Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Part 5

Chapter 53,793 wordsPublic domain

— E, diss’egli, una disgrazia, di cui ho sempre veduto consolarsi facilmente quelle che n’erano colpite. La bellezza, signorina, è la divinità che si rivela alla terra; permettete dunque ad un apostolo del gran culto universale di deporre il suo omaggio ai vostri piedi.

Io sorrisi, mio malgrado, del tuono enfatico col quale aveva pronunziato questa ultima parola.

— Vi domando perdono, signore, gli dissi, ma mi pareva che voi mi aveste promesso poco fa di non parlarmi punto d’amore.

— E in che ho mancato alla mia promessa, signorina? Un omaggio non è una dichiarazione.

Io comprendeva sempre di meno.

— Ma voi dovete, secondo quel che m’ha detto la vostra albergatrice, aver bisogno di prendere qualche cosa. Ponetevi dunque a tavola e mangiate. Io sederò presso di voi per tenervi compagnia, e soprattutto per avere l’onore di servirvi.

Non v’era modo di ricusare, in ispecie quando si moriva alla lettera di fame, un’invito fatto in termini così gentili.

Avvicinai la mia poltrona alla tavola. L’incognito, che non s’era ancora seduto, si avvicinò una sedia, e si pose rimpetto a me, mettendo tutta la larghezza del vassoio fra noi due.

— Signorina, mi disse l’incognito, prendendo un pollo freddo colla punta della forchetta, e cominciando a scalcarlo con una destrezza ammirabile, un poeta latino chiamato Orazio ha detto:

«Gli affari che riescono più facilmente a buona fine son quelli, che si trattano a tavola, perchè il vino è per i pensieri ciò che l’acqua è per le piante: esso li fa sbocciare e fiorire.»

Mangiate dunque, e soprattutto bevete per porre il vostro spirito in un giusto equilibrio. Poi parleremo dell’affare che mi ha condotto qui, il quale può essere una miniera d’oro per voi e per me.

E nel tempo stesso in cui poneva un’ala di pollo nel mio piatto, empiva a mezzo il mio bicchiere con un eccellente vino di Bordeaux.

IX.

L’imperiosa necessità de’ bisogni fisici è una delle maggiori umiliazioni per la povera famiglia umana, giacchè ne rivela la debolezza e l’infermità.

Ho già detto qual mutamento avessero in me operato quel tepido bagno, quella dolce atmosfera, quei soffici pannellini: la cena delicata servitami dal mio sconosciuto con tutti i riguardi che avrebbe avuti per una duchessa, finì di rendermi tutto il benessere e tutta la serenità lecite ad una condizione precaria quanto la mia.

Ma restavami a sapere una cosa importante, — il genere d’affari che la signora aveva a propormi; ma per quanto insistessi, il pasto finì senza che me ne avesse fatto motto.

Il mio sconosciuto fu meco di cortesia perfetta: la sua conversazione era quella d’un uomo istruito e distinto, benchè cosparsa di quella leggiera vernice di pedanteria che appartiene in ispezial modo a’ medici, agli avvocati, agli uomini di scienza insomma.

Terminata la cena, il mio commensale mi chiese la mano; gliela diedi: la prese fra le sue, tastandomi il polso.

— Ora, signorina, che un perfetto equilibrio s’è stabilito ne’ vostri umori, mi disse; ora che il polso batte regolarmente, sessant’otto volte al minuto, ora che il vostro stomaco, mediante una digestione tranquilla e facile, tramanda un dolce calore in tutto l’organismo: ora che perciò il vostro cervello è nelle condizioni più favorevoli per prendere un’importante risoluzione, vi dirò chi sono e qual cagione a voi mi conduce.

Aprii gli occhi e tesi le orecchie.

— Sono il dottor Graham, proseguì, amico di Mesmer e di Cagliostro, dimostratori della scienza _megalantropogenesiaca_: la mia fama in Londra è grande, ed i miei successi incontestati mi pongono sulla via della fortuna.

— Ah! dottore, dissi sorridendo, son lietissima di conoscere un uomo tanto cospicuo; un mio amico, di cui non posso dirvi il nome, ma che è amico vostro, m’aveva sempre promesso di condurmi ad una delle vostre lezioni ad Old-Ballay: non tenete ivi il vostro corso?

— Sì, signorina, e vedo che non m’ero ingannato trattandovi subito come una persona distinta tanto per ingegno quanto per bellezza: mi sarà d’uopo ora spiegarvi di quale studio scientifico mi occupo?

— Ve ne saprò grado, dottore, benchè già sappia che cotesto studio scientifico è una dimostrazione sur una figura di cera, di grandezza umana, de’ misteri più segreti della natura, dalla circolazione del sangue fino a quelli ancora più intimi della generazione umana: quella figura che avete denominata _la dea Igea_, è distesa sur un letto, che chiamate _letto d’Apollo_: è questo, dottore?

— Appunto, signorina. Orbè, se le mie dimostrazioni attirano già la folla, fatte sur una statua di cera, pensate un po’ quanto maggiore sarebbe il concorso pubblico se fossero fatte sur una persona viva, ornata d’una bellezza perfetta come la vostra?

— Ma, dottore, risposi, voi, per cui la natura non ha segreti, dovete sapere che la beltà del viso non porta di necessità la bellezza del corpo, e che poche donne posson servir da modello d’insieme. Cleomene, per quel che ne ho udito dire da persone più istruite di me, dovè riunire da cinquanta giovanette greche, le bellezze di cui compose la sua Venere de’ Medici.

— Ed ecco appunto ciò che finora m’ha trattenuto; cercavo un modello che credevo ancora introvabile: da due ore l’ho finalmente ritrovato in voi.

— In me, dottore? Ma permettetemi di dirvi che di me non conoscete ancora che il volto, e che posso esser ben lontana dalla perfezione che cercate.

— Siete in errore, signorina, ripigliò il dottore con grandissima tranquillità: appunto perchè so che siete un complesso di tutti i vezzi, vengo ad offrirvi un’associazione, che ci condurrà alla fortuna.

— Come! lo sapete? chiesi, e chi vi ha detto?....

— Non mi è stato detto, signorina, ho veduto.

— Avete veduto, voi? Ma dove e come?

— La signora Love, che da lungo tempo ricerca per me una bellezza perfetta m’ha fatto avvertire del vostro arrivo. Son accorso: ero nella stanza attigua, quando siete uscita dal bagno: vi vedevo a traverso un foro della parete, e siete restata nuda bastante tempo perchè nessuna vostra perfezione mi sia sfuggita: difetti poi ne ho cercati indarno; non ho potuto trovarne un solo.

Misi un grido di terrore.

— Ma sapete che avete commesso un’azione scellerata, dottore?

— Signorina, mi rispose imperturbato, se avessi avuto l’onore di conoscervi due ore fa, come ora vi conosco, non avrei acconsentito a quell’insidia; ma, trovandovi in casa della signora Love, sapendo in che modo v’aveva trovata a Leycester-Square, non potevo supporre che m’imbatterei in un diamante, quando non credevo aver che un ciottolo del Reno.

— Oh! dottore, dottore! esclamai, e nascosi fra le mani il viso.

Il dottore aspettò paziente che abbassassi le mani: prendendole allora fra le sue:

— Ascoltate, mi disse: il caso v’offre oggi un’occasione che mai più non si presenterà. Avete a scegliere fra una lunga miseria, una vergogna eterna, ed una rapida e sicura fortuna, che non avrà limiti che il vostro volere. Siete bella, siete giovane, siete distinta: prima che abbiate vivuto un anno in questa casa infame, la vostra gioventù sarà spenta, la vostra bellezza appassita, la vostra distinzione perduta. In cambio d’un’ora data alla pubblica ammirazione per una somma che dopo tre mesi v’assicura l’indipendenza di tutta la vita, vendete qui a vil prezzo le notti e le giornate; appartenete al primo ubbriaco che verrà; siete il balocco di qualunque marinaio dispone d’una ghinea: compagna di creature abbiette; schiava d’una turpe mezzana: presso il dottor Graham siete la dea Igea; presso la signora Love la cortigiana Hearte. Qui nulla v’appartiene, nemmeno il cappello, nemmeno la veste, nemmeno la camicia che portate sul marciapiedi d’Hay-Market: laggiù, da oggi, ricostruirete la vostra grandezza passata, di cui, secondo ogni probabilità, non vi resta che l’anello che portate al dito. Vi spaventate di mostrarvi nuda agli sguardi degli spettatori: lo intenderei se non foste d’una bellezza meravigliosa. — «Il pudore, dice un filosofo mio amico, non è che il sentimento d’un’imperfezione: — » ma vedete la ballerina del gran teatro: non è ella sotto la sua gonna diafana nuda quanto lo sarete voi sotto un velo leggero, sotto la balaustrata che impedirà che alcuno giunga fino a voi? Nella suprema bellezza, credetemi, havvi maestà suprema, e l’ammirazione spinta all’entusiasmo esclude il desiderio. Giudicatelo voi stessa. V’ho veduta uscire dal bagno, n’è vero? Siete in una casa ove desiderare è possedere. Che ho fatto dopo avervi veduta? Son forse venuto a dirvi rozzamente: — «Mi piacete; voglio che siate mia? — » No, son venuto a dirvi ossequioso, piegando innanzi a voi le ginocchia: — «Regina della bellezza, volete che v’eriga un altare?»

«Mi parlavate di quelle fanciulle di Sparta che fornivano, povere mortali, ognuna il suo contingente alla beltà divina: esitavano esse a mostrarsi nude al grande artista, che le indiava nel presente e le illustrava nella posterità? — No, giulive ed altere, smettevano fin l’ultimo velo e facevano pompa delle loro più arcane bellezze. — La cortigiana Mnesarete doveva in Atene esser condannata per delitto d’empietà. Che fece il suo difensore, Iperide? Le disciolse il cinto e le lasciò cadere la tunica, obbligandola ad apparire inaspettatamente a’ giudici in tutta la sua abbagliante beltà. — Che fece allora l’Areopago? Non solo dichiarolla innocente, ma le cadde alle ginocchia. — Orbene, anche per voi trattasi d’esser condannata all’onta eterna o coronata regina. V’è più pudore, credetemi, a svestir la tunica una volta al giorno innanzi a dugento persone, che a snudar dieci volte il cinto a testa a testa col primo venuto. — Ora vi lascio; riflettete: son tanto sicuro dell’assennatezza del vostro spirito, che me ne appello ad esso. Son tanto sicuro della vostra delicatezza che vi lascio il prezzo di quindici serate a 25 sterline ognuna, cioè trecento settantacinque ghinee. Se rifiutate la mia proposta, mi restituirete le trecento settantacinque ghinee e saprò ciò che vuol dire. Se non riceverò nulla fino a doman l’altro, vi verrò a prendere in carrozza, calcolate che somma fanno venticinque ghinee al giorno per un anno, per sei mesi, anzi per tre mesi; 2250 sterline, quasi una fortuna. E pensate che, per la somma enorme che potete guadagnare, non vi domando che un’ora al giorno, durante la quale non v’obbligherò a far alcun gesto, a pronunziar nessuna parola; durante la quale potrete chiudere gli occhi, fingervi addormentata, dormir anzi del sonno magnetico; da ultimo, coprirvi il volto d’un velo tanto spesso che nessuno possa dirvi, incontrandovi il domani: — «Ecco la stupenda statua che vidi ieri.» — Ed ora, datemi a baciare la vostra bella mano, miss Hearte; mi ritiro e spero.

E lasciando sur una credenza tre rotoli di monete di cento ghinee ognuno, ed uno di settantacinque, il dottor Graham, dopo avermi rispettosamente baciato la mano, mi salutò ed uscì.

Restai dapprima muta, quasi immobile: il solo mio movimento era stato per seguirlo con gli occhi finchè l’uscio gli si fu chiuso alle spalle. A tutto ciò che m’aveva detto non avevo trovato a rispondere una parola; senonchè una gran lotta mi s’era accesa nella mente. L’ospitalità, che avevo ricevuto e che fino ad un certo segno era scusata dalla miseria, dalla mancanza d’un tetto, dalla fame, era obbrobriosa; se l’avessi accettata tre giorni, subendone le conseguenze, distendeva la sua macchia su tutta la mia vita, e non aveva nemmeno la scusa d’un compenso proporzionato al sagrifizio. Presso il dottor Graham al contrario, come m’aveva detto egli stesso, la nudità della statua era coperta dal velo della fortuna: rappresentavo la parte di Danae, ma con la pioggia d’oro, che in questo mondo lava tante brutture: da una parte avevo l’infamia, dall’altra soltanto impudenza.

Distesi la mano: presi, l’uno dopo l’altro i quattro gruppi di monete; li aprii; mi feci cader le ghinee sulle ginocchia; tuffai le mani in quell’oro; lo feci balzare in cascata sonora e sfavillante: mi feci affascinare da’ suoi fulvi riverberi; dissi che da me sola dipendeva d’averne dieci volte, venti volte, cento volte altrettanto; che in fin di conto, restando il mio volto celato, nessuno potrebbe farmi arrossire guardandomi; insomma mi ripetei tutto ciò che l’orgoglio e la necessità possono soffiare nel cuore indolenzito e vacillante d’una povera creatura umana, a danno di cui la natura ha creato istinti, la società ha creato leggi, e che, giovane, bella, intelligente, non ha scampo altro che la prostituzione contro la miseria e la fame.

Risultato di tutte quelle riflessioni fu che non restituii le trecento settantacinque ghinee al dottor Graham, e due giorni dopo, alle 11 del mattino, venne, come m’aveva promesso, a prendermi nella sua carrozza.

La sera stessa, coperto il volto da un denso velo, coperto il corpo da un velo trasparente, addormentata del sonno magnetico, che avevo chiamato in aiuto contro il mio pudore riluttante, ero distesa sul letto d’Apollo e servivo al dottor Graham per le sue dimostrazioni _megalantropogenesiache_.

X.

Solo chi conosce Londra, strano mescuglio di pudore apparente, e d’impudicizia reale, può farsi un concetto della voga che ottenne quell’esposizione umana, in cui la polizia, che, in tutti i paesi civili del mondo, sarebbe intervenuta, non pose nessun ostacolo.

La folla s’ammassava alla porta, e benchè il prezzo dell’entrata fosse d’una sterlina, ogni sera la sala, ove il dottor Graham teneva il corso, era piena.

Appena usciti gli spettatori, il dottor Graham mi svegliava; mi vestivo, cenavamo insieme, ed ognuno ritiravasi nella sua camera.

Mai, debbo dirlo, ne’ due o tre mesi che restai con lui, il dottor Graham non mi volse parola, che non fosse un segno di simpatia e di rispetto.

Ed ora tocca a me, che ho giurato a Dio di dir tutto, di far discendere il lettore nelle misteriose latèbre, non dirò del cuore della donna, — mi guardi Dio dal credermi l’espressione del mio sesso, — ma del cuore d’una donna. Rousseau anch’egli, nelle sue _Confessioni_, ha dipinto non gli uomini, ma l’uomo, e le _Confessioni_, a malgrado delle strane rivelazioni che contengono, son tenute un bel libro.

Vorrei, non celando al fisiologo nessuno degli arcani del mio cuore, scrivere un libro, non dico rivale, ma emulo di quello di Rousseau.

Vengo al mio nuovo peccato.

Ogni sera, cenando con me, il dottor Graham, senza dubbio perchè non mi saltasse in mente di sospendere il corso delle sue lucrative lezioni, parlavami del coro d’elogi, che sorgeva intorno al letto, sul quale ero esposta, e che non era nemmeno per me un suono vuoto, giacchè nessuno strepito, di qualunque sorta, trapassava la densità del mio sonno. Ne derivò che a forza di dirmi che Venere nella rete, ove lo sposo l’aveva tenuta captiva, non aveva eccitato fra’ numi dell’Olimpo un’ammirazione maggiore di quella che promovevo fra gli abitanti della terra, mi venne voglia d’udir con le mie orecchie quell’inebbriante melodia che chiamano lode. Come tutti i miei desiderii, questo divenne presto invincibile, ed essendo facile il soddisfarlo, anche senza avvertirne il dottore, deliberai di porlo ad effetto.

Laonde, il terzo o il quarto giorno, feci vista, alla prima _passata_ del dottor Graham, d’essermi addormentata, e, con gli occhi chiusi ma con le orecchie all’erta, coperto il viso dal fazzoletto di batista che lo involava agli occhi, m’apprestai ad ascoltar quello stuolo di lodi ardenti, che la mia bellezza strappava, per quanto affermava il dottore, agli ammiratori della forma.

Graham non aveva detto nulla di troppo: mai l’elogio non ascese in incenso più profumato innanzi alla dea di Gnido e di Pafo, di quel che levossi intorno al piumaccio sul quale ero distesa: avreste detto che ogni ammiratore indovinasse che il mio sonno era simulato, e che poteva udirlo, e perciò esagerasse la lode nella speranza d’un guiderdone.

Bevvi il dolce veleno fino all’ultima goccia.

Da quel momento, promisi a me stessa di restar sempre sveglia: il premio in elogi sorpassava il premio in danaro.

Quanto al dottore, guadagnava tanto, che senza che glielo chiedessi, raddoppiò il prezzo delle mie serate e mi diè cinquanta sterline al giorno in luogo di venticinque.

Cinque o sei serate trascorsero in quella specie d’ebbrezza che accompagna ogni successo; ma in quelle lezioni alcune parole, come un ferro aguzzo, mi penetrarono in fondo al cuore e mi fecero trabalzare.

— Che sventura, diceva una voce, che un volto forse spiacente guasti una perfezione di forme tanto rara!

— Chi vi fa credere che questa magnifica statua abbia un volto indegno del corpo? chiese una seconda voce: Graham dice al contrario che il volto è di beltà finita.

— Se ciò fosse, disse la prima voce, lo nasconderebbe con tanta cura?

La seconda voce trovò senza dubbio la riflessione tanto giusta, che non rispose.

Il domani ed i giorni di poi, altre riflessioni quasi simili furon fatte e fecero assai soffrire il mio amor proprio. Il dottor Graham s’avvide della mia brutta cera che mi tormentava qualcosa che non volevo confessare: m’interrogò con la consueta cortesia, ma non gli detti nessuno schiarimento.

Le voci più contradditorie divulgavansi a Londra rispetto al mio viso. Nessuno voleva starsene alla causa naturale; gli uni dicevan saper da buona fonte che ero stata sfigurata dal vaiuolo; gli altri che una larga scottatura mi solcava una delle guance: udivo tutte quelle dicerie, e l’ira mi si addensava nel cuore.

Agognavo il giorno che la somma accumulata da me fosse vistosa abbastanza per dispensarmi dal continuar quella mostra, alla cui vergogna m’ero assuefatta, mentre non poteva tollerarne il dubbio.

Alfine, un dì che una discussione di quel genere insorse, non potetti resistere: un movimento fece cader il fazzoletto di battista che mi velava il viso, ed il mio capo apparve scoperto, con gli occhi chiusi, ma sulle labbra l’espressione della sfida.

Un grido d’ammirazione s’udì; temetti per poco che gli astanti, nel loro entusiasmo, non rompessero la balaustrata: il dottor Graham fu obbligato a slanciarsi fra essi e me.

Quel fatto, che parve effetto del caso, produsse un aumento di spettatori ne’ saloni del dottor Graham: la sera stessa, la notizia che ero bella di viso quanto di corpo era in tutte le bocche, il domani in tutti i giornali.

Ingannato come gli altri, il dottor Graham attribuì al caso la caduta del mio velo; ma quel caso aveva avuto un risultato tanto meraviglioso, che egli mi supplicò di subire d’allora in poi l’esposizione a volto scoperto; mostrai cedere alle sue istanze, ma cedetti alla mia civetteria.

Il mio successo crebbe: gl’introiti del dottore, giunsero ad una somma ingente: dopo un mese ebbe realizzato quasi trentamila sterline.

Una sera, una voce, il cui accento non m’era ignoto, mi fe’ trabalzare.

— È lei mormorò la voce.

Poi, un momento dopo aggiunse.

— È anche più bella che non credevo.

Non ardii aprire gli occhi: si sarebbero accorti che ascoltavo; le mie palpebre chiuse erano l’ultima difesa dietro cui era scampato il mio pudore.

Era manifestamente qualcuno che conoscevo, qualcuno che avevo incontrato nel corso della mia vita passata; ma per quanto vi studiassi, il suono dì quella voce, benchè presente alla mia memoria, non ricordava nessuno di coloro che avevo veduti durante la mia relazione con lord Featherson e con sir John, o anche poi.

Dovevo risalir più alto, a memorie anteriori al mio arrivo a Londra.

È inutile dire che era una voce d’uomo.

Terminata la lezione, una sola persona restò dopo le altre; alla sua voce riconobbi in lei quella di cui invano cercavo il nome.

— Caro Graham, diceva la voce, mi dovete ad ogni modo ottener da miss Emma Lyonna il favore che vi domando.

— Innanzi tratto la persona cui chiedete tal favore non ha nome Emma Lyonna, ma miss Hearte.

— È possibile che si chiami miss Hearte per voi, caro dottore, ma per me chiamasi Emma Lyonna: ad ogni modo presentatemi a lei, e spero che non m’avrà dimenticato del tutto.

— Stasera? Impossibile.

— Non dico stasera, ma domani.

— Domani, sia.

È detto.

— Salvo non vi si opponga.

— In tal caso, intendete, non ho nulla a dire; ma spero che non vi si opporrà. Addio, caro Graham.

— Addio, caro Romney.

Romney! Era Romney!

Quando il dottore tornò, non gli parlai di lui: si sarebbe avveduto che non dormivo.

Cenando, mi chiese se non conoscessi un pittore a nome Romney.

Gli risposi con indifferenza che tre o quattro anni prima, sulla sponda della Dée, avevo incontrato infatti un pittore di tal nome, che m’aveva schizzato un ritratto, e m’aveva offerto cinque ghinee per ogni volta che volessi servirgli da modello.

— Vi dispiacerebbe di rivederlo? mi chiese il dottore. Era stasera fra’ miei ascoltanti; vi ha riconosciuta, e brama vivamente d’esservi presentato. Il vostro ritratto fatto da Romney è un passaporto per la posterità.

Risposi che lo rivedrei con piacere; ma, volendogli domandar il segreto su certi fatti della mia vita passata, desideravo vederlo nelle mie stanze da solo a solo.

Graham inchinossi.

— Sapete, mi disse, che siete padrona assoluta delle vostre azioni e di voi stessa: ma promettetemi che, qualunque influenza egli prenda su voi, non v’indurrà ad abbandonar le nostre lezioni prima di due mesi. Fra due mesi sarò ricco ed avrò il contento di avervi per lungo tempo tolta alla miseria.

Impegnai la mia parola al dottor Graham, porgendogli la mano. S’era condotto meco con troppa lealtà, perchè gli rifiutassi quella prova di gratitudine.

Il domani facendo colezione sola col dottore, secondo il solito, trovai sotto il tovagliuolo un par di orecchini di diamanti del valore di cinquecento sterline ognuno.

Me li stavo aggiustando alle orecchie, abbagliando me stessa del fuoco che gettavano, quando udii batter all’uscio que’ cinque o sei colpi frettolosi e sonori, che annunziano a Londra una visita aristocratica.

Non dubitai che non fosse Romney; infatti, cinque minuti dopo, l’uscio s’aprì e riconobbi il vecchio mio amico del golfo della Dée.

XI.

Aveva capito che con Romney solo una grande disinvoltura di maniere poteva coprire la falsità della mia posizione: starmene sul sostenuto dopo quanto aveva egli veduto il dì prima sarebbe stato operar da stolta.

Mi levai quindi al vederlo, ed andai a lui porgendogli il benvenuto.

— Affè! mia cara Emma, mi disse, mi serbate a tutte le sorprese: tre volte già v’ho veduta; due volte ho creduto non potervi mai trovar più bella; e già due volte mi son ingannato, e forse son destinato ad ingannarmi una terza volta.

— Parlate da amante? gli risposi. Allora ponetevi alle mie ginocchia. Parlate soltanto da amico? Allora sedete accanto a me.

— Giacchè cominciate così, disse Romney, lasciate che vi dica che non desidero di venirvi amico, se non quando avrò perduto la speranza d’un titolo più invidiabile. Eccomi quindi alle vostre ginocchia, cara Emma, e vi dico che siete in verità la creatura più bella che m’abbia veduta sulla terra e che per me un sol giorno della vita sarà più bello di questo in cui vi dico: — «Emma, lasciatemi amarvi,» — e sarà quello che mi direte: — «Romney v’amo!»

— Amatemi, non mi oppongo, caro Romney; ma venite qui e discorriamo, perchè voglio saper da voi stesso se mi trovate ancora degna d’amarvi, dopo avervi narrato tutto quello che è accaduto dacchè non ci siamo veduti.

— Bene! disse; ora non vi contentate d’esser bella e mostrate d’aver uso del mondo e spirito: volete dunque farmi impazzire.

— Quanto a questo, non potrò che contribuirvi per una metà: miss Arabella ha fatto il resto.

— L’avete riveduta?

— Vi dico che ho una lunga confessione da farvi: ascoltatemi dunque.