avrebbe insistito, ed essa gli avrebbe dato la vita di suo figlio senza condizioni.

Sventuratamente, non continuò. Egli uscì precipitosamente dalla camera, ripetendo:

— Mio figlio! mio figlio! mio Emmanuele!

E il rumore de’ suoi passi si allontanò nello stesso tempo della sua voce.

IX.

Restammo sole, io e la regina.

Essa era commossa, ma si scorgeva che il suo cuore, rivestito di triplice acciaio, aveva d’uopo di ben altre emozioni per intenerirsi.

— Ora a noi due, disse.

Io non mi era levata la mantiglia; essa mise la sua, si tirò l’acconciatura sugli occhi, mi prese pel braccio e mi trascinò verso lo scalone.

Abbasso ritrovammo la carrozza di cui mi era servita per andare nella via S. Brigida; la regina vi entrò, ed io dopo di essa.

Il domestico chiuse la portiera.

— Dove? chiese egli.

— Alla Vicaria, rispose la regina, e la carrozza prese al gran trotto la strada Toledo, che lasciò all’angolo del palazzo Maddaloni, per inoltrarsi in quel dedalo di stradicciuole che conducono al vecchio palazzo Capuano.

Altre volte passai vicino a quell’edifizio, ed aveva osservato con terrore i prigionieri arrampicantisi alle grate delle prigioni, e le teste tagliate ed esposte agli angoli del bastione nelle loro gabbie di ferro. Ma questa volta doveva entrare in questo terribile recinto, in cui i condannati sudavano nella cappella ardente la loro tremenda agonia di tre giorni.

Era evidente che andava ad assistere non solo a qualche cosa di nuovo, ma di lugubre, di terribile, d’inaudito per me.

Mi appoggiai tutta tremante alla regina, e la sentii dura e fredda come un marmo; bisognava che avesse orribilmente sofferto, per essere divenuta impassibile fino a quel punto.

Senza dubbio eravamo aspettate, perchè, al solo rumore della nostra carrozza, la porta si aperse, e ci trovammo nella corte.

Un uomo con una lanterna in mano aspettava a piè dello scalone.

Il servo aperse la portiera, la regina discese ed andò verso quell’uomo che teneva la lanterna.

Io la seguii inciampando.

— Siete voi il capo-custode? disse la regina con una voce di comando che non apparteneva che a lei.

— Sì, signora.

— M’aspettavate?

— Aspetto una persona che deve consegnarmi un ordine del signor procuratore fiscale.

— Eccolo.

— Mi permetterete che lo legga?

— È vostro dovere.

Il carceriere lesse l’ordine del procuratore fiscale, lo piegò e lo mise in tasca.

— Ora, signora, spetta e voi il comandarmi ed a me l’obbedire; che volete?

— Il padre del condannato Emmanuele de Deo ha ottenuto dal signor procuratore fiscale il permesso di passare un’ora con suo figlio; vorrei assistere al loro colloquio, senza che si sappia ch’io sia là ad ascoltare ciò che diranno, se è possibile.

— Nulla di più facile, signora; i tre prigionieri sono nella camera dei morti, — così chiamasi la camera ove i condannati passano i tre ultimi giorni della loro vita; — questa camera comunica da un lato colla cappella, e dall’altro collo spogliatoio, ove la confraternita dei Bianchi, che accompagna i pazienti al patibolo, vi deposita le sue lunghe vesti bianche. In questo gabinetto si arriva per una scala segreta, senza bisogno di passare per la cappella e per la camera dei morti. Alcune volte invisibili ascoltatori sono mandati dai giudici per ascoltare le conversazioni dei condannati, ed anche per sorprendere i gesti che si fanno a vicenda. Voi entrerete in quel gabinetto, e di là vedrete e udrete tutto ciò che succeda nella camera dei morti.

— Ebbene, andiamo.

Il carceriere aperse il cancello contro cui stava appoggiato. La regina passò pel vano aperto e salì leggermente all’oscuro le scale che aveva innanzi.

— Oh! signora, aspettatemi, gridai. Il cancello si chiuse dietro di noi, stridendo sui cardini, poi si udì la chiave girare nella toppa.

La regina arrivò al primo pianerottolo; io la cercai a tastone, poichè, in causa dei nostri abiti neri, eravamo completamente invisibili nell’oscurità, e mi avvinghiai a lei.

Il carceriere passò vicino a noi, e la sua lanterna gettò una pallida luce su quelle tetre pareti.

Al primo piano un altro cancello chiudeva la scala in tutta la sua larghezza.

Il carceriere l’aperse come la precedente collo stesso stridore dei cardini e della chiave, e, passatolo, lo richiuse dietro di noi. Mi sentii doppiamente oppressa: mi sembrava che qualunque persona, quantunque innocente, che entri in un carcere le paia che queste porte terribili, quantunque fatte pei delitti, non debbano più riaprirsi.

Entrammo in un corridoio stretto ed umido, su cui erano delle specie di finestre colle grate, dalle quali avevano aria e luce le carceri. Al passaggio della lanterna innanzi alle loro finestre in un’ora insolita, si vedevano qua e là i prigionieri alzarsi sul loro letto, e si udiva lo strisciare della loro paglia. Aveva una paura immensa, simile a quella che si prova nei luoghi sconosciuti e terribili. Di quando in quando bisognava fermarsi, aprire un nuovo cancello innanzi a noi e chiuderlo dietro; ad ognuno di essi, mi sembrava, come a Dante, di scendere in una nuova bolgia d’inferno: se fossi stata sola affatto coll’uomo che ci conduceva, sarei svenuta, se fossi stata sola, sarei morta di spavento.

Arrivammo all’estremità del corridoio. Quell’estremità mettea capo ad una scala tanto stretta e chiusa da un cancello con sbarre incrociate come quelle due finestre, che la mia mano, che è tanto piccola non avrebbe potuto passare nel vano delle sbarre.

Il carceriere si rivolse, e a voce bassa disse:

— Non abbiamo più che questo cancello da aprire, e questa scala da salire, e poi ci siamo.

— Aprite allora, disse la regina con una voce da cui era impossibile distinguere la minima emozione.

Il carceriere obbedì, ma con precauzioni che provavano che infatti noi arrivavamo alla meta del nostro viaggio, e che desiderava di non essere inteso da quelli che n’erano l’oggetto; del resto la serratura ed i cardini di quest’ultimo cancello erano mantenuti in modo che potevano girare senza il minimo rumore: difatti non bisognava che l’occhio e l’orecchio si avvicinasse in silenzio a quelli che spiavano e tradivano?

Salimmo con tale precauzione, che in mezzo al silenzio non intesi neppure il rumore dei nostri passi, ma solamente il battito del mio cuore.

Arrivammo in una specie di gabinetto, su cui la regina entrò risolutamente, ed io mi fermai sulla soglia.

Contro le pareti, simili ad ombre, stavano in piedi ed immobili le lunghe vesti sospese dei Bianchi, coi buchi nel cappuccio che corrispondono agli occhi, perchè, come abbiamo detto, era in questo gabinetto attiguo alla camera dei morti che i penitenti indossavano il lugubre vestito, col quale accompagnavano i pazienti al patibolo.

La regina vide il mio terrore, e ne indovinò la causa: senza dirmi nulla mise la mano su una di quelle vesti e la scosse in modo da provarmi che non si nascondevano fantasmi nelle loro pieghe.

Poi mi fece segno d’entrare.

Allora il carceriere mostrò alcuni fori praticati nelle commessure delle tavole di legno in modo da non essere veduti dalla camera dei morti. D’altronde una volta che i prigionieri si trovavano in questa camera, non avendo più la libertà dei loro movimenti, non potevano più scrutare nè il tavolato nè le pareti. Inoltre una specie di tubo di latta, costruito a guisa di portavoce, riusciva all’orecchio quando la persona nascosta nel gabinetto guardava attraverso alla fessura, cosichè si poteva ad un tempo vedere ciò che si faceva, e udire ciò che si diceva nella camera dei morti.

Vi erano due di queste fessure e due tubi.

Il carceriere ce li indicò.

— Aspettateci al piede di questa prima scala al di qua del cancello, disse la regina.

Il carceriere ubbedì; egli lasciava la sua lanterna in terra, ma la regina la raccolse e gliela pose in mano.

Restammo all’oscuro; però dalla camera dei morti, che per meritare il suo nome di cappella ardente era illuminata a giorno, apparivano due punti luminosi attraverso al tavolato, ed indicavano il luogo preciso ove mettersi per osservare.

Ci avvicinammo alla parete tenendo il fiato, vi appoggiammo le mani con precauzione per non far scricchiolare le tavole di legno, poi avvicinammo l’occhio alla fessura, ed ecco ciò che vedemmo.