Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8
Part 1
MEMORIE DI EMMA LYONNA
DI ALESSANDRO DUMAS
UNICA EDIZIONE AUTORIZZATA IN ITALIA.
Vol. III.
MILANO G. DAELLI e C. EDITORI MDCCCLXIV.
Proprietà letteraria — G. DAELLI e C. Editori.
STEREOTIPIA G. DASSI E C.
TIP. GUGLIELMINI.
MEMORIE
DI
EMMA LYONNA
I.
Dopo aver percorso una parte della Francia, il Belgio, la Germania, ci fermammo a Vienna il tempo appena necessario a sir William per presentare i suoi omaggi all’imperatore Giuseppe II, avendo avuto l’onore d’essergli stato presentato quattr’anni prima, quando era venuto incognito a Napoli, senza seguito, sotto il nome di un semplice gentiluomo: poscia partimmo per Venezia, Ferrara, Bologna e Roma.
A Roma sir William si decise di cominciare a farmi conoscere la società italiana. Le ricerche archeologiche l’avevano più volte condotto, non dirò nella metropoli del mondo cristiano, ma nella capitale dei Cesari, e v’era in intrinsechezza con le famiglie più distinte.
Vi arrivammo al principio della primavera del 1788.
Pio VI occupava da tredici anni il trono di San Pietro, e ne avea settantuno. Il bell’Angelo Braschi, che, quando venne nominato Papa, succedendo a Clemente XIV, avrebbe volentieri preso il nome di Formoso II, tanto era vago dell’incarnato gentile del suo volto e dei suoi belli capelli biondi, era sempre l’adoratore della propria bellezza. — Si raccontano le cose più ridicole sull’ammirazione che egli aveva di sè stesso.
Le cattive lingue, — e ve ne sono dovunque, anche a Roma, — dicevano del resto che Sua Santità dovea una certa riconoscenza a quella grande bellezza, non essendo stata estranea all’alta sua fortuna, alla quale avea anche contribuito con tutto il suo potere il decano del sacro Collegio, il cardinale Ruffo, che amava, dicesi, il giovane prelato di un amore, a trovar l’eguale del quale bisogna ricorrere alla storia antica, e che può essere paragonato a quello di Socrate per Alcibiade.
Quella bellezza che avea cominciato la sua fortuna la continuò, — parlo sempre, ben inteso, come le cattive lingue di Roma. — Angelo Braschi, avendo perduto il suo protettore, tentò di supplirvi con una protettrice, e si fece l’amante della ganza del cardinale Rezzonico, nipote del Papa, che lo fece nominare gran tesoriere, carica che il buon Ganganelli gli tolse nominandolo cardinale.
È vero che Clemente XIV non poteva fare altrimenti; il cappello toccava di dritto ad ogni gran tesoriere della santa Sede che usciva di carica, giustamente o ingiustamente. Angelo Braschi non tralasciò per altro di ringraziare Ganganelli della dignità, alla quale avevalo promosso; ma il papa vuolsi che così ingenuamente gli rispondesse:
— Vi ho fatto cardinale, perchè volevo dare il posto di tesoriere ad un uomo, la cui probità non fosse posta in dubbio.
Il ringraziamento era degno del favore. Braschi non stimò opportuno di rinnovarlo pel motivo che glielo avea fatto accordare.
Quando arrivammo a Roma, mi si presentò una bella occasione per vedere Sua Santità, il quale, come si sa, _incontra le signore_, ma non le riceve.
Difatti, quando qualche illustre straniera o qualche nobile dama romana desidera di vedere il sovrano pontefice, fa domandare un tale favore a Sua Santità, che generalmente risponde che passeggerà nel tal giorno, alla tale ora, nel giardino del Quirinale, se d’estate, o in quello del Vaticano se d’inverno.
La dama si trova nel giorno e nell’ora indicati, sulla via che percorre Sua Santità, e riceve la benedizione pontificale.
Ma nella mia qualità di protestante io non poteva nemmeno sperare un tal favore, e però giunsi per un mezzo ancor più semplice, ad ottenere questo onore.
I direttori del collegio della Propaganda avevano ottenuto che Sua Santità assistesse ad una delle loro dispute accademiche: niente dunque di più facile a sir William dell’ottenere due posti per la sua qualità di ambasciatore.
Essendo que’ posti riservati, non fummo obbligati di attendere nè metterci in coda, ma arrivammo all’ora precisa.
Appena seduti, un gran romore annunziò l’arrivo di Sua Santità.
Confesso che aspettavo con grande curiosità: sarebbe difficile, davvero, di vedere un vecchio più bello di Pio VI. I suoi capelli biondi erano diventati bianchi, ma aveano serbato la loro ondulazione elegante; il viso era troppo fresco per essere esente da ogni preparazione, ma i denti erano belli e l’occhio di una vivacità considerevole.
Forse in quel giorno l’occhio era più vivo ed il viso più colorito del solito. Circolava a bassa voce la diceria che Sua Santità avea dato poco prima in uno di quegl’impeti di collera, che erano il terrore di tutti quelli che lo circondavano, e che la causa più leggera bastava a fare scoppiare.
Pio VI avea ordinato al suo sarto un abito nuovo per la solennità cui dovea assistere; ma una malaugurata piega nei calzoni turbava la regolarità delle forme di cui era tanto altiero. Egli rimproverò questo difetto di taglio al povero diavolo con una vivacità, che costui cercava mitigare con una umile scusa; ma la scusa, per quanto umile, fu respinta con un vigoroso schiaffo. — Lo spavento più che il male fe’ svenire il colpevole, il quale non rinvenne se non dopo un copioso salasso.
La seduta incominciò: tutto andò a meraviglia sino ai due terzi di essa: ma a questo punto, credendo di far piacere al sovrano pontefice, provandogli quanto la Chiesa fosse estesa, giacchè avea sudditi fin sotto la zona torrida, i direttori introdussero un giovane negro del Congo, che cominciò un discorso che mi parve eloquentissimo, ma che fu interrotto fin dal principio dell’esordio dal santo padre che si alzò ed uscì, dando segni visibili di malcontento. Dopo qualche secondo, la causa del suo cattivo umore fu conosciuta: egli non aveva badato nè alla bellezza del discorso, nè al Congo, nè al grado di latitudine ov’era situato.
Egli non avea veduto che un negro bruttissimo, la cui antipatica figura avea ferito la suscettibilità de’ suoi organi visivi, ed era uscito raccomandando che per l’avvenire non gli mettessero più sotto gli occhi siffatti mostri.
Ecco quanto aveano guadagnato i direttori del collegio della Propaganda con la loro delicata cortesia.
È vero che qualche mese prima, il 6 ottobre 1787, — la data era rimasta come quella di un giorno di festa, nella memoria di tutti quelli che circondavano Sua Santità, — la Provvidenza avea accordato a Pio VI una grande consolazione.
La principessa duchessa, la signora Costanza Onesti avea dato alla luce un maschio. — Chiamasi in Roma principessa duchessa la moglie di quel nipote del papa che vien fatto da lui principe duca: gli altri generalmente son tutti cardinali.
La principessa duchessa, vale a dire la moglie del duca principe Onesti Braschi, era cara per molte ragioni a Sua Santità, per quanto lo si assicura, prima perchè sua nipote aveva sposato il principe duca, poi come figlia dell’amante del cardinale Rezzonico di cui egli stesso, il bel pontefice, era stato amante, vale a dire la bella Giulia Falconieri. Molti dicevano che la principessa duchessa era molto più stretta parente del papa di quanto egli stesso fingeva di credere; e di fatti Pio VI rifiutava quanto poteva quella paternità, trattenuto dai suoi principii religiosi che non gli vietavano di commettere adulteri, ma che ripugnavano all’incesto.
Nell’occasione di questo parto, vi furono grandi feste a Roma, e tutti i cardinali e prelati testimoniarono la loro gioia e la loro divozione a Sua Santità, colmando di doni la principessa duchessa.
Suo marito, che trovai alle conversazioni della principessa Borghese, le meno noiose di tutte le riunioni di Roma, — da questa tristezza generale escludo però quella del vecchio cardinale di Bernis ove si rinviene tutta la scioltezza della Francia che egli rappresenta, — era un uomo piuttosto bello della persona, di forme e d’aspetto atletico, nato per essere principe duca nella piccola città di Cesena. Era d’una ignoranza patriarcale, ed a Roma, quando si vuol parlare di un uomo arrivato all’ultimo grado dell’idiotismo, si dice che è bestia come il principe duca.
La prima volta che venne dalla principessa Borghese, dopo il suo arrivo da Cesena, gonfio ancora della sua qualità di principe duca, e della genealogia che un dotto romano avevagli scoperta, ebbe bisogno di un bicchier di acqua e lo chiese alla padrona di casa.
Il principe duca era appoggiato al caminetto.
— Tirate due volte il cordone che vi sta dietro, disse la principessa, ed avrete quanto desiderate.
Il principe duca obbedì senza comprendere; ignorava l’uso de’ campanelli, che del resto, inventati da madama di Maintenon, non datano, come si sa, che da un centinaio di anni. Fu dunque grande la sua meraviglia quando, appena tirato due volte il cordone, vide entrare il domestico con un vassoio di rinfreschi. Per soddisfare alla sua curiosità si dovette spiegargli il meccanismo dei campanelli, che, — rendiamo questa giustizia, — eccitò in grado tale la sua ammirazione che ne parlò per tutta la sera.
La sua ammirazione, fu tale, che invece di ritirarsi a casa sua, si fece condurre al Vaticano, e risvegliò suo zio per farlo consapevole della scoperta che avea fatta.
Il papa, che era coricato, tirò il campanello che pendeva accanto al letto, e disse al cameriere che accorse al romore:
— Riconducete il principe duca, e prima di lasciarlo entrare a queste ore, informatevi se ciò che mi vuol dire val la pena di svegliarmi.
Questa ignoranza si estende a tutto: una seconda volta lo incontrai dalla marchesa Bocca Paduli Gentili; si parlava di letteratura inglese e francese, di Shakespeare, di Ben Johnson, di Racine, di Corneille, di Molière.
Il principe duca rimaneva a bocca aperta; non conosceva nessuno di questi signori, e li udiva nominare per la prima volta. Sir William, a proposito della tragedia _Maometto_ dedicata a Ganganelli, pronunziò il nome di Voltaire.
— Ah! costui, esclamò il principe duca, saltando per la gioia sul suo seggiolone, lo conosco. È un frate tedesco che ha fatto molti torti alla Santa Chiesa.
Il buon principe avea confuso Voltaire con Lutero.
Del resto pareva che una fatalità attaccasse questo imbecille ai nostri passi. Il giorno dopo ci trovammo insieme a pranzo dall’ambasciatore di Vienna. Si parlava di Vienna e della galleria imperiale dei quadri.
Il principe duca, preso da un bello entusiasmo artistico, esclamò:
— S’io fossi a Vienna, passerei in quella galleria la mia vita, in contemplazione dinanzi alla _Notte_ del Correggio.
Tutti si guardarono in faccia; tutti sapevamo che la _Notte_ del Correggio è stata acquistata da Augusto III, elettore di Sassonia, alla galleria di Modena, e che ora si trova a Dresda.
Lord Hervey, duca di Bristol, vescovo di Derry in Irlanda, non volle lasciar passare, senza notarlo, un simile tratto d’ignoranza.
— Affè, eccellenza, diss’egli, sono dolente di contraddire un uomo del vostro sapere, ma non esito punto ad affermarvi che siete in errore, e che il quadro, che vorreste a Vienna per contemplarlo a vostro bell’agio, non è a Vienna ma a Dresda.
— Bene, gli rispose il principe duca, volete voi saperlo meglio di mio zio, che me lo ha detto, e che nella sua qualità di papa è infallibile?
— Eccellenza, rispose lord Hervey, mi date una cattiva ragione; sono un vescovo protestante, e però non riconosco l’infallibilità di vostro zio.
Ho accennato all’alterigia che sentiva il principe duca per la genealogia inventata espressamente per lui, e che lasciava indietro di molto quella inventata per il duca di Guisa dall’avvocato Nicola David, che lo faceva discendere da Carlomagno.
Ecco il fatto.
Angelo Bruschi è di famiglia povera ma nobile di Cesena. Sua sorella sposò un povero diavolo chiamato Onesti, negoziante, che non aveva la minima pretesa di salire nei cocchi del re di Francia.
Ma quando il nipote del papa fu nominato principe duca, bisognava trovargli una prosapia degna del rango.
Allora un genealogista lesse queste parole nella vita di S. Romualdo scritte in latino:
«_Romualdus ex honestis parentibus natus_.»
Il genealogista afferrò l’occasione pe’ capelli; prese l’epiteto _honestis_ pel nome di famiglia del santo, e fece stampare l’anno dopo un’opera, con un gran lusso tipografico, in cui si provava che S. Romualdo era nato da una famiglia Onesti, di cui il nipote del papa discendeva in linea retta.
In virtù di questa genealogia incontestata, come si comprende bene, il primogenito del principe duca, il bambino la cui nascita ha prodotto, il 6 ottobre ultimo, una gioia così grande alla corte di Roma, ha ricevuto da suo zio al fonte battesimale il nome di Romualdo.
II.
Ho detto che le conversazioni romane erano molto noiose; avrei dovuto aggiungere per gli altri, perchè per me sono uno spettacolo talmente nuovo, che sono dilettevoli, anzi straordinarie.
Le Romane sono belle di certo, ma più belle nel popolo che nell’aristocrazia: non è raro di trovare nelle trasteverine e nelle contadine dei dintorni di Roma, dei tipi che ricordano le Madonne di Raffaello; ma, ripeto, que’ tipi sono quasi tutti popolari.
Delle nobiltà, le bellezze sono più rare, sicchè la mia apparizione ha fatto grande sensazione nelle sale di Roma.
Fu quasi una rivoluzione fra i prelati ed i cardinali.
Bisogna sapere prima, che cosa sia abitualmente una conversazione romana, quando un grande avvenimento come quello della mia presenza non vi porta il disordine e la confusione.
Le conversazioni di Roma partecipano naturalmente dello spirito del governo e del sacerdozio; si passa il tempo in complimenti di etichetta, e se qualche volta si è interessato il cuore, lo spirito non lo è mai.
Dovunque si resta impacciato; dovunque si trova la ritenutezza, la gaiezza non esiste nemmeno fra i giovani.
La paura è in tutti i cuori, la diffidenza in tutti i volti, e invece di abbandonarsi a quell’espansione, come in Francia od in Inghilterra, si guarda, si osserva e si tace, perchè si ha paura. I forestieri non hanno simili paure, ma l’atmosfera gelata che li circonda li rende freddi: tutta la società somiglia ad un immenso pendolo, di cui sieno fermi i congegni e che tratto tratto riprendono a scosse i loro movimenti per poi fermarsi ancora. Per fortuna si giuoca e forte, ed io, quantunque buona giuocatrice, preferisco di studiare ciò che mi si presenta sotto gli occhi: per ritornare alle carte ho sempre tempo. Se la padrona di casa non gioca, s’impossessa di qualche eminenza o di un ministro, e discorre con lui finchè dura la serata: gli altri personaggi insigniti di una dignità qualunque fanno lo stesso, e questi colloqui a quattr’occhi per quanto siano numerosi, sono così serii e silenziosi, che in mezzo a cinquanta persone si sentirebbe una mosca a volare; l’immobilità di tutta quella gente mi ricorda quella dei senatori dell’antica Roma, seduti sulla loro sedia corule, aspettando la morte per mano dei Galli.
Quando alla conversazione vi sono tre o quattro cardinali la cosa diventa molto incomoda per gli spettatori; queste illustrissime eminenze passeggiano continuamente, bisogna cedere loro il posto, salutarli profondamente quando vi passano per davanti, e guardarsi bene dal camminare sull’enorme coda del loro abito; i semplici prelati che li circondano camminano curvi come parentesi, ed applaudiscono ad ogni frase che l’eminenza si degna di lasciar cadere dalla sacra sua bocca.
Il mio arrivo a Roma, e la mia presentazione nei loro circoli, ha rovesciato tutto. Le eminenze invece di passeggiare in lungo ed in largo, come l’ammalato immaginario di Molière, fanno circolo intorno a me; e siccome io parlo facilmente l’italiano e pochissimi parlano il francese e nessuno l’inglese, essi sono maravigliati di potermi fare i loro complimenti scipiti ed esagerati ad un tempo nella lingua dove il sì suona, come dice Dante.
Uno dei più assidui a farmi la corte è il nostro lord Herney vescovo di Derry; e siccome egli mi parla in inglese, e se non ha dello spirito, ha della originalità nella sua conversazione, ridiamo alternativamente delle cose che diciamo; le eminenze e i monsignori sono molto imbarazzati.
Fra tutte queste conversazioni, quella che trovai più aggradevole finora, è quella della principessa di Santa Croce. È vero che nel suo circolo intimo, ove grazie alla posizione di sir Hamilton sono stata ammessa, non si riceve che una società scelta composta quasi tutta dal corpo diplomatico.
Avevo molto insistito per essere presentata alla principessa di S. Croce, sapendo che a dieci ore di sera si trovava alle sue piccole riunioni il cardinale di Bernis, e che desideravo di conoscere questo caro vecchio, di cui avevo letto le poesie, che egli chiama i suoi peccati di gioventù.
Il cardinale di Bernis ha settantatrè anni, e non ha perduto nulla del suo spirito, direi quasi della sua giovinezza; egli porta qui il titolo di Protettore della Francia, dopo aver avuto parte alla diplomazia europea; si sa che ebbe assai presto gli ordini e prese il titolo di Abate; e venuto giovane a Parigi, si fece conoscere pei suoi versi galanti, piacque a madama di Pompadour, entrò nell’accademia a 29 anni, e dopo la morte del cardinale Fleury fece una rapida fortuna, fu nominato ambasciatore a Vienna e divenne cardinale. Fu egli che, come ministro degli affari esteri, firmò il trattato d’alleanza con l’Austria, e durante la guerra dei sette anni, cadde in disgrazia per aver consigliato la pace contro l’avviso di madama Pompadour; ma madama di Pompadour essendo morta nel 1764, il cardinale di Bernis fu nominato arcivescovo di Alby, e cinque anni dopo ambasciatore a Roma; nei primi anni della sua residenza ebbe una parte brillantissima, e quantunque la Spagna avesse riacquistato a Roma la principale influenza, il cardinale per le sue qualità personali ha mantenuto la Francia in una buona posizione.
Noi fummo tosto presentati a Sua Eminenza, che ci invitò a pranzo pel giorno dopo.
Sapevamo già che il pranzo del cardinale di Bernis era eccellente, e che contra l’abitudine sparsa nel servidorame romano, i suoi domestici non vengono il giorno dopo a farsi pagare dai convitati il prezzo del pranzo del giorno prima. Il cardinale vive splendidamente, tiene corte bandita, basta essergli stato presentato una volta per aver sempre il suo posto a tavola. Queste spese giornaliere, le feste che dà, lo sciupo che si fa in casa sua lo conducono, per quanto lo si assicura, in rovina, tanto più che la famiglia incaricata dell’amministrazione dei suoi beni in Francia, inventa ogni anno per dispensarsi d’inviaglierne i frutti, ora la siccità, ora una inondazione; le riparazioni assorbono poi ciò che il flagello avea risparmiato.
L’amabile vecchio mi raccontava tutto ciò ridendo e vezzeggiando con me, dicendo; per fortuna che ho 73 anni, e che mi resterà sempre qualche cosa per andare alla fine.
Ahimè, il degno uomo s’ingannò; rivocato tre anni dopo per la sua opposizione alla rivoluzione francese, spogliato di tutta la sua fortuna, passò da una rendita di cento mila scudi romani ad una strettezza che sarebbe diventata la miseria, senza il soccorso che gli fece ottenere dalla Spagna il cavaliere d’Azara suo amico.
Noi incontrammo dal cardinale questo degno spagnuolo, sulla cui onestà e cortesia non v’ha che una voce sola in Roma. Egli e la sua corte, quella di Carlo III, trovavasi in contegno momentaneamente freddo con Sua Santità a proposito di un piccolo raggiro che gli aveva teso, e di che, malgrado le sue istanze, non aveva potuto ottenere giustizia.
Ognuno sa, che la società di Gesù fu cacciata nel 1767 dalla Spagna e da Napoli, e finalmente soppressa nel 1773 da Clemente XIV, che sopravvisse soltanto due anni a questa soppressione.
Benchè il re Carlo III fosse adirato contro i buoni padri, per aver fatto spargere la voce all’epoca della sua nascita, che egli non era figlio di Filippo V, ma del cardinale Alberoni, la sua vendetta erasi limitata a cacciarli dai suoi stati e a farli cacciare da quelli di suo figlio Ferdinando; ma continuava a pagare le loro pensioni in buone piastre spagnuole, che erano apprezzate in Italia, e specialmente a Roma, ove la moneta è orribilmente falsificata.
Ora un bastimento carico di piastre inviate dalla corte di Madrid era arrivato a Civitavecchia. Queste piastre erano destinate al pagamento delle pensioni degli esuli.
Pio VI le fece depositare alla zecca.
Una volta lì, invece di distribuire ai buoni padri questo denaro, al primo titolo che era destinato per loro, egli lo fece fondere, vi mischiò un quarto di lega, e fece battere paoli, papetti, testoni e carlini, e pagò i padri di Gesù con questa miserabile moneta, guadagnandovi sopra, come ci assicurò Ienkena il banchiere di sir William, più del 25 per cento.
I gesuiti ebbero bellamente a reclamare, e così pure il signor Azara; ma non fu loro resa giustizia tanto che inviarono una supplica al re Carlo III, pregandolo di farli pagare d’ora innanzi direttamente per mano dell’ambasciatore.
Ma ciò è nulla in confronto di ciò che si racconta sui mezzi impiegati da Sua Santità per procurarsi del denaro, o piuttosto per aumentare la fortuna del principe duca e del cardinale Onesti suoi nipoti: tant’era Sua Santità roso fino alle ossa dalla cancrena del nipotismo.
Si è al punto che Sua Santità, malgrado il suo potere temporale e spirituale, è in procinto di perdere un processo, che avrebbe guadagnato se non fosse che ingiusto.
Per sventura è iniquo.
Ecco il fatto.
Vi era a Roma un facchino dei dintorni di Milano, che col suo lavoro, un vero lavoro da facchino, avea radunato la somma favolosa di 800,000 scudi romani, 4,400,000 lire di Francia.
Questo facchino si chiamava Lepri.
Aveva tre figli, Amasi, Giuseppe e Giovanni.
Ripartì la sua fortuna fra loro tre, mettendo per condizione che la eredità di ciascun fratello che morisse senza figli maschi sarebbesi accumulata a vantaggio degli altri.
Giovanni, il maggiore, morì senza figli poco dopo suo padre; Giuseppe, il secondo, morì lasciando una figlia per nome Anna Maria; rimaneva il terzo, Amasi, che erasi fatto prete, e per conseguenza non poteva esser nel caso d’aver figli maschi.
Giustizia avrebbe voluto che tutta la fortuna ritornasse alla figlia, anche l’eredità del prete, perchè essa era sua nipote, e che nessuno dei defunti avea lasciato figli maschi.
Al contrario il prete pretendeva che tutto veniva a lui e s’impossessò diffatti di tutta la fortuna in detrimento di Anna Maria, di cui egli non amava la madre.
Anna Maria intentò un processo a suo zio.
Allora il prete, abusando delle sua influenza, subornò i testimoni, ai quali fece deporre che Anna Maria non era legittima.
Questa frode non ebbe altro risultato che di sollevare contro di lui la coscienza pubblica.
Il processo giunse alle orecchie di Sua Santità, che fiutò un buon affare, ed incaricò un certo Nardini di andare ad offrire ad Amasi il cappello cardinalizio ed una rendita di cui si discuterebbe l’ammontare; si fece osservare ad Amasi che questa fortuna, essendo stata guadagnata interamente da suo padre negli stati di Sua Santità, era giustizia, che meno la porzione che gli sarebbe attribuita, ritornasse a Sua Santità.
Amasi scorse in questa offerta un mezzo per soddisfare ad un tempo il suo orgoglio ed il suo odio: fece al papa una donazione di tutti i suoi beni, riportandosi alla sua generosità per il compenso.
Il papa mise immediatamente il principe duca in possesso di questa fortuna; ma dimenticò di dare la rendita ed il cappello promesso ad Amasi.
Amasi reclamò, ma inutilmente.
Allora preso dal rimorso di aver fatto gratuitamente una cattiva azione, fece un testamento nel quale dichiarò che la donazione che aveva fatto a Sua Santità, era il risultato della frode e dei cattivi consigli, aggiungendo che egli aveva ceduto specialmente all’odio che portava alla cognata, di cui implorava il perdono, confessando il suo delitto e rivocando la donazione.