Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8
Part 6
Sir William era lungi dal dubitare che i francesi si correggessero presto della qualità per cui li lodava, e del difetto di cui li rimproverava.
In capo ad un quarto d’ora il nostro albergatore ritornò tutto giulivo; aveva un viglietto in mano.
— Voi avete un palco? esclamai scorgendolo.
— Sì, l’ho, diss’egli, sollevando in aria il viglietto, eccolo.
Gli presi di mano il viglietto; esso racchiudeva una piccola cartolina con queste cinque parole:
— _Buono pel mio palco_. —
TALMA.»
e più sotto.
— _Entrata degli artisti_. —
Io m’impossessai tutta contenta del palco.
— Aspettate, mi disse sir William; Tito ci fa l’onore di risponderci.
— Ah vediamo, e lessi:
«Il cittadino Talma è dolentissimo di non poter offrire all’illustre sir William Hamilton ed a Milady Hamilton che il suo palco posto sulla scena. Ma, come si trova, glielo offre coll’espressione della sua riconoscenza la più tenera, per avere voluto pensare a lui.
«27 aprile 1789.»
Era impossibile di contenersi meglio nei limiti della convenienza più assoluta.
Alle sette ore e mezza precise noi eravamo in teatro. Il portiere che ci attendeva al portone ci fece attraversare la scena, e ci condusse al palco.
Era facile di vedere che colui che ce lo prestava ci aveva messo tutta la galanteria di cui è capace un artista.
Un grande specchio decorava una parete; i mobili erano coperti da stoffe turche ricamate in oro; questo palco mi ricordava in miniatura lo studio di Romney.
Io era incantata di essere sulla scena, e aveva un piacere dieci volte maggiore che se fossi stata nella sala, fosse stata pur messa a mia disposizione la loggia reale.
Aspettava con impazienza che si levasse il sipario. Ma per questa attesa ebbi anche uno spettacolo più curioso di quello della tragedia, quello del dietro scena.
Tutti gli artisti si trattenevano dal loro collega Talma, e si facevano dimande sulle nuove eccentricità della foggia di vestire che egli si sarebbe permesso. Essi chiamavano eccentricità quel lavoro pieno di scienza a cui si dedicava Talma per ricondurre il teatro alla verità storica. In fine la campana si fece sentire, si diedero i tre colpi, il direttore dispose gli artisti, e si levò il sipario.
Confesso che quando Talma entrò alla prima scena del secondo atto, misi un grido di ammirazione. Mi sembrava di veder camminare una statua romana.
La testa particolarmente era superba, i capelli tagliati corti ed arricciati alla foggia antica, la corona d’alloro d’oro posava sui suoi capelli; il mantello di porpora, non già attaccato ma gettato senza cura sulle spalle, permetteva a chi lo portava di avvolgerselo in mille guise; tutto ciò dava una singolare verità all’artista che riconduceva gli spettatori a 1700 anni addietro.
Tutti gli altri commedianti mi sembravano maschere.
La parte di Berenice era sostenuta, per quanto mi posso ricordare, da una giovine e bella artista chiamata madamigella Vestris; essa aveva un abito all’antica, i capelli incipriati e il guardinfante.
Quando entrò alla quarta scena del second’atto, e si trovò in presenza di Tito, fece dapprima un movimento di sorpresa, poi represse un violento scoppio di riso; Tito aveva le braccia e le gambe ignude, mentre gli altri avevano delle maglie di cotone, e dei calzoni di seta.
Pure declamò con tutta l’anima che potè mettere nella sua lunga parlata, che cominciò con questo verso:
«Non ti lagnar, signor, se un indiscreto zelo mi spinse.... ecc.
e finisce:
«Signor! presente almeno ero al pensiero?»
Ma finito questo verso, invece di ascoltare la risposta di Tito, lo guardò da capo a piedi, mentre che Tito le diceva alla sua volta:
«Donna, non dubitar! n’attesto il Cielo, Berenice a’ miei occhi è ognor presente, Tempo od assenza ti rinnovo il giuro, Non possono rapirti al cor che t’ama.
— Mi perdoni Iddio, Talma, mormorò la donna, ma voi non avete la parrucca, ma voi non avete la maglia; ma voi non avete i calzoni.
Poi mentre Talma avea finito quanto doveva dire, le rispose:
— Cara amica, i Romani non ne portavano.
Ed essa ripigliava con una nuova tenerezza:
«E vuoi giurarmi Un affetto immortal, se tu mel giuri Freddamente così?
Confesso che mi gettai indietro sullo sfondo del palco per poter ridere in tutta libertà, mentre Sir William, nella sua qualità di antiquario, si sfiatava a dire:
— Ma ha ragione, ha perfettamente ragione. Bravo quel giovane, bravo; voi sembrate una statua trovata ad Ercolano od a Pompei. _Perge sic itur ad astra._
Il tragico fece un leggiero inchino verso di noi in segno di ringraziamento.
— Chi sono quelli che hai nel tuo palco? chiese con un fare sgarbato madamigella Vestris seguitando a recitare.
— Sono artisti inglesi, rispose Talma con un leggiero sorriso, che faceva valere anche per conto dell’amore che Tito aveva per Berenice.
— Sì, sì, artisti, signor Talma, esclamai io applaudendo, avete ragione, veri artisti.
I miei applausi raddoppiarono alla parlata di Tito; questa parlata, che aveva insieme del disordine, dell’amore e della dignità, fu ammirabilmente declamata dal giovine tragico.
Quando calò il sipario verso la fine del secondo atto, si udirono grandi applausi nella sala, si gettavano quasi fuori dei palchi e gridavano _bravo_. Ove noi eravamo non potevamo vedere; ma gli artisti si avvicinavano al sipario e guardavano dal foro che vi era praticato.
— Che c’è, che c’è dunque? chiedevano gli altri commedianti, a quello che aveva la fortuna di stare a quel foro.
— Bene, rispose, non ci mancava che questa.
— Ma che cosa?
— Ecco che quel pazzo di Talma ha trovato degli imitatori.
— Come? soggiunse uno del commedianti; vi sarebbe qualcuno in platea, che per avventura sia senza calzoni?
— No, ma vi è un giovane presso l’orchestra, che dopo l’atto è andato probabilmente a farsi tagliare i capelli: è acconciato _alla Tito_, ed è lui che si applaudisce.
Fra il secondo ed il terzo atto l’esempio fu imitato da tre o quattro giovani. All’ultimo atto Talma aveva una ventina di imitatori nella sala.
È inutile dire che da quella sera venne la moda di portare i capelli alla Tito.
Quando calò il sipario al quinto atto. — Dio mi perdoni questa empietà sul mediocre intreccio della Berenice, — sir William, prevenendo i miei desideri, fece dimandare dal portiere _il cittadino_ Talma: — ricordiamoci che questo era il titolo che aveva preso quando ci scrisse, — se potevamo ringraziarlo nel suo camerino.
Ci fece subito rispondere che era un grande onore per lui, che non avrebbe ardito di aspettarsi; ma poichè noi eravamo disposti di farglielo, lo accettava con riconoscenza.
C’incamminammo verso il suo camerino: il corridojo era ingombro; però vedendo una signora che sembrava essere dell’alta società, ciascuno si ritrasse verso il muro, di modo che riuscimmo ad entrare.
Tito ci aspettava alla porta per farci gli onori del suo camerino; la nostra meraviglia fu grande quando rivolgendosi a noi in perfetto inglese, ci chiese, o piuttosto chiese a sir William se voleva o no conservare l’incognito.
Sir William rispose che non aveva alcun motivo di nascondere _l’onore che egli faceva a sè stesso_ venendo a ringraziare un grande artista, facendogli i suoi complimenti, e che anzi desiderava di essere presentato alla società che si trovava nel suo camerino, e che dall’apparenza doveva appartenere alla classe più intelligente della società.
Sir William non s’ingannava: Talma ci presentò successivamente il poeta Mario Giuseppe Chenier, di cui dovea rispondere il _Carlo IX_; Ducis di cui facea fede il Macbet, il giovine Arnault di cui studiava il _Mario a Minturno_; La Harpe che lo tormentava per rappresentare il suo _Wasa_; il pittore David che gli dava i modelli del vestiario; il cavalier Bertin che cinque o sei mesi prima avea pubblicato il suo libro degli amori, e che al giorno seguente o l’altro doveva partire per S. Domingo, ove dovea morire l’anno dopo; Parny, che si chiamava il Tibullo francese, e che era in procinto di cantare la sua Eleonora, mentre suo fratello, con minor poesia forse ma con altrettanto spirito cantava madamigella Comtas. Infine cinque o sei altri giovani, che avevano tutti un nome, od erano per farselo.
Sir William ebbe la sua corte, ed io la mia. Egli entrò in una discussione sul modo di vestire degli antichi con David e Talma: mentre io faceva sui loro versi i complimenti al cavalier Bertin e Parny e essi me ne facevano sulla mia bellezza.
Sir William sempre preoccupato dei miei trionfi me ne procurava uno.
Egli invitò Talma, pregandolo d’invitare tutti gli amici che si trovavano nel suo camerino, di venire a passare la serata di domani all’hôtel des Princes.
Se Talma consentiva a declamare dei versi di Corneille, di Racine e di Voltaire, Lady Hamilton declamerebbe da parte sua il Shakespeare.
Talma era pregato di prevenire i suoi amici che la serata sarebbe terminata con una cena.
L’invito fu accettato all’unanimità; e ci ritirammo.
Noi avevamo, se vi ricordate, da ricondurvi per le due ore del giorno alla Bastiglia per asciolvere col governatore.
XII.
Ritornando, ringraziai Sir William Hamilton della piacevole serata che mi aveva fatto passare; l’arte in fin dei conti, mi sembrava sempre il mezzo al quale era destinata, e se seguitando la mia vera vocazione, avessi potuto entrare in un teatro, avrei certamente lasciato una riputazione eguale a quella di M. Champmesle e di mistress Siddons.
Il giorno seguente alla mattina feci venire due sarte, e feci loro il disegno di due vestiarj, che desiderava di avere per la sera; quello di Ofelia e di Giulietta. Dissi loro di prendersi in aiuto quante operaie volessero, purchè i due abiti fossero finiti per le otto ore della sera.
Le due sarte m’impegnarono la loro parola, e tanto sicura su questa parola, come lo era stata il giorno innanzi sulla _fede di gentiluomo_ del signor Delaunay, salimmo in carrozza alle nove ore e mezza per condurci alla Bastiglia; ma arrivando al baluardo del Tempio, la folla era così grande, che ci fu impossibile di andare innanzi. Allora prendemmo la via del Tempio, e giungemmo sulla banchina della Senna dalla parte del baluardo Bourdon. Da questa parte lo spazio era libero, la sommossa non passava per la Bastiglia, ma volgeva a sinistra verso il sobborgo S. Antonio.
Il signor Delaunay ci attendeva e la tavola era messa con un gran lusso: c’invitò ad asciolvere senza ritardo, atteso che la sommossa sarebbe verosimilmente nel suo splendore verso mezzogiorno.
Alla prima portata, la profusione delle vivande e la finezza del vini ci accusavano che il signor Delaunay non aveva mantenuto la sua parola di darci l’ordinario dei prigionieri.
Ma egli al contrario:
— Milord, disse, voi mi avete imposto delle condizioni, ma in esse mi avete lasciato tutta la latitudine. Noi abbiamo alla Bastiglia prigionieri e prigionieri; prigionieri che sono principi del sangue, fino ai motteggiatori; ora per il vitto di un principe del sangue sono fissate cinquanta lire al giorno, per quello di un maresciallo di Francia trentasei, per quello dei generali e brigadieri ventiquattro lire, per quello di un consigliere quindici lire, per quello di un giudice ordinario dieci lire, per quello di un ecclesiastico sei lire, e per un motteggiatore uno scudo.
— Ebbene? gli domandai, non indovinando molto a che serviva questa lunga enumerazione.
— Ebbene, soggiunse, io vi tratto da principi reali, ecco tutto.
— Noi abbiamo allora la colezione del signor de Beaufort? gli domandai.
— V’ingannate, cara amica, disse sir William; il signor de Beaufort non è stato alla Bastiglia, ma a Vincenne; è il signor de Condè che è stato alla Bastiglia.
— Come? è qui che egli coltivava i suoi garofani! se ve rimane ancora, me ne dareste uno, signor governatore?
— V’ingannate ancora, disse sir William, quello che faceva il giardiniere era Luigi II, il gran Condè. Anch’egli è stato a Vincenne, a meno che non consideriate per essere stato alla Bastiglia l’esservi nato; allora è Enrico II suo padre, un sovrano assai triste che è stato alla Bastiglia.
— Alla buon’ora, disse il signor Delaunay; ecco un dotto inglese che può istruirmi sulla storia della mia fortezza. Alla salute della Torre di Londra, e che sgombri sempre i re d’Inghilterra dai suoi nemici, come la Bastiglia liberi i re di Francia dai suoi. Posso affermare a Vostra Signoria che il duca di Clarence non è stato annegato in un vino migliore di quello ch’ella beve in questo momento.
Avevamo appena vuotato i nostri bicchieri per dare ragione al signor Delaunay, quando venne uno ad annunciarci che se noi volevamo vedere la sommossa in tutta la sua bellezza, non avevamo un momento da perdere.
Il signor Delaunay ci voleva trattenere a tavola; ci affermava che avevamo tutto il tempo; ma la curiosità vinse: insistemmo e salimmo sulla torre più vicina al sobborgo S. Antonio.
Difatti, appena giunti a quel punto elevato, da cui non ci poteva sfuggire alcun particolare, noi vedemmo quella scena terribile in tutta la sua sconcezza.
— Ah! perdio! ci disse il signor Delaunay, volgendosi pian piano verso sir William: io posso non solamente mostrarvi il saccheggio di Reveillon, ma lo stesso Reveillon in persona.
— In che modo?
— Dimenticava di dirvi che ieri mattina, egli, sapendo che era minacciato nientemeno che di essere appiccato, è venuto a dimandarmi un asilo che io, ben inteso, gli accordai. Vedete quell’uomo piccino coi capelli crespi, col viso contratto, che sembra prendere tanto interesse a ciò che succede, e che si china fuori dal parapetto in modo da far credere ch’egli voglia gettarsi dalle mura?
— È lui?
— Egli stesso.
E perchè non ne dubitassimo:
— Eh! signor Reveillon, disse egli, che pensate voi di ciò che succede laggiù?
Reveillon raccapricciò.
— Io penso, signor governatore, disse egli, che se la Corte non avesse bisogno di una sommossa per guadagnar tempo per gli Stati Generali, si sarebbero spicciati presto con questa massa di saccheggiatori: guardate! non è mica una derisione?
Vi sono circa a due mila che saccheggiano la mia casa, e che probabilmente vanno a metterla in fiamme. — Ebbene, il signor di Besenval vi manda — quanti? — contiamoli: — dieci — quindici — venti — venticinque — trenta. — Il signor di Besenval invia trent’uomini per contenerne due mila, senza contare centomila spettatori che vi si divertono, e per conseguenza li spingono a continuare.
— Signor Reveillon, signor Reveillon, disse il signor Delaunay, mi sembra che voi parlate assai leggermente del governo di Sua Maestà, e mentre vi trovate alla Bastiglia vi potrete anche restare.
— Oh! disse il poverello, che la vista dei suoi mobili che gettavano dalla finestra metteva alla disperazione; io sono ben tranquillo; non è per i pari miei che la Bastiglia è fatta, ma per i gran signori; per voi, per esempio, se lo voleste.
E si fermò esitando.
— Ebbene? chiese ridendo il governatore.
— Voi non avreste che a dire una parola, e mi salvereste; perchè dimani sarò ridotto alla miseria.
— E quale parola avrei a dire?
— Voi non avreste che a dire: «fuoco,» ed uno dei vostri cannoni non avrebbe che ad obbedire, e la piazza sarebbe tosto sgombra.
— Ma, disse sir William al governatore, mi sembra che quest’infelice non abbia tutti i torti.
— Anzi, rispose il signor Delaunay, egli ha invece tutte le ragioni; ma io sono comandante di un castello reale, io non posso movere un cannone, nè abbrucciare un’esca senz’ordine del re.
Intanto il saccheggio andava crescendo. Dopo il saccheggio venne l’incendio; le fiamme cominciavano ad uscire dalle finestre. Allora vennero alcune compagnie di guardie francesi e fecero fuoco; due o tre di quel miserabili caddero, ma gli altri respinsero i soldati a colpi di pietra. — Io cercai cogli occhi di vedere Reveillon; non vi era più: senza dubbio la vista del saccheggio della sua casa l’aveva così profondamente rattristato, che non aveva potuto sopportarla più a lungo, ed erasi forse ritirato in qualche camera della Bastiglia.
Finalmente dopo due o tre ore, durante le quali si lasciò sbizzarrire a lor talento i saccheggiatori, vennero gli Svizzeri. I rivoltosi volevano fare a questi ciò che fecero alle guardie francesi; ma gli Svizzeri non erano di sì buona pasta, fecero fuoco davvero non già a polvere ma a palla, uccisero una ventina di persone e dispersero non solamente i saccheggiatori ma anche i curiosi.
Poi entrarono nella casa, trascinando fuori per la via degli uomini che sembravano morti e invece erano soltanto ubbriachi; quelli là li avevano trovati in cantina; ma alcuni, credendo di bevere il vino di Reveillon, avevano bevuto i colori della fabbrica, e morirono avvelenati.
In complesso vidi che una sommossa non era una cosa gaia come credeva; quella aveva cominciato coll’appiccare un fantoccio, e terminò col saccheggio e coll’incendio di una casa, oltre la morte di cinque o sei soldati e di una ventina d’uomini, che per essere dei miserabili non erano nemmeno uomini.
Noi ringraziammo il signor Delaunay della sua sommossa e del suo asciolvere; ma gli confessammo che la vista dell’una c’impediva di finir l’altro.
Lasciammo quindi a metà il suo ordinario dei principi reali, che, — debbo confessarlo, — era eccellente, e più facilmente che non eravamo venuti ritornammo a casa.
Quando quattro mesi dopo udimmo a Napoli la presa della Bastiglia e la morte del signor Delaunay, le due notizie ci fecero una impressione più profonda, avendo conosciuto il castello ed il suo comandante.
Solamente, si dimanda, quando si è veduto l’altezza delle torri, lo spessore delle mura, e la forza delle porte; come mai un popolo male armato, mal comandato, senza cannoni, senza macchine di guerra, prende una fortezza come la Bastiglia?
La questione si agita da venticinque anni, e la risposta non è ancor fatta.
Una volta ritornata a casa, mi occupai più dei preparativi della nostra serata. Vi metteva un certo vezzo particolare a conquistare i suffragi di una tale riunione di uomini intelligenti. Temeva solamente che gli avvenimenti della giornata non facessero torto ai nostri progetti della sera.
Ma io non conosceva ancora i Francesi, questo popolo proteiforme che trova tempo per tutto, che maneggia nello stesso tempo con eguale indifferenza, direi quasi colla stessa abilità, il fucile, la matita e la penna; che alla mattina fa una sommossa, alla sera coltiva le arti, e tutto ciò con una ferocia ed una delicatezza che non appartiene che a lui.
Alle otto ore le due sarte mi avevano mantenuto la parola, ed io aveva i miei due abiti; l’esattezza colla quale i nostri invitati si presentarono dalle nove alle nove e mezza ci provarono il piacere che avevano di trovarsi al convegno.
Si parlò dapprincipio della novella del giorno, della sommossa; vidi con stupore che tutti questi artisti, tutti questi poeti, tutti questi pubblicisti erano dello stesso parere, e se non ne incolpavano la corte erano almeno dell’avviso del povero Reveillon che vedeva abbrucciare il suo magazzino, cioè che la corte non si era opposta quanto avrebbe potuto.
Il poeta Chenier ed il pittore David andavano più oltre, e pretendevano che non solamente la Corte non si era opposta alla sommossa, ma che l’impulso veniva da essa. Essa sperava, dicevano costoro, che tutta questa turba affamata, tutti questi uomini senza pane, cinquantamila operai senza lavoro si unirebbero ai turbolenti e si metterebbero a saccheggiare le case dei ricchi; allora tutto muterebbe d’aspetto, la Corte avrebbe un eccellente motivo per concentrare una armata sopra Parigi e Versaille, e un pretesto eccellente per aggiornare gli Stati; ma, contro l’aspettazione della Corte, la moltitudine era rimasta onesta e si era astenuta.
Queste cose le dicevano con una tale convinzione, ed i loro uditori erano disposti a convenire nel loro avviso, che la mia coscienza ne era molto scossa. Quanto a sir William, la sua riserva diplomatica non gli permetteva di essere apertamente di questa opinione, ed io osservava che la lasciava manifestare senza altrimenti combatterla con dei _forse_ e dei _credete voi_.
Ma siccome la riunione non aveva uno scopo politico, a poco a poco si cessò di parlare di affari, per ritornare alla poesia ed alla letteratura.
Il signor Talma, come ci era stato detto, era un uomo di un giudizio affatto superiore. Disponendosi a declamare l’_Amleto_ di Ducis, si rammaricava con lui di dover molto sagrificare il gusto francese.
Mi parve che allora era il momento di far propendere la bilancia dalla parte di Shakespeare, e senza dir nulla entrai nella camera vicina; cinque minuti mi bastarono per addossare l’abito di Ofelia; e la discussione animata da sir William, che aveva compreso la mia intenzione, continuava ancora. Quando ad un tratto si aperse la porta, e nella oscurità opportunamente procurata nella stanza vicina, apparvi pallida e coll’occhio fisso come lo spettro di Ofelia, non vi fu che un grido nella sala, e ciascuno si ritrasse istintivamente innanzi a me per farmi posto.
La pazzia d’Ofelia, e le scene di Giulietta al balcone erano il mio trionfo. Io era riescita ad assicurarmelo tre o quatto volte a Londra, ove aveva declamato le due scene. La cosa era completamente nuova e per conseguenza doveva produrre un effetto maggiore; ma anche poche persone comprendevano l’inglese, e bisognava indovinare dalla mia fisionomia l’intenzione del poeta.
Per fortuna questa splendida scena della pazzia d’Ofelia non aveva bisogno di spiegazione, tanto la mimica che l’accompagna può diventare parlante; quasi ad ogni verso io era interrotta dagli applausi, che invece di aumentarne l’effetto non potevano che diminuirlo.
Anche Talma prevenendo il mio desiderio, supplicò che mi lasciassero almeno finire senza essere interrotta nei differenti periodi che la scena presenta.
Lo ringraziai con un segno di testa, e senza interrompermi nè essere interrotta, continuai sino alla fine della prima scena:
«Addio Milady, — la carrozza.»
Ma allora fu un vero scoppio d’applausi. Talma, chiedendomi perdono della famigliarità, si slanciò verso di me, e dichiarò che io era per niente affatto l’ambasciatrice d’Inghilterra, ma mistress Siddons che viaggiava incognita.
In conseguenza di ciò mi baciò la mano.
Confesserò di sfuggita che mai un gran signore, principe o re che mi avesse baciato la mano, non mi fece il piacere, anzi direi l’onore che mi fece Talma in questo momento.
E sir William lo comprese bene, egli così artista, poichè da parte sua prese la mano di Talma con un’affezione in cui entrava una parte di riconoscenza.
Corsi via dalla sala in mezzo alle grida che mi richiamavano. Si credeva la scena finita, ma Talma dichiarò che la scena era stata solamente declamata per metà e che rimaneva l’altra, vale a dire la più pittoresca e la più drammatica.
Io non voleva lasciar spegnere l’entusiasmo dei miei ammiratori; e ricomparvi quasi subito coi miei capelli sciolti, colla mia corona di papaveri e di avena selvatica, i miei fiori campestri e il mio velo.
Ho già detto una volta l’effetto che produssi in questa scena; si perdoni al mio orgoglio di ripeterlo; sono i soli trionfi che non mi hanno lasciato dei rimorsi, era la scintilla che aveva in me e che si manifestava: era la fiamma artistica che mi coronava della sua aureola.
Perchè Dio non ha permesso che io venissi nel mondo della intelligenza, invece di venire nel mondo della grandezza?
È inutile dire che il mio trionfo fu ancora più grande la seconda volta che la prima, e finì con una vera rampogna che Talma fece al povero Ducis per avere _sfigurato_ l’Amleto di Shakespeare, al punto di non avere osato di introdurvi le due scene che io aveva rappresentato. Ducis sembrava interamente convertito all’idea di Talma; ma mi parve che volesse meglio lasciare il suo Amleto tale e quale era, che di rifarlo. Come l’abate Vertot il suo giudizio era fatto.