Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Part 8

Chapter 83,966 wordsPublic domain

Un uomo contravvenne all’editto; conservò il suo gatto, fu denunziato, arrestato, giudicato e condannato ad essere bastonato dal carnefice, e mostrato per tutta l’isola con al collo la prova del suo delitto, cioè il suo gatto, ed infine mandato in galera.

Si converrà che era duro.

E che ne avvenne?

Ne avvenne che le talpe, i ratti, i sorci liberati dai gatti, loro nemici naturali, crebbero e moltiplicarono liberamente ed in tale quantità, che dei bambini furono divorati nella culla da quegli animali.

Allora i Procidani disperati presero le armi, e riuniti in corpo, risolsero di emigrare nei paesi barbareschi, anzichè di vivere sotto un governo tanto iniquo.

Ne risultò adunque che Carlo III fu obbligato a rivocare l’editto.

Ecco un altro aneddoto che indica il fanatismo dello stesso re Carlo III per i suoi cani, e che farà opposizione al suo odio pei gatti.

Un uffiziale del reggimento delle guardie italiane era di guardia a Caserta, e per conseguenza vestiva il suo uniforme di gala, e in vista della mediocrità della paga, stentatamente era riuscito a comperarsi quell’uniforme. Il re Carlo III passò di ritorno dalla caccia seguito dalla sua muta di cani; uno di quegli animali inzaccherato di fango saltò contro l’uffiziale nella benevola intenzione di fargli festa, e insucidò il suo uniforme. Senza considerare l’intenzione, vedendo il guasto fatto al suo vestito, l’uffiziale scacciò da sè il cane con un colpo di piede. Il cane mise un guaito che richiamò l’attenzione del re; Carlo III si rivolse, fissò in faccia l’uffiziale, e movendogli incontro:

— Non sai tu, razza di cimice, gli disse, che l’animale che tu hai l’indegnità di percuotere mi è più caro che cinquanta dei tuoi pari?

L’uffiziale atterrito di vedersi trattato così, per aver dato un colpo di piede ad un cane, mutò colore, fu colto dalla febbre, si ammalò, e morì il giorno dopo.

Ritorniamo al giovane Ferdinando ed al suo precettore, il principe di San Nicandro.

Non ho mai conosciuto il principe di San Nicandro, che morì quando arrivai a Napoli; ma non vi era che una voce sola sul di lui conto, e l’educazione del re confermava quella voce, cioè che era indegno dell’onore che gli fu dato dalla regina.

Il principe di San Nicandro era di un’ignoranza crassa.

Nella sua vita non aveva letto che l’offizio della Vergine; buon libro, ma insufficiente per un uomo incaricato dell’educazione di un re; ora, non sapendo nulla, non poteva insegnare nulla al suo allievo, il quale quando prese moglie sapeva appena leggere e scrivere, e non parlava altra lingua che il dialetto napolitano; d’altronde non aveva ricevuto dal re Carlo III che una raccomandazione, cioè quella di fare del giovane principe un buon cacciatore, e perciò credeva di non doversi occupare d’altro. Da parte sua poi il vecchio ministro toscano di Carlo III Tannucci, che per ventiquattro anni aveva regnato sotto il nome del suo padrone, e che era stato nominato capo della reggenza del giovane principe, non chiedeva di meglio che di ricever alla sua maggior età un re imbecille, sotto il nome del quale continuerebbe a regnare come per lo passato.

Egli non diede adunque nessun consiglio sull’educazione del giovane re, se non quello di aggiungere il piacere della pesca a quello della caccia, di maniera che riposando da un piacere faticoso con un passatempo tranquillo, il giovane re non avrebbe il tempo di attendere agli affari di Stato.

La sola cosa che inquietava il principe di San Nicandro, e di cui si rammaricava con una commovente malinconia, era la troppo grande bontà del re.

Si occupò dunque di correggere questo dono del cielo, tanto raro nei re, tentando di variare i suoi piaceri.

Il giovan principe delle Asturie, cui non poteansi rimproverare le stesse disposizioni alla mansuetudine, prendeva un vivo piacere a scorticare conigli vivi. Il principe di San Nicandro vantò molto questa distrazione al suo allievo; ma scorgendo che gli ripugnava molto, mise alla tortura la sua immaginazione e trovò una variante.

Era cioè di collocare il giovane principe, a cui non si fidava ancora di dare in mano un fucile per timore che si ferisse, dietro la porta forata di una gattajola, e di colpire a quel posto i conigli quando uscivano. Ferdinando armato di bastone stava in guardia sul loro passaggio e li ammazzava. Era già qualche cosa; a questo divertimento il principe di San Nicandro ne aggiunse presto un altro; quello cioè d’insegnare al suo allievo di far balzare su di una coperta dei conigli, dei cani, dei gatti e dei ragazzi di contadini e di operai. Il re Carlo III che veniva informato di queste ricreazioni di suo figlio, le trovò buone, e scrisse che bisognava solamente fare una riserva per i cani, animali nobili che servivano per la caccia, ed il giovane principe continuava a far balzare i conigli, i gatti, i ragazzi, i contadini e gli operai, che non essendo animali nobili, non avevano quindi dritto all’eccezione.

Fu in questo modo che un giorno, avendo veduto fra gli spettatori un giovane chierico toscano, di figura meschina e pallido in faccia, gli venne in mente di farlo balzare; diede sottovoce degli ordini a’ suoi domestici, i quali si impossessarono di quel disgraziato, lo misero su di una coperta e lo balzarono finchè svenne.

Il giovinetto rinvenuto che fu, pieno di vergogna si rifugiò a Roma, ove cadde ammalato e morì in capo a due mesi; egli si chiamava Marrighi.

Fu in mezzo a questi divertimenti che il re crebbe, diventando gran cacciatore, gran cavalcatore, pescatore incomparabile, percuotitore di prima forza, prima col comandare gli esercizii ai suoi camerata con dei bastoni con cui accarezzava loro le spalle quando facevano qualche falsa manovra: ed infine ad un reggimento che organizzò e che chiamava i suoi Liparioti, perchè i giovani che lo componevano erano in gran parte dell’arcipelago di Lipari.

In questo modo arrivò, senza affatto occuparsi degli affari del regno, fino ai suoi diciassette o diciotto anni, e giunse all’età di prender moglie.

Il suo matrimonio era da tempo stabilito colla giovane Arciduchessa d’Austria Maria Giuseppa, figlia dell’Imperatore Francesco I; ma non appena si furono scambiati i ritratti ed i doni nuziali, e preparate le feste sul cammino che doveva percorrere la giovane principessa, e fissato il giorno della partenza, la giovinetta imperiale ammalò e morì.

Allora in luogo di quella che era morta dianzi così miseramente, fu destinata sua sorella minore Maria Carolina, anch’essa figlia di Francesco I e di Maria Teresa.

Essa partì da Vienna nel mese di aprile 1768.

Il fiore imperiale entrava nel suo regno nel mese della primavera. Era nata nel 1752, non aveva che sedici anni appena, portando seco i segreti della corte austriaca, ed incaricata di dirigere la Corte di Napoli nel senso che le indicherebbe Maria Teresa. Sua madre, di cui era la preferita, poteva confidarsi con essa; la regina aveva uno spirito superiore alla sua età, era letterata più che dotta, e più che intelligente filosofante; bella in tutta la estensione della parola, graziosa quanto lo voleva.

Da ciò che ho detto di lei a trentasette anni, si può comprendere ciò che era stata a sedici.

Parlava e scriveva quattro lingue, la tedesca, la francese, la spagnuola e l’italiana; solamente quando si animava nel discorso, aveva una certa difficoltà di lingua, che produceva un borboglio; ma i suoi occhi vivaci e mobili, la lucidità delle sue idee facevano presto dimenticare quella piccola imperfezione.

Essa portava seco verso l’ardente mezzodì i sogni della nebbiosa poesia del nord; andava a vedere il paese favoloso delle sirene; ove nacque il Tasso e morì Virgilio; andava a cogliere di sua mano l’alloro che cresceva sulla tomba del cantore d’Augusto, e su quella del poeta di Goffredo; suo marito aveva diciott’anni; sarebb’egli un Eurialo od un Tancredi — Niso o Rinaldo?

Perchè non era essa venuta a dirittura come Venere od Armida?

Essa trovò il re, che ho tentato di descrivervi, con i piedi grandi, le ginocchia grandi, le mani grandi ed un naso grande, e che parlava il dialetto napolitano con dei gesti lazzaroneschi.

Un articolo del contratto di matrimonio della regina, che Tannucci aveva lasciato passare senza farvi attenzione, doveva mutare interamente la faccia alla politica del regno della Due Sicilie.

Esso diceva:

— Quando la regina avrà dato a Napoli un erede della corona avrà il diritto di far parte del consiglio.

È vero che essa non diede questo erede che dopo cinque o sei anni; ma a ventidue anni Carolina era più che atta a seguire i voti di sua madre.

Da principio la regina credette di poter rifare completamente l’educazione di suo marito, e ciò le sembrava tanto più facile dopo averlo udito a parlare con Tannucci, e le pochissime persone istruite della Corte. Egli era rimasto attonito di stupore, incapace di distinguere la vera scienza dalla ciarlataneria, esclamava con ammirazione: Davvero, la regina è la scienza universale!

Ma riflettendo poi, quest’ammirazione si calmò, e più di una volta lo intesi dire: Come mai la regina, essendo così sapiente, commette degli sbagli più di me che sono un asino!

Ciò nulla meno nei primi tempi del suo matrimonio, egli si sottomise alle lezioni che essa gli voleva dare, e gli insegnò a leggere ed a scrivere quasi correttamente. Ed è a queste lezioni date da lei, che egli faceva allusione quando nei suoi momenti di buon umore la chiamava mia cara maestra.

Ma ciò che non potè mai insegnargli furono i modi eleganti delle corti del nord e dell’occidente, furono quelle cure della persona così rare nei paesi caldi, ove sono però più necessarie che altrove, fu quel dolce e grazioso celiare della galanteria che fa dell’amore una lingua, tolta in parte dal profumo dei fiori, ed in parte al canto degli uccelli.

La superiorità di Carolina umiliava Ferdinando, e la rozzezza di Ferdinando umiliava Carolina.

Vedremo che ne risultò da questa disparità di carattere, e da questa opposizione di animi.

XVI.

Ecco dunque i nostri due personaggi uno d’avanti l’altro, da un lato la regina, bella, altiera, graziosa, distinta, delicata, sensuale, un po’ pedante, facile ad irritarsi, difficile a pacificarsi, sprezzante di suo marito per la rozzezza della sue parole e per la imbecillità del suo spirito; dall’altro il re, brutto, ingenuo fino all’ignoranza, libero fino alla rozzezza, senza alcuna cura della persona, senza delicatezza ne’ suoi modi, che somigliava non già ad un sovrano nè ad un principe, e nemmeno ad un semplice gentiluomo, ma ad un lazzarone.

Una delle cose che metteva alla disperazione la regina Carolina, e che la condusse a privarsi quasi intieramente dello spettacolo, era il modo con cui il re vi si conteneva, facendosi fra un atto e l’altro l’attore del popolaccio. Fra l’opera ed il ballo gli si portava la cena nel palco; uno degli elementi di questa cena era sempre un piatto di maccheroni. Il re prendeva il piatto, ed avanzandosi al parapetto del palco, in mezzo ai grandi applausi della platea, facendo smorfie e gesti da Pulcinella, il gran mangiatore di maccheroni napolitani, inghiottiva tutto il piatto servendosi delle dita invece di forchetta, e rispondeva con saluti alle acclamazioni degli spettatori.

La regina credette da principio di aver preso su di lui un impero più grande di quello che aveva in realtà e che prese in seguito.

Un giorno che era adirata contro il duca d’Altavilla favorito di Ferdinando, colmò d’ingiurie quel gentiluomo, e l’accusò di non mantenere il suo credito presso il re, che impiegando mezzi indegni di un gentiluomo. Il duca, offeso nella sua dignità, si dolse presso il re delle ingiurie della regina, e gli chiese il permesso di ritirarsi nelle sue terre; il re irritato del contegno di sua moglie, andò da lei e la rimproverò vivamente. Ma essa invece di calmarlo, l’irritò talmente colle sue risposte, che la discussione terminò con un vigoroso schiaffo, di cui la regina portò il lividore alla guancia per tre o quattro giorni.

Allora, come Achille, essa si ritirò nella sua tenda, ma il re tenne duro, e la regina dovette umiliarsi, al punto di essere costretta ad implorare il favore del duca d’Altavilla per ritornare in grazia. Fu l’Imperatore Giuseppe che allora viaggiava in Italia e che arrivando a Napoli riuscì a riconciliare i due sposi.

Per qualche tempo il re si rammaricava dello sdegno della regina, ma presto risolse di consolarsi facendo senza di lei, cosa che fu per essa un dispiacere; per non sapere come ed in qual momento potesse riprendere la sua influenza sul marito.

Ferdinando, gran cacciatore, lasciava di rado passare un giorno senza andare alla caccia. Aveva fatto costruire in ogni angolo dei suoi boschi delle grandi capanne internamente addobbate con semplicità e comodo. Quando vi entrava col pretesto di prendere riposo, vi trovava sempre qualche giovane villanella elegantemente vestita alla foggia della contadine dei dintorni di Napoli, che andava là pel buon piacere di Sua Maestà; soltanto aveva gran cura di raccomandare ai compiacenti servitori incaricati di questo servizio, di fare le cose con tale discrezione che la regina non venisse istruita di questo particolare amoroso.

— Ma, — gli disse una volta un cameriere al quale aveva permesso di parlare liberamente, — a che servono tanti misteri, quando la regina fa altrettanto, e chi sa forse anche più di voi?

— Taci, taci, lasciamola fare, disse il re, così s’incrociano le razze.

Ed oggi che ho permesso di non celare nulla della verità, bisogna dire che il vecchio cameriere non mentiva; la regina, il cui primo amante fu il principe di Caramanico, ebbe in seguito Acton, e nello stesso tempo, senza che Acton se ne preoccupasse, più di quanto si preoccupava Potiemkine degli amanti di Caterina II, aveva il duca della regina, il cui nome sembra averlo predestinato, e Pio d’Ameni che se non ha inventato ha però perfezionato i Batilli in Italia, come la grande Caterina voleva ricompensare i suoi amanti; ma meno ricca di lei si rovinava, e per questa ragione si trovava sempre senza un ducato.

Torniamo al re.

Oltre le sue fermate di caccia, che erano affari d’istinto sensuale, il re aveva di volta in volta dei gusti passaggieri per le dame di Corte, o di altra condizione; la regina non era punto gelosa di suo marito, che non solamente non amava, ma anzi disprezzava; però temeva che qualche donna più abile delle altre, s’impossessasse di una influenza sul re che a nessun prezzo non voleva lasciarsi sfuggire; in certi momenti allora aveva un’accortezza ed una insistenza tutta femminile, gli carpiva i segreti dei suoi intrighi amorosi, e poi si vendicava delle sue rivali; in tal modo dopo qualche mese d’intimità colla duchessa di Lusciano, il re confessò questa intimità a Maria Carolina. Essa allora fece esiliare la Duchessa nelle sue terre; sdegnata la Duchessa si vestì da uomo, e mettendosi sul passaggio del re, lo coprì di rimproveri; il re, debole al suo cospetto, come era debole al cospetto della regina, confessò i suoi torti; ma la Duchessa non fu meno obbligata di ritirarsi nelle sue terre, ove ancora si trovava all’epoca del mio arrivo a Napoli.

Lo stesso accadde per la duchessa Cassano Serra, benchè vi fossero dei motivi totalmente opposti. Il re si occupava di lei; e malgrado tutte le sue cure e tutte le sue promesse, essa rifiutò costantemente di arrendersi ai suoi desiderii. Il re si dolse con sua moglie di questo rigore. E la regina trovò mezzo di farla esiliare per essere stata troppo virtuosa, come aveva trovato mezzo di far esiliare la duchessa di Lusciano per non esserlo stata abbastanza.

Ahimè! la povera duchessa pagò due volte più cara la sua virtù, che un’altra non avrebbe pagato le sue colpe, e sventuratamente per lei, ritornò nel ’99 dal suo esilio.

Abbiamo detto che il principe di San Nicandro si era preoccupato di fare del suo allievo il primo cacciatore ed il primo pescatore del regno, e ciò nello scopo egoista ispirato da Tannucci, per impedire al giovane principe di prendere parte agli affari di Stato; difatti quando assisteva al consiglio, vi portava la preoccupazione della pesca e della caccia al punto di non permettere che si mettesse il calamaio sul tappeto delle deliberazioni, per timore che venisse l’occasione di redigere qualche decreto che il re dovesse firmare; per questi casi aveva fatto incidere la sua firma che egli applicava, o faceva applicare sotto la deliberazione presa o no in sua presenza.

Anzi, per esempio, qualche giorno dopo il mio arrivo a Napoli, vi trovai fresco fresco questo aneddoto.

Il re teneva consiglio di Stato a Caserta. Vi assistevano la regina, il ministro Acton, Caracciolo e qualche altro. Si trattava di un affare della più alta importanza che però ignoro; nel momento della discussione si udì bussare alla porta; l’interruzione sorprese tutti; chi era mai l’uomo ardito di venire a disturbare un consiglio di Stato in funzione? ma il re che aveva riconosciuto la maniera di bussare, corse alla porta, l’aperse ed uscì, e ricomparse poco dopo dando segni della gioia più viva.

Signori, disse, vi prego di terminare al più presto la discussione, perchè io ho un affare di un’importanza ben maggiore di quella per cui v’intrattenete.

La seduta fu levata, il re si ritirò presto, e si coricò per levarsi il giorno seguente prima dell’alba.

Questo grande affare era un convegno di caccia, i colpi dati alla porta del Consiglio di Stato era il segnale convenuto fra il re ed il suo bracchiere che veniva ad avvertirlo che una torma di cignali era stata veduta nel bosco verso lo spuntare del giorno, e che si erano fatti stornare, e per trovarli il giorno dopo bisognava trovarsi pronto prima dell’aurora.

Qualche giorno dopo, nelle medesime circostanze, tre fischi si fecero udire in corte; era ancora un segnale tra il re ed il suo bracchiere; il re interruppe il consiglio, aperse la finestra e diede udienza al messaggiere, che gli annunziava un volo di uccelli, ed il luogo ove si erano appostati: allora il re volgendosi a Carolina.

— Mia cara maestra, le disse, presiedi tu in mia vece e finisci l’affare come credi, ti do carta bianca.

E correndo fuori della camera, andò a perseguire il suo volo d’uccelli.

Esiste fra il re di Napoli ed il margravio di Anspach una corrispondenza interna, continuata, settimanale, su tutto ciò che è relativo alla caccia. Ciascuno dei due principi tiene un registro esatto in cui sono indicati, giorno per giorno, ora per ora, gli alti fatti che li illustrano.

Uno stesso registro ed una corrispondenza simile sono tenute o piuttosto erano tenute fra il re di Napoli ed il re di Spagna suo padre; ora avvenne sovente che alcune differenze politiche disgustarono i due monarchi, ma per quanto fossero disgustati, politicamente parlando, il registro cinegetico non subiva mai nessuna interruzione.

La lista dei selvatici sagrificati al piacere dei monarchi fu sempre tenuta regolarmente; la caccia minuta vi era numerata come gli animali grassi, dal fagiano fino al beccafico; in una colonna per le osservazioni vi erano esposte le difficoltà che si erano dovute superare, gli accidenti che erano incorsi, le persone che avevano accompagnato il re, e le menzioni onorevoli delle persone che l’accompagnavano e che dopo di lui si erano distinte.

Quello dei due registri che era destinato al margravio di Anspach era il registro preferito, per la ragione semplicissima che Ferdinando, quantunque abilissimo, era men buon tiratore di Carlo III, mentre al contrario era miglior tiratore del margravio di Anspach.

Il più dolce complimento che potesse accarezzare le orecchie del re, era di dirgli che tirava meglio del margravio di Anspach, ciò che era constatato dal numero degli animali uccisi da lui, e se il numero degli uccisi da Carlo III, superava di molto il suo, ciò dipendeva non già dalla sua bravura, ma dall’estensione della fecondità della selvaggina nelle foreste spagnuole.

Riferirò ancora due aneddoti, che completeranno il ritratto che intendiamo di fare del re, poi passerò immediatamente al racconto degli avvenimenti che scossero il regno di Napoli, ed ai quali ho preso parte, più per amicizia verso il re e la regina, che per un sentimento di antipatia ragionata contro il popolo francese e contro i patrioti italiani.

Il re, cacciando in uno de’ suoi boschi, incontrò una povera donna: essa non lo conosceva e sembrava molto afflitta. — Senza avere nè il cuore, nè lo spirito di Enrico IV, il re aveva una specie d’istinto per le avventure popolari; si avvicinò ad essa e la interrogò; la buona donna gli rispose che era vedova, che aveva sette figli da mantenere, e che non possedeva che un piccolo campo che era stato poco prima devastato dalla muta del re. — Ora converrete, signore, soggiunse la vedova piangendo, che è ben duro di avere per sovrano un cacciatore, i cui piaceri sono irrorati dalle lagrime dei suoi sudditi.

Ferdinando le rispose che le sue querele erano giuste, e che essendo egli al servizio di Sua Maestà non avrebbe mancato di informarnelo.

— Glielo dite o non glielo dite, rispose la donna, io non spero nè punto nè poco; non può essere che un uomo senza cuore chi distrugge per suo piacere il bene del poveri, perchè sa che la povera gente non può far nulla contro di lui.

Questa dichiarazione della vedova non tolse al re di accompagnarla fino alla sua capanna, e di vedere coi suoi occhi il guasto che aveva fatto.

Giunto là chiamò due contadini, vicini della donna, e chiese loro di stabilire una stima del danno; essi fecero i loro calcoli, e lo stimarono a venti ducati.

Il re tirò di tasca sessanta ducati e ne diede quaranta alla vedova, dicendo che era giusto che il re pagasse il doppio dei privati.

Gli altri venti ducati furono ripartiti fra i due arbitri.

Il re dava udienza un giorno per settimana a Capodimonte, palazzo costruito da Carlo III espressamente per la caccia dei beccafichi; in quel giorno ognuno poteva giungere fino al re senza dimanda d’avviso e senza lettera d’udienza; non v’era che di aspettare il suo turno, tanto le anticamere erano ingombre di gente.

Un vecchio prete dei dintorni di Capodimonte, avendo da chiedere una grazia al re, risolse di approfittare di quel giorno di udienza e di chiederla personalmente a Sua Maestà.

Ma dovendo fare anticamera per un tempo maggiore o minore, ebbe cura di prendere le sue precauzioni contro la fame, e si pose in tasca un pezzo di pane e di formaggio; non già che avesse l’intenzione di mangiare quel pezzo di pane nell’anticamera, per tutto l’oro dal mondo non avrebbe commesso una simile irriverenza, — ma avendo tre leghe da fare a piedi per ritornare al suo villaggio, aveva stabilito che dopo l’udienza si sarebbe fermato alla prima fontana, e mangiarsi il pane ed il cacio seguito da qualche sorso d’acqua, e così ristorate le sue forze, rimettersi in viaggio per il suo presbitero.

Dopo tre o quattro ore di attesa, venne il suo turno, ed entrò.

Il re era seduto in poltrona, ed ai suoi piedi stava coricato un grosso bracco che era il suo prediletto per la finezza del suo olfatto.

Appena il prete ebbe spinta la porta il cane aperse le narici, sollevò la testa, fece gli occhi teneri e dimenò la coda.

Tutte queste dimostrazioni di amicizia erano dirette al prete, o piuttosto al pezzo di formaggio che aveva in tasca; è noto l’irresistibile desiderio che i cani da caccia hanno per questo commestibile.

Mano mano che il prete si avvicinava o faceva degli inchini, il cane si alzava, e con tutta l’espressione amichevole andava incontro al prete.

Costui non credeva forse le dimostrazioni del cane così amichevoli come lo erano realmente; lo vedeva con inquietudine, si cambiò in terrore quando vide il cane passargli dietro.

Ma fu bene ancor peggio quando, in mezzo all’esposizione della sua dimanda, sentiva il muso del cane introdursi insidiosamente nella sua tasca.