Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8
Part 7
Non illudendomi circa lo stato in cui m’aveva presa, e sopratutto su quello che l’aveva preceduto, apprezzavo benissimo il sagrifizio ch’egli aveva fatto obbligandosi a sposarmi: ora, prima d’ogni altra cosa, volevo renderlo tanto felice, che, durante i due anni e mezzo che dovevano precedere la nostra unione legale, un sol momento non si pentisse della sua risoluzione.
Non restammo al castello di sir Carlo che il tempo necessario per riposarci del viaggio, e quindi ci demmo a visitar la Scozia.
Quando fossi stata principessa del sangue reale, sir Carlo non avrebbe avuto per me più riguardi di quelli che mi mostrava. Il mio viaggio con lui fu un corso di storia, in cui imparai le leggende di Wallace e di Roberto Bruce, di Montrose e di Carlo Edoard: visitai la stanza in cui fu assassinato Rizzio, ed il castello ove fu prigioniera Maria Stuarda.
Il mese trascorse rapidamente; ritornammo a Londra. Durante la nostra assenza, l’agente di sir Carlo aveva presa in affitto una casa a Green-Park, ove avevamo, sir Carlo ed io, ciascuno un appartamento. Col suo stipendio ed il suo patrimonio, sir Carlo aveva circa duemila sterline per anno. Era poco, avuto riguardo al lusso sfoggiato da lui; ma il ministro gli aveva promesso, se restava al governo, di trovar un mezzo di accrescergli il soldo.
Aveva scritto allo zio William che, legato alla fortuna di Carlo Fox, resterebbe a Londra finchè il suo amico fosse ministro: gli aveva comunicato la promessa fattagli e l’aveva pregato di aiutarlo a conseguirne l’effetto.
Sir William gli aveva spedito un bono di mille lire sul suo banchiere.
Con perfetta delicatezza, lord Greenville mi domandò se non volevo prender maestri d’utilità e di diletto per compire la mia educazione. Capii che il cerchio di cognizioni che bastava ad Emma Lyonna, donna d’avventure e di piaceri, non bastava a milady Greenville, e dissi a sir Carlo di tracciarmi egli stesso un sistema d’istruzione.
Da quel momento ebbi un maestro di francese, un maestro d’italiano, uno di canto, uno di disegno, uno di ballo.
Ho detto già con quanta facilità imparavo, e che portentosa memoria avevo: benchè imparassi tutte quelle arti e quelle lingue insieme, feci in ciascuna rapidi progressi. Avevo naturalmente la voce intonata: la musica mi pareva un’arte che avessi dimenticata e di cui bastavami ricordarmi. Imparai l’italiano quasi cantando; al francese poi ponevo tanto ardore che, durante tutto il tempo che mi lasciavano i miei altri esercizi, avevo sempre in mano un volume scritto nell’idioma di Racine e Voltaire.
La mia vita era dunque affatto mutata; que’ mille piaceri che son il corollario della vita d’una bella donna, avevano ceduto agli studi d’una donna seria, dirò anzi d’una madre di famiglia. Dopo dieci mesi, una bambina venne a dare alla nostra unione una nuova apparenza coniugale più completa.
Ma due mesi prima avevamo subito un gran colpo nella nostra fortuna.
Quel che sir William Hamilton aveva preveduto accadde: dopo aver abbattuto il ministero di Pitt, Carlo Fox, incaricato nel 1782 del portafogli degli Esteri, aveva fatto fermare la pace con l’America e la Francia; aveva creduto vedere in quel trionfo l’origine d’un potere illimitato, e sdegnato de’ peculati della compagnia delle Indie, l’aveva altamente accusato alla tribuna, domandando un’inchiesta; ma non avendola ottenuta dalla camera alta, era obbligato a ritirarsi dal ministero ed a tornar all’opposizione.
Per questo mutamento, sir Carlo perdè l’ufficio: restavangli quindi in tutto di suo asse particolare, dugento cinquanta o trecento sterline annue.
Ricorse, come soleva, allo zio, affermandogli che fra poco Carlo Fox non poteva mancare di tornare al ministero; che in questa congiuntura la sua posizione sarebbe più bella che mai, giacchè avrebbe tosto ricevuto il premio della sua devozione all’amicizia.
Sir William Hamilton spedì una nuova cambiale di mille sterline sul suo banchiere.
Con quella somma, con gli averi particolari di sir Carlo, con la rendita delle mie otto o diecimila lire, avremmo potuto viver modestamente ed aspettare giorni migliori. Esortavo a ciò a tutto potere sir Carlo; ma sia che credesse veramente alla rivincita di Carlo Fox, sia che le sue prodighe abitudini soverchiassero i consigli della ragione, proseguimmo a menar la stessa vita.
Ne derivò che presto trovammo aver esaurito il nostro avere.
In tal congiuntura, mi correva obbligo di porre il mio peculio a disposizione di colui, del quale avrei portato fra breve il nome.
Lo feci.
In diciotto mesi vedemmo finita quella somma.
Per la terza volta sir Carlo scrisse allo zio, ma questa volta ebbe da lui un rifiuto, con invito tuttavia di andarlo a raggiungere, se credesse, alle condizioni già offertegli.
Quel partito era la nostra separazione eterna: sir Carlo non vi pensò un momento.
La nostra famiglia s’era accresciuta di due figli, il che aumentava anche le nostre angustie.
È vero che fra tre mesi sir Carlo giungerebbe alla sua età maggiore, e che quello stesso giorno, ne ero sicura, egli porrebbe ad effetto la sua promessa; ma sarei lady Greenville e non altro: la mia posizione sarebbe mutata, la nostra fortuna no.
La nostra povertà mutavasi a poco a poco in miseria.
Non so, o so male descrivere questo stato, in cui l’orgoglio, le abitudini, gl’istinti lottano ogni dì col bisogno; già una volta trascorsi rapidamente sulla mia caduta; il mio coraggio non sarà la seconda volta maggiore della prima.
Non potevo non esser riconoscente a sir Carlo che durava tanti patimenti per amor mio; ma la sua tristezza, il suo scoramento, il suo soffrire m’eran sensibili: vinsi la sua ripugnanza a scrivere per la quarta volta allo zio; scrisse.
La risposta di sir Hamilton fu per noi un fulmine.
Scriveva che s’era informato della vita di sir Carlo, ed aveva saputo che le sue angustie derivavano dall’amar una cortigiana indegna di amore; annunziava il suo prossimo arrivo a Londra, dicendo che voleva veder le cose con gli occhi proprii, ed agirebbe a seconda di quel che vedrebbe.
Non pertanto una proscritta annunziava a sir Carlo, che, ove gli piacesse accettar le proposte già fatte, partisse subito per Napoli, lasciando a Londra quella creatura indegna di lui, alla cui esistenza in tal caso la sua pietà degnerebbe provvedere.
Debbo dirlo a lode di sir Carlo, fu anche più sdegnato che non afflitto da quella lettera, a cui non rispose nemmeno.
Ma i suoi sentimenti generosi nulla mutavano al nostro stato. Dopo essere stati privati del superfluo, cominciavamo ad esser privati del necessario. Avevamo venduto fino alle ultime nostre gioie; dovevamo più d’un anno di pigione: un atto giudiziario bastava a gettarci sulla via, noi ed i nostri bambini.
Eravamo in quello stato estremo, in cui anche una nuova sventura si fa desiderabile, tanto è impossibile che una catastrofe, per terribile che sia, peggiori la nostra condizione.
D’improvviso ci fu riferito che da otto giorni sir William Hamilton era a Londra, nel suo palazzo a Fleet-Street.
Non eravamo stati avvisati di quell’arrivo, senza dubbio sir William aveva speso quel tempo a prender informazioni sul nostro conto; ad ogni modo una grande sventura ci era sospesa sul capo.
All’udir quella nuova, sir Carlo prese una subita risoluzione.
— Cara Emma, mi disse, tranne che non siamo separati, non possiamo esser più infelici di quel che siamo: ebbene, la nostra sorte è nelle vostre mani.
Lo guardai stupita.
— Ascoltate, continuò: conosco mio zio: è un archeologo fanatico d’ogni bellezza plastica; passa la vita fra’ più bei marmi della Grecia: ora non conosco una statua, fosse di Prassitele o di Lisippo, che v’uguagli in bellezza. Andate a trovar mio zio: gettatevi a’ suoi piedi; orate la nostra causa, e sarà guadagnata.
Guardai sir Carlo, tutta stupefatta di simile proposta.
— Come! gli dissi, contro me egli è irritato, e volete che io vada ad espormi alla sua collera?
— È irritato contro voi, cara Emma, perchè non intende il mio amore, e non l’intende perchè non vi conosce. Ma quando v’avrà veduta una volta; quando avrà udito la vostra voce irresistibile; quando le lagrime vi gronderanno supplichevoli dagli occhi, intenderà tutto e perdonerà.
Dimenai il capo: sentivo una ripugnanza profonda a quel passo.
— Allora, disse sir Carlo, non resta che rassegnarci alla nostra sorte, perchè io, ne son sicuro, non otterrò nulla da mio zio che aspetta la mia visita, ed è già preparato a respingermi: mentre voi...
— Ascoltate, sir Carlo, risposi, non vorrei che vi entrasse, non dirò nella mente ma nel cuore, il pensiero che, potendo ricompensare i vostri sacrifizi, io mi sia rifiutata ad un’azione, benchè per me umiliante: lasciatemi fin a domani per prepararmi all’abboccamento, e domani andrò.
— Farete quel che vorrete, cara Emma, disse sir Carlo; ma pensate che il tempo è prezioso e che è imprudente di perdere un minuto. Fin a domani, sir Hamilton può prender qualche risoluzione: mettetevi la veste più semplice; non siete mai più bella che nella vostra semplicità; andate a Fleet-Street; tutti conoscono il palazzo Hamilton; entrate arditamente, parlate col cuore, a nome vostro, a nome mio, a nome de’ nostri figli: Dio farà il resto.
Sir Carlo parlava con tanto convincimento, che anch’io cominciai a far cuore. Domandando fino al domani, avevo fatto ciò che fa il condannato che chiede s’indugi di qualche ora la condanna; avevo tentato ritardar il momento supremo; ma, risoluta la visita, era meglio farla subito.
Entrai nella mia camera con la fermezza delle risoluzioni disperate; indossai la mia veste meno ricca; legai i miei capelli che portavo sempre senza polvere con un semplice nastro: mi posi sul capo un gran cappello di paglia; mi gettai una mantellina sulle spalle; e riapparii d’improvviso nella stanza ov’era restato sir Carlo.
Allo strepito che feci entrando, sir Carlo levò il capo e mise un grido.
— Oh! mi disse, non siete mai stata tanto bella, cara Emma; siam salvi!
XIV.
In luogo di prender una carrozza per andar da sir William, volli esser umile fino alla fine, e m’avviai a piedi a Fleet-Street per Pall-Mall e lo Strand.
Sir Carlo aveva ragione: mi bastò chiedere il palazzo di sir William Hamilton perchè mi fosse indicato.
Giunta alla porta, sentii sciogliermi nelle gambe m’appoggiai al muro e tentai darmi cuore.
Sua Signoria era in casa.
All’uscio un servitore mi chiese il nome per annunziarmi: temetti che dicendolo, non mi si rifiutasse l’ingresso.
— Dite soltanto a sir William, risposi, che una donna desidera parlargli.
Benchè avessi passato ventiquattr’anni, sembravo tanto giovane che il servo, non volendo riconoscermi per una _donna_, m’annunziò come una _fanciulla_.
Udii la voce di sir William che diceva:
— Fatela entrare.
Mi posi la mano sul cuor per comprimerne i battiti: mi sentivo presso a soffocare.
Il servo tornò, si strasse da banda e m’invitò ad entrare.
Sir William era seduto ad una tavola, correggendo le prove del suo libro, _Osservazioni sul Vesuvio_.
Restai per poco sulla soglia, aspettando che levasse il capo.
Mi vide; restò un momento immobile, guardandomi; poscia, levandosi e dando un passo incontro a me:
— Che volete, bella fanciulla? mi chiese.
La voce mi venne meno; non potetti che andar a lui e cader mezzo svenuta sul tappeto.
Vedendo il mio pallore ed il tremito nervoso che m’investiva, sonò il campanello per chiamar soccorso: il servo entrò.
— Ella sviene! ma vedete che sviene! esclamò sir William; venite, aiutatemi.
Il servo aiutò sir William a portarmi sur una poltrona; nel muovermi, il cappello cadde, ed i capelli caddero sciolti.
Quand’avessi ciò fatto per civetteria, non avrei ottenuto più bell’effetto: avevo i più magnifici capelli del mondo.
— Dell’aceto! dell’aceto! gridò sir William.
Il servo gliene portò una boccetta; egli mi sedè accanto, appoggiò il capo mio sulla sua spalla, e me la fece aspirare.
Riaprii gli occhi che, durante l’ultimo minuto, avevo tenuti chiusi più per terrore che per debolezza.
— Ah! milord, mormorai, quanto siete buono!
E mi lasciai cadere a’ suoi piedi.
Mi guardò con crescente stupore.
— Bisogna che voi abbiate a chiedermi qualche cosa di impossibile, signorina, mi disse, perchè dubitiate di ottenerlo.
Mi lasciai cader il capo fra le mani e ruppi in pianto.
— Oh! milord, milord, gli dissi senza levar il capo, se sapeste chi sono!
— Chi siete dunque?
— La persona che più odiate al mondo, milord.
— Non odio nessuno, madamigella, rispose sir William.
— Allora, quella che più disprezzate.
Mi pose la palma della mano sulla fronte, e mi sollevò il capo.
— Emma Lyonna, balbettai.
— Impossibile! esclamò, dando indietro, impossibile!
— Perchè, milord?
— Una donna perduta non ha un viso come il vostro.
— Un nobile cuore come quello di vostro nipote, milord, non si sarebbe dato ad una donna perduta.
— Tutto ciò che m’è stato detto è vero, o non è che un complesso di menzogne?
— Che han detto a vossignoria? Son pronta a risponder francamente alle sue domande: nel mio stato la prima delle virtù è la schiettezza.
— Mi si è detto che vostra madre era fantesca in un podere, e che voi stessa avete guardato le pecore.
— È vero, milord.
— Poscia serva in una piccola città di provincia.
— È vero ancora.
— Che veniste a Londra, ove un bravo medico, il sig. Hawarden v’allogò presso un gioielliere, ma i vostri malvagi istinti non permisero che vi restaste.
— È sempre vero.
— Qui comincia senza dubbio la menzogna: siete stata mantenuta prima da sir John Payne e poi da sir Harry Featherson.
Accennai col capo ch’era vero.
— Poi scendete più basso, sempre più basso; divenite complice del cerretano Graham, druda di Romney, druda di mio nipote, cui non cedete, affermasi, se non a patto che vi sposerà, ed a cui fate firmare una promessa di matrimonio, che lo fa, suo malgrado, vostro schiavo.
— Chiedo dieci minuti a Vossignoria per giustificarmi, risposi.
E, rialzatami, mi slanciai fuori della camera.
— Ove andate, gridò sir William, ove andate?
— Torno subito, milord.
Scesi le scale volando più che correndo e balzai in una vettura da nolo che passava, gridando: — «Cavendish-Square!»
Cinque minuti dopo ero da Romney.
La fortuna volle che fosse in casa.
— La promessa di lord Greenville, gli gridai, datemela, caro Romney.
— Che v’accade, mia povera Emma? Siete tutta sossopra.
— Non è nulla. Quella promessa, ve ne supplico, presto! presto!
Romney corse ad un armadio, aprì lo scrigno di cui parlai, e mi diè la promessa di matrimonio di lord Greenville.
— Prendete, mi disse; avrei per altro voluto che mi consultaste su ciò che volete farne.
— Per le cose di delicatezza, si consulta solo la propria coscienza, Romney. Grazie!
Mi slanciai fuori della camera; mi feci ricondurre a Fleet-Street; risalii le scale con la stessa rapidità e ritrovai Sir William che passeggiava pensoso, a gran passi.
Non gli diedi tempo d’interrogarmi e gli presentai la promessa di matrimonio di sir Carlo.
— Che è questo? mi disse.
— Vossignoria si degni leggere.
Sir William lesse:
«M’obbligo sull’onore a sposare miss Emma Lyonna alla mia maggiorità, ed acconsento ad esser trattato da gentiluomo senza fede se mancherò alla promessa.
«1 maggio 1783.
«LORD GREENVILLE»
— Ebbene, e poi? disse: sapevo che questa promessa esistesse.
— V’ingannate, milord, risposi, essa non è più.
E m’appressai al fuoco e la gettai nelle fiamme, che subito la divorarono.
— Che fate? esclamò sir William.
— Nulla lega più vostro nipote, milord, risposi: a voi tocca ora ottener da lui che m’abbandoni.
E senza rispondere alla sua voce che mi chiamava, uscii dalla stanza e tornai a casa.
Sir Carlo aspettava pieno di vivissima ansietà.
— Ebbene, mi chiese, vedendomi tornare col volto acceso e dalla corsa e dalla commozione, che è accaduto?
Gli narrai il mio colloquio con lo zio minutamente.
— Adunque, mi disse, avete arso la mia promessa?
— Sì, sir Carlo, e siete libero.
— Cioè, mia cara Emma, il mio debito scritto si è mutato in un debito d’onore: ecco tutta la differenza.
— Ascoltate, sir Carlo, gli dissi, e riflettete bene: siete giunto a quel momento supremo in cui una vita intera si decide. Se m’abbandonate, non solo tutti vi daranno ragione, ma all’istante, il vostro avvenire è assicurato, la vostra fortuna fatta. Se, al contrario, v’ostinate a restar meco, la società tutta vi condanna, e vostro zio vi rinnega e vi disereda. Non potete materialmente vivere con me, e materialmente io posso far senza di voi. Voi ricco, mi renderete le diecimila lire spese da noi insieme; otterrete da vostro zio che assicuri una sorte a’ nostri figli; vivrò io e vivranno essi. Voi povero, i miei figliuoli ed io restiamo poveri, ed un giorno, inevitabilmente vi pentirete del vostro sacrifizio ed i nostri figli mi rinfacceranno la loro rovina.
— Basta, Emma, basta, esclamò sir Carlo, cingendomi delle sue braccia come per impedire che nessuno mi strappasse a lui, avverrà quel che Dio vorrà, ma nessuna forza umana potrà separarci!
In quel momento mise un grido: l’uscio della camera era rimasto aperto: suo zio che era salito senza permettere che alcuno l’annunziasse, e senza che lo vedessimo, era ritto sulla soglia ed aveva udito quanto avevamo detto.
— Mio zio! esclamò sir Giorgio, dando un passo indietro.
— Vedete, signore, gli dissi, che fo quel che posso, e che non ci ho colpa.
— Lasciatemi solo con questa giovane, signore, disse sir William Hamilton a sir Carlo.
Sir Carlo salutò rispettosamente ed uscì.
Sir William Hamilton mi si fe’ vicino e mi porse la mano.
— Son contento di voi, madamigella, mi disse, e spero che persevererete nella via in cui siete entrata.
— Perdono, signore, gli risposi; ma lo vedete, non ho d’uopo d’esser incoraggiata dai vostri consigli: quelli della mia coscienza mi basteranno, spero.
— Benissimo, ma, come dicevate a quel pazzo, avete figli.
— Questo è un altro discorso, ed il mio dovere di madre è di raccomandarveli.
— Da quel che ho udito, mio nipote vi dovrebbe un 10,000 lire sterline.
— È possibile, signore; ma questo è un affare fra vostro nipote e me.
— Se mio nipote acconsente a lasciarvi, triplicherò questa somma.
— Non presto ad usura nè il mio danaro nè il mio amore.
— Ma che farete con due o trecento lire di rendita?
— Tenterò trar profitto dalla mia istruzione.
— Darete lezione?
— Perchè no?
— E che lezioni?
— Di francese e d’italiano.
— Parlate francese ed italiano?
-Sì.
Sir William mi parlò in queste due lingue: gli risposi abbastanza correttamente perchè paresse soddisfatto.
— Sapete anche di musica, a quanto pare, aggiunse, giacchè veggo un cembalo ed un’arpa.
— So sonare infatti questi due strumenti.
— Sarebbe indiscretezza chiedervi d’eseguire un pezzo?
— Avete dritto di comandare, signore.
— E se invece di comandare pregassi?
— Scuserete allora se vi canterò un’aria che s’accorda allo stato del mio cuore.
— Cantate quel che volete: checchessia, l’ascolterò con piacere.
Lo confesso. In quel momento un po’ di civetteria entrò nel mio cuore: non potendo indovinare il sentimento che spingeva sir William a farmi tutte quelle domande, non ne vidi che il lato insensibile ed egoista, e trovai ch’era crudeltà a pregarmi di cantare in quella circostanza; costretta ad obbedirgli, volevo almeno trarre tutto il vantaggio possibile della mia obbedienza a pro del mio amore.
Chiamai in aiuto tutta la potenza mimica che la natura m’aveva data. Andai a sedere innanzi all’arpa, e con la fronte appoggiata ad essa, i capelli scinti ed inanellati sulle spalle, disperata e gemente come Desdemona, feci correre alcuni accordi dolorosi sulle corde dello strumento ed incominciai quella straziante ballata del Salice:
«La giovinetta piangea, piangea, D’un sicomoro a piè sedea: Teneasi al core la man vicina E su’ ginocchi la testa inchina. — «Il verde salice cantate ognor Cantate il salice del mesto amor.»
Spesso avevo, nelle nostre serate presso sir Harry, o presso Romney, cantato quel poetico lamento e sempre con immenso successo; ma quella volta più che mai ero commossa da parità di situazione.
Durante la pausa fra la prima e la seconda strofa, non udii nemmeno il respiro di sir William, tanto anelante, tutta l’anima sua era sospesa alle mie parole.
Proseguii:
«Un fresco rio scorreale accanto, Che mormorava al suo compianto: Amaro il pianto dal ciglio uscia Che fin le rupi commosso avria. — «Il verde salice cantate ognor; Cantate il salice del mesto amor.»
Mi fermai, quasi mi paresse aver dato a sir William un saggio sufficiente della mia arte di musica, di cantatrice e di mima.
— Oh! di grazia, disse, continuate!
Ripresi:
«Nomai mendace l’amante mio; E’ che rispose quando m’udio? — Se a molte io dono facile il core, Tu molti allieta del tuo favore. — «Il verde salice cantate ognor; Cantate il salice del mesto amor.»
E dopo aver fatto rendere all’arpa il suo strido più doloroso, lasciai i suoi concenti morir lentamente, come un ultimo sospiro.
Avevo lasciato cadere, sfinita, il capo sulla spalla: aspettavo l’assoluzione o la condanna.
— Signora, dissemi sir William, intendo ora l’adorazione di mio nipote per voi: ditegli che lo prego di venirmi a parlar dimani.
E salutandomi con rispetto, si ritirò.
Appena fu uscito, sir Carlo, che dalla camera attigua aveva veduto ed udito tutto, slanciossi nel salotto, e stringendomi fra le braccia, con gli occhi pieni di gioia, il cuore pieno di speranza, esclamò:
— Lo sapevo io che ci salveresti!
XV.
È facile l’immaginarsi da quali emozioni io fossi dominata in quel giorno, sir Carlo nutriva una sicura speranza, la quale, non saprei per qual motivo, mi era impossibile di condividere.
Mi pareva che questa apparente sconfitta di sir William celasse qualche cosa d’ignoto. Ad ogni cosa che mi dicesse, o ad ogni progetto che lord Greenville facesse io rispondeva: domani vedremo.
Il domani arrivò.
Non avendo sir William Hamilton fissata l’ora, sir Carlo si recò da lui alle nove del mattino.
Io me ne stetti ad aspettare, ed aspettai un’ora che mi parve un secolo.
Passata un’ora circa, sir Carlo fu di ritorno, ed a prima vista potei agevolmente comprendere non essersi avverata nessuna delle sue speranze.
Era pallido ed affatto abbattuto.
— Ebbene? gli domandai io tutta tremante.
Si cavò di tasca una lettera.
— Inflessibile, mi rispose, egli vuole che ci separiamo immediatamente.
— Che v’aveva detto io?
— Se vi acconsentiamo, continuò a dire sir Carlo egli assicura cinquecento lire sterline di rendita a ciascuno dei nostri figli reversibili in caso di morte sulla testa degli altri. — Ed a me egli costituisce una rendita di mille e cinquecento lire, ed a voi egli restituisce le dieci mila lire sterline che abbiam speso insieme.
— E che avete risposto?
— Ho rifiutato.
— Cos’è questa lettera?
— È per voi.
— Di vostro zio?
— Di mio zio.
— Leggiamola.
— Non è che per voi, ed io gli promisi che non l’avreste letta che voi sola.
— Date.
— Devo dirvi una cosa? proseguì sir Carlo guardandomi con mestizia.
— Che?
— Mio zio è innamorato di voi.
Io trasalii.
— Sir Carlo, siete pazzo.
— Son pronto a giurarlo.
Abbassai la testa sul seno: un lampo m’aveva illuminata.
Mi sovvenni della scena della sera antecedente, gli sguardi d’ammirazione, e l’accento carezzevole di sir William.
Mi accostai al camino colla lettera in pugno decisa di gettarla al fuoco.
Sir Carlo mi trattenne.