Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8
Part 2
Nardini, l’agente di Sua Santità, cui senza dubbio erasi dimenticato di pagar la sua mediazione, si unì ad Amasi, dichiarando che si pentiva di aver prestato il suo ufficio a Pio VI per compire un’azione abbominevole.
Il testamento di Amasi e la confessione di Nardini furono tosto pubblicati; un mormorio scoppiava da tutte le parti; ma il papa si accontentò di rispondere, che la munificenza di Amasi era un miracolo di San Pietro, e che non spettava a lui di opporsi alla benevolenza, che il Santo conservava pei suoi successori.
All’epoca in cui era avvenuto il fatto, il papa avea sessantun anni. Anna Maria e sua madre si limitarono di ottenere un consulto dei migliori avvocati di Roma, salvo ad aspettare la di lui morte, onde tentare il processo non già al papa ma al principe duca.
Questa risoluzione spaventò Pio VI, lui morto non sarebbe più là a far preponderare con tutto il suo potere il disco della bilancia, che una vecchia tradizione mitologica mise nella mano della giustizia.
Egli forzò dunque la pupilla a far valere i suoi dritti ed a intentargli un processo; ma l’interesse che ispirò la povera fanciulla che egli voleva spogliare divenne così generale, — tanto era evidente l’ingiustizia contro cui reclamava, — che i giudici avvisarono Sua Santità che non potrebbero fare altrimenti che conchiudere contro di lui, consigliandogli di entrare in trattative.
Il papa, in conseguenza di ciò, fece delle offerte ad Anna Maria. La cosa rimase là, e si dice che Anna Maria accetterà la metà dei beni di suo avo, e lascerà l’altra metà al principe duca, che in tal maniera sopra 4,400,000 lire s’intascherebbe due milioni e ducento mila lire.
Se questo non è forse un togliersi onorevolmente d’impaccio, è però un togliersi fortunatamente.
III.
S’intende che la mia passione pel teatro m’indusse, appena giunta a Roma, a pregare sir William di condurmi a qualche spettacolo drammatico. La mia curiosità era vieppiù eccitata dall’aver udito narrare che si ha qui la usanza di far rappresentare da’ giovanetti le parti di donna.
Non so se si possono chiamar giovanetti gli esseri anfibî, cui son affidate le parti di donna. I Greci, adoratori ardenti della bellezza, inventarono l’ermafrodito, riunione di tutto ciò che è bellezza de’ due sessi, e che era ad un tempo Ebe e Ganimede.
I Romani hanno inventato un essere a parte, che non è dell’uno nè dell’altro sesso, e che non è nè Ebe nè Ganimede.
Per questi strani esseri i prelati romani fanno in ogni età le stesse pazzie che i nostri giovani _gentlemen_ fanno a Londra ed a Parigi per le donne da teatro.
Sir William mi condusse al teatro Valle: vi si rappresentava l’_Armida_ di Gluck, e la parte d’Armida era sostenuta da un giovane cantante, che godeva allora di tutto il favore della prelatura romana.
Quando entrò in iscena, — e confesso che se non fossi stata avvertita avrei giurato che era una donna, anzi una bella donna, — prima che avesse emesso una sola nota, tutto il teatro ruppe in applausi. Gravi prelati, vecchi cardinali, il cui rigido aspetto m’aveva colpita, mi parvero voler svenire di giubilo nel momento che quel... — non so veramente come dire, — quell’_oggetto_ uscì dalle quinte.
Il suo trionfo fu completo.
Avevamo nel palco il cardinal Braschi Onesti, fratello minore del principe duca: riavutosi da un lungo malore, che aveva messo Roma in lutto, aveva pensato che una passione per quel novello Sporo non avrebbe nulla di pericoloso per un convalescente. Ci narrò, pavoneggiandosi, che il morbo, di cui era stato afflitto, era stato prodotto da un rifinimento completo di forze venutogli dopo un’orgia, in cui aveva scommesso di tener testa a cinque de’ più grandi beoni ed alle cinque più belle cortigiane di Venezia.
Era stato in pericolo di morte, ma aveva guadagnato la scommessa.
Il cardinal Braschi Onesti era uno de’ più assidui adoratori della meraviglia in voga, ed offrì al cavalier Hamilton di condurlo nel palco della bizzarra
Armida, e di farlo assistere alla toeletta della maga, che mutava vestito fra il secondo ed il terz’atto.
Gli chiesi se le dame solevano andarvi.
Mi rispose che non era l’usanza, ma che certo, come forestiera, sarei perfettamente accolta dal signor Veluti, — era il suo nome; — soprattutto se volessi accondiscendere a fargli qualche complimento, chè, del resto, il signor Veluti adorava le belle donne.
Il cardinale ci fece aprire la porta del teatro. Traversammo il palcoscenico e penetrammo nel corridoio che menava al suo camerino.
V’era folla all’uscio; il corridoio era ingombro.
Ma alla vista del cardinal nipote, la calca s’aprì, gli adoratori secondari si ricantucciarono al muro, e ci lasciarono passare.
Entrammo in un camerino tutto parato di raso cilestrino, che poteva per l’eleganza gareggiare col gabinetto d’una damina.
L’idolo era innanzi all’ara, cioè innanzi alla toletta: accolse il cardinal nipote col più seducente sorriso, e gli chiese come osasse presentarglisi, senza portargli un mazzolino o un cartoccio di confetti.
Il cardinal Braschi Onesti si cavò dal dito mignolo un anello del valore d’un migliaio di scudi romani e lo passò all’indice del signor Veluti, pregandolo d’accettar invece quella gemma. Venuto al teatro con l’ambasciadore e l’ambasciatrice d’Inghilterra, non era certo di poter andare a riverirlo; ma, avendo sir William Hamilton e Lady Hamilton bramato veder il gran cantante che avevano applaudito, egli aveva colto quell’occasione per andargli a dir l’immenso diletto che aveva risentito durante il primo atto d’_Armida_, e ci presentò il signor Veluti, che si degnò far a sir William Hamilton l’onore di dargli la sua mano a baciare ed a me quello d’invitarmi a sedere.
Sia che l’esser forestieri fosse per noi una raccomandazione, sia che fosse lusingato dal ricever la visita dell’ambasciadore d’una potenza straniera di prim’ordine, il signor Veluti fu per noi amabilissimo, mi fece gli occhietti teneri, e ci disse che, ove lo permettessimo, si terrebbe fortunato di renderci la visita.
Ci guardammo bene dal rifiutar un tanto onore.
Poscia, occupandosi particolarmente di me, mi pregò di dirgli il nome della pomata con cui mi ungevo le labbra, e del liquore con cui mi rinettavo i denti.
Gli risposi, che mai pe’ denti m’ero servita di altro che d’acqua pura, e che le mie labbra erano naturalmente del colore ch’egli le vedeva.
Il signor Veluti gridò impossibile un tanto miracolo; prese il lume e mi chiese licenza di guardarmi da vicino le labbra ed i denti, disamina a cui mi prestai con la maggior possibile cortesia, e dopo la quale il signor Veluti esclamò che ero la più bella donna che avesse mai veduta.
Poscia, pensando con questo elogio avermi pagato il suo tributo d’ospitalità, si rimise alla toletta, vezzeggiandosi co’ suoi adoratori, e tratto tratto dicendo qualche amena facezia, subito applaudita dagli astanti.
Era curioso di veder l’affaccendarsi di quelle persone, appartenenti tutte, o quasi tutte almeno all’alta prelatura per ottenere uno sguardo, un sorriso, una parola dalla falsa Armida. Uno teneva pronta la corona di rose; l’altro la verga magica; questi il velo, che doveva non coprire ma lasciar trasparire i suoi vezzi; quegli la mantellina, che doveva preservar quella voce celeste dalle correnti d’aria che avrebbero potuto offenderla. Io era presente; guardavo, ascoltavo, udivo, mi pareva sognare; sorridevo macchinalmente a que’ segni di rispetto, dati, da uomini creduti dal popolo venerabili, a quell’idolo, che aggiungeva un nuovo incredibile nume allo stuolo innumerevole di false divinità, raccolte nel Panteon delle eresie umane.
Venne il momento d’entrar in iscena; il campanello del buttafori si fe’ sentire pel volgo degli artisti; ma pel signore o la signora Veluti, — come, vorrete, — l’invito fu fatto a viva voce, con tutti i segni d’ossequio dimostrati ad una vera regina.
La bella Armida non si scusò se non con me sola della sua assenza forzata; poscia, toccandomi con la verghetta:
— Non posso farvi più bella che non siete, mi disse; ma posso fare per voi ciò che la sibilla di Cuma, che andate a visitare, aveva obliato di domandar ad Apollo di fare per essa. Posso con la mia arte magica far che restiate bella eternamente.
Poi, pronunziando alcune parole, che avevano la pretesa di esser cabalistiche, la maga mi fece un inchino femminile e s’allontanò, dondolandosi e solfeggiando note, alla cui nettezza e finezza debbo dire che nulla potevasi riprendere.
Uscii muta di stupore e tornai nel palco, posto tanto vicino al teatro da poter io esser riconosciuta dal signor o dalla signora Veluti, che ebbe la bontà, durante tutto il resto della serata, di darmi segni della sua attenzione, sia volgendomi i suoi più difficili trilli, sia ferendomi de’ suoi sguardi più assassini.
Il domani ricevetti la visita del conte di Bristol, al quale narrai gli avvenimenti favolosi del giorno innanzi. Si mise a ridere, e mi riferì che a Roma esisteva nell’alta prelatura un ottavo peccato capitale, detto il _peccato nobile:_ i prelati protestavano contro quest’accusa, ma con tanta debolezza, tanta indolenza, con fatuità tanto strana, che mostravano compiacersi più che dispiacersi dell’accusa.
È vero che con lui, inglese e vescovo protestante, si stavano sul sostenuto, ma ciò non toglieva che monsignor Bristol non avesse su questo punto dei costumi romani i particolari più curiosi e più incredibili.
Qualunque fosse la mia curiosità di rivedere da vicino ed in piena luce il signore o la signora Veluti, non permisi che il moderno Sporo entrasse in casa mia quando, alle cinque del pomeriggio, si presentò all’uscio in un elegante abito d’abate: gli feci rispondere che i preparativi della partenza mi obbligavano a sospendere ogni ricevimento.
Ma la notte stessa, che precedè quella partenza accadde un fatto curioso, che darà un concetto della polizia di Roma e della giustizia di Pio VI.
A cinquanta passi da noi, sulla piazza di Spagna, un furto era stato tentato alle due dopo la mezzanotte, a danno d’un tal Rovaglio, orologiaro del Vaticano. L’orologiajo, suo figlio e due servi s’erano difesi; uno de’ ladri era rimasto sul luogo, e l’altro era stato trovato spirante al canto di via del Babbuino.
Il domani si seppero i seguenti particolari, e come Rovaglio s’era fatto giustizia da sè.
Non era la prima volta che i ladri tentavano introdursi nel magazzino di Rovaglio, che sapevasi riccamente fornito d’orologi e gioielli: due volte già aveva respinto, strepitando dentro il magazzino, due tentativi di rottura.
Ogni volta era andato ad avvertire la polizia; ma il prelato Busca, incaricato del ripartimento della Pubblica Sicurezza, aveva risposto con belle parole, ma senza far nulla contro i ladri.
Vedendosi così abbandonato dall’amministrazione che avrebbe dovuto proteggerlo, Rovaglio, andando un giorno a dar corda agli orologi del Vaticano, incontrò il Santo Padre e gli narrò tutto, chiedendogli soccorso contro gl’industrianti, che volevano a mano armata prender parte al suo commercio.
— Mio caro Rovaglio, gli rispose il papa, duolmi profondamente il fatto vostro; ma non vi posso nulla; giacchè monsignor Busca non vuol proteggervi, non lo posso obbligare; ma proteggetevi da per voi.
— Come, Santità? chiese Rovaglio.
— Appiattatevi co’ vostri figli e co’ servitori, con fucili, pistole e tromboni, sia nel magazzino, sia fuori, e quando que’ furfanti torneranno per derubarvi, fate fuoco: tanti ne ucciderete, tante assoluzioni vi do anticipatamente.
Rovaglio aveva seguito il consiglio del papa, s’era protetto da sè stesso, ed aveva ucciso due banditi.
Il papa gli tenne fede, e pubblicamente gli diè l’assoluzione di que’ due delitti.
IV.
Non posso lasciar Roma senza fare qualche osservazione sugli uomini e sugli avvenimenti; la differenza dei nostri costumi settentrionali con quelli del mezzogiorno si impresse tanto profondamente nella mia memoria, che, dopo trent’anni, il ritratto degli uomini ed il racconto degli avvenimenti si presenta spontaneo sotto la mia penna, e così somigliante e fedele, come se avessi scritto, passando da Roma nel 1788, le pagine che seguono.
Ciò che mi colpì prima di tutto arrivando a Roma fu la differenza dei prezzi d’ogni cosa; una cittadina costa a Londra una ghinea al giorno, a Parigi diciotto lire, a Roma sette od otto.
La stessa proporzione vale anche per gli alberghi; a Londra un appartamento appena conveniente costa una ghinea al giorno, a Parigi quindici lire, ed a Roma appena dieci.
Ciò che costa caro a Roma non è nè la vettura, nè l’alloggio, nemmeno il vitto, è vero però che si mangia assai male; ma è la _buona mano_, vale a dire le mance; qui non si può fare una visita ad un nobile cardinale o prelato senza che i domestici in corpo non si presentino da voi il giorno dopo per chiedere le loro mance; un arcivescovo di Vienna aveva incaricato sir William di far ricapitare un piego al cardinale Buoncompagni. Sir William, che non aveva nessun motivo di vedere questo prelato, quantunque fosse il fratello del principe regnante di Piombino, fece consegnare dal suo cameriere il piego alla porta del suo palazzo, mentre passava per la via. Il giorno dopo un mascalzone vestito della livrea del cardinale venne ad augurare il buon giorno a sir William da parte del suo padrone e sua chiedendogli la buona mano.
Sir William gli rispose che non avea fatto per nulla una visita al cardinal Buoncompagni, ma per pura compiacenza gli aveva fatto consegnare il piego di cui erasi incaricato, e che per conseguenza spettava invece al cardinale Buoncompagni di dare la buona mano al suo cameriere, anzichè a sir Hamilton di dare la mancia al domestico del cardinale.
Ma quegli insistette, sir William gli fece chiudere la porta sul naso.
Il banchiere di sir William Hamilton a Roma è un uomo troppo straordinario, perchè io non ne dica qualche parola alla sfuggita.
Egli si chiamava Tommaso Ienkens, era di nazione inglese, ed avea incominciato a studiare la pittura ma accorgendosi che sarebbe rimasto sempre un artista mediocre, si accontentò, esercitando sempre la professione di banchiere, di essere un abile conoscitore assai versato nella teoria di tutto ciò che concerne la pittura ed il disegno; era pure un distinto archeologo, i cui giudizii erano considerati quasi come infallibili in materia di cammei e di pietre incise. L’antichità gli era famigliarissima, e nessuno meglio di lui poteva dare una spiegazione ragionata di un basso rilievo, di una statua, di un busto, per quanto fosse mutilato o guasto l’oggetto d’arte pel suo soggiorno nella terra, o dallo strumento dell’operaio che lo avea disseppellito; per terminare il suo elogio dirò che egli era soventi volte consultato dal cardinale Alessandro Albani, che non bisogna confondere col cardinale Francesco, dal celebre Winkelmann autore della storia dell’arte presso gli antichi, dall’illustre Raffaele Mengs, uno dei migliori pittori della scuola moderna morto or son dieci anni.
Questa riunione del commercio di statue, cammei, medaglie con quello di banchiere, ha reso Ienkens uno dei capitalisti più ricchi di Roma.
Sir William prese da lui, non soltanto il denaro che gli abbisognava per continuare il viaggio, ma comperò due o tre anelli dei più belli, e dei cammei dei più preziosi di cui mi fece dono. Allora testimone della maniera con cui Ienkens vendette quel ricordo, mi si impresse nella mente la cosa in modo incancellabile.
Se si vuole comperare da lui una medaglia, Ienkens comincia a farvi la storia di ciò che rappresenta, e con un elogio pomposo espresso colla più grande passione, vanta la rarità e la singolarità dell’oggetto che voi desiderate, con che egli si permette di dimandare un prezzo considerevole. Poi se contro la sua aspettazione voi gli dite il prezzo richiesto, comincia a sospirare, a versare delle lagrime, e finisce col singhiozzare; un padre che si vedesse togliere la sua unica figlia da un marito che parte per gli antipodi, non esprimerebbe un dolore più vivo. Io era presente quando sir William acquistò i gioielli che destinava per me, e confesso che egli ne era commosso alle lagrime.
Mylord, diss’egli a sir William, che quantunque cavaliere avea soltanto diritto al titolo di sir, se vi pentiste una volta dal negozio che avete fatto adesso, riportatemi quegli anelli e quei cammei e le medaglie, che mi troverete pronto a rendervi il prezzo integrale; riportandomi quegli oggetti inestimabili, voi mi ridonate tutta la felicità e la consolazione dei miei giorni.
Ed è strano che preso talvolta in parola, Ienkens non ha mai mancato di mantenerla e di restituire integralmente il denaro che aveva preso esprimendo la gioia più viva di ritornare in possesso dell’oggetto rimpianto.
Fosse calcolo, oppure vera passione da archeologo, che come Cardillas non può separarsi dal suo tesoro, la fedeltà di Ienkens nel mantenere la sua parola assicurava sempre il compratore che non credeva mai di pagare una cosa dippiù del suo valore, dal momento che sapeva che riportandola al venditore gli veniva rimborsato il prezzo a vista.
Io ho una certa pretesa di esprimere colla mia fisionomia le differenti impressioni dell’animo; ma confesso, che se invece di sentire un vero dolore, separandosi dai suoi cammei e dalle sue medaglie, Ienkens rappresentava una commedia studiata, mi lasciava molto indietro da lui nell’arte del ridere e di versare lagrime.
Noi venimmo un’altra volta di passaggio a Roma, ma senza fare più intima conoscenza con lui. Credo questo il momento di presentare ai miei lettori un prelato, che più tardi ebbe una parte così importante alla Corte di Napoli. Voglio parlare del gran tesoriere di Sua Santità monsignor Fabrizio Ruffo.
Monsignor Fabrizio Ruffo era il nipote del cardinal Ruffo, decano dal Sacro Collegio, che spinse non senza cattivi fini sulla grande amicizia che gli professava, il bel Angelo Braschi nella carriera della prelatura.
Rendiamo questa giustizia a Sua Santità, che conservò sul trono di S. Pietro una riconoscenza così grande a chi gli avea facilitato la via, che la prima sua cura, essendo diventato papa, fu di dare al nipote del cardinale defunto lo stesso posto che egli Braschi aveva in addietro ricevuto da Rezzonico colla protezione della bella Giulia Falconieri.
Nominò il giovane Fabrizio Ruffo gran tesoriere, carica che dal momento che ne esce dà diritto al cappello di cardinale.
Monsignor Ruffo passava in Roma per un uomo di grande ingegno, e che non era straniero nell’arte dei Folard e dei Montecuccoli; egli aveva pure l’abitudine di dire che, se egli fosse nato al tempo dei Lavalette e dei Richelieu, avrebbe portato più spesso l’elmo e la corazza che il berretto e la mantellina di porpora.
Monsignore Ruffo, grande amatore del bel sesso, pel quale non dissimulava punto le sue tendenze, teneva al contrario in grande disprezzo i cantori-cantatrici, ossia le cantatrici-cantori.
Quando eravamo allora a Roma, egli facea la corte più assidua ad una signora Lepri, parente di quell’Anna Maria, di cui abbiamo raccontato la persecuzione; e poichè egli non nascondea nulla, i suoi amori erano noti a tutti; ciò gli valse l’onore di essere celebrato nei versi satirici, il cui autore, il gazzettiere di Firenze, è stato punito con una lunga sospensione.
Dopo il famoso satirico condannato alle galere da Sisto V non erasi veduto l’esempio di tanto rigore.
E poichè ho fatto allusione ad un aneddoto molto conosciuto a Roma, ma molto ignorato altrove, forse gli è bene, come quadro di costumi, che io giri una parentesi e che lo racconti.
Sotto il pontificato di Sisto V un poeta, nominato Marera, fece una satira contro alcuni alti funzionari, i quali se ne lagnarono al papa. Costui severo, ma equo giustiziere, mandò pel poeta, e l’interrogò sul motivo che aveva di permettersi un simile libello; dopo molte spiegazioni che non soddisfecero che mediocremente Sua Santità, quantunque gli avessero attirato parecchie volte il sorriso sulle labbra, gli chiese come avesse potuto designare sotto il suo nome e come cortigiana una donna, il cui nome al contrario era quasi un simbolo di virtù.
— Avete motivo di lagnarvi di lei? gli chiese Sisto V.
— No, Santo Padre, rispose il poeta, per nulla affatto.
— Ma allora, perchè l’avete avvilita colle vostre calunnie?
— Avevo bisogno di una regina, ed il suo nome me la diede.
Sisto V si morse le labbra.
— E voi, signor Poeta? come vi chiamate voi? dimandò egli.
— Marera, per servire Vostra Santità, rispose il poeta.
Ebbene, farò io dei versi; e poichè il vostro nome mi fornisce una rima, provo a rimare così:
Vi sta ben signor Marera Di far versi alla galera.
La sentenza pronunciata dal papa ebbe il suo effetto, ed a tutte le sollecitazioni che furono fatte in favore del colpevole, Sua Santità rispose:
— Per mia fè, rime e ragioni vanno tanto difficilmente d’accordo, che per una volta che vanno d’accordo, è bene che l’avvenimento sia constatato e faccia epoca.
Ed il signor Marera andò a rimare nelle galere di Civitavecchia, ove morì, lasciando due volumi di poesie inedite, che furono perdute per la posterità, nessun editore avendo avuto l’ardire di pubblicarle.
Il giorno prima della nostra partenza, sortendo dal teatro Valle, la sera essendo ancor lungi dall’essere terminata, siamo stati a presentare i nostri complimenti d’addio al caro cardinale di Bernis, che Voltaire avea battezzato col nome di _Babes la Bouquetière_.
Vi abbiamo trovato il conte di Bristol, vescovo di Derry, che vi veniva colla stessa intenzione.
— Vostra altezza lascia dunque Roma? domandai io a questo singolare prelato, la cui originalità mi aveva colpito.
— Eh mio Dio, sicuramente, mia bella compatriota, la grazia mi ha illuminato.
— Quando parte vostra altezza?
— Dimani.
— Per qual paese? senza indiscrezione.
— Lo saprete dimani.
Il giorno appresso venne da noi dopo la nostra colazione, domandò un colloquio a sir William.
Sir William entrò con lui nel gabinetto.
Cinque minuti dopo ne uscì ridendo, traendolo per mano.
Cara Emma, diss’egli, ecco milord Hervey che pretende di essere diventato ad un tratto talmente innamorato di voi, che non saprebbe separarsi dalla vostra cara persona senza morirne di dolore. — Egli ci chiede in conseguenza il permesso di accompagnarci a Napoli; ed io, presumendo che non vogliate la morte di uno dei nostri pari più illustri e di uno dei più alti dignitari della nostra chiesa, ho annuito per mio conto alle sue preghiere. E sua altezza non attende altro che il vostro consenso per essere il più altiero degli uomini ed il più felice de’ vescovi.
Siccome i 78 anni di monsignore di Bristol non mi facevano una grande paura, non credetti per una dimanda così innocente di mettermi in opposizione per la prima volta con sir William Hamilton.
Diedi la mano a monsignor di Bristol che la baciò con dimostrazioni di gioia la più viva, e fu convenuto che da questo momento egli era addetto all’ambasciata d’Inghilterra col titolo di cavalier servente.
V.
Partimmo da Roma con due vetture da posta ed un forgone, e prendemmo la via di terra a rischio d’essere svaligiati: ma debbo dire per verità che avevamo nei sei domestici del conte di Bristol ed i due nostri, tutti inglesi forti e coraggiosi, una scorta bastevole a difenderci.
Per me specialmente, che ho sempre avuto il desiderio di accrescere il circolo delle mie povere conoscenze, era un gran piacere il viaggiare con sir William Hamilton.
Sir William Hamilton, molto istruito nelle cose di antichità, aveva passato tutta la sua scienza al vaglio di una sana critica, di maniera che quando vi raccontava un fatto, vi citava una data, vi descriveva un monumento, potevate credere ad occhi chiusi a tutto ciò che vi diceva.
Uscimmo da Roma per la via Appia, l’antica porta Capena, lasciando alla sinistra nostra la valle d’Egeria, il circo di Caracalla, la tomba di Cecilia Metella, ed alla nostra diritta le catacombe di S. Sebastiano ed i monumenti della famiglia Aurelia.