Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8
Part 2
— Ma, intendiamoci, disse il re, che nel suo buon senso grossolano non poteva rendersi conto di ciò che voleva dire la regina colla parola di Giacobini; in Francia i Giacobini sono straccioni acconciati con un berretto rosso, che scrivono dei giornali schifosi e pieni di bestemmie; qui invece i Giacobini sono uomini distinti, istruiti, dotti, e invece di scrivere delle oscenità, come Duchesne, essi scrivono buoni libri, od almeno i loro libri sono considerati come tali. In Francia si chiamano Santerre, Collot d’Herbois, Hebert, e sono mercanti di birra, commedianti fischiati, venditori di contromarche; qui si chiamano Ettore Caraffa, Cirillo, Conforti, vale a dire che appartengono alla prima nobiltà, alla medicina, all’avvocatura; vi sono Giacobini da Giacobini, come vi sono persone da persone.
— Come, rispose la regina, vi sono giacobini da giacobini! più i nostri sono istruiti, nobili e ricchi più sono da temere; in Francia è il popolo che è cattivo, e la classe elevata è buona; qui è tutto al contrario, il popolo è buono, ma è la classe elevata che è cattiva.
— Ah! bene, ecco che oggi è il popolo che è buono. E allora perchè lo sprezzavate voi, questo popolo, quando mi applaudiva vedendomi a mangiare i maccheroni, e quando saliva sullo scalino della mia carrozza per tirarmi il naso e pizzicarmi le orecchie?
— Perchè non lo conosceva, oggi lo conosco e gli rendo giustizia.
— Ed anch’io gli rendo giustizia. Io almeno ho su di voi il vantaggio di avergliela resa sempre. Sì, è vero, c’è del buono; ma per San Gennaro c’è anche del cattivo.
— Infine non è poi un uomo del popolo, che ha conficcato il pugnale nella vostra porta, e che vi ha dato questo avviso: — _tutte le mode vengono di Francia!_ — questo non è dialetto, ma lingua italiana bella e buona.
— Sono obbligato a convenirne. È tanto vero che era sul punto di far arrestare il povero Riario Sforza che era di servizio questa notte; ma vedendo il pugnale credo che sia diventato più pallido e più tremante di me.
La regina andò alla finestra e l’aperse.
— Guardate, disse al re, mostrandogli i vascelli dispersi che si erano veduti lontano il giorno prima, e che rientravano mutilati nel porto l’uno dopo l’altro, come uccelli di mare a’ quali il piombo del cacciatore avesse ferito le ali; — ecco uno spettacolo deplorabile per l’umanità: non è vergognoso pel governo? — flotta disalberata, è una calamità pubblica, e vedete tutto Napoli sulla banchina che assiste a questo doloroso spettacolo. Ebbene, travestitevi se potete, mischiatevi con tutta questa folla senz’essere riconosciuto, e vedrete che tutti quelli vestiti di panno, chiunque vi sarà di ricco, di dotto, di patrizio, li vedrete consolarsi dei nostri disastri; mentre al contrario il seminudo, l’ignorante, il povero, lo vedrete a piangere, lamentarsi e maledire i Francesi: lasciate che vengano i Francesi, e tutti i vostri nobili, i vostri dotti, i vostri medici, i vostri giuristi si uniranno a loro; — chi li combatterà sarà il popolo che si farà uccidere per voi, i lazzeroni.
Hum! fece il re; quei furbaccioni là hanno tanto spirito per farsi ammazzare per qualcuno o per qualche cosa! Diamine! — È così bello starsi sdraiato colla testa all’ombra e co’ piedi al sole, e di non svegliarsi che per ascoltare Pulcinella, giuocare alla morra, o vederlo mangiare i maccheroni.
— Vengano i Francesi e vedrete.
— Bene, disse il re con una smorfia che non apparteneva che a lui.
I Francesi sono ancor lontani; bisogna che vengano per terra, perchè il mare è degli Inglesi, che lor hanno incendiato a Tolone venti legni da guerra, e condottine via quindici; poi sono occupatissimi a tagliarsi il collo l’uno coll’altro. I cordiglieri hanno fatto tagliare la testa ai girondini, i giacobini si occupano ora di tagliare le teste dei cordiglieri; finalmente un partito qualunque che non conosciamo ancora, farà tagliare alla sua volta le teste dei giacobini. Se Tolone è ripreso, Magonza e Valenciennes non lo sono. Quelli della Vandea, daranno loro matassa da dispanare, hanno guadagnato la battaglia di Waltignier, ma dov’è Waltignier in Francia, credo dalla parte di Lilla, è la via delle Fiandre e non di Napoli; d’altronde ho inteso dire che i nostri alleati gl’Inglesi, hanno preso loro S. Domingo.
— E se vi dico ancora che non sono punto i giacobini di Francia che temo, signore, sono quelli di Napoli.
— Ebbene, ma quelli di Napoli, cara maestra; voi avete Medici per fargli arrestare, avete Vanni, Guidobaldi e Castelcicala per giudicarli; avete mastro Donato per prenderli; io ve li abbandono, fatene quello che volete: avrei molto caro di conservarmi Cotugno, che è un buon medico e che conosce il mio temperamento, ma tutto il resto, i vostri dotti, i vostri uomini di legge, i vostri nobili, i vostri Conforti, i vostri Pagano, i vostri Caraffa, non darei per loro una presa di questo buon tabacco di Spagna che mi manda Carlo IV. — Ah! a proposito, sapete voi una notizia? Ho confrontato il mio giornale di caccia col suo, ed ho ucciso da gennaio di quest’anno ad oggi, vale a dire in un anno meno qualche giorno, un terzo più di lui.
— Ve ne faccio i miei complimenti più sinceri, disse la regina alzando le spalle, è una occupazione piena d’interesse, nel momento che si taglia la testa al re Luigi XVI ed alla regina Maria Antonietta, quella di andare a caccia da mattina a sera.
— Signora, se non fossi mai andato a caccia, credete voi che ciò avrebbe impedito ai rivoluzionari di tagliar loro la testa, e quando non andassi più a caccia, credete che ciò possa rimetter loro la testa sulle spalle?
— Davvero, disse la regina con disprezzo: non so se siete più filosofo che logico o più logico che filosofo; vi consiglio di dedicarvi all’una od all’altra di queste scienze, od anche a tutte e due se lo volete; intanto io approfitterò del permesso che mi date di utilizzare il talento di Medici, di Venoni, di Guidobaldi, di Castelcicala, di Mastro Donato: andate signore, non dimenticate il vostro pugnale, e guardatevene a vista; meditate la leggenda che vi stava scritta intorno, e vi farà venire dei pensieri salutari. Andate a caccia quest’oggi?
— No, signora, pesco.
— Difatti il momento è bene scelto; andate a pescare, signore, andate a pescare, e ritornando, mi darete notizie dei vostri vascelli.
Il re che si era già alzato ed aveva già fatto un passo verso la porta si fermò.
— Avete ragione, disse, vado a dare un contrordine per la pesca. Mi accontenterò oggi di uccidere qualche fagian a Capodimonte.
Ed uscì.
La regina fece chiamare il generale Acton, e si stabilì che nello stesso giorno si decreterebbe a profitto del tesoro l’alienazione di un gran numero di beni ecclesiastici.
Che Napoli sarebbe colpita da una contribuzione straordinaria di 103.000 ducati al mese:
La nobiltà di 120,000 ducati;
Che le chiese, i Monasteri, le cappelle darebbero i loro vasi d’oro e d’argento che non sarebbero di necessità assoluta;
Che i cittadini vendessero i loro gioielli e gli oggetti preziosi, versandone il prezzo al tesoro, ed in cambio ricevessero dei buoni del banco pagabili ad una certa epoca:
Finalmente, senza inquietarsi dei clamori che la cosa potrebbe suscitare, il governo si impossesserebbe dei banchi publici.
Duecento e cinquanta milioni furono il risultato di questo colpo di rete.
Inoltre la Giunta di Stato ricevette dalla regina l’ordine di cominciare le sue funzioni, e dessa cominciò coll’arrestare un centinaio di persone, sull’indicazione di Maria Carolina.
IV.
Diciamo una parola sul primo colpevole o piuttosto sul primo innocente che aperse a tante vittime la via sanguinosa del patibolo.
La regina trovandosi a Napoli per la solennità di Pasqua, cosa che essa non mancava mai di fare, udimmo raccontare che la chiesa del Carmine, una delle più venerate di Napoli, era stata profanata da una tremenda empietà.
Bisogna che dica dapprima che cosa sia la chiesa del Carmine.
La chiesa del Carmine fu fondata dalla principessa Elisabetta madre del giovane Corradino.
Ella venne con una nave carica d’oro per riscattare suo figlio delle mani del duca d’Anjou, o piuttosto del re di Napoli; ma arrivò troppo tardi; e l’oro che doveva riscattare l’infelice giovane fa destinato a costruire una cappella, nella quale fu sepolto il suo corpo con quello del duca d’Austria, suo amico, che potendo vivere senza di lui, volle morire con lui.
Nel 1438, mentre Renato d’Anjou faceva l’assedio di Napoli, una palla lanciata da lui minacciò la testa di un grande Crocifisso di legno collocato sull’altare, sotto al quale era seppellito Corradino. Il Crocifisso chinò la testa sulla spalla destra in modo che la palla passò senza toccarlo e andò a conficcarsi nel muro.
Questo Crocifisso aveva già una grande riputazione di santità; per un miracolo particolare del cielo, i capelli crescevano sulla sua testa come su di un cranio vivente, e tutti gli anni, nei giorni santi della Pasqua, il sindaco di Napoli taglia questi capelli con forbici d’oro, e dopo aver fatto la parte del re, della regina e del principe reale, distribuisce il resto ai fedeli.
È nel chiostro di questa stessa chiesa, che nel 1647 fu assassinato Masaniello dopo sette giorni di regno.
In causa di tutte queste tradizioni in parte storiche ed in parte religiose, la chiesa del Carmine situata presso il vecchio mercato, vale a dire nel quartiere più popoloso di Napoli, è in venerazione non solamente fra i lazzaroni, ma ancora fra tutte le classi della società. Ora precisamente la domenica di Pasqua del 1794, nel momento in cui il sacerdote mostrava l’ostia, si udirono bestemmie abbominevoli, ed un uomo pallido, coi capelli irti, colla fronte bagnata di sudore, e colla schiuma alla bocca, si fa strada in mezzo alla folla percuotendo a destra e sinistra, corre all’altare, percuote in viso il sacerdote, gli strappa l’ostia di mano, e la pesta sotto i piedi.
Nel medio evo si sarebbe detto che quello uomo era un ossesso, e lo si avrebbe esorcizzato.
Nel secolo XVIII lo si considerava come un bestemmiatore, un empio propagatore de’ principii sacrileghi della Francia, e fu sottoposto a processo che non fu lungo. Il colpevole non solamente non negò, nè si scusò di nulla; ma in faccia ai giudici negò Dio, negò Gesù, negò la Vergine.
Egli si chiamava Tommaso Amato, era di Messina, aveva trentasette anni, tre fratelli, una sorella, era orfano di padre e madre, e non aveva dimora fissa.
Tale fu almeno la sua dichiarazione. Il clero trasse un gran partito da questo avvenimento, disse che quell’uomo rappresentava l’empietà dei tempi, ed era un simbolo vivente della corruzione in cui i principii rivoluzionari avevano spinto la società.
In quanto ai giudici essi credettero di non poter abbastanza esprimere l’orrore che cagionava un tale delitto, e non soltanto condannarono il colpevole ed essere appeso, ma di andare al supplizio con una sbarra alla bocca, perchè le bestemmie che avrebbe pronunziato il paziente alla sua ultima ora non scandalizzassero la coscienza dei buoni cristiani.
Inoltre, durante i tre giorni che precedettero l’esecuzione, si fecero pubbliche preci in tutte le chiese per l’espiazione di questo delitto.
Soltanto due giudici, il presidente Cito ed il consigliere Potenza, si pronunciarono contro la pena di morte, e dimandarono che Tommaso Amato fosse chiuso in un manicomio.
Il sabato, 17 maggio, fu il giorno fissato per l’esecuzione.
Si fecero percorrere al condannato tutte le vie di Napoli, eccettuate quelle attigue al palazzo reale, perchè in alcune di queste avrebbe potuto incontrare il re, e questo incontro avrebbe potuto salvarlo. Il clero voleva far vedere a tutta Napoli cosa fosse un bestemmiatore.
Finalmente si condusse il paziente alla piazza del Mercato, ove doveva aver luogo l’esecuzione. Egli era accompagnato non solamente dai Bianchi, vale a dire dai membri di quella confraternita che gode del tristo privilegio di confortare moralmente e fisicamente i condannati nella loro ultima ora, ma dalle dieci o dodici confraternite di tutti i colori che esistono nella città di Napoli.
Malgrado questa lunga e faticosa passeggiata, una specie di esaltazione furiosa sosteneva il condannato, che salì la scala con un passo abbastanza risoluto, come se avesse ignorato che ognuno di quei gradini lo conduceva alla morte. Poi, terminata l’esecuzione, il corpo fu gettato su di un rogo e le ceneri di questo rogo in cui erano mescolate le sue furono sparse al vento.
Poi, nella stessa sera, in cui questa esecuzione terribile aveva riempito Napoli di spavento, giunse una lettera del generale Danero, governatore di Messina, che reclamava, come fuggito dall’ospedale di Messina, un povero pazzo chiamato Tommaso Amato.
Quantunque questa lettera si fosse tenuta segreta, pure ne trasparve il contenuto. Napoli lo seppe; ed i giacobini si affrettarono di spargere per la città che i giudici avevano preso l’esaltazione di un pazzo per l’empietà di un ateo.
Questo errore che avrebbe dovuto calmare l’entusiasmo dei giudici, sembrò invece che l’avesse raddoppiato. Decisero che le sedute del tribunale durassero senza posa, eccettuate le ore delle refezioni e del sonno.
Fu circa in questo tempo, che, per vendicarsi della sua disfatta a Tolone, l’Inghilterra decise la sua spedizione contro la Corsica. Il gabinetto di S. Giacomo aveva da qualche tempo delle trattative con Paoli, ed era sicuro di contare su questo patriota, che i suoi concittadini, — prima di sapere ciò che sarebbe diventato il giovane Buonaparte che appena allora cominciava a distinguersi a Tolone, — consideravano come il più grand’uomo che fosse nato nell’isola.
La regina fu prevenuta di questo progetto da sir William Hamilton, o piuttosto da me; si trattava di ottenere da lei, — e la cosa non era difficile, — che essa riunisse, a’ termini del trattato firmato fra la Gran Brettagna ed il regno delle Due Sicilie, le sue truppe a quelle dell’Inghilterra. Allora il re fece correre la voce d’aver dato per questa spedizione dieci milioni della sua cassetta particolare, e la regina si mostrò alle passeggiate ed allo spettacolo con ornamenti in brillanti falsi, dicendo che aveva sagrificato i veri ai bisogni dello Stato.
Nelson fu incaricato di fare l’assedio di Calvi; una palla caduta sul suolo a pochi passi da lui innalzò una grandine di sassi in frantumi, di cui uno lo colpì nell’occhio sinistro e glielo portò via.
Se si vuol conoscere di qual tempra fosse il cuore di questo indurito marinaio, — che il cannone della Francia smembrò a poco a poco fino al giorno in cui questa potenza in cambio di due flotte distrutte lo fulminò a Trafalgar, — bisogna leggere la lettera che scriveva all’ammiraglio Hood il giorno stesso in cui ricevette questa terribile offesa.
«Mio Lord
«I rapporti che vi sono giunti intorno alla battaglia non vi hanno probabilmente fatto parola di una cosa, che per sè stessa è di poca importanza. Si tratta di una leggiera ferita che ho ricevuto questa mattina, — leggiera, lo vedete, perchè non mi impedisce di scrivervi questa sera.
«Credetemi colla stima più sincera.
«Vostro fedelissimo,
«_Orazio Nelson_.»
Sapemmo poi sir William ed io questa notizia dal punto di vista della _ferita leggiera_, senza mai pensarci che questa ferita leggiera fosse la perdita di un occhio.
La regina che era lungi dall’aspettarsi i servigi che Nelson le avrebbe reso qualche anno dopo, prese però un certo interesse all’avvenimento; in quanto a Ferdinando poi, udendo che Nelson aveva perduto un occhio:
— Quale? chiese egli.
— Il sinistro, sire, gli si rispose.
— Oh! allora, ciò non gl’impedirà di andare a caccia.
In tutto il tempo che fin allora passai a Napoli, aveva desiderio di vedere un’eruzione del Vesuvio; e ridendo, aveva pregato sir William, visto la sua intimità col vulcano, di comandargli qualche piccola scossa per me.
Fui servita co’ fiocchi.
Il 12 giugno, verso sera, sir William si ritirò alle 11, e siccome io era ancora dalla regina, venne a prendermi.
— Signora, mi disse dopo aver salutato le Loro Maestà, vengo dall’osservatorio; avete desiderato un’eruzione ed un terremoto; se il pendolo accenna al vero, ne avrete una delle più belle.
— Bene, disse il re, non ci mancherebbe che questo.
— Signore, disse la regina, vi sono dei momenti in cui la natura sembra prendere la sua parte agli avvenimenti umani, ed entrare nelle ire private; — vi ricordate i presagi che precedettero la morte di Cesare?
— Oh! no di certo, signora; — ho inteso parlare un giorno da sir William di qualche cosa come di una cometa; ma le comete mi sono assai indifferenti, mentre il terremoto mi fa sempre paura, prima di tutto a me personalmente, come tutti i pericoli di cui non comprendo perfettamente la causa, e poi mi rovina. Sapete voi quanto mi è costato quello del 1783?
— Spero che in tal caso, soggiunse la regina, non farete le stesse pazzie d’allora; noi dobbiamo in questo momento fare un miglior impiego del nostro denaro, che di ricostruire le capanne dei vostri Calabresi.
— Forse varrebbe meglio impiegarlo a ciò, che spenderlo per fare la guerra alla Francia; è un tristo vulcano codesto, signora, che non rovescia soltanto le capanne, ma i palazzi.
— Non avete dunque paura che i Giacobini di Parigi vengano a prendervi Portici e Caserta.
— Eh! Eh!
La regina alzò le spalle.
— Dite quel che volete, signora, continuò il re. Ho più paura dei giacobini di Parigi che di quelli di Napoli. Io conosco Napoli, io. Che diavolo! ci sono nato, e con tre F faccio ciò che voglio.
— E quali sono queste tre F, chiesi io ridendo al re.
— Come? mia cara, non conoscete l’assioma favorito di S. M.?
— No, signora.
— Con tre F si governa Napoli: _Forca, Festa, Farina._
— È la vostra opinione, signora? chiesi ridendo.
— A mio avviso credo che ve ne siano due di troppo, basterebbe soltanto la _forca._
— Intanto, disse il re, avremo un terremoto. Credete voi, sir William, che l’avremo?
— Temo pel sì.
Il re tirò il campanello, un usciere apparve alla porta.
— Fate attaccare i cavalli alla vettura, disse.
— E dove andate dunque? chiese Carolina.
— A Caserta, disse il re, — e voi?
— Io resto qui.
— E voi signora? mi disse il re.
— Se la regina rimane, rimarrò anch’io, risposi.
— E voi, sir William?
— Sire, non mi duole punto di studiare da vicino il fenomeno.
— Studiate, mio caro amico, studiate; per fortuna voi non siete punto grasso ed asmatico, come quel dotto romano che è stato soffocato a Stabia, — come lo chiamate voi?
— Plinio, Sire.
— Plinio, è lui, eh! dite poi che io non so la storia antica, signora.
— Oh! signore, chi vi può mai far rimprovero di simil cosa? quando si sia avuto per professore il duca di S. Nicandro, si sa tutto.
— Eh! signora, disse il re, è già saper molto il sapere di non saper nulla; è bene perciò che avendo l’istinto in difetto dell’intelligenza, io mi salvo.
— Con tanto piacere, mie signore, con tanto piacere, sir William.
E siccome l’usciere era ritornato per annunziare che la carrozza era pronta:
— Eccomi, eccomi, disse il re uscendo di fretta.
Un momento dopo s’intese il rumore della carrozza che conduceva Sua Maestà lontano da Napoli.
V.
La regina era naturalmente animosa ed avventata, e le piaceva, specialmente quando il re dava qualche prova di viltà, di far prova di coraggio. Quantunque l’atmosfera fosse pesante, e lo scirocco, vento, che i Napolitani considerano come loro nemico personale, soffiasse con violenza, essa propose a me ed a sir William di salire in carrozza, e di andare per così dire incontro al pericolo, spingendosi dalla parte della marina fino al ponte della Maddalena.
Sir William aveva il freddo coraggio di un vero gentleman inglese, e quando si trattava di scienza spingeva il coraggio fino alla temerità; egli accettò con gioia.
Senza partecipare in nulla dell’entusiasmo di mio marito, senza avere questo capriccioso desiderio di avventure che agitava il cuore della regina, non poteva, quando tutti e due andavano a cercare un pericolo, foss’anche immaginario, rifiutarmi di partecipare all’eventualità di questo pericolo. — Mi sarebbe meglio piaciuto, senza dubbio, di restare e di attendere l’avvenimento; ma spinta dalla vergogna, m’offersi alla mia volta d’incontrarlo.
Era la mezzanotte quando salimmo nella carrozza sotto i portici di palazzo.
— Al ponte della Maddalena, disse la regina.
Il cocchiere obbedì, traversò il Largo Castello, e prima che le dodici ore avessero cessato di suonare, noi eravamo al molo.
Il vento d’Africa era interamente cessato.
Quel poco d’aria che si respirava era impregnata di solfo, e malgrado il tremolio della carrozza, si sentiva quel rumore sotterraneo che precede le grandi catastrofi vulcaniche, e che ispira a tutta la natura un vago sentimento di pericolo, prima che il pericolo ancora esista.
Il mare s’agitava, non già in larghe strisce di spuma, nè le onde si accavallavano l’una all’altra, come di solito nei giorni di tempesta, ma con quel bollore che farebbe una caldaia collocata sul fuoco, e l’ebollizione sale dal fondo alla superfice. Questo ribollimento faceva di tutto il golfo scintillante di fosforo una vasta tovaglia di fuoco.
La luna navigava in un vapore livido; ad undici ore si era levata dietro il vulcano, ed appena al secondo o terzo giorno della sua decrescenza, sembrava, sorgendo dal cratere, una bomba immensa lanciata nello spazio da un mostruoso mortaio.
Tutta quella miserabile popolazione di basso porto era rientrata in quei bugigattoli che parevano scavati vicino alla case, turbando soli la solitudine dei vicoli stretti e melanconici che metton capo alla banchina; alcuni cani erranti ed inquieti stavano intirizziti sulle loro quattro zampe come se avessero sentito a tremare la terra sotto di essi, e latravano lamentosamente alla luna.
Presi la mano delle regina.
— Che avete? mi disse, la vostra mano è gelata.
— Ho paura, le risposi.
— Rassicurate vostra moglie, cavaliere, disse la regina, perchè altrimenti si sentirà male.
In questo momento un uomo ravvolto nel suo mantello, malgrado quel calore soffocante, si fermò, e guardò con maraviglia la carrozza che passava. Difatti, benchè sir Hamilton fosse con noi, non era questa l’ora in cui le donne hanno l’abitudine di passeggiare e particolarmente in quel quartiere.
Nel momento in cui passammo innanzi a lui mandò un grido di stupore.
— Regina Carolina, disse, voi tentate Iddio.
E si cacciò in una stradicciuola che si chiama — Via dei sospiri dell’abisso — così chiamata, perchè i condannati che vanno al supplizio per quella via vedevano di là il patibolo.
— Oh! mio Dio! signora, esclamai, che è mai ciò?
— Qualche giacobino dimenticato da Vanni, mormorò la regina, e che mi minaccia non potendo far di meglio.
Arrivammo al ponte della Maddalena; ma all’altezza della statua di S. Gennaro i cavalli rifiutarono assolutamente di continuare.
Il cocchiere li percosse inutilmente, ma essi scalpitavano, s’impennavano, e si accostarono al parapetto del ponte.
— Signora, signora, diss’io prendendo la mano della regina, quest’uomo non era un nemico, ma un amico. — Non andate più oltre; — non tentate Dio.
— Ma che hanno i cavalli, Gaetano? chiese la regina.
— Non saprei dire, disse il cocchiere, ma non vogliono assolutamente oltrepassare la statua di S. Gennaro.
— Vi è qualcuno o qualche cosa sulla via che li spaventa?
— Non veggo nulla, signora, ma gli animali veggono talvolta delle cose che gli uomini non vedono.
— Comprendete voi ciò che dice quell’imbecille? dimandò la regina al cavaliere Hamilton.
— Signora, rispose egli, il vostro cocchiere constata senza spiegarlo uno dei problemi della natura. È riconosciuto fino all’evidenza che negli ecclissi, nei terremoti e finalmente in tutt’i cataclismi della natura, gli animali sono avvertiti dai loro istinti prima che l’uomo sia avvertito dalla sua ragione. Dietro ogni probabilità la montagna non tarderà di darci sue notizie.