Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Part 8

Chapter 83,503 wordsPublic domain

— Emma, mi disse con voce abbastanza sicura, ieri eravate voi che m’incoraggiavate ad esser uomo, ed era io che faceva resistenza a checchè voi mi diceste in pro de’ miei figli e mio. Oggi son io che vi dico: Emma, leggete questa lettera e considerate seriamente le proposte che in essa si trovano, poichè son certo che ve ne sono, il momento è supremo, e se ieri mi credeva in diritto di disporre del mio destino, e di quello de’ miei figli, oggi non sento d’aver quello di disporre del vostro: e di essere un ostacolo al vostro avvenire ed alla vostra felicità.

Lo rimirai con stupore; ma conoscendone il cuor nobile, io non dubitai un istante del motivo che lo faceva parlare.

— Ho promesso a mio zio, egli continuò, ho promesso di lasciarvi tutta la libertà di leggere questa lettera: leggetela, cara Emma, e se, come non ne dubito, è l’ultimatum di sir William Hamilton, decidete della nostra sorte.

Ed abbracciandomi lagrimoso, passò nelle stanze da letto e mi lasciò sola nella sala.

Io restai un momento in piedi, tutta tremante e col sudor sulla fronte; indi vacillando mi lasciai cadere su d’una sedia a bracciuoli; io capiva difatti ch’io teneva nelle mani il nostro comune destino.

Apersi la lettera, ma non potei leggerla tosto, una nube mi copriva gli occhi.

A poco a poco i caratteri si fecero più visibili, la mia vista si schiarì e lessi:

«Signorina

«Da ieri a questa parte ho fatto le mie riflessioni con tutta quella freddezza e quella calma che si possono conservare, anche alla mia età, dopo avervi veduta.

Nelle vostre qualità, nei vostri meriti, nell’avvenenza infine della vostra persona io trovo la spiegazione della passione di mio nipote.

Non solo comprendo il modo con cui vi si possa amare, ma eziandio perchè vi si possa amare per sempre; vi hanno però nella vita certe fatalità, contro le quali sarebbe follia il voler lottare, contro le quali si finirebbe ad infrangersi, ma a vincerle non mai; queste fatalità ieri noi le abbiamo insieme passate in rassegna, e trovansi comprese nelle confessioni che ieri aveste la franchezza di farmi.

Pensateci bene, e ditemi voi stessa se sia possibile che, nella stessa città che vide in voi l’amante di sir John Payne, e di sir Herry Featerson, che vide in voi la socia di Graham, il modello di Romney, voi diventiate la moglie di sir Carlo Greenville, a rischio di incontrare ad ogni passo che farete nelle vie di Londra, una memoria di quel passato, contro il quale nulla valgono i pentimenti, e che la potenza di Dio stesso non potrebbe cancellare.

Il vostro matrimonio con mio nipote, quand’anche io avessi ad acconsentirvi, ed avessi ad assicurarne la posizione, è una disgrazia per voi ed i vostri figli.

Voi avete venticinque anni, — siete voi che mi confidaste la vostra età, giacchè non giudicando che dai miei occhi io non ve ne stimerei più di 18. — Voi avete 25 anni; mio nipote non ne ha che 24, egli è quindi minore di voi di un anno, egli s’avanza verso l’età delle passioni. Per quanto siete bella, seducente, perfetta, non potrebbe darsi un giorno che egli vi sfuggisse, e che in quel giorno si lasciasse egli altresì sfuggire di bocca una parola di pentimento pel sagrificio che crederà di avervi fatto?

So benissimo, che sposando oggi un uomo rovinato e senza avvenire, siete voi quella che si sagrifica, ed io sono il primo a proclamarlo in faccia al mondo, però il sagrificato sarà egli.

Ecco quindi ciò ch’io vi propongo: invece d’essermi nipote, siatemi figlia.

Io son vedovo e senza figli, e quindi solo a questo mondo. — Mio nipote che fu da me lontano fin dalla giovinezza, non è per me che uno straniero; io l’amo per l’amore che aveva per mia sorella, e non per quello che io abbia direttamente per lui, ed egli stesso, senza saper darsene ragione, non ha per me che un affetto in rapporto al bene ch’io possa fargli.

Divenendo mia figlia adottiva scompaiono tutte le impossibilità che vi sono d’ostacolo per vivere tranquilla e felice in Inghilterra, nella guisa stessa che scompare il solco d’una nave passando da un mare all’altro. Io vi conduco meco a Napoli, dove nessuno vi conosce, dove nessuno vi ha veduta, dove non vi chiamate più nè Emma Lyonna, nè Miss Hearte; dove non sarete più l’amante di Featherson nè la socia di Graham, nè il modello di Romney; dove avrete il nome che più vi piacerà di adottare, vale a dire di mia figlia adottiva, di mia amatissima figlia.

Non vi parlo delle mie sostanze, sono sette od ottocento mila lire sterline di rendita, oltre il mio posto d’ambasciatore che ne vale altre cinque mila. Di questi beni io ne faccio tre parti, una per voi, una per mio nipote, e l’altra pei vostri figli.

No, io non parlo se non di servigi che voi possiate rendermi. Ho cinquant’otto anni, io ho bisogno di cure, d’amicizia, in luogo d’amore; ho bisogno d’essere amato come si ama un vecchio. Quanto tempo mi resta da vivere? Sei, otto, forse dieci anni. —

Considerate come alla vostra età volino rapidi dieci anni. — Dunque da qui a dieci anni, alla più lunga, voi ne avreste trentacinque, sarete cioè in quella età in cui la donna è ancora in tutta la pienezza della forza e bellezza, sarete allora libera, ricca e — permettetemi di aggiungere queste parole alle quali io non attribuisco nessun significato offensivo — e purificata dalla vostra divozione.

Lasciate che inoltre vi dica che io abito Napoli, una delle più amene città del mondo, e che ho ragione di sperare che io l’abiterò fino alla morte; che in essa godo dell’amicizia del re e della regina, e che in essa io vedo una società sopra la quale voi prenderete quell’ascendente che vi danno la vostra bellezza ed i vostri talenti e la vostra eccellenza; una società composta di ogni sorta di talenti, e di intelligenze, e di tutte le aristocrazie, dall’aristocrazia della nascita a quella del genio, e che sarete colà la regina dell’avvenire, mentre siete qui la schiava del passato.

Ora avete letto, fate i vostri riflessi; io aspetto la vostra risposta con maggior impazienza che non farebbe un giovane innamorato; io l’attendo da vecchio egoista.

Del resto qualunque sia per esserne il tenore, non verrà meno in me nessuno di quei sentimenti che vi ho dedicati, fra i quali la stima occupa il primo posto.

William Hamilton.»

Questa lettera cotanto semplice, cotanto nobile e degna, debbo confessarlo, mi commosse profondamente, — mi lasciai cadere le braccia lungo la vita, e la testa sul petto; e m’immersi in una profonda meditazione.

Quando rialzai il capo, sir Carlo era in piedi dinanzi a me — al di lui melanconico sorriso, era facile scorgere com’egli indovinasse ciò che avveniva nell’intimo del mio cuore.

Io gli stesi la lettera.

— Leggetela, gli dissi.

Egli vi gettò su uno sguardo.

— No, io gli dissi, non leggetela in mia presenza, leggetela da solo come io feci. — In ogni caso, è però sempre un cuor generoso il cuore di vostro zio.

Sir Carlo ripassò nella stanza ed io restai di nuovo sola nella sala. — Sola, oh no! La lettera di sir William l’aveva popolata d’un mondo intiero di fantasmi sconosciuti.

Anche stavolta il caso, il destino, la fatalità, la provvidenza sembravano voler disporre di me senza riguardo ai miei desiderj e senza lasciar libero il campo al mio libero arbitrio. Io non potevo dissimulare la forza e la verità degli argomenti di sir William Hamilton intorno al mio matrimonio con suo nipote; tutti questi pensieri mi erano venuti più di una volta, e quanto più io andava avvicinandomi alla meta ideale della mia ambizione, tanto meno appetibile me ne sembrava la realtà.

Al contrario l’orizzonte che sir William m’aveva ora schiuso sfolgorava di tutto il fuoco di quel sole del mezzogiorno, ch’io non aveva per anco intraveduto, se non a traverso dei canti del Tasso e dell’Ariosto; la mia funesta immaginativa, pronta sempre a trascinarmi nelle sue illimitate regioni, mi andava ora svolgendo i raggi più abbaglianti. Avezza a regnare nelle sale, stava ora per riconquistarvi più completo, più vasto, e più sublime quell’impero che io aveva perduto a cagione della partenza di sir John, dell’abbandono di sir Harry, e da ultimo per la rovina di sir Carlo, ben altrimenti più elevata essendo la posizione diplomatica occupata da sir William Hamilton. Un ambasciatore non è già un re, ma ha l’incarico di rappresentarlo; quindi che immenso campo per soddisfare l’ambizione d’un ambasciatore foss’ella la donna la più esigente della terra! Quest’idea era tuttavia non poco attutita dal pensiero, che l’essere figlia adottiva d’un ambasciatore è ben altra condizione che l’esserne la moglie: potendo la noia, il capriccio, le fantasie d’un vecchio ghiribizzoso una volta serie che fossero, lasciar ricadere la figlia adottiva, la cui adozione non fosse assicurata, al livello d’Emma Lyonna ed a quello pure di Miss Hearte.

Se in luogo di figlia adottiva il signor William avesse detto moglie, oh allora sì!

A questo pensiero un lampo mi abbacinò la vista.

Come ciò?

La schiatta di Lord Greenville non era forse assai più grande di quella di sir Hamilton? Non discendeva forse il primo dai Warwich, o non era desso per lo meno alleato di quell’illustre famiglia dei Warwich, originaria da quel famoso conte Riccardo Nevil che chiamavano il fattore dei re? Sir William era tutto al più di buona famiglia scozzese, se pertanto un Greenville, vale a dire un Warwich non aveva sdegnato di impegnare per me la sua parola, perchè sir William Hamilton che era bensì ricco, che godeva bensì di una posizione elevata, ma difettava di quei pregi seducenti di aristocrazia e di gioventù che aveva suo nipote — perchè sir William doveva esitare a dare il nome di Lady Hamilton a colei che non aveva se non una parola da dire per essere Lady Greenville?

M’era io forse sostata nella corsa ascendente, o se io era caduta, la mia caduta provvidenziale, per così dire non m’aveva sempre ricondotta in regioni più alte da quelle ond’ero discesa?

Essendo già quasi Lady Greenville, io aveva maggiore distanza a divenir Lady Hamilton di quanta ne avessi avuta a divenir Lady Greenville quand’ero l’amante di Romney.

Sarò o l’una o l’altra, ma sarò Lady: questa fu la mia determinazione.

XVI.

Stetti più d’un’ora in balia di queste riflessioni, dalle quali mi ridestò il suonare del pendolo.

Alzai gli occhi in cerca di sir Carlo.

Questi aveva avuto tutto il tempo per leggere la lettera di suo zio; perchè mai dunque non era ritornato per farmene parola?

Vedendo che egli non veniva da me, io mi alzai per andare da lui, ed entrai nella stanza da letto: era vuota.

Apersi il gabinetto della toletta — era vuoto al pari della stanza da letto.

Sir Carlo era dunque sortito? La cosa era possibile, essendovi una scala da servizio che dalla stanza da letto conduceva nella via.

Mi guardai tutto all’ingiro per aver la chiave di questo enigma, e vidi sullo scrittoio di sir Carlo la lettera di sir Hamilton bell’ed aperta.

Accanto di essa v’erano pure queste due linee di Lord Greenville.

«Non mi ero ingannato, mio zio è innamorato di voi. Non voglio quindi, valendomi dell’influenza che io posso avere sul vostro cuore, esser d’ostacolo al vostro destino; io non ritornerò in questa stanza che da qui ad otto giorni, dove è assai probabile che io non abbia più a trovarvi. Ma deh! per l’avvenire dei nostri figli, per il nostro reciproco onore, fate di non essere meno di Lady Hamilton.

Sir Carlo Greenville».

Esso pure aveva quindi veduto il cammino che innanzi mi stava aperto, egli pure credeva che io potrei raggiungere la meta che tanto m’aveva abbagliata in sulle prime, e che a poco a poco io mi ero avvezza a guardar fisso come aquila il sole senza stornarne lo sguardo.

Impugnai la penna e scrissi:

«Milord

«Comunicai a Lord Greenville la lettera che mi faceste l’onore di scrivermi.

Egli abbandonò sull’istante la casa, dicendomi che egli desiderava ch’io sola fossi l’unico arbitro della sorte mia, sua, e dei nostri figli, e che non sarebbe di ritorno se non dopo otto giorni.

Quindi ora tocca a me a rispondervi, o milord, e lo farò colla stessa franchezza ch’io ebbi sempre fin ora, dicendovi: Come mai essendo indegna di essere la nipote di sir William Hamilton, posso esser degna di esserne la figlia adottiva?

No, milord, v’ha alcun che di più semplice ancora, ed è ch’io non abbia ad essere nè vostra nipote nè vostra figlia, ma rimanga puramente Emma Lyonna.

Son io che partirò da Londra — e me ne ritornerò a Nutley piccola ed amena città, dove tre mesi sono passai tre mesi, i più felici di mia vita.

E colà assecondando la volontà di Carlo; il quale vi prometto di non più rivedere e di lasciargli tutta la libertà di seguire il suo proprio destino, vivrò da sola, e mi consacrerò all’educazione dei nostri figli.

Io ve li ho raccomandati questi figli, o milord; ho quindi ragione di non più serbare alcuna inquietudine intorno alla loro sorte.

Fu dunque un inganno il mio di credere, o milord, che io potrei essere moglie onesta e buona madre, e che come tale io renderei felice un gentiluomo. Oh! certo fu un inganno, poichè voi ne giudicate altrimenti.

Fu però un inganno anche il vostro, di supporre che col perdere una falsa posizione, io ne avrei accettata un’altra ancora più falsa.

La mia posizione, qual amante di lord Greenville, a Londra era certa, or chi m’assicura ch’io arriverò a farmi a Napoli l’altra, di vostra figlia adottiva?

No, milord, un tanto onore non è riserbato per me nata nell’oscurità, è giusto che io muoia in essa.

I giorni che io m’ebbi illuminati dal sole non furono per me i più felici.

Addio, milord; trovate a vostro nipote una sposa, nobile e pura, e di essa fatene la vostra figlia adottiva, ed abbandonate alla miseria ed al disonore la povera Emma.

Ella vi si dichiara umilissima serva, e non ha l’ambizione di ottenere altro titolo dalla signoria vostra.

Emma Lyonna».

Feci recare immediatamente questa lettera a sir William Hamilton, e m’accinsi a fare i preparativi della partenza.

O sir William Hamilton si recherà da me prima ch’io avessi finito la prima valigia, o sir Carlo sapendomi a Nutley, mi avrà colà raggiunta.

Nel primo caso, facevo un passo avanti, nel secondo la posizione rimaneva la stessa, anzi migliore, poichè, una volta sortito di casa lord Greenville, non avevo voluto restarci.

Chi venne il primo fu sir William Hamilton, il quale accorse all’albergo non appena egli ebbe ricevuta la mia lettera.

Egli mi trovò occupata a fare i preparativi per la partenza.

— Mi avete dunque scritto da senno? egli esclamò.

— Del miglior senno del mondo, o milord, io gli risposi, non vorrete supporre, io credo, che io possa permettermi scherzare con voi.

— Ma se la vostra lettera non mi avesse trovato all’albergo, e se quindi invece di venir tosto io non fossi venuto se non da qui a due ore?

— Avreste trovato ch’io era partita.

— E partendo, avreste creduto di sfuggirmi?

— Sfuggirvi? Non v’intendo, milord; io non fuggo da voi, non sono sir Carlo io, non fuggo nessuno io, non faccio che ritirarmi.

— M’avreste veduto a Nutley un’ora dopo di voi e fors’anco un’ora prima.

— Che sareste venuto a fare a Nutley, milord?

— Sarei venuto a dirvi che ora che vi conosco mi è impossibile star senza di voi, ed a scongiurarvi che vogliate voi stessa scegliere sotto qual titolo preferiate di starvene presso di me.

Mi sentii un brivido d’orgoglio al cuore.

— Milord, gli dissi, voi sapete bene non esservi altro titolo ch’io possa accettare dallo zio, che quello che ho rifiutato dal nipote.

— È l’ambizione, che vi fa tenere un simile linguaggio, o Emma?

— No, milord, è un sentimento di dignità.

— V’ha alcuno che vi diriga nel modo di condurvi in faccia mia?

— Non lo nego, milord.

— Chi è costui?

— Sir Carlo.

— Mio nipote?

— Degnatevi di entrare in quella stanza, o milord, e colà troverete sullo scrittoio la lettera ch’egli mi scrisse nel partire dall’albergo: leggetela.

Sir William Hamilton andò nella stanza da letto, donde ritornò quasi subito tenendo in mano quella lettera, ch’egli ebbe appena il tempo di leggere.

— Miss Emma, egli mi disse, fareste voi ad un uomo la grazia di accettarlo per isposo, un uomo che non vi sarà mai altro che padre?

Le gambe più non mi ressero, e mi lasciai cadere su d’una sedia a bracciuoli colla fronte grondante di un freddo sudore.

Era un sogno?

Sarebbe mai vero che il borioso sir William Hamilton, venuto appositamente da Napoli per impedire il matrimonio ch’io stava per contrarre con suo nipote dissestato, volesse ora offrirmi il suo nome, rango e sostanze?

— Milord, io gli dissi, s’io avessi ad accettare così di subito una sì magnifica offerta, potrebbe in seguito sembrarvi una sorpresa. Fate di rinnovarmi domani quest’offerta, ed allora vi risponderò.

— Accetto, ma a patto che voi mi rispondiate nella cappella dell’albergo, e che la stessa sera partiremo per Napoli.

— Domani toccherà a me ad obbedire a qualunque ordine siate per darmi, o milord.

— Permettereste frattanto che sir William possa in qualità di amico passar questa sera con voi?

— S’io avessi a farvene rifiuto, tornerebbe lo stesso che togliervi l’occasione di pentirvi.

— Credete forse ch’io sarei per annoiarmi?

— L’ambasciatore, l’amico d’un re e d’una regina, l’uomo dotto cui fan corona le aristocrazie del nome e dell’intelligenze, temo voglia trovare un mediocre interesse nelle conversazioni della povera pastorella del ducato di Galles.

— Voi rassomigliate, o Emma, ad una principessa di cui parlano i racconti del nostro popolo. Vi fu matrina una fata di certo, e voi levaste una lettera dal nome che essa v’impose, affine di conservar meglio l’incognito: e questo nome non è già Emma, ma Gemma sicuramente.

— Milord, milord, voi siete avvezzo a parlare ad una regina, vi sovvenga che qui siete a Londra e non a Napoli.

— Ebbene, questa regina sarà vostra amica, o Emma; essa vi pregherà di darle delle lezioni di grazia e di buon gusto; questa regina quando vogliate farla dimenticare dovrà pur cedervi la sua corona.

— Quando alla regina voi dite di queste cose, o milord, vi dà essa la mano da baciare?

— Perchè tal domanda?

— Perchè mi sento disposta a fare il noviziato di viceregina.

E gli stesi la mano.

Sir Hamilton la prese e baciolla con uguale rispetto come se avesse baciata la mano della regina Maria Carolina.

— Non vi fate stupore, mi disse sir Hamilton nel restituirmi la mano, e nel farmi un saluto; non vi stupirete se io vi dico che mi restano molte cose da fare per dar compimento ai progetti ch’io ho per domani; datemi quindi licenza di assentarmi, e vogliate intanto riserbarmi la serata che mi avete promessa.

Io pure sentiva il bisogno d’esser sola per spiegarmi le diverse sensazioni che mi s’incalzavano nel cuore e più di tutto nella mente; feci quindi a sir William una riverenza con quella grazia che mai sapessi maggiore, e gli dissi che l’aspettavo per le otto della sera.

Partito sir William, mi presi la testa fra le mani che sembrava mi volesse scoppiare. Fa egli mestieri che io mi diffonda sulla strana situazione in cui mi trovava, e ch’io ne sfogli, per così dire, i particolari agli occhi dei lettori?

Non torna conto. Lord Greenville aveva indovinato, sir Hamilton era innamorato pazzo di me; egli mi lasciò ad un’ora del mattino stordito, inebbriato, abbagliato.

Il dì seguente, sir William, essendosi procurata con denaro la dispensa delle pubblicazioni, fummo sposati da un ministro protestante, il quale andava debitore della sua cura a sir William, e la cerimonia ebbe luogo in una stanza dell’albergo ridotta a cappella, senza alcun romore nè pompa coll’assistenza di nessun altro che i testimonii di obbligo.

Compita la cerimonia il pastore ci rilasciò una per ciascuno la copia dell’atto di registro, perchè ne testimoniasse la validità.

Questa volta non era più una promessa di matrimonio, come quella di Lord Greenville, era un vero matrimonio segreto, ma valevole.

La sera dello stesso giorno lasciammo Londra e ci avviammo per Napoli, avendo prima sir William dato, con una generosità veramente da principe, ordine agli affari di sir Carlo....

Che Dio mi conceda ora la forza di scrivere la seconda parte di mia vita, con ugual senso di sentimento qual mi fu scorta nello scrivere la prima. Chè questa volta non è più su di me sola che voi fate gravitare li miei peccati, ma bensì su di un popolo intero.

Amen!

FINE DEL VOLUME SECONDO.

Questa forza che Lady Hamilton domandava a Dio non le fu concessa, avendo fatta la malattia rapidi progressi. Il racconto che comincia al terzo volume, e che va fino all’ultimo, è perciò affatto profano. Ma secondo noi non è che più curioso, perchè, raffrontato al primo, esso presenta questa Maddalena politica sotto i suoi due aspetti.

_Nota dell’editore._

NOTE:

[1] Quel ritratto è oggi nella galleria del Louvre.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.