Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8

Part 2

Chapter 23,858 wordsPublic domain

Sir John mi pareva mesto anch’egli. Tratto tratto lo sorprendevo con gli occhi fissi su me, quando i nostri sguardi s’incontravano si sforzava di sorridere. Da una settimana o due andava ogni giorno all’Ammiragliato, ed i messaggi si succedevano in casa sua ed al _Theseus_; dava ordini sotto voce; faceva preparativi che mi nascondeva: era evidente che un cambiamento qualunque nel mio destino approssimavasi.

La sera venne: gli amici si riunirono ignoranti e curiosi della sorpresa da me preparata, e da sir John promessa con qualche solennità. Dopo il thè, o meglio durante il thè, passai dal salotto nella camera da letto: mi vi trasformai in pochi minuti in Ofelia; poi, quando tutti meno m’aspettavano, riaprii l’uscio: — un grido unanime m’annunziò che l’entrata aveva fatto effetto.

Il mio successo fu immenso: per la prima volta esordivo innanzi a spettatori: fin allora avevo sempre recitato o per me o per una sola persona. Una volta sola ero stata applaudita dal mio sconosciuto uditore, chè da sir John avevo ottenuto più che applausi; e l’effetto che in lui produssi la seconda volta fu anche maggiore del primo.

Fu un entusiasmo generale: mi gridarono _bis_; supplicarono l’ammiraglio di domandarmi una seconda rappresentazione, ma rifiutai ostinatamente. Ero convinta che i difetti sfuggiti agli occhi degli spettatori a quel primo saggio, si paleserebbero al secondo.

— Ma, dissi, se qualcuno vuol rispondermi, reciterò volentieri la scena, anzi le due scene di Giulietta al balcone.

Per disgrazia, bontemponi più che letterati, gl’invitati di sir John non erano abbastanza famigliari con Shakespeare per secondarmi.

Pensai allora con vivo senso di rammarico a quel povero Harry, che nel giardino di miss Arabella mi aveva dato un Romeo tanto poetico ed innamorato.

Quel velo della notte disteso sulla sua faccia, che m’aveva celato le sue sembianze, lasciando la sola sua voce giungere a me, gettava un dolce e vago mistero su quella memoria.

— Che sventura, disse sir John, che il mio amico Featherson non sia a Londra, egli che sapeva Shakespeare a mente, meglio di Garrick! La prima volta che vedrò Sheridan, gli chiederò dov’è.

— Ma è qui, rispose uno de’ nostri invitati.

— Ne siete sicuro, sir Giorgio? disse l’ammiraglio.

— Lo vidi e gli parlai ieri.

— V’è mezzo di saper ove sia?

— Nulla di più facile: me ne informerò da suo zio che dimora ad Hay-Market.

Non so perchè avevo seguito con vivissima attenzione, anzi con un certo batticuore, le parole scambiate fra l’ammiraglio e sir Giorgio.

L’ammiraglio si volse a me.

— E se troveremo Featherson, acconsentirete a recitar con lui le due scene di Giulietta e Romeo?

— Certo, dissi; ma aggiunsi sorridendo: — Perchè non le imparate voi? —

— Infatti, rispose sir John con un sospiro, quella scena s’accorderebbe alla congiuntura presente; ma Harry, vi riuscirà meglio di me.

— Harry! esclamai, chi è Harry?

— Harry, cara Emma, è il nome di Featherson.

— Perdono, dissi.

— Avete conosciuto un Harry? ripigliò sir John con qualche curiosità.

— Udii una volta pronunciare questo nome, dissi, ma non apparteneva ad un nobile lord, sibbene ad un povero artista, e certo il mio Harry non aveva nulla di comune con sir Harry Featerson.

Fu convenuto che sir John si darebbe a ricercare sir Harry, e che, ritrovatolo, ci accorderemmo per la recita delle due scene di Romeo.

III.

Sir Giorgio non si era ingannato; lord Featherson era tornato a Londra dopo un viaggio di cinque o sei mesi sul continente.

Sir Giorgio seppe dallo zio l’indirizzo di lui; dimorava in una magnifica casa di Brokstuet, al canto dello _Square_ di Grosvenor.

Ma, non avendolo trovato a casa, gli lasciò un bigliettino, pregandolo, senza dirgli il perchè, di andare con lui a prendere il thè in casa di sir John, o meglio in casa mia.

M’interessavo singolarmente, senza intenderne la ragione, a quanto riferivasi a quello sconosciuto.

Aspettai con impazienza la serata del domani: mi occupai più del solito della toletta: sarei stata disperata di non sembrar bella a sir Harry.

I primi invitati arrivarono dalle 9 alle 10: ogni qualvolta la porta s’apriva, mi volgevo vivamente; ma alle 10 e mezzo soltanto, il servo annunziò sir Harry Featherson.

La mia inquietezza non era sfuggita a sir John: come i miei, i suoi sguardi si volgevano all’uscio sempre che s’apriva, e quando fu annunziato sir Harry Featherson, sentii il suo sguardo pesar su me, e quasi circondarmi tutta.

Sir Harry entrò.

Era un vaghissimo giovane di 23 o 24 anni, con occhi azzurri, denti magnifici, la carnagione d’una donna. Aveva acquistato, durante i sei mesi della sua dimora in Francia, molto della disinvoltura francese, e sembrava essersi spogliato, nel traversare la Manica, di quella durezza britannica, di cui i miei compatriotti stentano tanto a smettere. La prima persona che cercò con gli occhi fu sir John; andò dritto a lui; ma per via i suoi occhi si fermarono su me con un espressione strana di stupore, mentre i suoi piedi sembravano inchiodati al pavimento.

Arrossii senza sapere perchè.

Sir John vide il suo stupore ed il mio rossore: il suo occhio errò da lui a me e da me a lui.

Ma quella sensazione fu percettibile a me sola.

Dopo avere stretto la mano dell’amico che non aveva veduto da molto tempo, sir John me lo condusse per presentarmelo.

Sir Harry mi fece qualche complimento con voce commossa: risposi non so che parole sconnesse: quella voce m’aveva profondamente turbata: aveva un’analogia incredibile con quella del giovane artista sconosciuto che, nel giardino di miss Arabella, aveva declamato con me la parte di Romeo.

Sir Harry, dopo avermi salutata andò a stringere la mano agli altri amici; l’ammiraglio restò solo accanto a me.

— Conoscete sir Harry? mi disse con dolce rimprovero stringendomi la mano.

— Vi giuro, gli risposi, che lo vedo per la prima volta.

— Sapete che credo tutto ciò che mi dite, Emma.

— Ve ne do parola d’onore, caro sir.

Mi guardò teneramente.

— Con questi occhi e questa bocca non si mentisce, mi rispose, ma come parlando a sè stesso.

— Soprattutto, aggiunsi, quando non si ha alcun interesse a mentire.

Era tanto convinta io stessa di dir la verità, che tutto era vero in me, accento e sguardo.

Sir John fu affatto rassicurato.

Allora sir Giorgio trasse la conversazione sul motivo che aveva prodotto quella riunione, e chiese a lord Featherson se aveva sempre l’amore del teatro, e se sapeva sempre Shakespeare a mente.

Lord Featherson sorrise come ad una memoria.

— Ho molto dimenticato, disse, da sei mesi, o meglio, ho tentato dimenticar molto; ma di certe cose mi ricordo ancora.

— Vi ricordate delle due scene d’amore fra Romeo e Giulietta, gli chiese sir John Payne.

Lord Featherson sorrise tristamente.

Quelle due scene, disse, fanno parte appunto di quanto ho voluto, ma non potuto dimenticare.

Lo guardai come per interrogarlo; ma il suo volto non voleva esprimere assolutamente nulla più di ciò che aveva detto.

— Allora Emma, disse sir John Payne, palesate al mio amico Harry Featherson il nostro desiderio; avrà certo maggiore condiscendenza per la preghiera d’una leggiadra donna, che per la nostra.

— Di che si tratta? domando sir Harry.

— D’un fastidio che vorrete darvi, spero, signore, per soddisfare ad un desiderio di sir John Payne ed a quello de’ suoi onorevoli amici. Sono appassionata non dico pel teatro, — giacchè probabilmente mai salirò sulle scene, — ma per la declamazione. L’altra sera recitai per questi signori la scena d’Ofelia, del quarto atto di _Amleto_, e promisi di recitare le due scene di amore di Romeo e Giulietta, se alcuno volesse darmi le risposte. Nessuno di loro le sapeva a memoria: il vostro nome fu pronunziato come quello d’un artista perfetto; ci dolemmo della vostra assenza; ci fu annunziato il vostro ritorno. In fine sir Giorgio promise di trasmettere alla S. V. l’invito di venire a prendere il thè con noi, confidando ognuno, caduto che foste nell’insidia, di non lasciarvene uscire senza impegnarvi ad essere per una sera almeno il mio Romeo. Ora avete udito ciò che ha detto sir John Payne, e la speranza che pone in una preghiera fattavi da me. Credo che la vostra cortesia sarà abbastanza compita da non dargli una smentita.

Sia che la mia domanda paresse loro ben fatta, sia che la mia voce avesse presa un’espressione di dolcezza persuasiva, que’ signori m’applaudirono, come in teatro, dopo una lunga parlata.

Dopo quel successo sul pubblico, sarebbe stato strano non ottenerne alcuno sul mio interlocutore.

Tuttavia sir Harry contentossi d’inchinarsi e di rispondermi, balbettando, che era a’ miei ordini.

Fui circondata, fui complimentata, e tutti si fecero una vera festa di vederci e d’udirci rappresentare le due scene promesse.

Era d’uopo soltanto di dare tempo a sir Harry di farsi fare il vestito di Romeo; quanto a me avevo quello di Giulietta; ma sir Harry rispose che, impromettendosi tutti gran diletto da quello spettacolo improvvisato, niente doveva ritardarlo.

Si procaccerebbe un vestito e sarebbe pronto per la sera del domani.

Una grande stufa da fiori era unita alla casa. La mattina seguente, sir John Payne mandò per un falegname che co’ suoi garzoni costruì un balcone; lo circondarono di piante tropicali, lo coprirono di fiori, e alle due del pomeriggio il teatro era pronto.

In quel momento giunse un corriere dell’ammiragliato con dispacci urgentissimi: sir John li lesse, impallidì leggermente, e con voce visibilmente alterata:

— Dite alle signorie loro, rispose, che saranno in ogni punto obbedite.

M’ero avveduta del suo turbamento, e mentre il messo ritiravasi, andai a lui, posi il mio braccio sotto il suo e gli chiesi se il dispaccio non contenesse qualche cattiva notizia.

— Cattivissima, mi disse, sforzandosi di sorridere: i lordi dell’ammiragliato tengono un’adunanza di notte e mi pregano d’andarvi.

— Allora, gli dissi, il divertimento sarà per un’altra sera.

— No, disse, al contrario; se la nostra riunione non avesse luogo stasera, chi sa quando potremmo ritrovarci insieme! Non debbo lasciar la casa che a mezzanotte: abbiamo quindi tutto il tempo di udir le due scene; intanto venite e datemi alcuni minuti, ve ne sarò gratissimo.

Lo guardai inquieta: perchè sir John che mi possedeva sempre sarebbemi grato di pochi minuti che gli dessi?

Non osai chiederglielo, ed avendomi egli cinto la vita col braccio, mi lasciai trascinare.

La sera venne: a misura che il tempo passava, sir John si faceva più mesto, ed io stessa mi sentivo presa, non so perchè, d’un incredibile brivido: il cuore mi si stringeva, e pure quelle contrazioni non erano senza diletto.

Parevami che temessi insieme e sperassi un non so che d’ignoto.

Mi figuravo sir Harry col vestito nero: parevami che il giustacuore di Romeo dovesse ottimamente confarsi alle sue aristocratiche fattezze.

Nel corso della giornata aveva mandato gli abiti che erano stati portati nella casa del giardiniere attigua alla stufa: da quella casa doveva uscire sir Harry per venire sotto il mio balcone.

Alle 9 giunse co’ suoi abiti ordinarii: sembrava raggiante di gioia, e quel giubilo gl’illuminava il volto com’un’aureola.

Non potetti astenermi dal trovarlo bellissimo.

Come il giorno prima, l’accento della sua voce mi fe’ sobbalzare.

Venne a me e baciommi la mano, dicendomi:

— «Buona sera, cara Giulietta.» —

Quella volta io mi turbai e non risposi: sarei stata assai confusa, se avessi dovuto fargli un secondo discorso simile al primo. Fortunatamente non era d’uopo, giacchè tutto era già stabilito.

Alle nove e mezzo ciascuno occupossi della toletta: ho sempre fatto rapidissimamente anche le tolette più complicate, avendo sempre portato, tranne nelle occasioni di gran gala, i capelli senza cipria.

Que’ signori scesero nella stufa, che era illuminata in modo vaghissimo: fra l’una e l’altra scena dovevano servirci il thè.

Quando fui pronta, un campanello interno avvisò sir Harry che poteva entrare in iscena.

Lo guardai a traverso una finestra che dava sul verone. — Non m’ero ingannata; le foggie del medio-evo gli si attagliavano perfettamente, ed era maravigliosamente bello così.

S’appressò al verone, come avrebbe potuto fare un artista espertissimo, o un uomo veramente innamorato, ed incominciò il verso:

«Oh! me sol chiama Amor tuo ch’io n’avrò battesmo Nè da tal punto sarò più Romeo!

Alle prime parole fui scossa: era quella volta impossibile dubitarne; era proprio la stessa voce, era proprio lo stesso accento che avevo udito nel giardino di miss Arabella; o era quello un miracolo inaudito di somiglianza, o avevo ritrovato il mio Harry, che credevo perduto per sempre.

Ma era d’altra parte impossibile che il nobile lord Featherson fosse l’umile artista, che avevo conosciuto in guisa sì pittoresca e misteriosa.

Meglio era credere ad una somiglianza di voce improbabile, ma possibile, anzichè ad un’identità più che inverosimile.

Ad ogni modo mi sentivo invincibilmente affascinata, e senza dubbio, quando uscii sul verone, il mio volto era impresso dello spirito della mia parte, giacchè i pochi spettatori riuniti da sir John mi applaudirono tutti d’un sol movimento.

Tutti sanno come ha principio quel dialogo amoroso, in cui Giulietta parla senza veder Romeo, credendosi sola, e Romeo parla, vedendo l’amata a pochi piedi da lui, ma senza osar di volgergli la parola, e come quelle due voci che favellavano dapprima, l’una alla solitudine, l’altra alla notte, finiscono per rispondersi scambievolmente: è, del resto, la scena che ho già più su riferita, avvivata allora da’ lumi, dalla vista degli attori, dagli applausi degli spettatori.

Ho detto gli applausi che avevo ottenuti entrando in iscena: quegli applausi si volsero a lord Featherson quando esclamò:

«È l’amor mio Senza confine, come il mar; com’esso Profondo è l’amor mio; più te ne dono E in me n’ho più, che sono ambo infiniti!»

La scena proseguì per me con uno strano realismo; certo non era più Emma Lyonna; il mio interlocutore non era più sir Harry; sir Harry era Romeo: io era Giulietta, e con tutta l’anima gli dissi:

«Ah! ti soffocherebbe L’amplesso mio!»

Il mio sguardo attirato dagli applausi si volse al gruppo degli uditori: parvemi vedere sir John asciugarsi una lagrima.

Quella lagrima mi piombò sul cuore.

Per fortuna, in quel momento supponevasi che la balia mi chiamasse e, per rispondere a quell’appello, lasciai un momento il balcone. Durante que’ pochi secondi mi riebbi, benchè mi sembrasse che da quel momento il corso della mia vita volgesse ad altro scopo.

Due o tre volte, mio malgrado, mormorai a bassa voce: — «sir Harry! sir Harry! sir Harry!» — come avrei mormorato: — Romeo.» —

Tornai al verone colla vista velata, il cuore inebbriato, trasalendo d’amore, e quando profferii quel verso, le braccia mi si serrarono al petto, stringendo, non un sogno, non un’ombra, non un fantasma, ma come Psiche, l’Amore stesso sul cuore.

Rientrando nella mia camera, fuor di me, mentre Romeo, rimasto a piè del verone diceva i versi che precedono la sua uscita, mi scontrai a faccia a faccia con sir John.

Sobbalzai.

Ma egli, attirando il mio capo sul suo petto ed appoggiandovelo:

— O povera Giulietta, mi disse, quanto ami Romeo!

Compresi il tenero rimprovero chiuso in queste parole, e come dubitasse di quanto gli aveva detto d’Harry, cioè che non l’avevo mai veduto.

— Ascoltate, sir John, gli dissi, non ho mentito mai, ed a voi, che siete stato tanto buono per me, men che ad altri mentirei: vi dirò tutto.

— Oh! no, rispose, sforzandosi di sorridere.

— Lo voglio, insistetti.

Ed in poche parole gli narrai quanto m’era accaduto nel giardino di miss Arabella quella notte, in cui, credendo declamarvi sola, v’avevo trovato un interlocutore sconosciuto. Gli dissi della lettera che avevo ricevuta il domani, e come infatti, andata lo stesso giorno con Amy a chiedergli la grazia di Dick, non avevo mai riveduto quel creduto studente di Cambridge. Vero è che, alle prime parole dette da sir Harry all’entrar nel salotto, avevo creduto riconoscere la sua voce; a’ primi versi che aveva pronunziati entrando in iscena, non avevo più serbato dubbio; ma quando gli avevo affermato non aver mai veduto sir Harry gli avevo detto schietta ed intera la verità.

— Che volete, amico mio? aggiunsi; se non fosse troppa superbia in una debole creatura, qual sono, crederei la mia vita soggetta ad una fatalità, contro cui nulla posso.

Sir John tacque, e mise un sospiro.

In quel momento udii i nostri spettatori richiamarmi con grandi grida, come richiamasi al teatro l’artista che piace.

— Emma! Emma!

Sentii il rossore salirmi al viso.

— Venite, cara, a ricevere i complimenti che tanto vi son dovuti, mi disse sir John.

E mi trascinò nella stufa, ove, appena entrata, fui circondata, lusingata, applaudita da tutti, — tranne da sir Harry, che si tenne da banda, ma i cui occhi erano per me più eloquenti de’ complimenti degli amici, per frenetici che fossero.

IV.

Lo spettacolo non era finito: dopo la scena del balcone, restava da eseguir la scena della finestra; dopo aver espresso il desiderio, dovevamo dipinger la felicità.

Temevo molto quella seconda prova, e pregai sottovoce sir John, e forte i suoi amici, di volermela risparmiare, sotto pretesto di stanchezza; ma il fremito nervoso dei muscoli, il mio sguardo scintillante, l’accento febbrile della mia voce dicevano al contrario come avessi bisogno più di fatica che di riposo.

Insisterono: il mio cuore era troppo d’accordo con quelle istanze perchè potessi resistere a lungo; cedetti.

Quella volta dovevamo apparire insieme al verone, sir Harry ed io, col mio braccio cinto al suo collo, co’ miei occhi smarriti ne’ suoi, coi nostri cuori frementi d’amore.

Sir Harry si trovò quindi un momento solo con me, dietro le quinte: mi si avvicinò, mi cinse la vita con un braccio e m’appoggiò sul suo cuore, mormorando la sola parola:

— Finalmente!...

La commozione fu elettrica; gli occhi mi si chiusero; gli gettai un braccio al collo, con un lieve grido; poscia, non so come accadde, una fiamma mi corse le labbra: — non era il primo bacio dato a Giulietta, ma era il primo bacio datole da Romeo.

Mi sentii presso a svenire.

Sir Harry mi trasse alla finestra; feci un violento sforzo e tornai padrona della mia volontà; ma una notte intera d’amore non m’avrebbe meglio disposta a quegli addii tanto inebbrianti e dolorosi, che precedono l’eterna separazione degli amanti di Verona.

Il nostro apparire fu salutato da unanimi applausi.

Toccava a me a cominciare: l’arte meglio studiata e più profonda non avrebbe saputo dare maggior verità alla mia voce dello stato in cui trovavasi il mio cuore.

E però que’ be’ versi di Shakespeare

«Partir già vuoi? Non viene il giorno ancora. Fu l’usignol non già la lodoletta Ch’or ti feriva il timoroso orecchio,»

sfuggirono alla mia bocca dolci, come dolcissimo mele, e quando sir Harry rispose che era contentissimo di restar meco, e di morir per me, una triplice salva d’applausi mi disse che tutti erano pronti ad imitar il falso Romeo.

La scena continuò, percorrendo tutte le fasi onde l’ha colorita il possente genio di Shakespeare; ma quando Romeo si tolse delle mie braccia, parvemi che l’anima mi fuggisse, e caddi in ginocchio affranta.

Fu creduta ispirazione del cuore quel ch’era debolezza del corpo.

Recitai il resto della scena curva fuori il balcone, avvinghiata al parapetto.

Io stessa fui maravigliata dall’espressione che diedi alla mia voce quando giunsi a’ versi:

«Oh cielo! il mio È un cor presago di sciagure. Il credi? Or che laggiù tu sei, parmi vederti Sì come un morto in grembo della fossa. O l’occhio mio s’appanna, o impallidito Tu mi sembri.»

E quando Romeo allontanossi, mandandomi l’ultimo addio, l’addio mio fu un grido tanto doloroso, che poteva credersi in verità quello d’un corpo che sente l’anima fuggirgli.

Esprimerei difficilmente l’entusiasmo ispirato da quella scena e la frenesia degli applausi che la seguirono.

Sir John mi s’appressò; mi sollevò fra le braccia e portommi, più che non mi condusse, ai suoi amici.

Sir Harry prese nella sua mano fredda ed umida le nostre due mani febbrili, dicendo:

— Se Romeo e Giulietta si fossero amati come voi, la morte, tuttochè spietata, non avrebbe avuto cuore di separarli!

Lo guardai stupefatta, ritraendo la mano, che sir Harry non lasciò senza un’ardente stretta.

Prendemmo il thè.

Poi sir John cavò l’oriuolo:

— Signori, disse, a mezzanotte sono obbligato a lasciarvi: l’Ammiragliato si riunisce; abbiamo un altro quarto d’ora da passare insieme.

Poi chiamandomi da parte:

— Non vi dico addio, cara Emma, proseguì; può darsi che la tornata finisca presto, e ch’io venga a passar la notte con voi; tuttavia non m’aspettate. Andate a letto, dormite; ho la chiave; non vi date nessun pensiero di me.

Non so perchè a queste parole mi sentii rabbrividire per tutto il corpo.

— Non potete dispensarvi dall’assistere a quell’adunanza? gli domandai, senza sapere se desiderassi che restasse.

— Impossibile, rispose.

Poi, tornando alla tavola da thè, intorno a cui erano in crocchio gli amici, conversò facendo uno sforzo visibile per simulare una falsa gaiezza.

Il quarto d’ora passò; udimmo sonar mezzanotte; sir John cavò di nuovo l’oriuolo; era l’ora infatti di partire.

Que’ signori pensarono che era ora di ritirarsi; si congedarono da me, Harry come gli altri, ma con uno sguardo di profondo rammarico: poi, sir John venne a me, mi baciò sulla fronte, e mi disse que’ due versi di Romeo:

«Il dolce sonno Scenda sugli occhi tuoi, la pace al seno.»

Non ebbi forza di rispondere che con un sorriso mesto quasi quanto il suo; mi volse un ultimo sguardo, prese a braccetto sir Harry ed uscì con lui.

Quando l’uscio si chiuse, mi trovai sola ed oppressa, come nella tomba de’ Capuleti. Ammirava, impaurita di quella persistenza, per quali strani nodi il destino legava gli uni agli altri i vari episodî della mia vita, senza che la mia volontà v’avesse alcuna parte.

Avevo infatti quasi obbliato quell’artista sconosciuto, quell’umile sir Harry, che m’era apparito appena nella vita, passando come un fantasma nelle tenebre, nè vi lasciando traccia, più che un fantasma. Ecco, vien voglia a sir John di dar a’ suoi amici un saggio della mia arte mimica; recito la scena di pazzia d’_Amleto_; mi chiedono di ripeterla: offro, se alcuno vuol darmi le risposte, di declamar l’una o l’altra delle due scene d’amore di _Romeo e Giulietta_: nessuno le sa a memoria; uno degli amici di sir John pronunzia il nome di sir Harry Featherson, a quel nome d’Harry sobbalzo: lord Featherson, assente da sei mesi, è tornato da due o tre giorni appena; l’ammiraglio Payne prega sir Giorgio di condurlo in casa nostra: vi viene, ed il caso, la fatalità, vuole che lord Featherson e lo studente Harry sieno una stessa persona.

Di che potevo accusarmi in tutto ciò? Di nulla, se non delle sensazioni provate al vederlo, all’udirlo, al toccarlo. — Ma dipendevano da me que’ sentimenti, sì o no? E non era già molto che avessi forza di padroneggiarli? Che accadrebbe nella mia vita per quel nuovo rincontro? — Oh! quanto a ciò, ero ben risoluta a non assumerne la responsabilità. Avevo detto tutto a sir John; gli direi al suo ritorno di quali sentimenti m’era stata cagione la presenza di sir Harry; a lui spetterebbe decider della mia vita, allontanandomi da Londra, o permettendomi di restare, e perciò di rivedere sir Harry.

Fermai questa risoluzione nella mente; non amavo sir John d’amore, ma avevo grande stima pel suo carattere, grande riconoscenza per la sua generosità: — ingannarlo, lo sentiva, mi sarebbe stato un eterno rimorso.

Presa quella risoluzione, mi sentii più calma; la sua mano, n’ero sicura, mi guiderebbe come quella d’un amico, e senza pensar a sè stesso, sceglierebbe per me la via men dolorosa.