Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8
Part 9
L’amore del re per i suoi cani era noto. Non si trattava di liberarsi con un colpo di piede del bracco favorito del re; eppure questi cominciava a spingere l’indiscrezione fino all’importunità.
In quanto al re era nella sua più grande gioia insensibile ad uno scherzo grazioso, si compiaceva oltre modo delle buffonate.
Interruppe il prete in mezzo alla sua arringa già sufficientemente tormentata.
— Perdonatemi, padre mio disse egli, che avete in tasca, giacchè il mio cane insiste tanto ad osservarla?
— Ahimè, Sire, rispose il prete con esitazione, un semplice pezzo di formaggio, atteso che sono già le quattro dopo mezzogiorno, come potete vedere, ed ho ancora tre leghe da fare per giungere alla mia casa; non sono abbastanza ricco per pranzare in città.
Difatti voi dite il vero, disse il re, perchè ecco che Giove, — tale era il nome del cane, — è riuscito a prendervi il formaggio: continuate dunque nella vostra domanda, perchè è probabile che intanto vi lascerà tranquillo.
Il prete, mentre Giove mangiava il suo formaggio, continuava ciò che doveva dire al re, che l’ascoltava con maggior attenzione.
— Va bene, disse il re, quando il prete ebbe finito.
— Noi siamo d’avviso che....
Ma contro la previsione di Sua Maestà, Giove dopo di aver mangiato il formaggio, sembrava di non voler lasciare in pace il curato pel pane.
— Andiamo, andiamo, disse il re interrompendosi, non fate il sacrifizio a metà, vuotate completamente le vostre tasche.
— Tutto ciò è bello e buono, Sire! disse il prete, ma mio Dio! ed io?
— Ma non inquietatevi per così poco, il buon Dio provvederà.
Il prete diede il suo pane al cane ed uscì.
Mentre Giove mangiava il suo pane, il re suonò il campanello.
— Trattenete, disse, quel prete che è uscito adesso, e dategli un buon pranzo sicchè resti un’ora a tavola.
L’ordine di Ferdinando fu eseguito; in quell’ora il re ritornò a Napoli, sbrigò l’affare del prete in modo che ritornando alla sua cura già confortato da un buon pasto, trovò anche già accordato il favore che egli aveva chiesto.
Mi sono estesa molto sulla caccia, ciò che mi fa trascurare la pesca. Diciamo una parola sopra questo secondo divertimento, di cui il re è quasi più fanatico del primo.
Dire il re pesca, non è nulla, ma dire che il vero piacere del re non è la pesca, ma di vendere egli stesso il pesce, ecco quanto riconosceva io stessa come inconcepibile per coloro che non hanno conosciuto questo principe: ed io stessa ho veduto questo singolare spettacolo, non soltanto una volta, ma più di dieci. Ecco come va la cosa.
Il re pesca ordinariamente in una parte riservata del mare, in faccia ad una piccola casa che gli appartiene, del quartiere di Posilippo. Quando ha fatto un’ampia cattura di pesce, ritorna a terra, fa portare il suo pesce alla marina, chiama i compratori che di certo non mancano mai di accorrere all’appello reale. Là si mette il pesce in vendita come sulle panche del mercato; ciascuno può aggiungere un grano all’asta; quando il re trova che il prezzo è troppo basso, lo spinge egli stesso, e se il pesce resta per suo conto, lo conserva e lo si mangia a palazzo; tutti in questa circostanza, come sempre altrove, si avvicinano al re per parlargli, ed anche per questionare, cosa che non mancano mai di fare nel loro dialetto i suoi amici lazzaroni, che non si danno nemmeno la cura di chiamarlo Maestà, ma soltanto Nasone, pel suo naso grosso tre volte quanto un naso ordinario.
Questa vendita è generalmente assai comica; il re vende caro quanto più può, vanta il suo pesce, lo prende per le pinne per mostrarlo, e schiaffeggiando quelli che gli offrono un prezzo troppo basso se si trovano a portata; da parte loro poi i lazzaroni gli rispondono con delle ingiurie, come se avessero a trattare con un vero pescivendolo; queste invettive lo fanno ridere sgangheratamente. Finita la vendita, inzuppato di acqua di mare, e col puzzo di pesce, ritorna a palazzo, e prima di lavarsi e di mutar vestito, va a raccontar tutto, sbellicandosi dalle risa, alla regina, la quale secondo l’umore in cui si trova, lo ascolta pazientemente, o lo mette alla porta, rimproverandogli quei piaceri grossolani, a’ quali però le rincrescerebbe che rinunciasse, perchè grazie a questi piaceri plebei, che interessano il re più degli affari, essa governa a suo talento il regno.
FINE DEL VOLUME TERZO.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.