Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Part 3

Chapter 33,846 wordsPublic domain

Sir William fece fermare le nostre vetture davanti alla tomba della figlia di Metello il Cretico, ove riposano le ceneri di questa giovane ed intelligente donna, che aveva vissuto nei bei tempi di Roma, che aveva conosciuto Cesare, Pompeo, Cicerone, Clodio, Catullo, Ortensio, Lucullo, Catone, e li avea adunati forse un giorno intorno al suo focolare, prima che fossero separati dagli odii irreconciliabili della guerra civile.

Malgrado i settantadue anni del mio cavalier servente, il conte di Bristol discese, e volle assolutamente salire fino in cima alla tomba di Cecilia Metella per cogliermi un ramo di melograno selvatico Che talliva in quelle rovine.

Arrivando ad acqua Ferentina sir William ci fece vedere il luogo dove Clodio era stato ferito mortalmente dai gladiatori di Milone.

Arrivati a Genzano, lasciammo per un istante le nostre vetture, ed accompagnati da quattro delle nostre guardie del corpo colla carabina in ispalla, salimmo fino al lago di Nemi, uno dei laghi più simpatici della campagna romana, che il monte Gentili separa dalle rovine invisibili di Alba Lunga.

Il conte di Bristol, cui il suo amore per me sembrava aver reso le sue gambe di vent’anni, non ci lasciava nemmeno un minuto, camminandoci a fianco quando non ci precedeva.

L’escursione durò un’ora circa: riprendemmo posto nelle vetture, e per una china assai rapida ci dirigemmo verso le paludi Pontine, che Pio VI si occupava di prosciugare, non già pel bene pubblico, nè per la salubrità di Roma; ma per aumentare i dominj territoriali di suo nipote il principe duca.

A metà di questa discesa noi incontrammo un cocchio, che da lontano avevamo riconosciuto come appartenente a qualche sommità della Chiesa. — Nel passargli vicino riconoscemmo monsignor Ruffo.

Egli ci fece fermare per chiederci se potessimo dare un bicchier d’acqua fresca ad un infelice colpito dalle terribili febbri delle paludi Pontine, che egli conduceva a Roma nella sua carrozza: egli l’aveva trovato coricato a piedi di un albero, l’aveva preso sulle sue spalle, e postolo nella carrozza, lo conduceva a Roma per farlo curare.

Nella sua qualità di gran tesoriere, il cardinale Ruffo andava sovente a visitare i lavori che Pio VI faceva eseguire, e a pagare gli operai.

Era in una di queste corse che ebbe l’occasione di fare la buona azione di cui fummo testimoni.

Gli odii ciechi delle guerre civili resero per un certo tempo Hamilton, Nelson e me nemici personali del cardinale Ruffo. — Ma oggi che gli odii si sono calmati, che scrivo colla destra sulla carta e colla sinistra sulla coscienza, debbo dire che il cardinale, capace di azioni del genere che noi abbiamo raccontato, prese spesso, contro la cieca vendetta, cui pel riposo dell’animo mio ebbi sventuratamente una parte troppo attiva, il partito dell’umanità.

Del resto, venuto il giorno di raccontare avvenimenti terribili, gli renderò tutta la giustizia.

Noi gli demmo l’acqua che desiderava pel suo febbricitante che ad ogni istante chiedeva da bere. Avevamo nel nostro forgone un’intiera cantina.

Il gran tesoriere ci lasciò dicendoci che probabilmente ci saremmo riveduti a Napoli.

Diffatti il cardinale è napolitano, nato da una grande famiglia a S. Lucido in Calabria; la sua nobiltà era proverbiale.

Si dice in Italia, quando si vuole parlare di nobiltà antica ed incontestata, gli Evangelisti a Venezia, i Borboni in Francia, i Colonna a Roma, i Sanseverino a Napoli, i Ruffo in Calabria.

Continuammo la nostra via verso Terracina, ed egli la sua per Roma.

Nulla di più pittoresco di questa via delle paludi Pontine, ai due lati della quale gli operai di Sua Santità scavavano un canale. Non si vedevano che figure scarne e malaticcie; tutti quei disgraziati erano più o meno colpiti dalla malaria; ogni quindici giorni si era obbligati sostituire con operai freschi, mentre quelli andavano sulle alture a riacquistare la salute che venivano a perdere nelle paludi.

Fu specialmente quando venne la notte che il paesaggio prese un carattere completamente fantastico: la luna scorrea in mezzo a grossi nuvoloni neri, e rischiarava certe parti delle paludi per lasciarne altre nell’oscurità più profonda. Al rumore che faceano galoppando i nostri cavalli, e la frusta dei nostri postiglioni, dei grandi uccelli della specie delle ardee e dei milvi s’innalzavano silenziosamente dagli alti erbaggi e dalle pozze d’acqua, in mezzo alle quali respiravano con rumore sollevando le schifose loro teste e le loro narici, dei grandi bufali che la notte rendeva ancor più giganteschi. Era la prima volta che vedeva questi mostri di notte ed in libertà; io scorsi in loro un aspetto selvaggio e primitivo che mi metteva i brividi, mio malgrado.

Ma era specialmente allo scambio de’ cavalli che tutto ciò, che ci attorniava, prendeva un tale aspetto che non mi dimenticherò mai.

Nelle paludi Pontine non vi sono villaggi, ma soltanto due o tre rilievi postali accanto a qualche capanna di legno, ove dormono gl’infelici postiglioni e le loro famiglie.

I cavalli piccoli, magri, pelosi, non sono chiusi nelle stalle, ma pascolano sciolti.

Al rumore della frusta dei nostri condottieri, vedemmo uscire come ombre cinque o sei uomini armati di lunghe pertiche; saltavano a dorso nudo sul primo cavallo che incontravano, e formando un cerchio intorno a quelli che pascolavano in libertà, li riconducevano al galoppo con grandi gridi verso la capanna. — Colà altri uomini appostati li afferravano pel naso e per la criniera, e dopo una lotta ostinata finivano col metter loro una bardatura che andava a pezzi, colla quale si attaccavano alle nostre vetture fra i nitriti, gli scalpiti e gli sbuffi che erano altrettante proteste contro le violenze che loro si facevano.

Poi quando le tre vetture erano attaccate, in mezzo alle grida ed alle vociferazioni degli uomini e degli animali, i cavalli tenuti pel freno e per le narici erano abbandonati a loro stessi, e partivano di un galoppo furioso, accompagnati a dritta ed a manca da due cavalieri, che unitamente ai postiglioni mantenevano, colle loro eccitazioni ed i loro colpi, le vetture in mezzo alla strada. Non erano più tre veicoli o forgoni di posta; erano valanghe, turbini, uragani, che non traversavano lo spazio, ma divoravano la via.

Arrivammo a Terracina verso le tre ore del mattino. Ci riposammo un paio d’ore sopra delle sedie; la dubbia nettezza dei lini ci aveva fatto rifiutare il letto.

Verso le sei di mattina ci mettemmo di nuovo in cammino per fermarci a Mola di Gaeta: mentre i domestici di monsignor di Bristol toglievano la colazione dal forgone e la disponevano sulla tavola, ci facemmo condurre alle rovine della Villa di Cicerone; col Plutarco in mano sir William ci fece assistere alla morte del grande oratore, dal momento che mise il piede in terra in mezzo ai corvi che l’accompagnavano ostinatamente, presagio di morte vicina, fino a quello che, fuggendo dalla villa per la via che conduce al mare, fu ucciso. Udiva dietro lui il passo degli assassini che lo perseguitavano, fece fermare la sua lettiga, e dopo aver vissuto tutta la sua vita fra gli spaventi della morte, morì colla calma di un martire e la tranquillità di un eroe.

Questa paura, che faceva fare ai Romani tutte le bassezze, e che al momento in cui finalmente trovavansi in faccia alla morte, che tutto avevano tentato per evitare, li abbandonava per far luogo alla più strana intrepidezza. Era una delle particolarità dell’antichità. — Veggasi la morte di Petronio, Lucano e Seneca, questi tre adulatori di Nerone.

In meno d’un’ora arrivammo a Mola di Gaeta. Facemmo colazione, poi riprendemmo la nostra corsa per Napoli, ove arrivammo verso le nove di sera per la via di Capua.

Una sensazione non meno indelebile, ma di un genere tutto opposto a quella delle paludi Pontine, mi colpì al mio arrivo a Napoli, quando mi trovai in una notte limpida in faccia al Vesuvio fumante; sopra al cratere sorgeva la luna nella sua pienezza e nel suo splendore, che pareva una palla infocata lanciata dalla bocca d’un mortaio sur un’atmosfera vaporosa.

Noi passammo per Porta Capuana, Castel Vecchio, la marina, il Piliero; lasciammo a manca Castel Nuovo, e la piazza Medina a destra, indi passammo innanzi al portico di S. Carlo illuminato per una festa straordinaria; attraversammo il largo S. Ferdinando, prendemmo la via di Chiaia, e finalmente ci fermammo all’angolo della riviera di Chiaia, al palazzo Calabritto Cappella-vecchia, ov’era l’ambasciata d’Inghilterra.

In questa prima notte milord Bristol dormì all’ambasciata, ma per fortuna essendovi un’appartamento vacante superiormente a quello di sir William che occupava i due primi piani, monsignor Derry se ne accontentò, e vi si stabilì pel giorno seguente.

Finalmente ero a Napoli, e mi ci trovava in una posizione che non avrei mai osato di ravvisare nei miei sogni più insensati di ambizione. — Emma Lyonna era scomparsa, miss Hearte non era più; tutto questo immondo passato era rimasto nel fango di Londra; — vi era Lady Hamilton ambasciatrice d’Inghilterra.

Stava a me il non dimenticarlo.

VI.

Dovendo ora fare una pittura della società tutta particolare che vedevo a Napoli, prima di entrare nel racconto degli avvenimenti politici, in mezzo ai quali mi trovai trascinata, credo di dover cominciare col dare un’idea più completa di ciò che era questo strano personaggio già intraveduto dal lettore, nominato lord Hervey conte di Bristol, vescovo di Derry.

Egli era il più giovine di venti figli, ed essendo il solo superstite, aveva ereditati i beni, i titoli e le dignità di tutta la famiglia.

Lord Bristol non stava mai alla sua residenza.

Erano a un bel circa venti anni che non aveva, all’epoca in cui lo incontrammo, messo il piede nella sua diocesi. Nulla indicava in lui ch’egli appartenesse in qualsiasi modo alla chiesa, nè il suo vestire, nè la sua conversazione. Portava abitualmente un cappello bianco, un abito di seta di un colore qualunque, talvolta chiarissimo, talvolta molto spiccante, e raramente nero: fin qui pel suo modo di vestire. Quanto ai costumi, essi erano come i suoi discorsi, non si può dire più rotti. La prima cosa che fece arrivando a Napoli fu di prendere un palco a S. Carlo ed a san Carlino. Non aveva nessuna credenza religiosa, nemmeno per i dogmi più assoluti della chiesa, che egli metteva in ridicolo; parlava dell’immortalità dell’anima con una indifferenza che si avvicinava al dubbio, e non si compiaceva che di discorsi mondani, e di raccontare od ascoltare aneddoti leggieri ed anche scandalosi.

Nel suo primo viaggio in Francia, visitò la valle del Rodano, Grenoble, il Delfinato, e trovandosi vicino alla grande Certosa, salì sino al convento dei discepoli di S. Brunone.

Quando si presentò al convento, trovò che i frati erano a tavola; bussò alla porta, che era chiusa a motivo dell’opera a cui si dedicavano i buoni padri ed il portinaio gli annunziò che era proibito di entrare quando i religiosi erano in refettorio; ma egli tirando dalla tasca il suo biglietto di visita, su cui erano le sue armi, e sopra di esse «a lord Bristol vescovo di Derry,» lo fece consegnare all’Abate, il quale non vedendo che le parole «vescovo di Derry» e credendo di dover trattare con un vescovo cattolico, lo ricevette ginocchione, con tutti i monaci in ginocchio al pari di lui, chiedendogli la sua benedizione, che lord Hervey non ebbe alcuna difficoltà d’impartire a lui ed ai suoi certosini.

Questo era uno de’ ricordi che avevano il privilegio di eccitare in sommo grado l’ilarità di monsignor di Derry, pensando che dei monaci cattolici avevano ricevuto con una perfetta compunzione la benedizione di un vescovo protestante.

In seguito ad una rappresentazione del _matrimonio segreto_ di Cimarosa, egli fu talmente invaghito dello spartito, che il giorno dopo mandò allo spettacolo i suoi dieci domestici inglesi, raccomandando loro di ascoltare la musica di Cimarosa colla più grande attenzione.

Al loro ritorno, li chiamò nella sua camera, chiedendo se avevano eseguito esattamente i suoi ordini.

Rispondendo essi affermativamente, ordinò di non parlargli più per l’avvenire se non in recitativo, ed in recitativi tolti sempre dal _matrimonio segreto_, sia per prendere i suoi ordini, sia per dirgli ch’era servito, sia per annunciargli i nomi delle visite.

I suoi domestici si guardarono in faccia, credendo senza dubbio che monsignore fosse diventato pazzo; poi, dietro i suoi ordini reiterati, dimandarono di prendere consiglio e di dargli risposta pel giorno seguente.

Alla dimane mandarono due di loro in deputazione, ed annunziarono al conte mylord, che consideravano come indegno delle dignità di domestici inglesi di parlare in musica come fanno gl’istrioni di teatro.

Lord Bristol dichiarò loro che se essi annuivano ai suoi desiderii, avrebbe raddoppiato il loro salario, e dava a loro inoltre 24 ore di più per prendere la loro risoluzione.

Il giorno seguente gli stessi deputati dichiararono che, qualunque fossero i vantaggi offerti dal signor conte vescovo, non potevano accettare.

Milord Hervey pagò loro sei mesi di salario, e li mandò tutti in Inghilterra.

Poi, quando furono partiti i servi inglesi, fece venire dei napolitani, e fece loro le proposizioni seguenti:

Di non parlare a M. di Bristol che sui motivi dei recitativi tolti dal _matrimonio segreto_; stava a loro poi di adattare le parole alla musica.

Per tale servizio particolare, che necessitava una intelligenza superiore a quella di un domestico ordinario, avrebbero 45 ducati al mese, dieci lire sterline di Inghilterra, vale a dire che erano pagati quattro volte tanto quanto lo sono i domestici meglio pagati di Napoli.

Solamente la condizione _sine qua non_, essendo alimentati e vestiti da M. di Derry, i sei virtuosi d’anticamera non prenderebbero nulla durante i primi sei mesi, ma sarebbero pagati per tutti i sei mesi, dopo scorso il semestre.

Se uno dei domestici lasciasse il servigio di monsignore prima dei sei mesi non ancora compiuti, non aveva diritto a nessuna indennità.

I domestici napolitani accettarono, fecero venire un notajo per redigere il contratto, ed in capo a sei mesi M. di Bristol era servito colla cadenza cromatica la più soddisfacente.

Una sera che M. di Bristol pranzava da sir William, uno dei suoi sei domestici napolitani gli portò, in misura di recitativo, una lettera con un gran suggello nero. — Lord Hervey dissuggellò la lettera, la lesse, la pose sotto il suo piatto, e per tutto il rimanente della serata rise, chiacchierò e vezzeggiò come il solito.

Alle undici ore si ritirò; era un’ora più presto del solito.

Il giorno seguente sir William dovendosi informare se la sua partenza non fosse stata cagionata da qualche indisposizione, fece chiedere a lord Bristol se era visibile.

Sua signoria fece rispondere che gli era arrivata una grande sventura e non poteva ricevere nessuno.

Sir William inquieto forzò la consegna, e trovò il povero vecchio in lagrime e fra i singhiozzi.

— Mio Dio! che avete dunque? gli chiese sir William.

— Avete osservato che jeri a pranzo mi venne consegnata una lettera sigillata in nero? rispose il conte di Bristol.

— Sì.

— Ebbene, essa mi annunziava che mio figlio è morto a Livorno: io non ho voluto spargere la mia tristezza nel vostro pranzo, mi sono frenato, ma una volta in casa, il mio dolore è stato tanto più violento quanto fu compresso; ecco perchè, per piangere liberamente oggi non volli ricevere nessuno, nemmeno voi.

La società ufficiale di sir William era naturalmente il Corpo diplomatico; la sua società intima si componeva di dotti e di letterati distinti.

Il ministro estero più anziano a Napoli era il conte di Sa, ambasciatore di Portogallo, che da trent’anni era stato nominato a quel posto; egli non era ritornato che una sol volta a Lisbona e ne era ritornato più presto che aveva potuto. Qualche anno fa il suo terrore fu grande. Si trattava di sopprimere l’ambasciata di Portogallo a Napoli, come una spesa inutile, e d’incaricare per gli affari delle due corti il ministro di Portogallo a Roma; ma poi essendo morto il re Giuseppe I, la regina che gli succedette decise di mantenere l’ambasciata, ed il conte di Sa respirò.

Vi erano pochi diplomatici che avessero una sinecura così completa come questo ministro, che non aveva altro da fare che di dare alla sua Corte le notizie del giorno che faceva redigere dal suo segretario; il passeggio era la sola fatica che imponeva a sè stesso; si parlava molto dell’harem del conte di Sa, composto dalle ballerine di S. Carlo. Quanto a lui non parlava di nulla, avendo dimenticato il portoghese e non avendo potuto imparare a parlar correttamente nè il francese nè l’italiano.

Egli era alto, aveva le spalle larghe ed una incollatura da bufalo, di cui teneva anche la fisionomia.

In quanto ai suoi talenti od ai suoi meriti, in sette od otto anni io non lo vidi che tre volte per settimana, e non ho mai potuto scoprirgliene un solo.

Il ministro più importante, perchè è ambasciatore di famiglia, è il conte di Lemberg. Costui è sotto tutti i rapporti una persona considerevole quanto il conte di Sa lo è poco. La cronaca gli rimprovera di esser superbo, ma sia che il rimprovero fosse ingiusto, sia che agli occhi del ministro d’Inghilterra un tale difetto fosse un nonnulla, non avemmo mai occasione di scorgerlo; ciò che ha dato al conte di Lemberg questa riputazione fra i Napolitani, è che egli non può soffrire i cortigiani e gli striscianti, di cui è ricca la Corte di Napoli. Nella prima sera che lo vidi osservai una cosa, cioè che egli dava il suo giudizio sulle persone più ragguardevoli della Corte senza maggior riguardo, come se avesse parlato dell’ultimo lazzarone. La conversazione cadde sul cavaliere Acton, ed il ministro di Toscana si azzardò di farne gli elogi.

Ma il conte di Lemberg alzò le labbra con una espressione di supremo sdegno.

— Quest’uomo, disse, sarebbe stato un buon corsaro, ed ecco tutto; ha i talenti e la figura d’un pirata, ed è probabilmente a ciò che deve la sua grandezza.

Si assicura che in una discussione che ebbe colla regina, le disse parlando con lei a proposito del cavaliere Acton:

— Io non ho alcuna prevenzione pro o contra le qualità occulte di questo ministro, le ignoro e non desidero punto conoscerle; ma ciò che io so è che quelle che manifesta al ministero non convengono punto all’ufficio di cui V. Maestà l’ha onorato.

La posizione che il conte di Lemberg aveva alla corte di Napoli era poco invidiabile; come ambasciatore di famiglia si trovava mischiato in tutti gl’intrighi; e, bisogna confessarlo, alcuni di questi intrighi non erano all’altezza della maestà del suo ministero.

V’erano querele frequenti fra il re e la regina. Io ne racconterò qualcuna, perchè avvennero in mia presenza. Ebbene, l’ambasciatore era obbligato d’intervenire in tutte queste querele, di ravvicinare gli sposi, di parlare in nome dell’imperatore, e di fare almeno una volta al mese l’ufficio di giudice di pace.

Il povero Lemberg non era mai sicuro, se era al passeggio che non si corresse appresso a lui; se era a tavola, che non lo si facesse levare per ristabilire la calma fra gli augusti sposi. Qualche giorno dopo il nostro arrivo egli dava un gran pranzo; uno dei convitati ci raccontò, che durante il pranzo, arrivato un corriere della regina da parte di S. Maestà, il conte di Lemberg dovette alzarsi all’istante, lasciando i suoi ospiti a terminare il pranzo senza di lui.

Nacque una discussione a Caserta a proposito della marchesa di San Marco, dama di confidenza della regina.

— Maledette donnicciuole, esclamò il conte, gettando la salvietta, esse mi faran divenir pazzo.

Terminerò la mia rivista degli uomini di stato, dicendo una parola di un atomo diplomatico chiamato Bonnecchi, console imperiale ed agente della Toscana.

Piccolissimo e vecchio, che parla senza posa, spiando continuamente, sempre in cerca di novità, coll’occhio fisso, il collo e le orecchie tese, il signor Bonnecchi è il corrispondente dell’imperatore Leopoldo, al quale ogni settimana invia un rapporto di aneddoti e fatti scandalosi, che avvengono alla corte od in città; e quando gli aneddoti mancano, li fa. In principio, come ogni agente consolare, aveva un trattamento fisso, ma insufficientemente stimolato, le notizie mancavano. L’imperatore stimò opportuno allora di non pagarlo più all’anno, ma ogni settimana. Dopo un anno il signor Bonnecchi prendeva due luigi di Francia per ogni aneddoto, giudicato _interessante_ dall’imperatore.

In questa maniera il signor Bonnecchi si faceva una ventina di luigi al mese.

Questa esca ha dato a quel piccolo uomo un talento singolare d’introdursi nelle case, di farsi invitare a tutti i pranzi, a tutte le feste. Si sa ciò che egli vi va a fare. Ma siccome egli ci andava in nome dell’imperatore e, secondo certuni, in nome della regina Carolina, di cui lo si vorrebbe la spia privata, come era la spia pubblica di suo fratello, nessuno rifiutava di riceverlo, nè gli si faceva mal viso. Una volta poi tornato a casa, egli ricompone tutto ciò che ha inteso, ne tira le conseguenze, ne stabilisce i risultati, aggiunge, ritocca, guasta, e così ogni settimana invia al suo sovrano una cronaca in cui ci entrano tutti i più alti personaggi.

Ora passiamo ai medici, ai dotti ed ai letterati, che componevano la società particolare di sir William, e così termineremo di conoscere le persone che mi seguirono nella nuova mia vita, in cui mi trascinarono gli avvenimenti che ho raccontati, e quegli ancora più incredibili e specialmente più drammatici che or mi rimane di far conoscere ai miei lettori.

VII.

Sir William, qualche tempo prima della sua partenza per Londra, aveva perduto due dei suoi commensali più assidui.

L’uno era morto all’età di 38 anni, ed era l’illustre Gaetano Filangieri, verso la moglie del quale ho bene da rimproverarmi dei torti.

L’altro, vecchio di 80 anni, era il famoso abate Galiani, che passava per l’uomo più spiritoso di Napoli. Forse questa riputazione gli veniva dall’aver passato una parte della sua vita in Francia.

Ora che son morti non ho più ad occuparmi di loro.

Fra le nostre visite più assidue eranvi il celebre medico Cotugno ed il suo collega il cavaliere Gatti, due personaggi i più curiosi di Napoli.

Oltre la sua scienza medica, il dottor Cotogno era per quanto assicurava sir William, uno degli uomini più versati nei classici greci, latini ed italiani; non ho mai compreso come colla sua immensa clientela, il suo servizio agli spedali e le sue consultazioni in casa, gli restasse ancora il tempo di fare le letture necessarie per alimentare la sua immensa erudizione. Non riceveva mai nulla da chi veniva a consultarlo in casa, ma faceva pagare tre piastre le sue visite, mai di più, e guadagnava con ciò tre mila lire sterline all’anno.

Qualche tempo prima del nostro arrivo a Napoli, egli aveva curato il visconte d’Herrera, ambasciatore di Spagna, da un attacco di paralisia che gli aveva tolto l’uso del braccio destro.

In capo ad un mese e mezzo ed a cinquanta visite, Cotugno l’aveva completamente guarito.

L’ambasciatore di Spagna gli mandò mille ducati.

Cotugno gli rispose:

«Vostra Eccellenza si è ingannata quando mi ha inviato mille ducati per cinquanta visite.

«Ho per principio, fosse anche il re, di non far pagare le mie visite più di tre piastre.

«Cinquanta visite a tre piastre fanno centocinquanta piastre.

«Ho l’onore di ritornare la differenza a Vostra Eccellenza.

«COTUGNO.»

Non era così del dottor Gatti, il quale era tanto avaro quanto era disinteressato il Cotugno: uno dei più grandi propagatori dell’inoculazione, ha guadagnato somme favolose a Parigi esercitando questa arte.