Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Part 4

Chapter 43,888 wordsPublic domain

Due mesi restai a Nutley, quasi senza varcare l’uscio del giardino. In questi due mesi tutte le aspirazioni della mia gioventù ebbero tempo di rinascere; la ferita del mio cuore si rimarginò, tanto più facilmente, perchè dicevo a me stessa, che nell’abbandono di sir Harry, abbandono forzato, nulla aveva avuto a soffrire il mio amor proprio, giacchè la nostra separazione era stata cagionata non da un raffreddamento della sua passione, ma da una forza esercitata su lui da avvenimenti più possenti della sua volontà. Ora in tali abbandoni, forse non dovrei tradir questi segreti femminili alla pubblicità, il nostro amor proprio sanguina anche più del nostro cuore, e la donna, che può dire: «son divisa dal mio amante, ma son sicura che mi ama sempre» si consola assai più facilmente di quella che dice: «Son separata dal mio amante perchè non m’ama più.»

Ne risultò che nel corso del secondo mese del mio ritiro, sentendomi di nuovo invincibilmente trascinata a quel turbine, che da un anno mi rapiva seco, deliberai di tornar a Londra e di tentar di nuovo la fortuna: m’era stata fin allora sì fedele, che potevo sperar che non m’abbandonerebbe a mezza via.

D’altronde, a misura che la riflessione, o meglio la memoria m’era tornata, e la luce aveva irradiato il mio spirito, avevo pensato ad una risorsa che forse ancora restavami; avevo tanto rapidamente lasciata la casetta di Piccadilly, nella fretta di seguir sir Harry fuori della mia vita passata, che non aveva più pensato al dono fattomi da sir John delle ricche suppellettili che conteneva.

Ora, adesso, sentiva una brama ardente di rivedere quella casa, testimone dei miei primi giorni d’orgoglio, cioè di felicità, giacchè per me, e ciò è quello che m’ha perduta, la felicità è nella soddisfazione dell’orgoglio, anzichè in quella dell’amore. Mi ricordavo vagamente di aver udito dire all’intendente di sir John che un’annata della pigione della casa era anticipatamente pagata e che quanto trovavasi nella casa m’apparteneva. Ma nessun atto comprovava quella donazione; e se la memoria m’ingannava, se l’affitto era fatto in nome di sir John anzichè nel mio, faccenda di cui non m’ero mai seriamente occupata, o se il fattore era poco onesto, tutta quella ricca speranza era perduta.

Venne un momento in cui non potetti reggere a quel dubbio, e deliberai di partire e di accertarmi della verità qualunque fosse.

Una diligenza passava ogni giorno a Nutley, andando da Lewes a Londra e viceversa: senza dire alla cameriera se tornerei o no, cosa inutile giacchè la casa era pagata per due o tre altri mesi ancora, le rimisi le chiavi, presi posto nella diligenza e partii par Londra, ove giunsi il domani alla mattina.

Giunta a Londra, chiamai una vettura da nolo, vi feci deporre i miei bauli, e col cuore palpitante diedi ordine di portarmi a Piccadilly.

Quando la vettura fermossi innanzi alla facciata a me sì nota di quella cara casa, in cui era per decidersi una questione tanto importante nella mia vita, sentii mancarmi le forze ed esitai a picchiar all’uscio.

Ma d’un tratto, quasi per dar termine alla mia incertezza, l’uscio si aprì per dar passaggio ad una donna, ed io misi un grido di gioia.

Era Amy Strong, che, il lettore lo rammenterà, aveva sempre avuto tanta influenza sulla mia vita.

Quella volta ancora la fatalità sembrava ricondurmela innanzi.

Mi riconobbe com’io la riconobbi: e ci slanciammo l’una nelle braccia dell’altra.

Dietro di lei il portinaio stava ritto rispettosamente, col cappello in mano: quando m’ebbe riconosciuto, aprì i due battenti della porta perchè la carrozza potesse entrare.

La vettura entrò: fermossi a piè della scala, il portinaio aprì lo sportello, e vedendomi esitar ad interrogarlo:

— Vossignoria è stata molto tempo assente, mi disse: ma troverà tutto come il giorno che partì.

E mi presentò la chiave del primo piano, ch’era stato già da me occupato.

Era chiaro che nulla era mutato, e che quanto racchiudeva la casa era proprio mio.

VII.

Entrai in quel caro appartamento che ritrovava in maniera tanto insperata, con profondo sentimento di gioia, e fra lacrime di riconoscenza per sir John rividi la mia camera azzurra, quella camera dei miei sogni, e quel grande specchio a cornice dorata predettomi da Dick.

La povera Amy non aveva fatto fortuna; ero sempre stata io la sua provvidenza; cinque o sei volte era venuta per saper mie nuove e ricorrere a me; le era stato sempre risposto che era lontana e che ignoravasi la mia dimora: era venuta a far un ultimo tentativo, con lo stesso risultato, quando sulla soglia, che ella ripassava disperata, ed a cui io m’appressavo tremante, ci eravamo incontrate.

Nella solitudine in cui mi trovavo quell’incontro parvemi una benedizione del cielo: le proposi di restar meco, e senza discorrer del grado che occuperebbe in casa mia, ella accettò.

Esaminata bene la posizione, a due partiti potevamo attenerci. Gli arredi della casa di Piccadilly erano miei, giacchè m’erano stati donati da sir John; e, venduti, potevano valere da due mila a duemilacinquecento sterline.

Potevo dunque con ciò che mi restava realizzar un sessantamila franchi, da cento o centoventi sterline di rendita.

Rinunziando al mondo, al lusso, alla vita elegante, tornando alla mia casetta di Nutley, non dovevo darmi pensiero dell’avvenire: la mia esistenza era assicurata.

Volendo, per l’opposto, seguir la via in cui ero entrata, quella dell’avventura, del capriccio, del caso, doveva serbare le suppellettili e la casa, avrei ricevuto gente, avrei aperto saloni di giuoco e corso il rischio di novelli amori.

Ahimè! il mio carattere pur troppo m’incitava a quest’ultimo partito, ed Amy che compiva meco l’ufficio dal serpente tenuto sei mila anni prima con Eva m’incoraggiava a tal risoluzione.

Chi legge indovina che ad essa m’attenni.

Dio che rappresenta la misericordia, non la vendetta, non chiede, spero, ch’io racconti nei suoi particolari l’anno che passò, e che fu il diciannovesimo della mia vita: tutte le fasi di quella vita dolorosa della donna che vive della sua beltà, vi furono da me percorse, tutti i dolori esauriti, tutte le vergogne bevute: se non le enumero, non è già che le avessi dimenticate, ma mi manca la forza di ripassar colla memoria per lo stesso sentiero; dirò che un anno, giorno per giorno, dopo il mio ritorno nella casetta di Piccadilly, ne uscivo, venduti i mobili, le gioie, i merletti, assai più povera e derelitta, che non ero uscita da Up-Park, non possedendo più delle reliquie del mio antico splendore, che la veste di seta che portavo indosso.

Com’ero caduta a tal grado di miseria, che Amy stessa, causa prima e perseverante della mia perdita, m’aveva abbandonata? — La fatalità sola, che voleva precipitarmi all’ultimo gradino della scala umana per farmeli di nuovo salir tutti, potrebbe dirlo.

Ogni minuzia di quella terribil giornata m’è presente alla memoria: fu il venerdì, 26 ottobre 1782, che uscii alle undici del mattino, con un tempo freddo e nebbioso, qual non trovi che a Londra, dalla casetta di Piccadilly.

Avevo mangiato un tozzo di pane e bevuto un bicchier d’acqua a colezione: non ero sicura d’aver altrettanto a pranzo.

Seguii Piccadilly fin a Old-Bond-Street, senza sapere ove andavo, senza tendere ad una meta: andavo innanzi, alla cieca, urtando i viandanti ed urtando i muri: mi trovai ben presto in Oxford-Street: il caso solo mi aveva condotta.

Ivi tornai in me: ero quasi rimpetto alla casa di miss Arabella. Mi vi fermai un momento: una carrozza venne dal cortile; si fermò a piè delle scale; una donna tutta avvolta in una ricca mantellina di raso fregiata di merletti vi salì seguita da un elegante cavaliere: la carrozza si richiuse e passò coprendomi di fango. — Quella donna era miss Arabella; il cavaliere, che probabilmente era un nuovo adoratore, mi era ignoto.

La carrozza sparì per High-Street.

Perchè quella donna, che non era forse di miglior qualità di me, restava ricca e felice, mentre, dopo essere stata ricca e felice quanto lei, io la guardavo passare, povera e miserabile, e la sua carrozza mi lordava di fango?

Mi parve quella una crudeltà inesplicabile della natura.

Restai immobile nello stesso luogo, mezz’ora forse, e senza dubbio mi sarei rimasta più a lungo, senza saper perchè restavo ferma in luogo di camminare, se un crocchio non mi si fosse formato intorno, e se un _policeman_, penetrando nel gruppo, non m’avesse domandato che facevo colà, simile ad una statua, muta e co’ piedi nel fango.

Gli risposi che, avendo veduto uscire una donna di mia conoscenza dal numero 23, aspettava il suo ritorno per parlarle.

— Andate avanti, mi disse sgarbatamente il _policeman_; le donne vostre pari han dritto soltanto la sera di star ferme su’ marciapiedi.

Quelle parole mi entrarono nel cuore come un ferro rovente; diedi un salto e per Dean-Street scesi verso lo Strand.

Fatti appena pochi passi, mi trovai innanzi al negozio del signor Plowden, ove, come i lettori sanno, ero restata un mese; ivi la vita non era stata per me nè felice, nè brillante, ma calma.

Al posto ove m’ero seduta durante quel mese era una giovane quasi mia coetanea. Era certo meno avvenente di me; ma era facile vedere dalla placidità del suo volto ch’era arrivata, o quasi, alla meta de’ suoi desideri e della sua ambizione.

Mi ricordavo troppo crudelmente l’apostrofe del policeman per restar innanzi al magazzino del signor Plowden, come m’ero fermata innanzi al palazzo di miss Arabella.

Risalii lo Strand fino a King-Williams-Street, e di là passai a Leycester-Square, e quasi dovessi a grado a grado risalir la scala delle mie memorie, ivi ritrovai quella casetta del signor Hawarden, ov’era scesa arrivando a Londra, ed ove aveva trovato sì dolce e benevola ospitalità.

Dopo lo Strand ero stata colta dalla pioggia che continuava a scendere sempre più copiosa; ma ero giunta a tal grado d’insensibilità che non m’avvedevo d’essere bagnata fin all’ossa: la casetta aveva sempre la sua apparenza d’onestà, anzi di puritanismo: sedetti su gli scalini d’un teatro ambulante costruito sulla piazza.

Avevo di rimpetto la porta della casa del signor Hawarden; vi restai più di due ore: pioveva sempre; la fame cominciava a farmisi sentire, ma ero troppo superba per andar a chieder del pane a quella casa ospitale.

Sventuratamente due risorse, sulle quali avrei potuto far assegnamento in quello estremo, mi venivano meno.

Il signor Sheridan, di cui avevo tanto spesso udito il nome come direttore di Drury-Lane, era ridotto nell’impossibilità di giovarmi per l’incendio del suo teatro, ove avrei potuto esser addetta e farmi un nome.

Romney non m’aveva mai dato il suo indirizzo: credevo ricordarmi soltanto che dimorava poco lontano da Cavendish-Square, ma l’indirizzo era troppo vago, perchè potessi trovar la sua dimora.

Mi bisognava un soccorso pronto ed efficace: avevo fame; non avevo ove mangiare; la notte avanzava; non avevo ove dormire.

Levai gli occhi al cielo, per tentar di placarne la collera con uno sguardo supplichevole.

In quel punto una carrozza passava a quattro passi dal luogo ov’ero seduta; si fermò; lo sportello s’aprì; una donna su’ quarant’anni, avvolta in un bellissimo cacimiro indiano, ne discese, e mi si fece incontro, esponendosi alla pioggia che veniva giù a secchie.

Un misto di cinismo e di volgarità era nelle sembianze di quella donna, e contrastava con le sue vesti eleganti.

Non potendo credere che volesse parlare a me, avevo lasciato ricader la fronte fra le due mani.

Ella mi toccò la spalla.

Rialzai il capo: ella era ritta innanzi a me: mi guardò con attenzione sfacciata, e mormorò:

— Affè! è leggiadra, leggiadrissima.

La guardai stupita.

Che voleva da me quella donna?

— Perchè restate così esposta alla pioggia? mi chiese.

— Perchè non so ove andare, risposi.

— Oibò! con un visino come questo, non è mai difficile trovar un asilo.

— Eppure io non l’ho trovato.

— Perchè siete tanto pallida?

— Perchè ho freddo e fame.

— Non siete inferma?

— No; ma certo lo sarò, se resto stanotte sul lastrico.

— Chi v’obbliga a restar all’aria stanotte? Venite meco.

La guardai.

— Chi siete? dissi.

— Son tale che v’offro ciò che non avete; cibo, tetto, vesti, danaro.

— Ed a qual prezzo?

— Lo saprete: ma spicciatevi; perdo, non il tempo, ma il cappello e la mantellina a discorrere con voi.

Esitai.

— Dunque buonasera, quella giovane.

E fece un passo per tornar alla carrozza.

— Signora! signora! le dissi.

— Ebbene, avete risoluto?

— Se domani i progetti che avete sopra di me non mi convengono, sarò io libera di lasciarvi?

— Certamente, però rimborsandomi tutte le spese che avrò fatte per voi, se mai ne facessi.

— Vi seguo, signora.

Mi alzai, i miei abiti eran tutti grondanti d’acqua.

— Mettetevi alla parte d’avanti della carrozza, e fatevi più piccola quanto più vi sarà possibile.

Io obbedii, ella crollò la testa.

— Voi siete in un tristo stato: a proposito, avete nessuna partita da aggiustare colla polizia?

— Io?

— Sì, voi.

— Come potrei aver qualche partita da aggiustare con la polizia, io che sono uscita da casa mia questa mattina?

— Ah, voi eravate a casa vostra.

— Sì.

— E dove sta la casa vostra?

— A Piccadilly.

— Ma Piccadilly non è uno de’ nostri rioni.

— Uno de’ nostri rioni? io non vi comprendo.

Essa mi guardò ancora, ed allungò le labbra.

— Infatti è possibile, ella disse, ha un’aria onesta, ma si prende così facilmente quest’aria.

— Signora, le dissi, quasi spaventata dalla trivialità del suo linguaggio, se vi pentite dell’offerta che mi avete fatta, son pronta a scendere di carrozza.

— No, rimanete.

E tirando ella stessa lo sportello che si chiuse.

— A casa, disse al cocchiere.

Dieci minuti dopo la carrozza si fermava alla porta d’una casa di Hay-Market, le cui finestre eran tutte chiuse.

Io aveva molto freddo, ma nell’entrare in quella casa, e sentendo la porta chiudersi dietro di me, ebbi anche più freddo.

Mi pareva di entrare in una tomba.

Ed infatti era una tomba, tomba del pudore e della virtù, d’onde non si esce mai senza conservare sulla sua persona quelle tracce della morte morale, ben più terribili di quelle della morte fisica.

VIII.

Il mio bisogno più urgente, anche prima del nutrimento, era quello di un cambiamento completo di toletta e d’un bagno.

La signora Love, — era un soprannome datole dagli amici di casa, ovvero un capriccio del caso? — la signora Love comprese questo doppio bisogno, poichè nell’entrare diè l’ordine che fosse preparato un bagno e che fossero portati nella camera che mi destinava della biancheria ed un camice.

Appena entrata in quella camera, io era caduta senza forze sopra una poltrona, — insensibile, fredda come il ghiaccio, accorgendomi appena di ciò che accadeva intorno a me.

La signora Love presedeva a tutto con singolare tenacità. Il suo sguardo non si distoglieva mai un momento da me.

Allorchè il bagno fu pronto, volle essa stessa servirmi da cameriera, servigio ch’essa faceva con una certa passione, di cui non mi rendeva conto, ma di cui pure, nella atonia in cui ero caduta, non mi davo nessun pensiero. Le mie vesti s’erano incollate sulle mie spalle: in quel tempo si portavano molto strette; essa le stracciò e tagliò con le forbici il laccio del mio busto. In un momento mi trovai nuda. Provai, sebbene in faccia ad una donna, un rapido sentimento di vergogna che mi fece arrossire.

Mi ricoverai nel bagno, la cui acqua limpida mi copriva d’un velo ben trasparente.

Nel pormi in quell’acqua tiepida provai una prodigiosa sensazione di benessere, il mio petto si allargò e il mio respiro divenne facile e regolare.

— Ah, signora! le dissi, senza badare al motivo che la faceva operare così, quanto vi ringrazio.

— Bene, bene! disse ella; si avrà cura di voi, mia cara bimba; siate tranquilla, siete abbastanza bella per esser trattata così.

Poi, sonando il campanello, domandò a voce alta un brodo, e dette poi sotto voce un ordine, che non intesi.

Vi era in quella casa uno strano miscuglio di lusso e di bassezza. Una cameriera, troppo elegante come cameriera, e non elegante abbastanza come signora, mi portò un brodo eccellente in una tazza di terraglia comune.

Le mie labbra vi si accostarono con ripugnanza. Da un anno assuefatta al lusso, io, già povera contadina, non potevo mangiare se non con le posate d’argento, nè bere se non in bicchieri di cristallo o di porcellana.

Allorchè ebbi preso il brodo, la signora Love si pose alla testa della mia bagnaruola, prese un pettine, sciolse i miei capelli e li pettinò essa stessa con una cura ed una destrezza che avrebbe fatto onore ad una pettinatrice per mestiere. Poi, dopo averli sciolti e pettinati, li strinse di nuovo in treccie e li accomodò sulla mia testa con un’abilità ed in un modo sì elegante, che mi sentii obbligata a riconoscere guardandomi in uno specchio.

Nel momento in cui terminava di rendermi questo servigio, entrò la cameriera e disse qualche parola all’orecchio a madama Love. Queste parole parve che le recassero una viva soddisfazione.

— Ora, mia cara bimba, disse, è tempo che usciate dal bagno; un soggiorno troppo prolungato nell’acqua tepida nuoce non solamente alla sanità, ma anche alla bellezza, uscite fuori dalla vostra bagnaruola, ed io stessa vi asciugherò.

Io avevo preso subito l’assuefazione di farmi fare tutti i servigi che richiede la toletta da una cameriera; accettai dunque l’invito della signora Love senza alcuna opposizione. La camera ben riguardata, guernita di tappeto, era riscaldata ad una dolce temperatura. Io uscii dalla bagnaruola non avendo neppure, come la Venere Afrodita, il velo de’ miei lunghi capelli.

La signora Love mi si avvicinò con una veste a camice, ma tutt’ad un tratto, volgendosi alla cameriera:

— Che cos’è questa biancheria grossolana? disse; prendete voi la signorina per una cameriera d’albergo? Portate via questo canavaccio e recate una camicia ed un camice di battista.

La cameriera uscì. Io la guardai fin che si allontanò, maravigliandomi assai e cercando, come una statua antica, a farmi velo con le due mani.

La signora Love si mise a ridere.

— Orsù dunque, voi uscite forse da un pensionato di giovani signorine? Se è così bisognava prevenirmi, mi sarei messa i guanti per toccarvi, e una sordina alla bocca per parlarvi. Andiamo, state dritta ed alzate le vostre mani in aria per far scendere il sangue.

— Ma, signora.

— Avete freddo, forse?

— No.

— Ebbene, allora non vi date pena di nulla e lasciate che vi guardi a mio bell’agio. Non mi ritratto, voi siete bella, anzi bellissima.

Questi elogi cominciavano a darmi pensiero senza però che io avessi una ragione vera per temer qualche cosa.

— Ve ne supplico, signora, le dissi, lasciatemi rivestire.

— Bisogna aspettare che vi si porti la biancheria conveniente; d’altronde voi che fate la vergognosa innanzi a me son sicura che più d’una volta vi siete guardata nel vostro specchio, carina mia, tal qual vi trovate in questo momento, se no non sareste donna. In ogni caso ecco la vostra biancheria; voi potete vestirvi adesso; solamente lasciatemi dirvi un’ultima cosa, ed è che se non siete una sciocca, la vostra fortuna è nelle vostre mani. Intendete voi?

— Sì, signora, intendo; ma vi confesso che non vi comprendo.

— Va bene, va bene, signorina Clarice, verrà qualcuno che si spiegherà chiaramente: vestitevi con tutto il vostro comodo, e se avete bisogno di qualche cosa, sonate. Non fate la pinzochera e tutto andrà bene.

E la signora Love uscì seguita dalla cameriera che aveva deposta la biancheria sopra una poltrona.

Rimasta sola, dimorai per un momento pensierosa ed immobile. Io non pensavo più che era nuda, o, per dir meglio, io vi pensava, ma solo per gettar su me stessa uno sguardo nello specchio. La signora Love, secondo quel che mi pareva almeno, non aveva fatto di me un elogio esagerato, ed io potevo veramente sostenere il paragone co’ più be’ marmi dell’antichità.

Infine, a poco a poco e cosa per cosa, io mi rivestii con quella biancheria che avrebbe soddisfatto i gusti aristocratici della regina Anna d’Austria. Tutti i miei istinti di lusso s’erano risvegliati, e le parole della signora Love risuonavano dolcemente alle mie orecchie:

— Se non siete una sciocca, la vostra fortuna è nelle vostre mani.

Ed io stendeva le braccia verso quella fortuna promessa, e mormoravo:

— Venga dunque, io sono pronta a riceverla.

Bisogna ch’io sia una creatura molto debole, e molto facile ad esser tentata, poichè infine aveva finito per comprendere in che luogo mi trovavo; avevo indovinato l’infame mestiere ch’esercitava la mia impudente albergatrice; sapevo che quell’ammirazione che mi aveva manifestata, era quella del sensale de’ cavalli per l’animale che vuol comperare o vendere, e, alla vista della mia bellezza, al toccare quella morbida biancheria, io ritrovavo la speranza e rinascevo alla vita.

Nel momento in cui finiva d’involgermi nella mia veste a camicie ed introducevo i miei piedi nudi in graziosissime pantofole di seta, vidi aprirsi la mia porta e fu portata una tavola tutta preparata con due posate.

Questa tavola era preparata con lusso: argenteria cesellata, porcellana di Cina, biancheria di Sassonia; non vi mancava nulla.

Solamente, come ho detto, questa tavola non era preparata per me sola.

La seconda posata indicava un convitato sconosciuto.

La fortuna, rivenendo verso di me, riprendeva le sue abitudini di mistero, solamente mi parve che trattasse senza molte cerimonie la povera Emma.

È vero che io era in una posizione sì trista, che essa non doveva avere molti riguardi. Quando la tavola fu posta innanzi al caminetto, la porta si aprì di nuovo ed entrò un uomo di 40 a 42 anni.

Egli era elegantemente vestito, sebbene l’eleganza del suo abbigliamento consistesse piuttosto nel taglio che nella stoffa e nella ricchezza de’ suoi vestiti: aveva un abito di velluto color granato orlato in nero, un corpetto di seta bianca ricamato, calzoni di raso e calze di seta nera. Una cravatta bianca, una camicia con un magnifico collare di merletti d’Inghilterra, scarpe con fibbie di brillanti, un cappello a tre punte orlato con un gallone di seta nera, completavano la sua toletta: alla quale un paio di occhiali d’oro finivano di dare un certo carattere indeciso fra la toletta d’un magistrato e quella d’un uomo di scienza.

Nel vederlo mi alzai tutta confusa, e compresi che la casa e la situazione nella quale egli mi trovava non mi davano il dritto di fare, come diceva la signora Love, la pinzochera con chiunque fosse.

Questa riflessione mi fece ricadere tutta tremante sulla mia poltrona.

Egli si avvide del mio turbamento, vedendomi a volta a volta impallidire ed arrossire.

Ma, avvicinandosi a me con una squisita cortesia:

— Vi domando perdono, signorina, mi disse, se mi presento innanzi a voi senza essermi fatto annunziare, ma ho premura di sapere se siete tanto buona quanto siete bella.

Io balbettai poche parole inintelligibili. Per quanto fossi caduta in basso ne’ miei giorni di miseria, non ero mai arrivata ad essere, senza preparativi e senza transazione, la proprietà del primo che capitasse, e mio malgrado, le lagrime mi sgorgavano dagli occhi.

Oh! esclamai quella miserabile creatura non ha perduto tempo!

Lo sconosciuto mi guardò con un certo stupore, e come se volesse assicurarsi che erano vere lagrime quelle che io versava.

— Signorina, mi disse, la mia assuefazione a giudicare della fisionomia mi fa vedere al primo sguardo, che io ho che fare con una persona non volgare, che un concorso di disgraziate circostanze, le quali non ho il diritto di ricercare, ha gettata in una falsa posizione. Mi affretto dunque a tranquillizzarvi, io non vengo a parlarvi d’amore, sebbene la vostra bellezza pare che dovesse allontanare in voi ogni altro soggetto di conversazione.

— Ah! signore, esclamai, la bellezza è qualche volta una grande disgrazia!

L’incognito sorrise.