Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Part 4

Chapter 43,948 wordsPublic domain

Due cose facevano di sir William l’amico per eccellenza del dottor Gatti: la nostra mensa che era buona, e le nostre carrozze che erano a sua disposizione. Tutt’all’opposto di Cotugno che si occupava molto delle classi povere, il dottor Gatti dichiarava altamente che non si abbassava punto a trattare colla gente di second’ordine, sempre all’opposto di Cotugno di cui pare che abbia giurato d’essere l’antipode. Egli non apriva mai un libro di scienza, non leggeva che delle pasquinate e delle gazzette; invece di conservare come il suo illustre collega la sua indipendenza presso i grandi, il dottor Gatti era il cortigiano più assiduo del favoritismo. Egli pretendeva che i popoli più felici del mondo fossero i Napolitani e gli Spagnuoli, perchè il re Ferdinando ed il re Carlo III erano tanto amanti della caccia, che non avevano il tempo di occuparsi dei loro popoli, e che ogni popolo, il cui sovrano non si occupa punto di lui, è sulla via della perfetta felicità.

Sotto questo rapporto io credo che sir William fosse un poco dell’opinione del dottor Gatti; egli doveva tutto il suo favore presso Ferdinando alla sua passione per la caccia, ed alla sua abilità a questo esercizio.

Il giorno seguente al suo arrivo il re gli scrisse di suo pugno:

«Venite subito, mio caro Hamilton, a fare una caccia con me a Caserta: dopo la vostra partenza non ho avuto mai una buona giornata: vi siete portato con voi la mia fortuna, spero che me la abbiate riportata.

«Vostro affezionato,

«FERDINANDO B.»

Il terzo famigliare fuori del corpo diplomatico era il marchese del Vasto, il quale discende in linea diretta da quello a cui Francesco I consegnò la sua spada, non volendola dare al conestabile di Borbone. Il marchese del Vasto appartiene alla casa d’Avalos, una delle più ragguardevoli d’Italia; ha centomila ducati di rendita, cinquecento mila lire d’argento di Francia. Queste fortune assai comuni in Inghilterra sono molto rare in Italia. La spada di Francesco I si conserva, per quanto si assicura, nel tesoro di Casa d’Avalos.

Sir William riceveva anche spesso il duca di Termoli, che discende da una famiglia genovese stabilita da lungo tempo a Napoli. Egli era grande scudiere del Re e figlio del duca di san Nicandro, ma quest’ultimo titolo era lungi dall’essere invocato da lui; difatti il duca di san Nicandro nominato governatore del re, gli uni dicono a forza d’intrighi, gli altri a forza di denaro, ha allevato sì male il re, che, più di una volta, nei suoi momenti di collera contro sè stesso, riconoscendosi tanto ignorante, vuolsi che gli avesse detto:

— Tuo padre è causa della mia infelicità e di quella dei miei sudditi, ma io sono troppo giusto per volerne male a te, perchè tuo padre ha fatto di me un asino.

È vero che più di una volta ho inteso il Re deplorare l’educazione che aveva ricevuto, e riversare sul duca di san Nicandro quella ignoranza, che per istruzione non lo mise guari al di sopra de’ lazzaroni del molo.

Del resto la regina, che deplorava questa ignoranza di suo marito, ma che con tutto ciò ne approfittava per allontanarlo dagli affari e concentrare tutto nelle sue mani, mi disse sovente che non era punto il duca di san Nicandro che bisognava rendere risponsabile di questo male; ma bensì il Tannucci che aveva deliberatamente scelto il duca di san Nicandro a motivo della sua nota incapacità, e che aveva raccomandato che si tenesse il Re in questa ignoranza, perchè, incapace di vigilare su nessuna partita dell’amministrazione del Regno, gliela lasciasse tutta intiera nelle sue mani.

Vi era in ciò molta parte di vero, ma non bisognava credere assolutamente alla regina quando parlava del vecchio ministro toscano, che essa non poteva soffrire, perchè, ligio a Carlo III cui doveva la sua fortuna, rappresentava l’influenza spagnuola mentre essa, figlia e sorella d’imperatori, rappresentava l’influenza austriaca.

Allora vedendo l’odio della regina per tutto ciò che era spagnuolo e francese, — odio in cui erano compresi suo marito ed i suoi figli maschi, — e la sua simpatia per tutto ciò che era austriaco, si andò fino a dire, che essa aveva formato un complotto anticoniugale, antifigliale ed antinazionale per riunire il Regno delle Due Sicilie all’Austria, alla quale aveva appartenuto in forza del trattato di Utrecht; dalle cui mani era stato tolto colla conquista di Carlo III uno degli episodi della gran guerra della Francia contro l’Austria nel 1634, ed io debbo oggi confessare che l’amicizia ed il favore reale non m’accecano più di quanto la regina dava su questo punto pretesto alla calunnia.

Difatti io non aveva mai potuto comprendere donde veniva nella regina di Napoli quest’antipatia per i propri figli maschi, e questa debolezza per le sue figlie. Questa antipatia, sotto pretesto della correzione necessaria alla irregolarità del loro carattere ed alla regolarità della loro educazione, si manifestava in punizioni crudeli, che ispirarono in loro una paura per la loro madre che non aveva nulla di esagerato. In sua presenza non ho mai veduto i suoi piccoli principi a sorridere, tremavano al minimo rumore, e quando intendevano la sua voce si rifugiavano istantaneamente nelle braccia del Re.

Il maggiore dei figli di Maria Carolina morì all’età di sette od otto anni verso l’anno 1778, in seguito ad un deperimento continuato che i nemici di Maria Carolina attribuivano ai cattivi trattamenti di cui era stato vittima. Quando cadde realmente ammalato, la regina si mise a discutere coi medici le cause e la natura della sua malattia, mentre suo marito, non osando nemmeno di sollevarsi dalla sua ignoranza che confessava ingenuamente, si accontentava di piangere. Ma quando infine il giovane principe morì, le lagrime del Re raddoppiarono, mentre Maria Carolina, — così si assicura, — si contentò di ripetere le parole della madre spartana:

«Quando gli ho messi al mondo, sapeva che un giorno dovevano morire».

Io ho veduto morire uno dei giovani principi, il principe don Alberto. Egli morì fra le mie braccia e sui miei ginocchi, perchè esso era quello dei giovani principi che io preferiva. Racconterò questa morte a suo tempo; ma ciò che debbo dire qui, è che questa morte mi parve che raddoppiasse l’odio della regina contro i Francesi ed i Repubblicani, anzichè scuotere nel fondo del suo cuore quelle fibre d’amore che fanno versare alle madri lagrime di sangue sulla tomba de’ loro figli.

Il solo che la regina amasse davvero era il principe di Salerno, nato, io credo, nel 1790, e che la regina teneva stretto al suo cuore mentre moriva nelle mie braccia il principe Alberto. — A costui essa avrebbe sagrificato tutti gli altri, e si dice anche, ma io era in quell’epoca lontana da lei, e non crederò mai ad una tale atrocità, e si dice anche che verso il 1812, quando parve in Palermo volersi adottare il partito e le idee inglesi, essa attentò alla sua vita, tentando di avvelenarlo con una tazza di cioccolata. Secondo le dicerie popolari, sarebbe stato salvato da quel pericolo dal suo cameriere Carlomagno Viglia. Da qui sorge la fonte inesplicabile di favore di questo uomo più potente del suo padrone, di qualunque membro della sua famiglia, e di qualunque favorito o ministro.

La voce pubblica voleva dunque che Carolina preferisse suo fratello Giuseppe II ai suoi figli, o mettesse gl’interessi della monarchia austriaca al di sopra di quelli del regno delle Due Sicilie.

Del resto, racconterò tutto ciò che ho veduto colla stessa sincerità con cui racconto ciò che è accaduto a me stessa. Il lettore ne tirerà quelle conseguenze che gli converranno.

VIII.

Quando noi arrivammo a Napoli, la casa di sir William Hamilton non era punto preparata per ricevere una donna; era un museo di uno scienziato ed antiquario interamente dedicato alla geologia, alla numismatica, ed alla statuaria.

Bisognava fare in mezzo al passato ed alla natura morta un posto pel presente e per la natura viva.

Debbo rendere questa giustizia a sir William, che non avendo voluto dare ai suoi tesori una preferenza su di me, io scelsi nell’immenso primo piano dell’ambasciata tre camere per farne il mio appartamento particolare, senza che egli permettesse alle lave del Vesuvio, alle medaglie dei Cesari, ed ai frammenti di Apollo e di Venere di reclamare contro di me.

Del resto, debbo dirlo, la mia civetterie istintiva era tale, che volli fare la mia corte e tutte queste antichità insieme ai nostri vecchi scienziati. In capo ed un mese avrei potuto fare il nome senza catalogo alle 24 o 25 specie di lave del Vesuvio, riconoscere a prima vista l’effigie di un Cesare contemporaneo dello stesso Cesare, oppure di uno battuto sotto Adriano: infine ricostruire da un semplice frammento una statua intera.

Sir William era estatico di vedermi ad adottare così facilmente i suoi gusti, ed a prender parte della sua vita di archeologo ed antiquario.

Abituata a fare gli onori di casa da lord Greenville, uno degli uomini più eleganti di Inghilterra, non ebbi nulla da imparare per mettere le sale di sir William all’altezza degli appartamenti più eleganti di Napoli; Napoli essendo sotto questo rapporto inferiore di molto a Londra.

Fu allora che, per raddoppiare l’entusiasmo dei miei adoratori ho stimato bene di far conoscere i miei talenti mimici, e siccome la maggior parte delle nostre conoscenze erano italiani, non ho creduto conveniente di dar loro delle rappresentazioni di alcune scene di Shakespeare: i loro stomachi deboli non avrebbero potuto sopportare quel cibo copioso, e mi limitai alle pose plastiche; ed in una stessa sera, mutando il manto ebreo col peplo greco, il turbante turco col diadema asiatico, feci passare sotto i loro occhi Giuditta, Aspasia, Rosellana, Elena, e cominciai i primi passi di questa danza dello sciallo, che ebbe più tardi una riuscita così prodigiosa non solamente a Napoli, ma a Parigi, a Londra, a Vienna, a Pietroburgo.

Poco dopo non si parlava d’altro nella capitale del Regno delle Due Sicilie che della meraviglia condotta da Londra da sir William Hamilton: tutti gli uomini distinti di Napoli, ed anche qualche signora, ambivano l’onore di essere ricevuti all’ambasciata d’Inghilterra; ma, a mia grande umiliazione, ed a grande stupore di sir William, non vedevamo venire nessun invito collettivo dalla Corte.

Sir William era sempre il compagno di caccia e di pesca del Re; quasi mai l’accompagnava all’uno od all’altro di questi esercizj senza parlargli di me e senza fargli il mio elogio: il Re lo felicitava per la sua fortuna di avere una moglie tanto bella, distinta ed istruita. Ma la cortesia reale non andava più innanzi.

Molte volte, lo so, si era parlato di me alla regina Maria Carolina, ma essa aveva sempre lasciato cadere il discorso, e qualche volta l’aveva troncato con affettazione.

Mi fu dato il consiglio di trovarmi come per caso sul cammino che la regina percorreva: la cosa era facile; passeggiava spesso coi giovani principi e le sue figlie nel giardino di Caserta. L’entrata senza essere pubblica era aperta alle persone distinte, e qualche volta, colla protezione dei subalterni, alla gente del popolo che aveva qualche grazia da domandare. Pregai lord Hamilton che alla prima occasione che aveva di andare a Caserta, mi conducesse insieme, mostrandogli un gran desiderio di vedere i giardini, che si dicevano molto belli.

Probabilmente sir William si accorse della causa principale della mia dimanda, e poichè gli spiaceva forse più di me questa specie di disprezzo che lui si dimostrava non gli rincresceva che qualche fatto piacevole o no desse motivo ad una spiegazione.

Un giorno che sir William aveva dei dispacci del gabinetto di san Giacomo da comunicare al Re, partimmo per Caserta. Sir William vi aveva un appartamento ove poteva restare quanto gli conveniva, ed ove era servito dai domestici di Sua Maestà. Prima del suo viaggio in Inghilterra aveva usato sovente di questo favore; ma dopo il mio arrivo a Napoli, benchè avesse fatto dei frequenti viaggi a Caserta, non vi aveva mai passato la notte.

Comunicati i dispacci, sir William ricevette l’invito pel Re di restare fino al giorno seguente per accompagnarlo ad una grande partita di caccia. Sir William accennò la mia presenza in Caserta; ma il Re rispose:

— E non avete il vostro appartamento a palazzo? se Lady Hamilton ha bisogno di qualche cosa, che comandi; i miei domestici le obbediranno come se fossero i suoi.

E il discorso finì là.

Però accordandosi il soggiorno a Caserta coi miei progetti, sir William accettò in suo nome e al mio; chiese soltanto al Re se non trovava inconveniente che io passeggiassi nel giardino.

Il re alzò le spalle, ciò che voleva dire che la dimanda era inutile.

Sir William, ritornò e mi raccontò ciò che era avvenuto.

Al pranzo, servendoci certi vini, il cameriere aveva cura di dirci: — _della cantina del Re_.

All’arrosto, porgendoci un fagiano guarnito di beccafichi, affettò di ripeterci: — _della caccia del Re_.

Era evidente che sir William era l’oggetto di attenzioni particolari di Sua Maestà, ma visibilmente queste attenzioni non si estendevano sino a me.

Alla sera sir William fu invitato a giuocare dal Re; ma poichè nell’invito non si trattava punto di me, prese un pretesto, il meno adatto che poteva, per non andarvi, — si finse di trovarlo buono.

Il giorno dopo all’alba vennero a battere alla porta di sir William da parte del Re. Sua Maestà partiva sempre di buon mattino, e come il suo avo Luigi XIV non gli piaceva di aspettare.

Sir William era profondamente punto da questa maniera di considerare il suo matrimonio come non avvenuto. Mi disse che se sul mio progetto d’incontrare la regina avessi di che rammaricarmi, nulla lo teneva a Napoli, nè le sue abitudini di vent’anni, nè il suo amore per l’antichità, nè il clima che era eccellente per la sua salute. Egli domanderebbe al Re, suo fratello di latte e suo amico, o il suo richiamo a Londra, o la sua destinazione presso la tale o tal altra corte che io stesso avrei designata.

Il mio vestire era semplicissimo, nè cercai di far valere in alcun modo i miei pregi: l’essere troppo bella è un cattivo mezzo di fare la sua corte ad una regina gelosa della sua bellezza; il mio orgoglio mi aveva già sobillato più di una volta che alla regina, che non era più nel fiore della sua gioventù, poco garbasse la mia vicinanza.

Le finestre dell’appartamento di sir Hamilton davano sul giardino; da queste finestre si poteva vedere ad entrare la regina: si sapeva che dopo la colazione, dalle 10 alle 11 essa vi faceva la sua passeggiata colle giovani principesse. A dieci ore ed un quarto io la vidi comparire accompagnata da tre dalle sue figlie, la principessa Maria Teresa, che contava 17 anni, che in quell’anno dovea diventare arciduchessa, e due anni dopo imperatrice d’Austria. La principessa Maria Luisa, di 16 anni, che l’anno dopo doveva diventare gran duchessa di Toscana, e la principessa Amalia che non aveva ancora sei anni.

Oltre a queste tre principesse restavano la principessa Maria Cristina dell’età di nove anni, che fu regina di Sardegna; la principessa Maria Antonietta dell’età di quattro anni e mezzo, che fu principessa delle Asturie; la principessa Maria Clotilde dell’età di due anni che doveva morire nel 1792, e Maria Enrichetta ancora in fasce, che doveva morire nello stesso anno come sua sorella.

Era venuto il momento di mettere in esecuzione il mio progetto: vedendo la regina e le principesse, inoltrate nei giardini, le due più grandi passeggiando a lato della madre, la più giovane Maria Amalia correndo avanti cogliendo fiori e tentando di prendere delle farfalle, io presi un libro e discesi; facevo sembiante di leggere, ciò che mi permetteva di vedere senza far vedere che guardava.

Feci un giro per non incontrare la famiglia reale che all’altra estremità del giardino. Io voleva che la regina credesse che il caso soltanto mi avesse condotta sulla sua via; poi desiderando e temendo insieme questo incontro, io non dimandava meglio che di avere qualche momento per prepararmi a ciò.

M’inoltrai nel viale che doveva infallibilmente condurmi dalla regina; aveva gli occhi sul mio libro, ma mi sarebbe impossibile di dire il titolo di questo libro; vedeva i caratteri senza che porgessero alcuna idea alla mia mente: la mia mente era altrove.

Il mio cuore batteva con una violenza strana. Tutto ad un tratto sulla curva d’un sentiero mi trovai a venticinque o trenta passi dalla regina.

La piccola principessa, sempre correndo davanti a sua madre, non distava che dieci passi da me.

Feci sembiante di non veder nulla, intenta nella mia lettura; ero sempre a tempo di levare gli occhi e fingere una rispettosa sorpresa. È nota la mia scienza di esprimere non solamente tutti i sentimenti, ma eziandio le più delicate gradazioni; ma un incidente mi fece levare gli occhi dal mio libro prima che lo volessi.

La piccola principessa Amalia venne correndo verso di me, e togliendo un fiore dal suo mazzo, me lo presentò.

Era di buon augurio.

Alzai la testa, mi parve allora di vedere solamente la reale fanciulla, le sue sorelle e la regina, e facendo un profondo inchino, mi accingeva ad accettare il fiore che mi offriva; ma in questo momento, colla sua voce più vibrante, e come sorpresa della mia presenza, la regina chiamò due volte «Amelia, Amelia,» e la fanciulla, riconoscendo nella voce di sua madre un accento imperativo, che essa sapeva esprimere tanto bene, si rivolse sbigottita, e corse dalla regina col suo mazzo intatto e prima ch’io fossi rinvenuta dalla mia sorpresa. Maria Carolina aveva preso la sua piccola figlia per mano, l’aveva spinta su di un sentiero di traversa, e si era incamminata essa pure da quella parte colle due grandi principessine, allontanandosi con affettazione per lasciarmi la strada libera.

Il colpo fu atroce, mi vennero le lagrime agli occhi, presi correndo la via verso il mio appartamento, ordinai di attaccare i cavalli alla carrozza, e partii per Napoli lasciando queste parole a sir William:

«Non vi turbate punto della mia salute, essa non c’entra colla prima partenza; ho creduto di dovere lasciare Caserta; quando vi racconterò ciò che mi è accaduto, voi approverete la mia risoluzione, lo spero.»

«Vostra Emma.»

Due ore dopo era di ritorno all’ambasciata, e dopo aver fatto cambiare i cavalli, rimandai la carrozza a sir William.

Sir William arrivò alle sette ore di sera.

Ritornando della caccia, trovò che io era partita, e benchè il re in persona l’avesse invitato a pranzo, egli aveva lasciato Caserta, facendo dire a sua maestà che una circostanza impreveduta l’obbligava a ritornare a Napoli.

IX.

Sir William dubitava ciò che era accaduto; io non ebbi bisogno che di raccontargli i particolari.

Debbo rendere questa giustizia a sir William, che egli fu più offeso di me di questo affronto; mi offerse di partire quella sera stessa da Napoli senza nemmeno prendere congedo; ma ciò significava ritirarsi, cedere il campo di battaglia, era un confessare la disfatta; ciò non era quanto io voleva, io voleva vincere.

Insomma voleva essere presentata, volevo essere ricevuta a corte, come lo esigeva il mio diritto di ambasciatrice d’Inghilterra. Volevo ottenere l’esito che ho ottenuto dovunque volli ottenerlo, volevo infine vendicarmi di quella insolente regina, facendo dire ai suoi cortigiani stessi che io era più bella, e altrettanto intelligente e spiritosa di lei.

Io insisteva adunque perchè sir William dimandasse al re stesso una spiegazione sul contegno sdegnoso della regina.

Quando io penso oggi in quale accecamento orgoglioso mi aveva gettata la mia fortuna inopinata, mi maraviglio con me stessa della mia audacia.

Sir William non esitò punto di cedere alla mia volontà. Egli aveva per me una adorazione così insensata, che sembrava maravigliato al pari di me del contegno che Sua maestà aveva a mio riguardo.

Egli partì per Caserta, andò a trovare il re, e francamente entrò in questione, non lasciandogli punto ignorare che il suo futuro soggiorno a Napoli sarebbe una conseguenza del modo con cui si sarebbe condotto verso di me.

Il re amava assai William, non già per sir William, ma per lui stesso. Questo principe essenzialmente egoista era così fatto; sir William era buon camminatore, buon cacciatore, buon cavalcatore, e un compagno spiritoso e gaio; da parecchi anni il re si era fatto una necessità della sua compagnia, e avrebbe sentito la di lui mancanza.

Poi l’orizzonte politico cominciava ad oscurarsi dalla parte di occidente: il re di Napoli per quanto poco fosse versato negli affari, comprendeva che sir William, fratello di latte del re d’Inghilterra, compagno d’infanzia di Giorgio III, poteva, al caso di una rottura probabile colla Francia, essergli di un potente aiuto presso il gabinetto di San Giacomo; accolse dunque le sue parole con una perfetta dolcezza, e con quella bonomia, che in lui talvolta era naturale e talvolta finta; ma in questa circostanza, tanto bene rappresentata, era impossibile accorgersi che fosse stata una commedia.

— Mio caro sir William, gli disse, sapete voi la voce che corre?

— No, ma spero che vostra maestà mi farà la grazia di dirmela.

— Ebbene, corre voce che voi non siate ammogliato.

Sir William aveva preveduto il colpo; tirò dalla sua tasca il certificato del pastore protestante e lo presentò al re.

— Ecco, sire, diss’egli, questa è la mia risposta.

Il re lesse il certificato, lo volse e lo rivolse con un certo imbarazzo.

— Io non vi dico nulla di nuovo, dicendovi che vi sono molti cattivi a Napoli, non è vero? ebbene, quand’anche voi faceste affiggere il vostro certificato su tutti gli angoli delle strade, e che io con un editto ordinassi di credervi, sarebbero ancora capaci dì dubitarne. Finchè voi non avrete fatto riconoscere il vostro matrimonio alla corte d’Inghilterra, e che non avete presentato lady Hamilton al re Giorgio III, cosa che voi avreste potuto fare facilissimamente nei rapporti con cui siete con lui, non vi sarà più motivo per dire di no. E come mai voi non avete punto pensato a ciò?

Sir William guardò in faccia al re con uno sguardo il più scrutatore, ma fu impossibile di leggere più in là della maschera; Ferdinando aveva a sua disposizione un certo giuoco di fisionomia bonaria, che avrebbe fatto scambiare lui, il re astuto per eccellenza, per l’uomo più ingenuo del mondo.

— Va bene, sire, rispose sir William, voi mi date un congedo d’un mese, non è vero?

— Con mio grande rincrescimento, perchè non vorrei lasciare nemmeno per un giorno solo un compagno così buono come siete voi; ma se voi me lo comandate, e specialmente per un affare così importante, come quello di far riconoscere il vostro matrimonio, comprenderete bene che io non ve lo saprei rifiutare.

— Non ho dunque che a scrivere a Londra, perchè il mio arrivo non arrechi una brusca sorpresa.

— Aspettate, posso risparmiarvi questo ritardo.

— Ne sarò molto obbligato a vostra maestà.

— Or bene, le lettere che io ricevo da mio cognato l’imperatore d’Austria e da mio cognato il re di Francia, possono essere giudicate abbastanza importanti per essere comunicate senza ritardo a monsignor Pitt; dico monsignor Pitt, perchè da voi, è presso a poco come qui, il re non è nulla, ed il ministro è tutto; senza di che vi avrei detto al re Giorgio III. Vi confiderò gli originali stessi di queste lettere, con una mia autografa per mio fratello il re della gran Brettagna, e compiendo in tal modo la missione di cui v’incarico, voi farete il vostro affare come crederete.

Sir William non poteva desiderare di meglio; egli ricevette seduta stante, le lettere che doveva comunicare al re d’Inghilterra ed al suo ministro, e la sera stessa su di un piccolo bastimento della marina reale, che il re mise a nostra disposizione, partimmo per Livorno.

Sir William dovea consegnare, passando per Firenze, una lettera al gran duca Leopoldo, poi da Firenze dovevamo continuare il nostro viaggio in posta; la feluca reale attendeva il nostro ritorno a Livorno.