Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Part 3

Chapter 33,863 wordsPublic domain

Lasciai la stufa, tornai nella mia camera, mi spogliai e mi coricai, ed, avendomi egli detto che, potendo, sarebbe tornato, sicura che manterrebbe la parola, l’aspettai. Ma, pensando che la notte non sarebbe mai tanto oscura per la confessione che dovevo fargli, spensi ogni lume, anche il lumicino di notte.

Un lungo spazio passò, durante il quale la mia cameriera e gli altri servi si ritirarono, ed il pendolo sonò un’ora, poi due, senza che, ansiosa, preoccupata, potessi chiuder l’occhio.

Le due e mezzo sonavano, quando parvimi udire il rumore d’un cauto passo sul pavimento; poi lo strepito dell’uscio d’un camerino da toletta attiguo alla mia camera che s’apriva; poi infine seguì un momento di silenzio.

Non dubitai che fosse sir John che tornava; aveva la chiave dell’uscio esterno per entrar ad ogni ora e spesso mi sorprendeva così.

Per un momento la risoluzione da me presa dopo la sua partenza sembrò presso ad abbandonarmi al suo ritorno; ma raccolsi tutta la mia volontà, e se posso dirlo, tutta la mia onestà.

Finalmente l’uscio aprissi; il camerino era buio come la camera da letto; a tentoni dunque, guidato dalla mia voce, s’appressò al letto. Mi prese fra la braccia ed io lo respinsi dolcemente, dicendogli che, prima di ricever le sue carezze, dovevo fargli una confessione. Ed allora gli descrissi tutti i miei sentimenti di quella serata e delle precedenti, dal momento che l’avevo veduto, da quello in che avevo acquistato la certezza che lord Featherson ed il mio giovane studente del giardino erano lo stesso uomo: nulla gli celai di quanto avevo provato quando il falso Romeo m’aveva cinto la vita col suo braccio; quando le sue labbra avevano sfiorato le mie; quando infine m’aveva mandato quell’addio che m’aveva affranta; e giunsi fino a dirgli che, in quel momento stesso che gli ero accanto, nelle sue braccia, sul suo cuore, a sir Harry pensavo, sir Harry invocavo.

Con mio immenso stupore un grido di giubilo seguito da folli carezze rispose alle mie parole: quell’uomo non era sir John ma sir Harry Featherson.

Lo riconobbi a quel grido, al mio nome mille volte ripetuto nel suo delirio, a quella voce che mi scendeva al cuore, a quelle carezze che mi bruciavano il sangue. Non potevo più difendermi dopo la confessione che avevo fatta: m’abbandonai a quella sorte, i cui bizzarri capricci mi padroneggiavano.

In due parole, sir Harry mi spiegò quella strana sostituzione che tanto bene rispondeva a’ voti del mio cuore.

L’ammiraglio, al momento di partire per l’America, con la squadra che comandava, si era avveduto del mio amore per sir Harry e dell’amore di sir Harry per me. Ho riferito le sue domande e le mie risposte, senza dubbio aveva voluto assicurarsi che gli dicevo la verità. Era uscito dalla stufa con sir Harry, l’aveva fatto salire nella sua carrozza ed era entrato deliberatamente nella questione con queste parole:

— Voi amate Emma ed Emma vi ama.

Allora, con la stessa mia schiettezza, sir Harry gli aveva detto tutto: sir John restò un momento pensoso, e presa la mano di sir Harry, gli diè una chiave dicendo:

— Rendetela felice!

Poscia l’abbracciò e gli disse addio.

Era quella chiave della casetta di Piccadilly.

Mentre sir Harry mi narrava questa storia, l’ammiraglio era in mare, e navigava a piene vele alla volta dell’America.

V.

Così di nuovo il destino disponeva di me senza lasciar al mio arbitrio la scelta del bene o del male.

La casa in cui dimoravo era stata tolta in fitto da sir John Payne per un anno in mio nome: l’annata era già stata pagata; tutto ciò che la casa conteneva era quindi mia proprietà.

Ma risentivo una ripugnanza ad occupar con un altro uomo quelle stanze ove tutto ricordavami sir John.

Fu questa la prima cosa che la mattina seguente dissi a lord Featherson: lo capì come me, ed il domani, portando via soltanto quella turchina inanellatami dall’ammiraglio il primo giorno che lo conobbi, e le poche ghinee che conteneva la mia borsa, consegnai le chiavi della casa al fattore di sir John, ed andammo a dimorar insieme nell’appartamento occupato de sir Harry solo a Brok-Street al canto dello _Square_ di Grosvenor.

Sir Harry aveva 23 anni appena; era quindi in tutto il bollore della gioventù, e non dovendo serbare nessuno de’ riguardi che all’ammiraglio Payne imponeva una carica ufficiale, mi trasse seco nel romoroso e gaio turbinio di cui faceva parte nella triplice qualità di _gentleman_ ricco, elegante ed alla moda; quella vita che John Payne non aveva potuto menare, meno che a Parigi soltanto, perchè a Parigi ritrovavasi in tutta la sua libertà, egli menavala a Londra. Fin allora non avendo chi facesse gli onori della sua dimora, sir Harry non aveva ricevuto in casa; ma quando mi unii a lui, accolse i suoi amici tre volte la settimana. Si giocava: si perdevano e guadagnavano somme ingenti, ed io vi presi l’amore del giuoco, passione fatale che non ho potuto mai perdere interamente.

La primavera venne, e con essa le corse dei cavalli; quelle d’Epsom erano nuove, e però in piena voga. Non mi fu d’uopo chiedere a sir Harry di condurmivi: ogni occasione a spendere gli era ben accetta. Comprò una carrozza e cavalli stupendi, e nel giorno stabilito, fra quella confusione e quel chiasso che distinguono particolarmente le feste del _derby_, ci avviammo verso il campo della corsa.

Non tenterò descrivere quel tramenio di dugento mila persone tirate da tutte le fogge di carrettelle, di _landaus_, di _calessi_, di _phaétons_, di veicoli insomma d’ogni maniera. A chi l’ha veduto è inutile descriverlo, perchè, quando l’avessero veduto solo una volta, quello spettacolo resterà loro eternamente nella memoria; e a chi non l’ha veduto nessuna descrizione può darne un concetto.

L’eleganza della sua vettura e delle sue livree, il suo nome pronunziato al suo apparire assicuravano a lord Featherson un posto alle prime file; ivi infatti ci ponemmo, accanto a un calesse non meno elegante del nostro.

Due signore occupavano il fondo, o meglio, secondo l’usanza, avevano i piedi sul sedile di dietro, sedute sul mantice abbassato.

Le guardai e ne fui scossa.

Erano le due allieve di madama Colmann, che due volte m’avevano insultata, una volta nel podere, ov’erano venute a bere del latte, una volta nella prateria mentre conduceva a spasso i bimbi del signor Hawarden.

Coloro che leggeranno queste memorie avranno di certo dimenticato i loro nomi, ma io me li ricordava; una era Clarice Damby e l’altra Clara Sutton.

Un _gentleman_ elegantissimo, e che era senza dubbio marito dell’una o dell’altra, stava ritto sulla predella del cocchiere.

Com’io le riconobbi, anch’elle mi riconobbero, e dopo aver parlato insieme sotto voce, guardandomi, una di loro, Clara Sutton, passò sul sedile davanti e disse alcune parole all’orecchio del _gentleman_, che si volse a me, mi guardò attentamente, e diè ordine al cocchiere di lasciar quel posto e d’andarne a prendere un altro.

Il cocchiere obbedì, e la carrozza s’allontanò lasciando quel posto vuoto.

Sir Harry non aveva nulla veduto del fatto, occupato com’era a seguir con gli occhi i cavalli che si menavano al luogo della partenza: quando si volse a me, vide grosse lacrime rigarmi le gote. Era la prima volta che dopo lungo tempo avevo disimparato le lacrime: quell’insulto mi mostrò ch’erano sospese non esaurite.

Sir Harry m’amava veramente: mi chiese con viva insistenza la cagione del mio pianto: gliela tenni nascosta fin che potetti, ma finalmente cedendo alle sue preghiere, gli additai il luogo vuoto.

Dapprima non mi capì, e mi fu forza spiegargli l’accaduto: volle sapere chi fossero le persone che m’avevano fatta quell’offesa, e gli dissi ch’erano due delle mie antiche condiscepole, che avendomi riconosciuta e saputo a qual titolo ero nella carrozza di lord Featherson, s’erano vergognate di restarmi vicine.

— Non è possibile, disse sir Harry, impallidendo.

— Ahimè! risposi, è pur troppo vero.

— Vedremo, disse.

E tosto, salendo in piedi sul sedile, e prendendo le redini dalle mani del cocchiere, andò a farsi di nuovo accanto al calesse ov’erano le due signore.

Ma, appena fermatici, ad un ordine del generale Hernan che accompagnava le signore, il loro calesse si mosse e mutò luogo di nuovo.

Sir Harry divenne livido, cavò di tasca un taccuino, lacerò un foglio, scrisse poche parole con la matita, e chiamando un servo:

— A milord Camberwell! disse.

Sospettai che quelle poche parole scritte col lapis non fossero che una sfida: supplicai sir Harry di non mandare il viglietto.

— Cara Emma, mi disse, siete tanto buona da non occuparvi di questa faccenda: non siete stata insultata voi, ma io.

Profferì queste parole in tuono sì fermo che capii esser inutile l’insistere.

Cinque minuti dopo il servo riportava la risposta.

— Benissimo, disse dopo averla letta, e pose lo scritto in tasca.

Supplicai sir Harry di lasciare le corse e di ricondurmi a Londra.

— Dopo le tre prime corse, cara Emma, mi rispose: ho fatto una scommessa di due mila ghinee contro lord Greenville, e voglio sapere se ho perduto o guadagnato.

M’avvidi che non era quella la vera causa del rifiuto di sir Harry; ed infatti, terminata la prima corsa andò sul _turff_, ma per chiamare a parte due suoi amici, uno de’ quali era sir Giorgio: conversò con loro qualche tempo, poi, tornando a me col volto sorridente, ma impresso ancora di un’orma di pallore:

— Ebbene, disse, ho vinto la prima corsa: voi mi portate fortuna, cara Emma.

E tornò a sedermi accanto.

Sir Harry perdè la seconda corsa, ma vinse la terza, cioè la bella.

Fra la seconda e la terza corsa, i suoi amici erano andati a parlargli: aveva scambiato rapidamente poche parole con loro, e tutto era finito.

Terminata quella terza corsa, sir Harry diè ordine di tornar a Londra.

Nel movimento che seguì, la carrozza di sir Harry s’imbattè in quella di lord Camberwell: i due gentiluomini si salutarono con la più squisita cortesia, e col sorriso sulle labbra.

Tornai a Londra col cuore orribilmente tormentato.

La sera i due padrini di sir Harry andarono a visitarlo: i tre gentiluomini si chiusero insieme e conversarono quasi un’ora.

Partiti che furono, volli sapere qualche cosa; ma sir Harry mi rifiutò ogni schiarimento.

Verso le 9 di sera, lord Greenville gli mandò il prezzo della scommessa perduta, due mila ghinee come m’aveva detto sir Harry.

— Prendete, disse, ho scommesso in nome vostro: a voi quindi appartiene la somma; — e la versò nel cassettino della mia toletta.

Feci appena attenzione a quanto mi disse sir Harry, preoccupata come era del suo litigio con lord Camberwell.

All’una dopo la mezzanotte, sir Harry ritirossi nella sua camera, lasciandomi nella mia; capivo che aveva bisogno di solitudine e di sonno, avendo domani una partita d’onore: per me ero persuasa di non poter dormire un solo minuto durante la notte.

Sir Harry aveva chiuso l’uscio di comunicazione delle nostre due camere: mi levai ed andai a guardare a traverso la toppa: scriveva.

Era un po’ pallido, ma sembrava tranquillissimo.

Tornai al letto.

Udii sonare, una dopo l’altra, tutte le ore della notte: verso le sei del mattino, sfinita, gli occhi mi si chiusero, e m’addormentai mio malgrado.

Quando mi svegliai, era giorno chiaro: avevo dormito d’un sonno agitato, ma insomma avevo dormito tre ore; mi gettai dal letto ed aprii l’uscio della camera di sir Harry: era vuota.

Vestii un camice, chiamai un servo e l’interrogai.

La sera prima, il padrone aveva ordinato di attaccar i cavalli alle sette meno un quarto: alle sette precise i due padrini di sir Harry erano venuti a trovarlo, e tutti e tre erano partiti insieme.

Non v’era dubbio: sir Harry era andato a battersi.

Restai in preda alla più crudele ansietà per più di due ore.

Circa le undici del mattino udii lo strepito d’una carrozza che si fermava nel cortile. Corsi alla finestra: vidi scendere sir Harry ed i suoi due amici: misi un grido di gioia e mi slanciai sulle scale.

S’era battuto alla pistola: il suo avversario aveva ricevuto una palla nella coscia; egli era tornato incolume.

Il duello levò gran romore nel mondo elegante di Londra: ma la faccenda fu narrata in modo a me sfavorevolissimo. Affermarono ch’io avessi eccitato sir Harry ad andarsi a porre a canto della carrozza fuggitiva, mentre al contrario, sicura che vi troverei un secondo insulto, aveva posto tutto in opera per dissuadere sir Harry dal lasciar il primo posto.

Durante tutta la convalescenza di milord Camberwell, sir Harry mandò ogni dì a prender notizie della sua salute.

La primavera sopravvenne: sir Harry Fetherson aveva un bellissimo podere ad Up-Park nella contea di Sussex: mi vi condusse e mi ci stabilì come padrona di casa.

Il titolo usurpato di milady, che per cortesia mi davano gli amici del conte, commensali del castello e parassiti della sua fortuna, bastava al mio amor proprio finchè restavamo fra noi: ma fuori le mura della splendida villa, milady Featherson non era più che l’avventuriera Emma Lyonna, cioè una mantenuta, un po’ più bella forse, ma non più rispettabile delle altre.

Ne risultava da parte de’ nostri vicini, la cui posizione era regolare, un’espressione di scherno, che ad ogni occasione rivelavasi, e che mi feriva all’intimo del cuore.

Vero è che sulla picciola corte fattami da sir Harry dominavo da regina, delle corse, delle feste, delle cacce. Imparai, durante i tre o quattro mesi che passammo ad Up-Park, a cavalcare con molta eleganza e fermezza: la sera continuavo a recitare scene di commedia o di tragedia, ed a riprodurre con atteggiamenti plastici l’aspetto delle donne più famose dell’antichità. Riuscivo egregiamente, mercè vestiti magnifici, che facevo fare sui disegni migliori de’ personaggi illustri, e mercè una estrema mobilità di fisionomia, a dare un concetto esatto di que’ personaggi, e spesso non m’era nemmeno d’uopo dire qual eroina della storia greca, giudaica o romana, volevo effigiare, perchè il nome di essa veniva spontaneo sulle labbra degli spettatori.

Sarebbe difficile valutar la spesa giornaliera di quella ricca villeggiatura. Due o tre volte sir Harry Featherson andò di persona a Londra a prender il danaro necessario a sostener quel lusso: il fattore che aveva soddisfatto alle sue prime richieste, aveva alla perfine scritto che, esaurite quasi due annate anticipate delle rendite di sir Harry, non si poteva più sperar nulla da lui, prima che lord Featherson, raggiunto i 25 anni, non divenisse unico gerente della sua fortuna, che in quel tempo dovea essere immensa.

Sul finir di luglio si trovò in tanta angustia di danaro, che, volendo andare a Londra a tentar uno de’ suoi soliti prestiti, ricorse a me per far il viaggio. A poco a poco i suoi amici, che s’erano avveduti di quella inevitabile rovina, erano spariti. I due ultimi partirono con lui per Londra, promettendo di tornar con lui: io solo nulla vedevo, nulla temevo, e credevo la borsa di sir Harry inesauribile quanto quella di Fortunatus.

Aspettai tre giorni senza darmi troppo pensiero: due altri giorni passarono senza notizie; la mattina del sesto solamente, dopo l’abbandono d’Up-park, ricevetti una lettera da sir Harry.

Quella lettera fu per me un fulmine: eccone il tenore:

«Mia povera Emma! Sono affatto rovinato, pel momento almeno. Debbo circa cinquantamila sterline; la mia famiglia non acconsente a cavarmi dalle mani degli uscieri e degli _aldermen_, se non a patto d’una totale riforma, e debbo subirla, prima di tutto, in quanto ho di più caro al mondo, rinunziando cioè a voi. Più, per esser sicuro della mia saviezza durante i due o tre anni che mi separano dalla mia età maggiore, son esiliato nelle Indie, ove la mia famiglia m’ha comprato una compagnia.

Tutto si è terminato soltanto questa mattina: m’imbarcheranno questa sera, sicchè quando riceverete la mia lettera, sarò in mare.

Addio, cara Emma; m’avete dato otto mesi d’una felicità ignota agli uomini: perdonatemi d’avervi sì male ricompensata.

Colui che v’ha amata, v’ama e v’amerà sempre.

HARRY.»

Lo stesso giorno vennero alcuni uomini di giustizia per compilar un inventario degli oggetti lasciati da sir Harry Featherson nel castello di Up-Park e che divenivano guarentigia de’ creditori, di cui, mediante varii pegni, s’erano calmati i reclami.

Tosto lasciai il castello, non portando che le robe che m’appartenevano personalmente, ed una somma di dugento cinquanta lire circa.

VI.

Quella commozione fu una delle più violente della mia vita: fin allora ero salita dalla miseria al lusso, dalla sventura alla gioia: d’un colpo, qualche cosa rompevasi nella mia esistenza; ed io stessa cessava di credere alla mia invulnerabilità.

Amavo Harry con tutta l’anima, e l’anima mia era tutta straziata nello strapparne quell’amore; esso aveva radici in tutto il mio essere e non una parte di me stessa non era addolorata.

Al lato ideale, sul quale era caduto il primo colpo, seguiva il lato materiale. Rimasta viva dopo l’urto, dovevo pensare a vivere, e ne’ grandi dolori è questa una terribile fatica.

Ove andrei? che diverrei? sotto qual tetto mi rifuggirei? su qual pietra poserei il capo?

— Non lo sapevo; lo chiedevo a me stessa, seduta sotto un albero del gran viale, di cui, otto giorni prima sollevavo la polvere con le ruote d’un’elegante carrozza, o sotto i piedi d’un magnifico cavallo.

Avendo noleggiata una vettura nella vicina città, l’avevo empita con due o tre bauli; mi aveva serbato un posto, e quando il cocchiere mi domandò: «Ove condurrò Vossignoria?» non seppi che rispondergli.

— Seguite la via, gli dissi.

— In qual direzione?

— In questa.

— Ma fin dove?

— Fin al primo villaggio, od alla prima città.

— Il primo borgo è Nutley.

— Andiamo a Nutley?

Il cocchiere maravigliato partì.

Dopo tre ore, fermossi in una grossa borgata in posizione amenissima, a piè d’una collina.

— Siamo a Nutley, mi disse.

— Informatevi se v’è una casetta da affittare, che possa occuparsi da una donna sola con una cameriera.

Gettò le briglie sulla groppa del cavallo e si diè a cercare quel che domandavo.

Restai immobile e muta nella carrozza, quanti minuti o quante ore, non saprei dirlo: avevo perduto la misura del tempo.

Tornò: aveva trovato all’altra estremità del villaggio un piccolo _cottage_, che, secondo lui, doveva perfettamente convenirmi.

— Conducetemi, gli dissi.

Il cavallo fermossi innanzi ad una casetta lieta d’ombra e di fiori: era posta nel mezzo d’un giardino chiuso da una siepe e nel quale penetravasi per un cancello di legno dipinto in verde, come le imposte delle finestre. Era stata dalla padrona lasciata in custodia ad una vecchia, commettendole di darla in fitto a chi volesse. Quella signora, senza altra fortuna che quel _cottage_ ed una piccola rendita di cinquanta lire di cui viveva, era stata chiamata presso suo fratello, uffiziale generale in ritiro che aveva perduto l’unica sua figlia. La casa era rimasta qual l’aveva lasciata, cioè fornita di ogni suppellettile, modesta, ma pulita.

Un solo sguardo mi bastò volgere alla casa per riconoscerla conveniente sotto ogni rapporto allo stato del mio cuore e della mia borsa: era abbastanza solitaria perchè vi trovassi la pace ond’aveva d’uopo; era abbastanza modesta per darmi, benchè povera, tempo di risolvermi su quel che mi restava a fare.

Il prezzo n’era di trenta lire annue: pagai sei mesi anticipati con facoltà di lasciar la casa quando mi piacesse, senza pagar nulla di più, purchè ne partissi nel corso dei sei primi mesi: la mia fortuna si trovò così ridotta a 230 lire, cioè a 5750 franchi.

Ove volessi restar in quella casa e vivervi lontana dal mondo, ero sicura di circa tre anni di pace.

Due ore dopo, ero stabilita nel cottage, con cui la mia toletta più semplice contrastava singolarmente; ma quando paragonai a quella modesta ma ridentissima dimora il punto dal quale ero partita, parvemi che nella mia caduta mi fossi almeno fermata a mezza via.

Mediante una lira al mese ed il vitto, la vecchia acconsentì a restar meco e ad attendere a tutte le faccende di casa.

Mio primo pensiero fu di farmi fare due o tre abiti più conformi alla modesta vita che dovevo menare: li feci fare di seta nera ed a tutte le domande risposi nomarmi mistress Hearts, esser vedova, ed essere andata a passar nella solitudine e nel silenzio i primi mesi del mio dolore e della mia vedovanza.

Ero molto giovane per essere già vedova; delle mie parole crederono quel che vollero: m’importava poco; non vedevo nessuno.

Gli otto primi giorni passarono interi in preda a quel dolore fisico e morale, che sempre accompagna i grandi cataclismi della vita; poi, a poco a poco, la calma mi tornò, se non nel cuore, nella mente, e potetti giudicare del mio stato.

Insomma, aveva perduto un uomo amato, ma era egli degno delle mie lagrime? La sua condotta era stata a mio riguardo quella d’un gentiluomo? Al rovinar delle sua fortuna s’era dato pensiero di me? Aveva posto mente a quel che diverrei? Aveva tentato risparmiarmi una di quelle vergogne serbate alle misere donne che han posto la loro vita nell’amore?

Mi era forza confessare che no.

Che differenza dalla condotta di sir John Payne alla sua.

Giunta a giudicar sir Harry con imparzialità e ad apprezzarlo pel giusto suo valore, ero assai vicina a consolarmi della sua perdita. Era un bello ed elegante giovine di certo; ma la memoria mi ricordava fra gli amici di sir John cinque o sei amici eleganti ed avvenenti quanto lui, e secondo ogni probabilità, senza il misterioso incidente col cui favore era entrato nella mia vita e v’aveva lasciato un’orma incancellabile, non avrei badato a lui più che ad un altro, e mi sarebbe passato accanto inosservato.

Lo stato poi in cui mi trovavo era certo migliore che al mio primo arrivo in Londra. Volevo viver solitaria? Avevo a me d’innanzi una lunga serie di giorni tranquilli. Volevo riapparire a Londra con la stessa pompa di quando ne ero partita? Avevo certo uno o due mesi di lusso da gettar agli occhi di quella società, in cui ero vissuta, ed in cui potevo sempre rientrar con le stesse condizioni.

Fatte queste riflessioni, volsi uno sguardo allo specchio: ero più giovane, più bella, più fresca che mai, e se qualche traccia restavami ancora sulle guancie delle lagrime versate, erano già cancellate in un mezzo sorriso.

Un sol bisogno risentivo dopo la vita fragorosa, dopo i giorni di festa, dopo le notti di giuoco che avevo traversate, quelle di poche settimane di riposo: la serenità del mio cuore era turbata come la purezza d’un lago dopo una procella; gli bisognava il tempo di riprendere la primitiva limpidità.

E però i primi giorni di solitudine che passai in quella casetta di Nutley non furono scevri di malinconici gaudi, che talvolta rimpiansi all’apice delle grandezze, e chiesi a me stessa se quella vita dolce, facile, di cui tutti i giorni somigliavansi non fosse infin di conto quella a cui ci ha destinati la natura.

Ma, debbo dirlo, a quella dimanda, una voce segreta rispondeva: che non ero di quelle a cui la natura ha serbato la calma della mediocrità e le dolcezze della solitudine: avevo al contrario uno di que’ caratteri estremi, cui fa d’uopo della lotta e del trionfo o della disfatta che la seguono. Su qual teatro s’impegnerebbe quella lotta del mio avvenire contro il mio destino? Nol sapevo; ma sentivo che, atleta del lusso, del capriccio, dell’ignoto, il momento di calma in cui ero caduta non era che il momentaneo riposo che precede la pugna.