Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8
Part 1
MEMORIE DI EMMA LYONNA
DI ALESSANDRO DUMAS
UNICA EDIZIONE AUTORIZZATA IN ITALIA. Vol. V.
Milano G. DAELLI e C. EDITORI MDCCCLXIV.
Proprietà letteraria — G. DAELLI e C. Editori.
STEREOTIPIA G. DASSI E C.
TIP. GUGLIELMINI.
MEMORIE
DI
EMMA LYONNA
I.
Conoscete la risposta che fece Desdemona a questa dimanda del Senato di Venezia:
— Come mai voi, giovane, bella e nobile, avete amato quest’uomo che non è nè nobile, nè giovane, nè bello?
E Desdemona risponde:
— Egli mi raccontava i suoi viaggi, i suoi pericoli, i suoi combattimenti, ed io me ne stava per ore intiere come estatica vicino a lui.
Così fu presso a poco, non dirò del primo sentimento d’amore, ma nel primo sentimento di simpatia che m’ispirò Nelson.
Era un marinaio dalla parola dura, una specie di John Bull, tipo simbolico del popolo inglese, che aveva immensi desiderj di ambizione, e che, nato lungi dal trono, fu abbagliato dai raggi che emanavano da esso mano mano che vi si avvicinava.
Ecco la sua storia, tale quale la raccontò una sera a me ed alla regina.
Era nato il 29 settembre 1758 in un piccolo villaggio della contea di Norfolk, e avea trentacinque anni all’epoca che lo conobbi.
Non aveva ancora fatto l’assedio di Teneriffa e la campagna di Corsica, di modo che non aveva ancora perduto nè il braccio destro, nè l’occhio sinistro.
Era figlio di un semplice pastore. Il villaggio in cui nacque si chiamava Barnham Thospes.
Sua madre morì ancor giovane, lasciando undici figli a carico del povero ministro del villaggio.
Il padre li allevò con economia e con quella dolce affezione che lega fra loro i membri di una famiglia numerosa e povera; egli fece l’educazione tanto dei maschi che delle fanciulle, vi perdette la salute, e fu obbligato per ristabilirsi di recarsi alle acque di Bath.
Il primogenito della famiglia, Guglielmo Nelson, in assenza del padre prese la direzione della piccola Colonia.
La povera famiglia aveva un parente, un fratello della madre che si trovava a Walpole, parentela un po’ lontana ma riconosciuta; questo zio era capitano di vascello e si chiamava Maurizio Suckling.
Un giorno, volle il caso, — a che si collegano mai gli avvenimenti degli uomini ed anche dei regni? — volle il caso che, durante le feste di Pasqua, il giovane Orazio Nelson leggesse in un giornale che il suo zio aveva ottenuto il comando del _Reasonable_ vascello di 64 cannoni.
— Fratello, gridò egli in atto di stupore a Guglielmo, scrivete, vi prego, senza perdere un momento, a nostro padre, e pregatelo di dimandare a mio zio Maurizio di lasciarmi imbarcare con lui.
Il giorno stesso partì la lettera.
Ed il padre, leggendola, esclamò:
— Bisogna che questa sia la sua vocazione; davvero sarei sorpreso, s’egli non s’arrampicasse _sull’albero più alto._
Effettivamente Nelson toccò la cima.
La proposizione fu accettata da Maurizio Suckling, ed il piccolo Orazio Nelson, debole come un ramo di salice, fu imbarcato sul _Reasonable_.
Orazio Nelson fece due campagne su questo bastimento ed una terza sul _Triumph_, e questo legno essendo disarmato, s’imbarcò su di un bastimento mercantile.
Al suo ritorno trovò suo zio sul Tamigi direttore di una scuola pratica di aspiranti, fondata sullo stesso Triumph sul quale aveva navigato. Si fece ricevere a questa scuola, ma questa specie di noviziato d’acqua dolce riuscendogli insopportabile, si arruolò volontariamente per far parte di una spedizione alle scoperte del polo nord.
Allora salì a bordo del _Race Horse_[1]. Arrivato all’estremo limite dell’Oceano, il bastimento rimase in mezzo ai ghiacci, in una delle sue spedizioni sul mare divenuto completamente solido. Egli incontrò un orso e l’attaccò pel primo, benchè non fosse armato che di un solo coltello. Preso fra le zampe del suo terribile avversario, era quasi per soffocare quando uno de’ suoi compagni scaricò a bruciapelo il suo fucile nell’orecchio dell’orso e l’uccise.
Aveva sedici anni, ed era ancora così debole che appena ne mostrava dodici.
— Come mai voi che non siete tanto robusto come credete, chiesegli il capitano, avete attaccato un tale avversario?
— Voleva riportarne la pelle a mio padre ed alle mie sorelle, rispose il giovinetto.
Le dure prove alle quali il mare sottopone i suoi amatori svilupparono più tardi le forze, e ristabilirono la salute di Nelson.
Liberata dai ghiacci la spedizione si trovò in mare aperto, Nelson passò allora sul _Sea Horse_[2] bastimento leggiero di venti cannoni e navigò pel mare dell’India: dopo due anni di stazione sulle coste, la cui atmosfera è avvelenata, il giovane marinaio ritornò in Inghilterra in uno stato di deperimento che si era detto mortale.
Bastarono sei mesi per ritornarlo in salute. Approfittò di questa convalescenza per mettersi in istato di dare gli esami, dai quali sortì cogli onori del trionfo e col grado di sottotenente di marina. Fece allora le guerra contro l’indipendenza d’America, difese la Giamaica contro l’ammiraglio D’Estang, passò nell’America del Sud, e vi rinnovò le gesta dei suoi fratelli della costa, la di cui storia è arrivata sino a noi con tutto il prestigio d’un romanzo.
Un giorno, durante le sue spedizioni nelle foreste del Perù, si addormentò a piedi di un albero, ravvolto nel suo mantello.
Un serpente vi s’introdusse.
Un movimento che fece dormendo disturbò il rettile che lo morse; era un serpente nero della specie più pericolosa; il contraveleno applicato a tempo internamente ed esternamente dagli indigeni lo salvò. Ma per la seconda volta ritornò morente in Inghilterra.
Pure guarì; ma non completamente, e per tutta la vita si risentì di questo avvelenamento. Tre mesi dopo il suo ritorno, per raccomandazione di Lord Cornwallis, ottenne il comando di un brick di ventisei cannoni, col quale fece una crociera nel mare del Nord, e studiò le coste della Danimarca.
Nella primavera Nelson fu inviato nell’America del Nord. Inseguito e circondato da quattro fregate francesi, scampò spingendo il suo brick in un passo fin allora creduto impraticabile.
Arrivò al Canadà.
Fu là che Nelson doveva amare per la prima volta, e la violenza di questa prima passione potè dare la misura dell’influenza che l’amore avrebbe sulla sua vita. Per non separarsi da quella che amava, Nelson voleva dare la sua dimissione, rinunziare al suo impiego, e rinviare il suo bastimento in Inghilterra. I suoi uffiziali che l’adoravano, lo credettero pazzo, e risolsero di guarirlo dalla sua pazzia. Finsero di obbedire ai suoi ordini, e si allontanarono, e ritornando alla notte, penetrarono nella sua camera. Lo legarono, e impossessatisi di lui, lo portarono a bordo, levarono l’ancora, e non gli resero la libertà se non quando fu in alto mare.
Questa passione non si estinse che per far luogo ad un’altra: al suo ritorno in Inghilterra s’innamorò di Mistress Nisbett giovane vedova di diciannove anni, e la sposò.
Si prese la sua giovane donna ed un grazioso fanciullino, per nome Josuach, che aveva avuto dal suo primo matrimonio nella casa di suo padre morente, ed una seconda volta lo si credette perduto per la marina.
Difatti ci volle niente meno che la dichiarazione di guerra della Francia con l’Inghilterra, per toglierlo da quella dolce e tenera oscurità nella quale si era rifugiato. L’ammiragliato andò a cercarlo sotto il tetto coniugale e gli diede il comando dell’Agamennone, sul quale raggiunse l’ammiraglio Hood nel mediterraneo. Arrivò a tempo per prender parte alla presa di Tolone, dopo la quale, come si vedrà, fu inviato a Napoli per cercare rinforzi.
Io dissi come era stato ricevuto dal re e dalla regina.
Una volta deciso alla guerra, il re non poteva desiderare una notizia migliore che quella recata da Nelson.
Colla querela del cittadino Mackau si erano completamente ed apertamente inimicati colla Francia. Il ladro era stato arrestato, sottoposto a giudizio, ed assolto benchè le prove della sua colpabilità fossero patenti. L’ambasciatore, come la regina aveva potuto assicurarsene colla lettura delle sue carte, aveva riconosciuto tutta la mala fede della Corte di Napoli. Egli aveva potuto vedere la flotta a partire, aveva potuto vedere ad arrivare Nelson; l’eco dei complimenti che gli erano stati fatti dal re e dalla regina aveva risuonato sino all’ambasciata francese; finalmente l’ambasciatore aveva ricevuto l’ordine dal suo governo di lasciar Napoli, egli era partito indignato contro il governo napolitano ed il governo pontificio, conducendo seco la figlia e la vedova di Basseville assassinato a Roma, l’una che piangeva un padre e l’altra un marito.
Dal terrazzo del palazzo lo vedemmo imbarcarsi su di una nave; ed anch’egli alla sua volta, scorgendo un gruppo di donne negli appartamenti reali, suppose che vi si trovasse la regina fra di esse, e stese il braccio verso di noi in segno di minaccia.
Io non vidi che una sola cosa nel gruppo che accompagnava l’ambasciatore. Erano quelle due donne vestite di nero, il cui lutto gridava vendetta più altamente che il gesto di minaccia dell’ambasciatore.
Nelson era inebbriato dell’accoglimento che gli era stato fatto dal re, dalla regina e da sir William. Figlio del popolo, nato lungi dalla Corte, sentiva, come me, più profondamente delle persone nate in una condizione superiore, il fascino che trae seco un sorriso reale. Ecco la lettera che scriveva a sua moglie Il 14 Settembre 1793:
«A Mistress Nelson.
«Le notizie che ho portato sono state accolte con una grandissima soddisfazione. Dopo essere venuto a farmi visita pel primo a bordo dell’_Agamennone_, il re ha mandato due volte a prendere notizie della mia salute. Egli chiama gl’Inglesi i salvatori d’Italia e particolarmente i salvatori del suo reame; del resto ho lavorato per lord Hood con uno zelo che nessuno ha spinto più oltre, ed io gli porto la lettera più splendida che mai sia stata scritta dalle mani di un Re.
«L’ho ottenuta grazie a sir William Hamilton ed al primo ministro che è inglese. Lady Hamilton è stata adorabilmente amabile per Josnah.
«In quanto a lei è una giovane signora di modi eccellenti, e che fa onore al rango al quale è stata elevata. Condurrò di qua 6000 uomini di rinforzo per lord Hood. Ricordatemi alla memoria del mio caro padre, a quella di lord e di Lady Walpole, e credetemi il vostro affezionatissimo.
ORAZIO NELSON.»
Durante il tempo che Nelson fu a Napoli, dimorò all’ambasciata. Dissi già la specie di impressione che egli fece su di me: più tardi mi confessò più volte che dal momento in cui mi aveva veduto egli mi aveva amato, ma durante questo primo viaggio, se la cosa è vera, i suoi sguardi soltanto parlavano per lui, ed ancora con sì poca risoluzione, che partì lasciandomi in dubbio se aveva per me dell’amore, oppure semplicemente una profonda affezione fraterna.
Da parte mia il sentimento che provai, se talvolta usciva dal limiti dell’amicizia, si concentrava interamente sul suo bel giovinetto figlio di Mistress Nisbett che portava a tredici o quattordici anni l’uniforme del primo grado della marina. E quando ascoltava, seduta sul divano, col braccio intorno al collo di Josuach, il racconto dei pericoli e dei combattimenti del suo patrigno, sir William Hamilton, sempre immerso nella antichità, si divertiva di paragonarmi alla regina di Cartagine che accarezzava Ascanio, ascoltando i racconti di Enea.
II.
Una volta distolta dalle terribili preoccupazioni che le cagionò l’accusa di sua sorella, colla presenza di Nelson a Napoli, lo spirito ed il cuore della regina ritornarono, appena partito il capitano inglese, verso la Conciergerie, come l’ago calamitato che per un istante oscilla accidentalmente, ritorna invincibilmente al polo.
Il processo durante questo tempo avea preso una via rapida e fatale. Rinviata al tribunale rivoluzionario e trasportata alla Conciergerie il 1. agosto, Maria Antonietta aveva sostenuto un interrogatorio al 12 ottobre, ed al 16 era stata condannata a morte e giustiziata.
Benchè la regina di Napoli supponesse bene che la Convenzione non avrebbe perdonato a Maria Antonietta, oggetto principale del suo odio, il colpo che provò quando apprese la sua esecuzione non fu meno terribile.
Udendo la morte di Luigi XVI, il dolore di Maria Carolina fu quello di una donna; ma alla notizia di quella di sua sorella, non fu più un abbattimento, fu collera, e collera di tigre.
Cadde in convulsioni accompagnate da grida e da minacce, in mezzo alle quali i suoi lineamenti si alterarono in modo da dubitare che ne avrebbe per sempre perduta la bellezza.
Come per la morte di Luigi XVI, si ordinò un lutto pubblico, e pubbliche preci in tutte le chiese, e processioni funebri per le vie. Infine la regina si chiuse nel suo appartamento, e rifiutò di ricevere chiunque, eccettuata me sola.
Negli otto giorni che seguirono la notizia fatale non l’abbandonai un’ora, dormiva nella sua camera, mangiava con lei, o piuttosto, — diciamolo, — per otto giorni nè dormì nè prese cibo; finalmente le riuscì di piangere, e si sentì un poco sollevata dalle lagrime. Ma in questi otto giorni aveva fatto, e mi aveva fatto fare mille giuramenti di vendetta.
Come si vendicherebbe, essa non lo sapeva ancora; come l’aiuterei a vendicarla essa l’ignorava; ma, come faceva Amilcare al giovane Annibale, mi metteva la mano sull’altare gridando: Vendetta, vendetta.
In quanto al re, egli parve molto commosso, e specialmente molto spaventato nel primo e nel secondo giorno. Ma al terzo, sotto pretesto di distrarsi, partì per la caccia e non apparve per una settimana.
Fu in questo momento che l’odio avvicinò la regina al ministro Acton: tre volte al giorno lo mandava a chiamare, gli chiedeva le notizie della guerra, e nel lasciarlo esclamava:
— Ma voi che siete un uomo trovatemi un mezzo per vendicarmi!
Acton la consolava allora per quanto poteva essere consolata, dicendole in quali sanguinose convulsioni si agitava la Francia, raccontandole quali ecatombe la ghigliottina ammucchiava sulla piazza pubblica: i ventuno convenzionali decapitati al 31 ottobre; il duca d’Orléans che li seguì al 6 novembre; la convenzione che decreta al 10 che al culto cattolico è sostituito il culto della Ragione, al quale era stata dedicata la chiesa di Nostra Donna a Parigi; Bailly che alla sua volta saliva il patibolo l’11; finalmente le prigioni di Parigi che rigurgitavano di prigionieri.
Ma un giorno lo vidi entrare pallido, coi denti serrati o frementi di rabbia; la regina nel vederlo comprese che portava qualche notizia fatale.
Essa si alzò in piedi, e stringendomi violentemente la mano che mi teneva quando il generale era entrato:
— Che vi è ancora? dimandò.
— Vi è, signora, rispose Acton, che i repubblicani hanno ripreso Tolone.
— Tolone! esclamò la regina impallidendo. Hanno ripreso Tolone! E se non sono otto giorni che voi mi dicevate d’aver ricevuto dall’ammiraglio Hood una lettera in cui vi diceva: — «Se i Giacobini riprendono Tolone, mi faccio Giacobino anch’io!»
— Ebbene, non gli rimane che di cacciarsi fino alle orecchie il berretto rosso.
— Ma come ciò è possibile! — Secondo voi le genti che assediavano Tolone erano degli imbecilli. — Cartaux, il generale Cartaux, dicevate, era incapace di fare l’assedio di una città di terz’ordine.
— Ve lo ripeto ancora, signora, ma per disgrazia Cartaux è stato richiamato, e Dugommier andò a sostituirlo. Ma non sono i generali che hanno ripreso Tolone; a quanto pare, sarebbe stato un giovane uffiziale interamente ignoto che fa la sua prima campagna.
— E che si chiama?
— Buonaparte.
— E chi è questo Buonaparte, un italiano?
— Sì e no.
— Come sì e no?
— È un Córso.
La regina pestò i piedi.
— Ripreso Tolone! esclamò, e stette per un momento silenziosa, corrugando le sopracciglia e colle braccia convulse.
— E non avete altre notizie su questo Buonaparte?
— Ho detto tutto quello che ne so, signora. La notizia è stata portata da un brik di commercio bloccato nel porto e che uscì colla flotta inglese e la nostra; eccellente camminatore, la precedette, e preso da un colpo di vento in vicinanza dell’isola d’Elba, è venuto in tre giorni dalla Pianosa a Napoli.
— Chi avete interrogato?
— Il capitano.
— Non potrei vedere quest’uomo?
— Nulla di più facile, ma mi disse tutto ciò che sapeva.
— Quando credete di avere altre notizie?
— Questa sera o dimani mattina al più tardi.
In questo momento il generale rivolse macchinalmente gli occhi verso il mare.
— Guardate, signora, diss’egli, ecco un bastimento che viene verso di noi a gonfie vele; mi sembra di vedere sull’orizzonte degli altri bastimenti che lo seguono.
— Prendi il cannocchiale, Emma, disse la regina.
Difatti la regina aveva chiesto un buon cannocchiale al capitano Nelson, che le mandò il migliore dell’_Agamennone_.
Il generale Acton lo prese, ed avendolo messo al suo punto, lo fissò sul bastimento che appariva sull’orizzonte.
Poi ricacciando col palmo della mano i tubi l’un dentro l’altro:
— Od io m’inganno di molto, disse, o prima di due ore avremo notizie esatte, e da un uomo che avrà nulla perduto di ciò che è avvenuto.
— Voi avete riconosciuto il bastimento? domandò la regina.
— Credo che sia la Minerva. — Capitano Francesco Caracciolo.
— Ah! disse la regina, se è lui, prevenitelo che desidero di parlargli e di parlargli per la prima; voi lo accompagnerete, generale, se lo volete, ma che venga subito qui.
Il generale fece un inchino ed uscì.
Noi restammo sole; la regina riprese il cannocchiale e seguiva cogli occhi la corvetta fino a quando entrò nel porto; ma prima che fosse entrata aveva scambiato dei segnali col castel dell’Uovo, di modo che il capitano non attese nemmeno che l’áncora toccasse il fondo, per scendere nella lancia e remigare verso la darsena.
Da lontano si vedevano cinque o sei bastimenti che sembravano più o meno avariati, e che venivano, secondo le avarie sofferte, più o meno lentamente.
Dopo aver perduto di vista la scialuppa in cui era il comandante della corvetta, gli occhi della regina si erano rivolti sulla porta d’entrata.
Dopo dieci minuti udimmo dei passi che si avvicinavano rapidamente.
La porta si aperse, ed il generale Acton annunziò egli stesso:
— Il capitano Francesco Caracciolo.
Il capitano entrò, fece un profondo saluto di cui ebbi tutta la libertà di prendere la mia parte se mi conveniva, e attese l’interrogatorio della regina.
— Eh! buon Dio! signore, disse, che mi si dice? quest’infami di Giacobini ci hanno ripreso Tolone, non è vero?
— Bisogna bene che sia vero, signora, rispose il principe Caracciolo con un tristo sorriso, perchè io son qua.
— E si è reso così Tolone, senza combattere?
— Si è combattuto, signora, perchè noi abbiamo avuto due cento morti e quattro cento prigionieri.
— Allora spiegatemi questa disfatta, signore, perchè è una disfatta, non è vero?
— In tutto il significato della parola, ed in tutta la realtà della cosa.
— Ma chi ha potuto mutare l’aspetto degli affari in sì pochi giorni?
— Un uomo di genio, signora.
— Quel Buonaparte?
— Sì, quel Buonaparte.
— Che ha dunque fatto?
— Ha conosciuto il solo punto in cui Tolone era attaccabile, l’ha preso alla baionetta e di là ha diretto il suo fuoco sopra Tolone.
— E poi, e poi.... continuate; vedete bene che vi ascolto, signore.
— Ebbene, signora, dopo quando si videro gli obici incendiare la città, quando si videro i due forti di Leguilette e di Balagnier a congiungersi col piccolo Gibraltar per fulminare Tolone, la discordia si è messa fra gli Inglesi, gli Spagnuoli ed i Napolitani. Gl’Inglesi, pronti ad abbandonare la città senza farne parte nè agli Spagnuoli nè a noi, misero fuoco all’arsenale, ai magazzini della marina, ed ai bastimenti francesi che non poterono condurre, e cominciarono ad imbarcarsi sotto il fuoco delle batterie francesi, abbandonando quelli che avevano tradito la Francia per essi, e che li tradivano alla lor volta. Allora, signora fu una confusione, una fuga, uno sbaraglio; gl’Inglesi fecero tirare sui realisti che si arrampicavano sui fianchi dei loro vascelli per fuggire alla vendetta dei patrioti. Io non ho creduto di dover fare come essi, ho menato a bordo una ventina di realisti e fra questi il governatore della città, il Conte Maudit. Io condussi questi infelici, e che muoiano almeno di fame qui, se il re non ha pietà di loro, piuttosto che morire là fucilati e decapitati.
— Voi avete fatto bene, signore, esclamò la regina, ed i vostri realisti non morranno di fame, ve lo dico io, perchè se il re ricuserà di dar loro del pane, venderò i miei diamanti per dargliene io.
Caracciolo fece un inchino.
— Io non so, signore, continuò la regina, se la mia influenza andrà sino al punto di farvi nominare ammiraglio. Ma in ogni caso dimanderò al re ed al signor Acton che questo favore... mi sbaglio... che questa ricompensa vi sia accordata.
La regina fece un movimento colla mano. Il principe fece un inchino ed uscì.
— Che ne dite voi di ciò, signore? chiese la regina ad Acton.
— Dico, signora, che il principe Caracciolo non ama gl’inglesi, da ciò viene la cattiva parte che fa rappresentare ai miei compatrioti in questa faccenda.
— Il che vuol dire che non sarete del mio avviso quando si discuterà in consiglio se il grado che dimanderò pel capitano Caracciolo gli verrà accordato.
— Vostra Maestà, disse Acton facendo un inchino, sa che sono sempre del suo avviso; intanto Vostra Maestà non troverà male che dia senza ritardo degli ordini perchè i vascelli e gli uomini che entreranno in porto, siano fatti oggetto della cura e della sollecitudine del governo.
— Fate, signore, fate; fate curare i feriti e gli ammalati, e dare le ricompense a quelli che si sono bene condotti: noi non siamo una potenza abbastanza grande per avere il diritto di essere ingrati verso i nostri difensori.
Acton si ritirò.
Alla sera il re ritornò dalla caccia; verso le undici ore di sera la regina si informò di ciò che aveva fatto e detto.
Aveva cenato molto tranquillamente; si era fatto contare a cena gli avvenimenti di che si era avuto notizia: non disse nulla, e se ne andò a letto.
A mezza notte la regina mi disse di accompagnarla. La vidi con istupore a prendere un pugnale ed una matita nera, e quando le chiesi cosa andava a fare:
— Vieni con me, mi disse, e lo vedrai.
La seguii pel corridoio sempre solitario pel quale il re veniva da lei, ed essa andava dal re; arrivammo in un piccolo salotto che precedeva la sua camera da letto.
Si fermò, e si pose ad ascoltare se non udiva rumore. Profondissimo era il silenzio, e nella camera ove il re dormiva profondamente, ed in quella del gentiluomo di servizio. La regina si avvicinò alla porta della camera da letto di suo marito, vi conficcò il pugnale e dandomi in mano la matita:
— Tu, di cui non conosce la scrittura, mi disse, scrivi intorno a questo pugnale ciò che ti dirò.
Posai la punta della matita sul legno della porta.
— Scrivi: Tutte le mode vengono di Francia.
Io lo scrissi.
— Ora vieni, mi disse, vedremo se farà dimani colezione così bene come ha cenato questa sera.
III.
La regina non si era ingannata. Il giorno seguente alle 8 del mattino, il re, pallido per lo spavento, corse da lei in veste di camera, le presentò con mano tremante il pugnale, e con voce interrotta dal brivido convulsivo dei denti, le ripeteva le parole scritte da me sulla porta.
La regina non parve maravigliata.
— Ciò prova, gli disse, che abbiamo dei Giacobini fino nel palazzo.
— Ma che fare! esclamò il re.
— L’opposto di quanto hanno fatto Carlo I e Luigi XVI, rispose la regina; arrivare per i primi ed uccidere per non essere uccisi,
Non dimando meglio che di uccidere, disse il re, ma chi uccidere?
— I Giacobini.