Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8
Part 6
Ed allora, mezzo seria, mezzo mesta, sempre civettuola, perchè volevo piacergli, narrai a Romney tutti gli avvenimenti della mia vita, dal giorno che l’avevo veduto; com’ero venuta a Londra, soprattutto nella speranza di rivederlo; come, trovatolo partito, ero andata a casa del signor Hawarden: poscia svolsi tutta la bizzarra catena dei fatti della mia vita, maravigliandomi io stessa di non essermi imbattuta in lui una sol volta fra quella turba di _gentlemen_, e d’artisti da me veduti ne’ quattordici o quindici mesi passati con sir John e con lord Featherson.
Da parte sua, Romney aveva udito parlare molto di me, senza conoscermi: le due scene d’_Ofelia_ e di _Romeo_ e _Giulietta_ avevano fatto romore nel mondo artistico, ed egli avea desiderato vedermi: ma la sua vita tutta dedita all’arte, ed ai piaceri, l’aveva trascinato altrove, e non c’eravamo incontrati.
— Ora, mi disse Romney, siete troppo ricca perchè vi proponga di pagarvi cinque ghinee ogni ora, e tocca a voi farmi l’elemosina: siete libera del vostro cuore e della vostra persona?
— Libera come l’aria.
— E Graham?
— È il mio _cornac_ e non altro: ma ho un impegno d’onore con lui: m’ha tolto alla miseria, anzi all’infamia, e gli debbo in iscambio la sua fortuna.
— Ebbene, disse Romney, tutto può aggiustarsi. Arricchirete Graham e mi farete famoso: poi, nei vostri momenti di carità, penserete se non potrete insieme farmi beato; e così poche vite saranno state meglio spese della vostra.
Fu convenuto che il domani andrei a passar un’ora a Cavendish-Square nello studio di Romney, e che ivi comincerebbe una serie di disegni, pigliandomi a modello.
Ci lasciammo come due teneri amici, che non hanno che un passo da fare per divenir amanti.
Da lungo tempo il mio povero cuore era senza occupazione nessuna. Aveva sempre avuto gran simpatia per Romney; come glielo aveva detto, ero libera da ogni impegno: benchè in età di circa quarantacinque anni, Romney aveva la triplice gioventù della forza, dell’eleganza e della fama: una donna, che avesse più diritti di me ad esser difficile, non poteva desiderar di più: potetti creder un momento che amavo, o meglio che amerei Romney.
Il domani andai a casa sua all’ora convenuta: egli m’aspettava con tutti quei piccoli preparativi che si fanno per una donna desiderata, fiori, profumi, soffici tappeti; una bellissima pelle di tigre era distesa sur un letto simile a quello che occupava in casa del dottor Graham: una corona di pampini intrecciata a grappoli d’uva aspettava senza dubbio un’Erigone.
Giacchè ero in casa di Romney; giacchè vi ero andata non solo di mia volontà, ma per un desiderio espresso da me stessa, sarebbe stato ridicolo per parte mia di rifiutar nulla di quanto egli mi chiedeva.
Fece in quel giorno stesso, in due ore, uno stupendo schizzo: abbiamo pochi pittori in Inghilterra, ma quasi tutti quelli che abbiamo sono perfetti coloristi: Romney merita d’esser nominato fra’ primi.
Trovai, tornando a casa, il povero dottor Graham un po’ inquieto: dacchè m’aveva condotta fuori la casa della signora Love, era quella la prima volta che uscivo.
Lo rassicurai su quello che sopra ogni altra cosa gli stava a cuore, cioè sulla certezza che manterrei la parola data; gli dissi ciò che già sapeva, giacchè prima di me Romney glielo aveva detto, che cioè da lunga mano conoscevo il celebre artista, nè gli tacqui gl’impegni di cuore che avevo presi con lui.
Passai così tre mesi, dando al dottore Graham un mese più che non m’avea domandato: durante quel tempo, Romney menò a termine una serie di studi riprodotti dalla mia persona: dopo l’Erigone, fece una Venere, una Calipso, una Elena, una Giuditta, una Rebecca.
Circa la metà del quarto mese, il dottore annunziò la fine del corso: aveva guadagnato quasi centomila lire sterline. Le ultime lezioni fecero furore: la folla vi soffocava, benchè da me stessa, sapendo di far piacere a Romney, avessi ripreso il velo che già mi copriva il viso.
Io stessa aveva guadagnato da otto a dieci mila sterline; Graham m’offriva la metà del guadagno, purchè volessi continuare: rifiutai: ero stanca di quell’esposizione: avevo bisogno di riprender un po’ la vita di donna di piacere: non ero stata mai sì ricca, e parevami che non vedrei mai la fine delle mie ricchezze.
Romney m’offrì d’andar a dimorare a casa sua: accettai.
Passammo tre mesi nell’unione più perfetta: Romney riceveva in sua casa tutta la gioventù elegante di Londra: fra _gentlemen_ più nobili era lord Greenville, che dicevano congiunto alla nobile casa di Warwick, quello stesso a cui sir Harry Featherson aveva guadagnato 2000 sterline alle corse d’Epsom.
Fra gli omaggi che da tutti mi si facevano, i suoi erano i più assidui, e, debbo dirlo, i più rispettosi.
Fervido ammiratore della forma, Romney mi aveva ritratta in tutti gli atteggiamenti dell’antichità, ed il suo pennello non lasciava desiderar che il godimento a coloro che vedevano i disegni che di me aveva fatti.
Lord Greenville restava ore intere innanzi a quei quadri.
Durante un mese o due, il suo amore non si tradì che per la sua ammirazione per le copie, ed i suoi applausi all’originale quando riproducevo qualche atteggiamento storico, o quando declamava qualche brano di Shakespeare.
Una sera che avevo recitato il monologo di Giulietta quando beve il narcotico, mi s’appressò, e profittando del momento, che nessuno poteva vederlo nè udirlo:
— Bisogna che siate mia, Emma, mi disse, o diverrò pazzo.
Lo guardai ridendo.
— Sull’onore, mi disse, parlo seriamente.
— In fè di gentiluomo?
— In fè di gentiluomo!
— Venite allora in un momento che sarò sola, gli risposi; ne parleremo.
— Ed a che ora dovrò venire per trovarvi sola?
— Non tocca a me, ma a voi di spiare quand’esca Romney, e di profittar della sua assenza.
— Bene, disse, non chiedo altro.
Due giorni dopo, lo vidi entrare poco dopo che Romney fu uscito.
— Eccomi, disse con voce commossa, gittandomisi alle ginocchia.
— D’una faccenda tanto importante, milord, risposi, non potete discorrere alle mie ginocchia, ma al mio fianco: sedete quindi e discorriamo.
Lord Greenville mi guardò attonito.
— Oh! mi disse, miss Emma, credevo esser ricevuto da voi men freddamente.
— Perchè vi riceverei altrimenti? gli risposi: amo Romney e non v’amo, nel senso che vorreste ch’io dessi a questa parola.
— E non m’amerete mai?
— Non dico ciò, milord. L’amore consta di due elementi, o meglio dovrei dire che l’amore è di due maniere: evvi l’amore che invade i sensi d’una donna al primo sguardo, e che è l’urto della scintilla simpatica: evvi l’amore che occupa lentamente il cuore d’una donna, ed è il risultato di dolci rapporti e di cortesi maniere. Benchè giovane, milord, ho già amato di questi due amori, e colui che fu amato della seconda maniera non è colui che ha più motivo di dolersi della sua sorte. — Se avessi dovuto amarvi nella prima guisa, sarebbe già fatto e ve lo direi, e lascerei subito Romney per voi; giacchè il desiderio della donna per un uomo, che non sia quello con cui vive, è già un’infedeltà. — Ma voi siete giovane, bello, ricco, di grande famiglia; posso quindi amarvi non come ho amato sir Harry, ma sir John e Romney.
— So, rispose sir Carlo, che un proverbio francese dice: — «Da un cattivo debitore prendine quel che puoi». — Mi rassegnerò a questo aforisma.
— Senonchè, sir Carlo, ripresi, vi farò notare che un debitore _deve_ e che io _non debbo_.
— Avete molto spirito, miss Emma, ed ho sempre udito dire che il troppo spirito nuoce al cuore.
— Non so se ho spirito, giacchè nessuno me l’ha detto ancora, ma so d’avere un cuore: perchè sventuratamente il mio cuore ha parlato. Non ho dovuto quindi finora diffidare del mio spirito: permettetemi dunque che per questa volta il mio cuore commetta al mio spirito di fare i suoi affari.
— Ascolto, miss Emma, ma lo confesso, tremo, ascoltandovi.
— È tempo ancora; fate come Ulisse: o cansate il promontorio di Circe, gridando al pilota — «alla larga!» — o turatevi con la cera le orecchie.
— Preferisco ascoltar la vostra voce e correre il rischio d’esser mutato in bestia: d’altronde, lo vedete, giacchè v’ascolto ancora, dopo ciò che m’avete detto, la metamorfosi è già mezza fatta.
— Bene! anche voi, milord, siete uomo di spirito e vedo che c’intenderemo.
— V’ascolto.
— Avrò fra poco vent’anni: son nata in un villaggio, ed ho vinto la rusticità della mia nascita: non ho avuto educazione, ed a forza di ingegno, di lettura e di memoria ho supplito all’educazione che mi manca: ho commesso errori; li ho emendati: sono stata misera; ho avuto fame e sete; non ho avuto rifugio contro la pioggia, il vento ed il freddo, e son vestita di velluto; dimoro fra’ capilavori dell’arte, e senza esser ricca, posso, limitando le mie spese a mille franchi al mese, essere per tutta la vita al sicuro dalla miseria. Restando tre altri mesi col dottor Graham, sarei divenuta milionaria. Non volli, Romney mi piaceva; preferii darmi a lui.
— M’avete dunque invitato a venir da voi mentre Romney era lontano per dirmi che ha la fortuna di esser da voi amato?
— Appunto, perchè dovendo parlarvi di cose serie, giacchè il vostro avvenire ed il mio ne dipendono, bisogna che vi parli con tutta franchezza.
Sir Carlo mise un sospiro.
— Amate meglio diventar pazzo: proseguii.
— Non v’intendo.
— Non m’avete detto: — «Emma, se non sarete mia, diverrò pazzo?».
— Vero.
— Orbene, non potendo esser vostra che a certe condizioni, debbo dirvele.
— Ditele.
— Adunque, ve lo ripeto, ecco il mio stato. Ho preso Romney senza grande amore, ma come si prende un uomo amabile, per non esser più sola nella vita, per aver un appoggio. Romney m’ama e gli porto affetto; la nostra vita è piacevole e dolce; non ho nessuna ragione di mutarla; se non — ascoltatemi bene, — se non per uno stato sociale, non pecuniario, migliore. M’amavate abbastanza per impazzire? Adunque m’amavate abbastanza per isposarmi.
Sir Carlo Greenville balzò sulla sedia.
— Sposarvi! esclamò.
Mi levai e gli feci inchino.
— Milord, gli dissi, quando sarete disposto a rispondere alla mia proposta altrimenti che con un salto di sorpresa, avrò l’onore di rivedervi. Fin allora permettete che mi privi dell’onore della vostra conversazione e del piacere della vostra presenza.
E, salutatolo col capo, rientrai nella mia camera, lasciandolo solo nello studio.
Tre o quattro giorni passarono senza che vedessi sir Carlo.
XII.
Romney continuava ad essere per me amabilissimo: soddisfacevo insieme il suo amor proprio come amante ed il suo amor dell’arte come modello. — Certo le sue migliori opere di pittura furono da lui fatte durante la nostra relazione. Era tanto in voga in quel tempo, che, per prodigo che fosse, poneva in serbo, quasi suo malgrado, venti o venticinque ghinee al giorno, e ciò con quattro cavalli nella scuderia, due carrozze nella rimessa, tre o quattro servitori nell’anticamera.
Tre volte per settimana ricevevamo gente; le quattro altre sere andavamo a spasso o al teatro.
La nostra relazione aveva tutti i diletti della simpatia senz’avere le burrasche dell’amore.
Il quarto giorno dopo il nostro colloquio, sir Carlo riapparve: lo ricevetti esattamente come se nulla fosse accaduto fra noi: non avevo per lui nè attrazione nè ripugnanza: gli avevo proposte alcune condizioni senza desiderare che le accettasse, piuttosto per parlar chiaro che per voglia di diventar veramente milady Greenville.
Mi si appressò più volte; mi parlò sottovoce; ma non essendo entrato nella questione, non potè aver da me una parola che si riferisse _allo stato del suo cuore_.
Sia che Romney intendesse che la sua gelosia sarebbe stata ridicola; sia che si fidasse di me, che restavo con lui senza domandar nulla, anzi senza ricever nulla; sia che, come me, stimasse la nostra relazione non obbligatoria da una parte nè dall’altra, e dovesse durare soltanto finchè ad entrambi piacesse, non aveva mai mostrato darsi pensiero delle cortesie che mi si facevano.
Una volta m’aveva detto:
— È convenuto, n’è vero, che non siamo tanto sciocchi nè l’uno nè l’altro da ingannarci? Son doppiamente felice, come amante e come pittore, di possedervi: ma non m’impongo a voi per forza: intendete bene, n’è vero? Probabilmente non sarò io il primo a stancarmi della nostra vita; ma se ciò accadesse, ve lo direi; convinto che voi mi perdonereste la mia franchezza, e che resteremmo buoni amici. Chiedo altrettanto da parte vostra.
Gli avevo steso la mano, nè avevamo detto altro.
Ero risoluta a parlargli dell’amore di sir Carlo, appena quell’amore si spiegasse in modo positivo.
Ma m’ero prescritta una norma per non aver nulla da rimproverarmi, smettere, cioè, ogni civetteria con sir Carlo.
Debbo dirlo? Con l’istinto della donna, sentiva che tutta la mia forza con sir Carlo, forza che probabilmente assicurerebbe il mio trionfo, era nella mancanza di ogni desiderio.
Il domani, mentre Romney era andato a cominciar un ritratto di Lady Craven, — che fu poi la famosa margravia d’Anspach, — il servo annunziò sir Carlo Greenville.
Risposi ch’ero pronta a riceverlo.
Entrò pallidissimo ed agitato.
Gli accennai, sorridendo, di sedermi accanto.
— Cara Emma, mi disse, m’è impossibile di restar nell’incertezza in cui sono.
— Incertezza! risposi; parevami al contrario che nessuna posizione fosse più precisa al mondo, di quella che v’avevo proposta.
— E perciò non sarei irresoluto se fossi libero. Vedete, poco è mancato che non mi rivedeste più.
— Come? avreste per caso voluto uccidervi? Aspettate almeno il mese d’ottobre; è il mese de’ suicidj.
— No, non voglio nemmeno darvi a’ vostri occhi questo merito o questa ridicolezza. Ecco la semplice verità: sapete o non sapete che ho uno zio ricchissimo, che m’è congiunto per avere sposato in prime nozze una sorella di mia madre: è scozzese di nascita e fratello di latte del re Giorgio IV, vecchio erudito, geologo, archeologo, che so io? ed ha nome sir William Hamilton. Da lui aspetto tutta la mia fortuna, giacchè di mio patrimonio personale non ho nulla o pochissima cosa.
— Ma dunque, milord, onde la spesa che fate?
Dall’impiego che ho al ministero; ma se il ministero cambia; se il signor Fox, che mi fu compagno di collegio e mi vuol bene, cessa d’esser ministro, perdo millecinquecento sterline di stipendio che mi frutta l’impiego, e non ho altro mezzo di vivere che mio zio. Orbene, cara Emma, mio zio m’ha scritto per dirmi appunto quel che vi dico, ed offrirmi il grado di primo segretario d’ambasciata a Napoli, e dopo la sua morte non solo l’ufficio tenuto da lui oggi, ma le sue immense ricchezze. Sono stato un momento dubbioso se dovessi accettare; ma ho sentito che mi sarebbe impossibile viver lontano da voi: ho rifiutato.
— È male.
— Ed avete il coraggio di dirmelo?
— Sì, rifiutando commetteste un primo errore, e sposandomi, — giacchè, se è vero che siate restato a Londra per me, mi sposerete, — ne farete un secondo.
— Voi non siete consolante, Emma.
— Sono schietta. Credetemi, sir Carlo, se la lettera a vostro zio non è partita, laceratala; se è partita, scrivetene un’altra in senso contrario. Sposandoci, faremmo entrambi un cattivo affare; io crescerò forse, ma v’abbasserò di certo.
— Ciò vuol dire che mancate alla promessa fattami, e che, anche offrendo di sposarvi, non debbo sperar nulla da voi?
— Non ho detto una sillaba di ciò, milord: la mia promessa è impegnata e la terrò.
— Ahimè! disse sir Carlo, la sventura è che non sono nemmeno libero di fare quel che dite una pazzia; mai, prima d’esser maggiorenne, mio padre mi permetterà di sposare una donna che non m’abbia scelta egli stesso, e fatto maggiorenne, per prender moglie a mio piacere, mi bisognerà lottare contro lui e chiamar in aiuto la legge.
— Che età avete?
— Non ho che ventidue anni e mezzo.
— Ebbene, milord, penso io, risposi ridendo, che è questa anzi una fortunata congiuntura. Durante i due anni e mezzo che ancor vi separano dalla vostra età maggiore, avrete tempo di assicurarvi che m’amate veramente, ed allora, fra due anni e mezzo vedremo.
— Come! vedete quel che soffro, e potete così beffarmi?
— Non vedo quel che soffrite; ascolto soltanto quel che mi dite.
— E non credete alle mie parole?
— Ricordatevi di quel che Amleto dice a Polonio: — «Parole! parole! parole!»
— Credete al mio onore, miss Emma? mi disse seriamente lord Greenville.
— Più che al vostro amore, sir Carlo.
— Credereste alla mia parola da gentiluomo?
— Nella misura del tempo che basta a fare svaporare un giuramento.
— Non credereste dunque a nulla?
— Sì, credo all’incostanza delle cose umane.
— Supponete, miss Emma, che m’obblighi fermamente a sposarvi alla mia età maggiore?
— Ciò diverrebbe più serio senza diventar molto più positivo.
— Perchè?
— Perchè una donna nel mio stato non ricorre ai tribunali per farsi sposare.
— Ma se sottoscrivessi la mia promessa in termini tali che fosse per me disonore mancarvi?
— Sarebbe allora da pensarvi.
— Vi pensereste?
— Se avessi la promessa, forse.
— Bene; stasera l’avrete.
— Non mi tentate, milord.
— Miss Emma, mi disse sir Carlo, levandosi, vi amo sopra ogni cosa al mondo. E se solo il matrimonio può darvi a me, ebbene! sarete mia moglie.
— Farò un’ultima cosa per voi, milord, non aprirò le mie lettere nè stasera nè dimani, sicchè avrete fino a doman l’altro per disdirvi.
— Posso aspettare ventiquattr’ore, avendo aspettato due mesi.
Mi baciò la mano ed uscì.
Tutto ciò fu fatto e detto da lord Greenville con grande semplicità, da uomo risoluto. Del resto sir Carlo aveva una fama di lealtà, che non lasciava dubbio, non sul compimento della promessa, ma sulla sua intenzione di compierla.
Da parte mia sentivo che, operando come facevo, non cedevo nè ad un calcolo d’interesse nè ad un desiderio ambizioso; ma che rientravo in qualche maniera sotto il potere di quella potenza inesplicabile ed ignota che disponeva del mio destino, e mi spingeva innanzi, facendomi quasi ad ogni passo della vita salir un gradino della scala sociale.
È vero che una volta ero caduta e la caduta era stata profonda.
Ma me n’ero riavuta, relativamente almeno; l’amore di sir John e di sir Harry non era che la glorificazione della mia bellezza; l’amore di Romney era la consacrazione dell’arte.
Dicevo fra me che la storia ha gradi anche per le cortigiane; che dopo essere stata Frine ero divenuta Taide; e dopo Taide, restavami a salire fino ad Aspasia.
Aspasia, amica di Socrate e d’Alcibiade; Aspasia donna di Pericle, che gettava il peso della sua parola negli affari dalla Grecia, decideva le guerre di Samo, di Megara e del Peloponneso; Aspasia era più che una cortigiana comune.
Ebbene, non so qual voce dicevami all’orecchio che non mi bastava esser Taide e che sarei Aspasia.
Romney tornò.
M’era troppo amico, perchè gli celassi nulla di quel che accadeva.
— Caro Romney, gli dissi, qual consiglio dareste ad una donna della mia condizione, che trovasse l’occasione di sposare un futuro Pari d’Inghilterra e di diventar milady?
— Bene! disse Romney, sir Carlo v’avrebbe finalmente palesato il suo amore?
— Vi eravate accorto che m’amava?
— Perdio!
— E non me n’avevate parlato?
— Era sicuro che, venuta l’ora, voi stessa me ne parlereste.
— Caro Romney, siete un uomo amabilissimo, ed in vero credo che non avrò mai cuore di separarmi da voi.
— Siete persuasa, cara Emma, che non saremo mai separati.
— Ma se sposo sir Carlo?...
— I corpi non si separano, ma l’anime. Ora, finchè vi sovverrete di me con piacere ed io di voi con delizia, non saremo l’uno all’altra presenti, non avremo la presenza reale, come dice la chiesa nel suo simbolico linguaggio, la comunione delle anime? A cinquecento, a mille leghe, saremo forse più presenti l’uno all’altra che alcuni che non si lasciarono mai.
— Siete un filosofo platonico, Romney.
— Gli antichi dicevano: — «Muor giovane colui ch’al Cielo è caro!» — Ebbene, io ho sempre pensato che amore dolcissimo sarebbe quello cui non si desse tempo d’invecchiare, e che si cogliesse nel suo fiore, s’imbalsamasse nella sua memoria, e che comparato a tutti gli altri amori, restasse giovane e fresco com’un’aurora di primavera.
— Adunque il vostro parere, Romney, è...? — Non terminai.
— Il mio parere è che seguiate il vostro destino, Emma.
— Credete che sarò un giorno _Paressa_ d’Inghilterra?
— Non so quel che sarete, Emma; ma se dopo una lontananza di quattro o cinque anni, tornando a Londra, mi si dicesse che siete regina de’ tre regni, non me ne maraviglierei. Non sarei Romney, cioè il primo pittore dell’Inghilterra, se non credessi all’onnipotenza della beltà.
— Romney, è bizzarro; quel che ora mi dite m’è stato spesso detto da una voce interna. Romney, ve lo confesso quasi con terrore, credo al mio destino.
— Ebbene, seguite dunque il vostro destino. Se è ne’ voleri della Provvidenza, sarebbe empietà opporvisi.
La sera ricevetti la lettera di lord Greenville, ma come gliel’avevo detto, non l’aprii.
Nella sua impazienza non potè aspettare, e venne la sera.
Gli mostrai la lettera suggellata.
Romney fu per lui affettuoso come sempre, più affettuoso forse.
— A che ora avrò da voi una risposta? chiese sir Carlo.
— Domani, prima di mezzodì.
— Voglia Dio che secondi i miei desiderii, disse sir Carlo.
Il domani aprii la sua lettera; conteneva queste sole parole:
«M’obbligo sull’onore a sposare miss Emma Lyonna alla mia età maggiore, ed acconsento ad esser trattato da gentiluomo senza fede se mancherò alla promessa.
«1 maggio 1783.
«LORD GREENVILLE»
Comunicai la lettera a Romney.
— Non v’è un minuto da esitare, disse, la vostra fortuna è in queste quattro linee; e se mai sir Carlo mancasse alla sua parola, io stesso m’incaricherei di disonorarlo.
— Adunque serbate questa lettera, dissi a Romney: è meglio nelle vostre mani che nelle mie.
— Da questo momento, cara Emma, disse Romney, chiudendo la mia lettera nello scrigno ove riponeva le sue gemme più preziose, siete mia sorella ed io son vostro fratello. Se m’accadesse sventura, penserei a farvi capitar questa lettera. D’altronde potreste sempre reclamarla, giacchè è a voi diretta.
Tornai nella mia camera, presi una penna, e scrissi a sir Carlo Greenville:
«Ottenete un permesso di otto giorni dal ministro; venite a prendermi stasera in carrozza e conducetemi ove vorrete.
«EMMA LYONNA.»
Un’ora dopo ricevetti questo biglietto:
«Sarò a’ vostri ordini: ma avete commesso una dimenticanza nella vostra risposta. Dopo Emma Lyonna, dovevate aggiungere: _Lady Greenville_.
«Colui che avete fatto il più felice degl’uomini,
«C. G.»
La sera una carrozza a quattro cavalli ci trasportava sulla strada d’Edimburgo, mentre Romney annunziava a tutti i nostri amici, che fra due anni e mezzo, mi rivedrebbero col nome e col titolo di lady Greenville.
XIII.
Credo aver perfettamente spiegato il sentimento, non dirò che mi legava, ma che m’univa a sir Carlo.
M’univa a lui primamente la coscienza ch’egli mi amava veracemente; la certezza ch’era un uomo onesto; poi forse, sopra ogni cosa, quell’ambizione che mi spingeva agli onori, alle grandezze, alla ricchezza, invincibilmente, come la farfalla è tirata alla fiamma che deve divorarla.
Sir Carlo aveva avuto in eredità da sua madre un piccolo castello nella Scozia, sul Forth, fra Musselburgo e Preston-Pant, ad otto leghe da Edimburgo. Ivi ci fermammo.
Aveva ottenuto dal signor Fox, al quale probabilmente s’era astenuto dal dir il perchè della sua domanda, un congedo, non di otto giorni, ma di un mese.
Quella relazione, che durò tre anni e decise della sorte della mia vita, è forse quella di cui, in fatto di _emozioni_, abbia meno a dire.
Secondo la promessa fatta, dalla quale si teneva irrevocabilmente obbligato, sir Carlo mi stimava e mi trattava come sua moglie: da parte mia, vedendo in lui il mio marito futuro, lo trattavo come se già lo fosse.