Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8
Part 7
— Ve l’aveva ben detto, ve l’aveva ben detto, ripeteva Talma; colla vostra smania di tutto accomodare, è come il mio monologo, come il famoso _Be or not to be_ che voi mi avete guastato. Guardate, mio caro Ducis, volete vedere come era in inglese? Guardate ed ascoltate. All’istante tutti gli fecero posto; mise per un momento la sua mano sul viso per dar tempo alla sua fisionomia di scomporsi: poi lasciando cadere lentamente la mano, colla fronte alta, l’occhio fisso, la testa bassa, cominciò in inglese, con un perfetto accento, il famoso interrogatorio, in cui la vita costringe la morte a confessarle i suoi segreti.
Talma fu sublime. Oh! se io fossi stata libera, se mi fosse stato permesso di rompere la mia catena dorata, oh come gli avrei detto: prendetemi, elevatemi con voi all’altezza ove voi poggiate, e non mi lasciate ricadere sulla terra se non attaccata al vostro cuore.
Ahimè! io aveva altri destini. Perdonatemi mio Dio, di non aver saputo scegliere, o piuttosto di non aver saputo aspettare.
A che serve dire il rimanente di questa serata d’ebbrezza! Dopo ventidue anni essa risplende ancora nella notte del passato, più splendida dei miei giorni più ridenti.
Restammo riuniti fino a giorno, senza che a nessuno dalle nove di sera fino alle sei del mattino fosse venuto in mente una sola volta di osservare l’orologio.
XIII.
Due giorni dopo, il 30 aprile, ricevemmo dall’ambasciatore d’Inghilterra dei viglietti per assistere all’apertura o piuttosto alla processione degli Stati generali a Versaille.
La nostra partenza era fissata pel 5 aprile.
Se gli Stati venivano ritardati ancora un’altra volta, noi continueremmo il nostro viaggio. Sir William non intendeva di prolungare il suo soggiorno a Parigi.
Alle tre ore di sera andammo a dormire a Versaille. L’ambasciatore d’Inghilterra aveva preso a pigione una casa per la metà dell’anno, presumendo che era là particolarmente che si sentiva battere il polso della nazione; ci aveva dato due camere al primo piano di questa casa, situate lungo la via che doveva percorrere il corteggio.
Noi andammo prima in una tribuna per ascoltare la messa dello Spirito Santo. Non so se molti pensarono a queste parole della Scrittura:
«Tu griderai ai popoli e la faccia della terra sarà mutata».
Un po’ prima, verso la fine del _Veni Creator_, uscimmo per andare a prendere posto sul cammino della processione.
Le larghe vie di Versaille, tutte parate con tappezzerie della corona, fiancheggiate da guardie francesi e svizzere non potevano contenere la folla.
Tutta Parigi era a Versaille; le porte, le finestre, i tetti, gli alberi stessi erano carichi di spettatori; i balconi coperti di stoffe magnifiche, e scialli preziosi: i davanzali e le ringhiere piene di signore cariche di piume e di fiori. Si sarebbe detto che al momento di lanciarsi nell’arena della guerra civile, le donne, che poco dopo doveano essere colpite dalle leggi sommarie dell’eguaglianza, avevano preso quest’occasione per mostrarsi ancor una volta in tutta la loro gloria e la loro eleganza.
Era evidente che un gran fatto cominciava: quale ne sarebbe stato il risultato, tutto il mondo l’ignorava ancora.
Noi vedemmo da principio apparire in fondo alla via come un’onda nera: era il terzo Stato. Cinquecentocinquanta deputati, fra i quali trecento legali, avvocati, magistrati; tutti nomi ignoti o poco meno, eccettuato uno che pei suoi scandali, — bisogna che io sia franca come sempre, — era quello che io era principalmente venuta per vedere.
Onorato Riquetti de Mirabeau.
Il suo nome ed i suoi amori eransi resi celebri in Francia e fuori; i suoi ratti, i suoi adulteri, le sue prigioni formavano un romanzo più commovente, più spettacoloso, più terribile dei romanzi ideati nelle immaginazioni dei poeti.
Non aveva che una sola dimanda:
— Dov’è Mirabeau? dov’è Mirabeau?
Me lo indicarono.
Lo vidi da lontano; stese indietro quella testa dominatrice, distinta per la sua potente bruttezza, che scuoteva a guisa di un leone una foresta di capelli. Era la società dell’epoca tutta intiera riassunta in un uomo solo, lo ripeto in un uomo solo, perchè gli altri a lui vicino non sembravano che ombre.
Lo seguii cogli occhi quanto lo potei lontano.
Il suo passaggio, o piuttosto quello del terzo Stato scatenò una tempesta di applausi e di bravo, che cessò quando apparve la nobiltà.
All’opposto del terzo Stato rimarchevole per la semplicità ed uniformità del suo vestire, la nobiltà vestita di seta e di velluto presentava un assortimento di tutti i colori più vivi, ornati di ricami sfarzosi. Dimandai il nome di una ventina di queste illustri oscurità: nessun uomo mi era noto. Mi mostrarono Lafayette, l’eroe dell’America; mi aspettava di vedere una di quelle vigorose nature chiamate dalla provvidenza per sostenere colla parola, colla penna e colla spada i grandi principii. Vidi invece un giovane smilzo, pallido o piuttosto biondo e rosa, che non dava alcun indizio della parte che avea rappresentato nel passato, e specialmente di quella che avrebbe rappresentata nell’avvenire.
La nobiltà passò. Il duca d’Orleans solo fu applaudito freneticamente; si sapeva di far disgusto alla regina, e s’inferocivano nella vendetta.
Da molto tempo vi era una guerra dichiarata fra Filippo d’Orleans e Maria Antonietta; si davano a quest’antipatia i motivi più strani; essa durava da otto o nove anni, e non doveva estinguersi che sul patibolo, su cui salirono a ventidue giorni di distanza l’uno dall’altra.
Dopo la nobiltà veniva il clero; il silenzio era lo stesso. Nel clero solamente sembravano riuniti i due ordini che noi avevamo poco prima veduti a passare separati.
Nobiltà e terzo Stato.
Difatti precedeva una trentina di prelati in rocchetto e veste pavonazza.
Poi un coro di musicanti.
Poi infine, dopo i musici, duecento curati circa colla loro veste nera da prete.
A questi ultimi il popolo senza applaudirli si avvicinava istintivamente. Erano il popolo della Chiesa che nei primi secoli non ha soltanto rappresentato il popolo, ma anche tutelata la libertà del popolo.
Forse si era un poco allontanato da questa missione, ma non si chiedeva meglio che di perdonargli, tanto erasi ricondotto sulla buona via.
Il Re alla sua volta ottenne qualche applauso: ma era lontano da quelli prodigati a Mirabeau ed al duca d’Orleans.
Poi venne la regina. Fra il mio primo e il mio secondo viaggio a Parigi, si era fatto in lei un cambiamento terribile; Invece di quella graziosa dolcezza del suo viso, aveva nella sua fisonomia qualche cosa di secco, di smunto, d’ingrato.
Le si gridò alle orecchie: «_Viva il duca d’Orleans_,» ed in mezzo alle grida si fece udire un fischio. Essa impallidì e pensò a svenire; fu sostenuta.
Essa passò.
La storia di ciò che aveva sofferto era scritta sul suo volto, già fatto di marmo, e non era ancora, povera donna, che al principio di ciò che doveva soffrire.
Del resto quasi tosto, richiamando il suo coraggio, rialzò la testa, mandò intorno ad essa uno sguardo di sfida più di odio che di corruccio, poi riprese il suo fare abituale, sdegnoso ed indurito.
Passata la regina, lasciai la finestra ed andai a sedermi; io provava lo stesso effetto come se mi avessero messo un pezzo di ghiaccio sul cuore, e se mi avessero detto; questa spranga di ferro non volendosi piegare, sarà spezzata, io non mi sarei punto maravigliata.
Ci riposammo un istante; poi avendo veduto ciò che volevamo vedere, ripartimmo per Parigi.
Durante la via, sir William mi spiegò la situazione: era una vera lotta che si agitava fra il basso clero, il terzo Stato ed i prelati e la nobiltà sostenuti dal Re.
Tutte queste questioni erano troppo gravi per potervi fermare lungamente il mio pensiero. La mia cattiva sorte volle che mi fossi mischiata colla politica di un altro paese; ma io vi fui trascinata da un doppio motivo: dalla mia profonda amicizia per la regina, e dal mio amore irresistibile per Nelson. Lo so che un giorno nè l’uno nè l’altro mi serviranno di scusa, ma voglio piuttosto, dovendo rendere un conto così terribile, renderlo in nome del mio amore e della mia devozione, anzichè in nome del mio interesse personale.
Lasciammo Parigi il giorno dopo, il 5 maggio 1789; prendemmo la via del Belgio e della Svizzera; attraversammo il S. Gottardo, scendemmo pel lago Maggiore, arrivammo a Livorno in posta, e vi trovammo la nostra feluca, ed il 20 di maggio mettemmo piede all’Immacolatella.
Ritornando all’ambasciata, sir William trovò un viglietto del Re concepito in questi termini:
«Il giorno dopo del vostro arrivo, mio caro sir William, vi aspetto a pranzo con noi al palazzo di Caserta; ma la regina, che desidera di fare una conoscenza colla vostra graziosa sposa, una conoscenza più intima, che non si può fare in una presentazione ufficiale, l’aspetterà fra le undici ore e mezzodì.»
«Restate dunque ai vostri affari fino a quattr’ore, ma inviateci Lady Hamilton come la colomba dell’arca per annunziarci che voi avete messo piede a terra.»
VOSTRO AFFEZIONATO FERDINANDO B.
Sir William rispose:
«Sire,
«La colomba sarà da voi all’ora indicata, ma non aspettatevi che vi porti il ramoscello d’ulivo. Credo che de qualche tempo non si coltiva più quell’albero in Francia.
«Alla mia volta, nell’ora che mi è assegnata, verrò a ringraziare Vostra Maestà di tutta la bontà che ha avuto per me.
«Ho l’onore di essere con rispetto,
«Di V. Maestà,
_Umil. ed obb. servo_ W. HAMILTON.
Come vedete, il mio trionfo era completo.
XIV.
Aveva portato dalla Francia una quantità di abiti. Esitai qualche tempo nello scegliere la specie di toeletta con cui mi doveva presentare alla regina. Mi decisi per la più semplice.
Un abito di raso bianco, una piuma bianca nei capelli, uno sciallo di cascemiro azzurro chiaro sulle spalle, furono tutto il lusso che sfoggiai.
Alle dieci partii per Caserta: alle undici discesi ai gradini del grande scalone.
Al primo piano mi si aperse una porta che metteva in un corridoio. La regina mi aspettava nel suo piccolo appartamento.
Non ho bisogno di dire in che modo mi battesse il cuore; mi sentiva pallida, tutto il sangue mi affluiva al petto.
Infine dopo tre o quattro porte aperte e chiuse, se ne aperse un’ultima; e in mezzo ad un’abbagliamento udii il cameriere, che mi precedeva, pronunziare queste parole:
— Lady Hamilton.
Entrai senza vedere nulla; una densa nebbia si era stesa sui miei occhi, mi sentiva vacillare, volli fare una riverenza, fui costretta a tenermi ad una poltrona.
Sentii allora che mi si sosteneva alla vita.
— Che avete Milady? mi disse una voce benevola.
— Perdono, signora, balbettai, l’emozione mi fa l’onore tanto desiderato e tanto aspettato di trovarmi innanzi a Vostra Maestà.
— Ah! mio Dio, ma io sono dunque assai imponente?
— Voi siete regina, signora.
— Ecco quanto v’inganna; io sono una donna, e una donna che cerca un’amica; questa amica se voi me la recate, m’avrete dato più di quanto mai potrei darvi; ciò posto, sedetevi, e lasciatemi contemplarvi a mio bell’agio.
Feci un movimento per nascondere la mia testa fra le mani.
— Ma volete lasciarmi vedere questo bel viso, che io non ho veduto finora, che imperfettamente e alla sfuggita?
Allora misi due o tre grida soffocate, e poi diedi in uno scoppio di singhiozzi; mi era impossibile di contenermi, io soffocava.
— Ah! per esempio, esclamò la regina, non vi credeva pazza a questo punto: vediamo, vi debbo fare io delle scuse.
— Oh, signora, mormorai appena.
— Civetta, diss’ella, tutt’al contrarlo delle donne che si fanno brutte nel pianto, essa sa che le lagrime la fanno più bella ancora: vediamo, non vi è qui che una donna, è dunque inutile di fare la civetta, lasciatemi asciugare i vostri occhi, e discorriamo.
La regina mi voleva asciugare gli occhi, io mi gettai ai suoi piedi e le baciai la mano.
— Ecco che va già meglio, soggiunse, e quando vi avrò abbracciata saremo pari.
Ed essa mi abbracciò.
— Ah bene! disse la regina, ora che sono finiti i capriccietti, sedetevi qui vicino a me, e siamo buone amiche, meno che voi non lo vogliate, e allora non sarà colpa mia.
Non trovando di che risponderle, le sorrisi nel modo il più riconoscente.
— Suvvia, mi disse giuocando coi miei capelli; non mi piacciono le giornate che cominciano colla pioggia.
— Oh! signora, balbettai, chi mi avrebbe mai detto che una grande regina, che l’augusta figlia di Maria Teresa....
— Zitto, zitto, o piuttosto, a proposito di regina, so che avete veduto mia sorella a Versaille; nella sua ultima lettera mi scrive che le cose vanno alla peggio in Francia, che soffre assai, e deperisce a vista d’occhio; che vi ha di vero in tutto ciò?
— Ahimè, maestà, io non aveva veduto la regina di Francia da otto anni, e debbo confessare che in questi otto anni sembra aver dato un addio a tutto il lato bello e felice della vita.
— Ed io che non la veggo da diciannove anni, che sarebbe mai se la rivedessi. Povera Antonietta.
— Essa non ha che trentatre anni, replicai, ed a trentatre anni si è giovane.
— Ma non quando si è regina, rispose Carolina, inarcando le sopraciglia, e se poi gli affari continuano a farsi serii, toccherà a noi di....; ma lasciatemi ora osservare la vostra toletta.
— Non so se siete voi che andate bene al vostro abito, o se sia il vostro abito che vi sta dipinto; ma ciò che vedo si è che siete d’un gusto squisito; voglio farmene fare uno perfettamente eguale; noi sembreremo due sorelle.
— Oh! signora.
— Voi sarete la minore, s’intende; quanti anni avete, ventitre?
— Un poco più? ventisei, maestà.
— Il vostro volto ha un difetto impareggiabile, mia cara, quello di mentire in vostro vantaggio; tutt’all’opposto di me, io sono sempre sembrata più vecchia di quel che sono; voi non me ne fate perciò i complimenti, non è vero? Il vostro abito siamo intesi, io ne farò fare subito uno simile. E chi viene ora a disturbarci? ah sì, è il Re, lo riconosco al suo passo.
— Il Re, signora, esclamai alzandomi, io non sono così esperta, come avrete potuto scorgere, in fatto di etichetta; che debbo fare?
— Ma che! voi dovete rimanere; Sua Maestà poi non mi fa mai delle lunghe visite, i nostri atomi attraenti, come diceva il defunto signor Descartes, sono ancora da attrarsi.
In questo momento la porta si aperse, ed il Re entrò frettolosamente.
Del resto quando dico il Re; per fortuna che la regina mi aveva prevenuto col dirmi _che riconosceva il passo del Re_, perch’io certamente non lo avrei riconosciuto in quella specie di villanzone, che faceva invasione nell’appartamento di Maria Carolina.
Figuratevi un uomo ancor giovane, di statura alta, assai ben fatto, quantunque avesse i piedi troppo grandi e le mani troppo grosse; portava una calzatura da caccia con grandi uose di cuoio, un farsetto di pelle di daino, una giacchetta e pantaloni di velluto di un colore abbronzato, con una fronte ed un mento che sfuggivano innanzi ad un naso enorme, che gli dava l’aspetto non già di un’aquila ma di un pappagallo: pettinato colle _oreilles de chien_ ed una coda _en salsifis_, e aveva in mano per le zampe tre tacchini che si dibattevano e chiocciavano quanto potevano: aggiungete a tutto ciò dei gesti comuni, ed un accento volgare, e avrete o quasi un’idea di ciò che era il re Ferdinando IV.
— Buon Dio, disse la regina, che vi è accaduto, signore; io sono solita a vedervi quando ritornate dalla caccia, ma oggi mi sembra che facciate meglio, mi pare che abbiate dei polli.
— Ah! mia cara maestra, disse Ferdinando, — egli chiamava con questo nome sua moglie nei suoi momenti di buon umore; visto che essa gli aveva o quasi imparato a leggere ed a scrivere; — voi che mi dite sempre che se non fossi Re, non avrei saputo guadagnarmi il pane, ecco per provarvi un poco il contrario, osservate un poco questi tre tacchini.
— Li vedo.
— Fatemi il piacere di palparli.
— E così, signore?
— A voi, a voi, Milady, e me li porse; io non sapeva che fare, esitava.
— Palpate, palpateli, disse egli, e poichè ne dovete mangiare, non ci è male che vi assicuriate che sono grassi. Spero che avremo a pranzo sir William.
— Egli avrà l’onore di obbedire all’invito di Vostra Maestà.
— Farà bene, mangerà i tacchini guadagnati da me.
— Ma alla fine, signore, disse la regina con impazienza, terminateci dunque la storia di queste povere bestie.
— Ah! potete ben dire la mia, essa è abbastanza intimamente collegata colla loro, perchè potessimo separare l’una dall’altra. Immaginatevi che passeggiava ieri in giardino, quando incontrai una povera donna che mi ferma e mi dice: signore, mi hanno detto di mettermi qui per trovarmi sul passaggio del Re; credete voi che il Re passerà presto?
— Nulla di più probabile, buona donna.
— Come sarà vestito, onde lo possa riconoscere?
Voleva quasi darle i contrassegni di san Marco e di D’Ascoli; ma preferii di spingere l’avventura sino alla fine.
— Ascoltate, le dissi. Siccome il Re non passeggia tutti i giorni e voi potreste aspettarlo tutta la notte senza che passi, facciamo di meglio; se voi avete qualche istanza da presentargli, me ne incarico io.
— Ve ne sarò molto obbligata, disse la buona donna; sono una povera vedova e non posseggo che tre tacchini; ma se voi mi tenete parola, ve li regalerò.
— Sono grassi? le dimandai; capirete che non voglio comperare ad occhi chiusi.
— Come oche, mio caro signore, rispose la donna.
— Allora mercato fatto, venite domani coi tre tacchini, e voi avrete il vostro ricorso.
— Sì?
— Datelo a me. Dimani ve lo porterò postillato dal Re, io vi restituirò il vostro ricorso, e voi mi darete i tre tacchini, e ci saremo sbrigati.
— Prendere e dare?
— Prendere e dare, certamente.
Vedete che non ho mancato al convegno. Aveva messo un uomo in sentinella e quando venne a dirmi: «C’è abbasso una donna con tre tacchini» allora discesi, le consegnai il suo ricorso postillato da me; ed essa mi ha dato i tre polli: povera donna, ho paura che abbia fatto male i suoi conti.
— E perchè?
— Perchè i giudici non ci baderanno alla mia raccomandazione; ma questa volta sono a fare, se bisogna, un colpo di stato, perchè si renda giustizia a questa povera vedova. Se però i tacchini sono teneri.
Ed il Re uscì schiamazzando dalle risa, e tenendo in mano i tacchini che egli stesso andò a portare in cucina.
La regina lo seguì con uno sguardo che aveva un’impressione indefinibile di sdegno, e rivolgendosi a me:
— L’avete veduto? mi disse; non ho altro a dirvi di più.
I miei occhi si fissarono su di essa e la osservai minutamente colla più grande attenzione.
Aveva trentasette anni, come aveva detto, di modo che anche in lei la bellezza della matrona succedeva alla bellezza da sposa. Aveva la carnagione bianca delle donne nordiche, i capelli di un biondo ammirabile, occhi azzurri capaci di rendere tutte le espressioni, dall’amore il più tenero fino all’odio più violento; in questo caso la sua fisonomia era di una durezza, a cui non avrei creduto che potesse giungere, il naso era diritto, ben fatto, la bocca quantunque bella era guasta da quella prominenza del labbro inferiore particolare ai principi di case d’Austria, le spalle, le braccia e le mani erano magnifiche. Ma, bisogna dirlo, l’abitudine della maestà reale dava a tutto ciò una rigidezza che toglieva alla regina molto della grazia della donna.
Gl’italiani hanno inventato una parola, per questo genere di grazia che manca specialmente in Italia, e l’hanno chiamato _morbidezza_. Ne potreste avere un’idea completa in quelle attrattive neglette delle creole.
Mentre la osservava, essa mi guardava pure alla sua volta, e sembrava esaminarmi nello stesso modo ch’io faceva con essa. La medesima idea ci venne nello stesso tempo, essa mi cinse nel suo braccio e traendomi a lei mi abbracciò con quella specie di violenza d’azione che sarebbe meglio convenuta ad un amante, anzichè ad un’amica.
Raccapricciai. Ciò mi ricordava l’amicizia di Miss Arabella.
A pranzo mangiammo i tacchini, arrostiti allo spiedo; erano grassi, ma duri; ciò derivava dal non avere il Re voluto aspettare qualche giorno per assicurarsi della loro qualità.
Terminiamo subito con questa storia dei tacchini.
Come aveva pensato Ferdinando, la sua firma non aveva avuto la minima influenza. Il giudice aveva letto la sua raccomandazione, e considerandola come una di quelle raccomandazioni, che l’importunità o l’inavvertenza carpiscono ai sovrani, aveva alzato le spalle e messo da parte il ricorso.
Ne derivò che in capo a quindici giorni il Re ritrovò la vedova sul suo cammino. Gli fece una scena, l’accusò di avere abusato della sua bonarietà facendogli credere che conosceva il Re.
— Ascoltate, le disse il Re, ritornate dopo quindici giorni, e se non avrete vinto il vostro processo, m’impegno di darvi cento ducati per ciascuno dei vostri tacchini.
La buona donna tentennò il capo: evidentemente non credeva più al rimborso dei tacchini che alla vincita della causa, e brontolava fra i denti, accusando gl’intriganti, che promettendo molto, com’egli aveva fatto, si facevano pagare anticipatamente, e poi non mantenevano la loro promessa.
Il Re prese il nome del relatore e scrisse al tesoriere della giustizia di non pagargli il suo stipendio del mese che scadeva appunto il giorno dopo; e se chiedeva una spiegazione di dirgli che quando avrebbe sbrigato il processo raccomandato dal Re, sarebbe pagato, ma non prima.
Quindici giorni dopo, il Re diede alla buona donna la sentenza che conteneva il suindicato in suo favore e facendosi conoscere, vi aggiunse i trecento ducati dei tre tacchini.
XV.
Or che la mia vita si passa per dieci anni alla corte di Napoli, debbo, per l’intelligenza dei fatti che seguiranno, mettere in grado i miei lettori di conoscere più completamente i due personaggi, presso i quali li introduco, vale a dire il re Ferdinando e la regina Carolina.
Non ho bisogno di dire come Carlo III, capostipite de’ Borboni dì Napoli, secondo figlio di Filippo V e primogenito di Elisabetta Farnese, s’impossessò del trono delle Due Sicilie nel 1734, e fu riconosciuto re nel 1735.
Quando suo fratello maggiore morì senza figli, egli fu chiamato al trono di Spagna e dovette scegliersi un successore.
Abbiamo detto scegliersi, perchè in questa occasione il diritto di primogenitura doveva essere invertito; l’infante Don Filippo, in causa di cattivi trattamenti che aveva dovuto sopportare da sua madre, era diventato idiota.
Non era punto il caso di pensare a lui.
Il re Carlo III lo lasciò a Napoli, per morire della sua malattia giudicata incurabile; condusse con lui suo figlio Carlo, principe delle Asturie, che, dopo la sua morte, avvenuta, credo, nel 1788, diventò re sotto il nome di Carlo IV, e designò per erede del regno delle Due Sicilie il suo terzo figlio che aveva sette anni.
Prima di partire per la Spagna volle destinargli un governatore, ma a motivo della tenerissima sua età questa cura spettava più alla madre che al padre. Sventuratamente fu la madre che fece questa scelta. Essa mise la carica all’incanto, ed il principe di San Nicandro, uno degli uomini meno degni di un tale impiego, fu scelto per coprirlo.
Una delle raccomandazioni del re Carlo III fu questa:
— Fate particolarmente di mio figlio un buon cacciatore; la caccia è il solo piacere che sia veramente degno d’un re.
Il re Carlo III considerava in fatti le caccia come una cosa superiore anche alla felicità dei suoi sudditi.
Non citerò che un aneddoto su questo soggetto.
Avendo destinato l’isola di Procida per la caccia de’ fagiani, fece un editto che vietava assolutamente di tenere qualsiasi specie di gatti. Possedere uno di questi animali era, a contare da quel momento, un delitto, che poteva anche essere espiato con una pena afflittiva ed infamante.