Memorie di Emma Lyonna, vol. 1/8

Part 3

Chapter 33,948 wordsPublic domain

Il giovedì dopo pranzo si metteva il cavallo al calessino. I bimbi, la nutrice ed io vi salivamo, ed il cocchiere ci conduceva in qualcuno dei prati che confinano colla città di Hawarden.

Allora era per noi tutti una festa. Il peso, che la diacciata atmosfera della casa aggravava sui nostri petti, si sollevava; perfino il lattante parea più lieto: la nutrice passeggiava, e i due fanciulli correvano meco nell’erba, cogliendo fiori ed inseguendo farfalle.

I bambini mi adoravano perchè io era bambina com’essi.

Il sabato sera, dopo cenato, la vettura attendeva alla porta. Tutti vi salivano, eccetto il giardiniere che rimaneva a guardia del giardino e della casa, incamminandosi verso _la campagna_.

Chiamavasi _campagna_ un gran poggio, sito a due leghe e mezza da Hawarden, fra Chester e Flint, sulle rive della Dee, presso a poco ad un quarto di lega del luogo ove si getta nel mar d’Irlanda, o piuttosto nel golfo che vi comunica.

Si impiegavano due ore e dieci minuti a fare la strada, mai più, mai meno; il cocchiere frustava tre volte il suo cavallo; la prima volta partendo, la seconda volta a mezza via, la terza arrivando al viale.

La prima volta che vidi il mare ebbi una profonda sensazione; quantunque il golfo della Dee sia assai stretto, potevasi da un monticello scoprire all’orizzonte il largo mare: stesi le braccia verso l’infinito, con un gesto appassionato, come se avessi visto l’eternità.

La domenica, che durante i sette bei mesi di primavera, d’estate e d’autunno, trascorremmo invariabilmente alla campagna, era consacrata alla preghiera ed al passeggio; in quel giorno io aveva la direzione dei bimbi non solo dopo colazione, come il giovedì, ma ancora dopo pranzo.

Ivi non avevamo bisogno di carrozzino. La campagna posta sulla destra riva della Dee, fra la riviera ed il golfo, ci offeriva a scelta o la spiaggia del mare per raccogliervi conchiglie, o l’argine della riviera per cogliervi fiori. Tutto il terreno compreso fra il fiume ed il mare poteva offerirci una passeggiata di tre quarti di lega.

Là la libertà era ancor più grande che il giovedì nei prati di Hawarden: insomma erano due giorni di sole per cinque giorni di ombra: la mia vita non è sempre stata così ben divisa.

Un giorno, — era la domenica della prima settimana del maggio 1777, — verso le due pomeridiane, alla nostra seconda escita del giorno, vedemmo in riva al mare una bella barca guidata da 4 o 5 rematori. I banchi a poppa erano coperti di tappeti e ornati di cuscini in velluto.

Qualche passo più oltre un uomo era seduto sopra uno sgabello, e disegnava una contadina del paese di Galles, che avea fra le braccia un bambino: una giovin donna stavagli a fianco in piedi e guardava al di sopra della spalla i progressi del disegno.

L’uomo e la giovine, benchè indossassero abiti da campagna, erano vestiti con ricercata eleganza: divinavasi che erano abitanti di Londra smarriti nel Flintshire.

I fanciulli, spinti dalla curiosità, mossero verso il gruppo: io li richiamai, ma quanto erano obbedienti in casa, tanto erano caparbi quando si sentivano in libertà; non mi risposero, e continuarono a correre fino a che giunsero l’uno vicino alla dama, l’altro al disegnatore.

Ambedue si volsero.

— Ecco un bel fanciullo, disse l’uomo posando la sua mano sul capo del fanciullo come per vederlo meglio. Come vi chiamate, mio piccolo amico?

— Edoardo, rispose il bimbo.

— E voi, madamigella? chies’egli alla bambina.

— Sara, rispos’ella.

— Non è egli strano, Arabella? seguitò il pittore, sono i nomi dei due miei figli.

Poi con un sospiro:

— Essi aveano l’età loro l’ultima volta ch’io li vidi.

E restò pensoso senza curarsi di ripigliare il suo disegno.

Frattanto gli occhi della dama s’erano fissati su me, e pareano inchiodati al mio viso.

— In fede mia, mormorò ella, ecco una splendida creatura. Osservate dunque, Romney.

E gli posò la mano sulla spalla a destarlo dalla sua meditazione.

Egli scosse il capo come uomo che volesse scacciar dal suo spirito un triste ricordo.

— Che dite, Arabella? domandò egli.

— Dico che vi voltiate, e guardiate dietro a voi invece di guardarvi dinanzi.

Il pittore guardò dalla mia parte, e parve compreso da meraviglia.

— Avvicinatevi, madamigella, mi disse la dama, e lasciate che vi guardiamo a nostro bell’agio: siete bella abbastanza perchè si abbia piacere a vedervi.

Il mio volto arrossiva per vergogna, ma il mio cuore gioiva: non era più un piccolo pastore che dicevami bella; non erano più sprezzanti compagne che mi trovavano bella, e mi rimproveravano d’esser goffa; erano un signore ed una signora di città che mi ammiravano francamente e senza restrizione.

Mi appressai macchinalmente.

Il pittore mi stese la mano; gliela diedi.

— E qual mano, non dirò ella ha, ma ella avrà, seguitò il pittore: guardate, Arabella.

— Oh! credete pure che la guardo con egual piacere di voi, Romney. Io non sono, la Dio grazia, gelosa. Puossi chiedervi il vostro nome, madamigella?

— Mi chiamo Emma, madama, risposi.

— E l’età vostra? chiese il pittore.

— Devo avere presso a poco quattordici anni, signore.

— Come, dovete avere...?

— Mia madre non mi ha detto mai precisamente la mia età.

— È la figlia di qualche duchessa, disse Romney.

— No, signore, rispos’io; sono la figlia d’una semplice contadina.

— Questi due fanciulli, chiese la dama, sono fratello e sorella vostri?

— No, madama: i loro genitori li hanno affidati alla mia custodia, ed io insegno loro a leggere e a scrivere.

— Dite dunque, Romney, disse la dama curvandosi verso il pittore per parlargli sottovoce; qual fortuna farebbe ella a Londra con un fisico come il suo?

— Non vogliate perderla, tentatrice.

Poi volgendosi a me:

— Miss Emma, mi diss’egli, vorreste voi rendermi un gran servigio?

— Volontieri, signore, e quale?

— Volete voi star ferma cinque minuti, affinchè io faccio uno schizzo di voi.

— Con piacere, signore.

— Allora rimanete come vi trovate in questo momento.

Restai: egli fe’ un mezzo giro sul suo sgabello, e in meno di dieci minuti ebbe fatto all’acquarello un grazioso schizzo di me stessa.

Seguii avidamente il pennello sulla carta.

Quando fu ultimato, mi mostrò il disegno.

— Vi riconoscete voi? mi chies’egli.

— Oh! gli diss’io, arrossendo questa volta dal piacere, non sono così bella.

— Mille volte di più, — ma, vedete voi, Arabella, per questa trasparenza di carni, per questa limpidezza di sguardo, per questi morbidi capelli, abbisogna l’olio. — Venite a Londra, madamigella, quando sarete stanca d’abitare la provincia; e per ogni seduta d’un’ora, che vorrete, spero, accordarmi, vi darò quel che vi si dà in un anno per l’educazione di questi bimbi.

— Chiamatemi ancor tentatrice, Romney.

— Fate a vostra volta le vostre proposte, Arabella, non ve lo impedisco.

— Oh! quanto a me, se venite a Londra, madamigella, e vi contentate del posto di semplice dama di compagnia a dieci lire il mese, mi troverete sempre lieta di ricevervi. Datemi un pezzo di carta e una matita, Romney.

— Che volete farne?

— Dare il mio indirizzo a questa bella fanciulla.

— A quale scopo, disse Romney alzando le spalle.

— Chi sa? disse Arabella.

— Ed avrete l’ardire dì tener quel viso lì presso di voi, Arabella?

— Perchè no? rispose la dama con aria provocante: io sono di quelle che cercano i confronti anzichè sfuggirli.

Poi, rivolgendosi a me:

— Tenete, madamigella, in ogni caso eccovi il mio indirizzo, diss’ella.

E mi porse il foglio, su cui erano scritte queste parole, miss Arabella — Oxford Street, 23.

Lo presi senza sapere quel che ne farei, senza intenzione di servirmene, come Eva prese il pomo senza intenzione di mangiarlo.

— Andiamo, disse la giovine, andiamo, Romney: siamo attesi a Park Gate fra un’ora, ed abbiamo tutto lo stretto a traversare.

Il pittore si alzò, gettò un luigi appiè della contadina che avea presa a modello, e venendo a due passi di distanza da me:

— Venite a Londra, madamigella, farete bene; non vi venite, farete meglio ancora. Frattanto, — e mi salutò della mano, — addio, o a rivederci.

— A rivederci, gridò Arabella, ponendo il piede nella barca.

E la fragile navicella si allontanò rapidissima sotto lo sforzo di quattro rematori.

Io, pensosa e taciturna, ricondussi a casa i bambini.

IV.

Se si ricorda l’effetto che m’avea prodotto Dick quando, parlandomi di un grande specchio dorato nel quale mi vedrei dal capo ai piedi, mi avea trasportata nel magico regno della fata Morgana, è facile ideare le folli visioni che sursero nel mio cervello dopo la mia conversazione col pittore e la sua bella compagna.

Non comprendeva metà delle parole ch’essi aveano scambiate fra loro, o che mi aveano dirette, ma aveva capito soltanto l’offerta fattami dal pittore di cinque lire ad ogni seduta, in cui gli poserei dinanzi; e da miss Arabella di dieci lire al mese, se accettava di essere sua damigella di compagnia. Ambedue insomma mi avean detto che, andando a Londra, una fortuna mi attendeva.

Certo non era un posto molto elevato quello di damigella d’una donna, la cui condizione mi pareva dubbiosa, ma per me, povera figlia d’una domestica di fattoria, per me, guardiana di montoni, tre anni innanzi spregiata alunna di madama Colmann, da dodici mesi istitutrice di bimbi a quattro _pences_ circa il giorno, era un gran passo fatto verso questa promessa fortuna lo arrivare a ricevere cento lire l’anno invece di sette od otto.

Poi Londra, Londra dal magico nome, la città di cui tutti parlavano, ove tutti volevano andare, ove si gettano tutte le ambizioni, come tutti i fiumi al mare, — Londra! — Non era già egli un gran che lo essere a Londra, in una città che conta un milione e mezzo d’abitanti, invece di vivere in un borgo di Flintshire, in mezzo ai monti del paese di Galles, presso le spiaggie triste e deserte del mar d’Irlanda?

E nel rientrarvi il lunedì mattina, la casa del signor Tommaso Hawarden mi parve di fatti più fosca e malinconica che mai.

Una cosa ancora contribuì alla mia mestizia. Come al solito, il vegnente lunedì condussi a far trastullare nel prato i fanciulli: — era seduta sopra un albero atterrato, errando col pensiero in quella vasta città sconosciuta, cui tendevano i miei desiderj, quando udii un rumore di passi e un cicalìo, che mi si appressava.

Alzai il capo: erano le mie antiche compagne che si dirigevano dalla mia parte.

Il caso non me ne avea condotto alcuna dinanzi dopo la mia uscita di collegio, ma in compenso me le menava oggi tutte in massa.

Mi levai in piedi per salutare madama Colmann, ma parve ella appena riconoscermi, e mi rispose con un lieve cenno del capo, senza volgermi parola.

Le mie tre nemiche, invece, mi riconobbero: nel passarmi dinanzi, la maggiore, che avea nome Clarice Damby, disse alla sua vicina, Clara Sulton:

— Vedi, ecco la nostra antica compagna Emma Lyon. Pare ch’ella non guadagni di più come aia di bimbi, che come guardiana di montoni, giacchè ha ancora l’abito del collegio.

E si posero a ridere.

Alcune delle più giovani mi riconobbero; una sola lasciò le compagne e venne ad abbracciarmi; si chiamava Fanny Campbell: era la figlia d’un sergente di marina.

Ventidue anni dopo, questo bacio salvò la vita a suo padre.

Ma il bacio non cancellò il sarcasmo che lo avea preceduto.

Ed era vero, io aveva ancora il mio uniforme: aveva tanto avuto cura di quel della domenica, che durava ancora, e aveva potuto metter da parte gli uni dopo gli altri i dodici scellini che riceveva al mese.

Era il mio tesoro, vale a dire la libertà.

Dacchè stava presso il signor Hawarden avevo accumulato sei lire sterline: le mie sei monete d’oro erano chiuse in un cassettino dell’armadio nella camera mia, la cui chiave io non abbandonava un momento, precauzione inutile per altro nella casa del signor Hawarden, ove si avrebbe potuto lasciare il diamante del gran Mogol senza tema che fosse derubato.

Sì, io aveva sempre lo stesso abito; Clarice Damby aveva detto il vero, ma andando a Londra e divenendo damigella di compagnia di miss Arabella con dieci lire il mese, e modello del signor Romney con cinque lire ogni seduta, potrei bene mutar le mie vesti tutti i mesi, tutti i quindici giorni, tutte le settimane!

Mai tentazione morse più violentemente il cuor d’una donna di quella che m’assalì in quell’istante: guardai la carta che teneva in seno ripetendo ben dieci volte:

— Miss Arabella, Oxford Street, 23.

Anche perdendo quel foglio, l’indirizzo era indelebilmente scolpito nel mio cervello.

Rientrata in casa, vi trovai un nuovo ospite; il Signor James Hawarden, quegli che, come ho detto, era chirurgo a Leicester Square.

Egli giungeva da Londra, e doveva restare otto giorni presso suo padre: durante otto giorni udrei dunque a parlare di Londra!

Il mio aspetto produsse su lui l’impressione che produceva su tutti: ei m’interrogò sulla mia famiglia, su me: mi chiese quel che contassi di fare e il perchè non andava a Londra, ove ei s’incaricherebbe, mi disse, di trovarmi un posto.

Poi, mentre il mio cuore batteva tanto da spezzarmi il petto di desiderio e speranza, dopo avermi guardata un momento con una suprema espressione d’interesse:

— No, diss’egli, è meglio assai che non vi veniate.

Io moriva dal desiderio d’interrogarlo, ma non l’osai in presenza del signor Hawarden padre: fece il caso che questi uscisse; allora, prima ancora che la porta si richiudesse, queste parole m’erano uscite di bocca:

— Conoscete voi il signor Romney?

— Quale Romney? chiese il signor James.

— Il pittore, rispos’io.

— Chi non conosce Romney! È il più gran ritrattista dei tempi moderni. — Poi, crollando le spalle: Che peccato!..... seguitò egli.

Ma non terminò la sua frase.

Io lo guardai interrogandolo cogli occhi, non osando farlo colle labbra.

— Sì, soggiunse egli, che peccato che una sì grande immoralità sia congiunta a tanto genio! — Egli aveva una moglie adorabile, due vezzosi bambini, ed ha tutto abbandonato per vivere con donne di teatro e cortigiane, che logorano la sua salute e smungono il suo avere. Egli pagherebbe un modello venticinque lire sterline, se questo modello gli offrisse qualche nuova bellezza. — Ma come conoscete voi Romney?

— Non lo conosco, rispos’io, arrossendo; una mia compagna di collegio era sua parente.

Il signor Hawarden rientrò: io mi tacqui. Il severo puritano avrebbe per certo trovato mal fatto che io tenessi con suo figlio una conversazione su tal materia.

Non riparlai più di Romney col signor James Hawarden: sapeva quanto volea sapere. Non osai interrogarlo su miss Arabella; temevo di conoscere quel ch’ella fosse; il dubbio mi permetteva di servirmi della sua offerta.

D’altronde la prima parola di quelli che mi vedevano non era essa che io doveva andare a Londra? Vero si è che riflettendovi ognuno se ne disdiceva; ma che avea dunque Londra di tanto spaventevole? Sopra un milione e mezzo d’individui che l’abitavano eranvi ben certo due o trecento mila fanciulle dell’età mia. Per abitar Londra erano elleno perdute?

Dopo gli otto giorni il signor James Hawarden partì: il suo interesse per me non avea fatto che accrescersi durante il suo soggiorno dal padre; e nel lasciarmi, egli mi disse che se mai io andassi a Londra, cosa ch’egli non mi augurava, mi ricordassi di lui.

Non era a temersi ch’io nol facessi; aveva scritto nella mia mente il suo indirizzo con quel di miss Arabella.

Qualche giorno dopo la partenza di lui, fece il caso che, uscendo per andar a riprendere i bambini che erano andati a scorrere un’ora da una loro parente, passassi dinanzi il negozio di specchi, di cui mi avea parlato Dick cinque o sei anni innanzi.

Trasalii nel vedermi tutta intera in uno degli specchi esposti alla porta del magazzino; mio malgrado, sostai come affascinata dalla mia propria immagine.

In quel momento sentii toccarmi una spalla; mi volsi e riconobbi Amy Strug, che io non aveva vista da un anno.

Senza essere elegante era vestita assai meglio di quel che non convenisse al suo stato: la guardai dunque con sorpresa.

Ella vide ch’io stava per interrogarla, e non me ne diè il tempo.

— Che facevi tu là, mi chiese.

Mi posi a ridere.

— Lo hai ben veduto, risposi.

— Sì, ti guardavi in uno specchio, e ti vedevi bella; ed avevi ragione. Vorrei esserlo quanto lo sei, e so ben io quel che vorrei fare.

— Che faresti?

— Non resterei a lungo nel ducato di Galles.

— Dove andresti?

— A Londra; tutti dicono che con un bel fisico si fa fortuna a Londra: procura di andarvi; e quando sarai milionaria mi prenderai teco per cameriera.

Trassi un sospiro.

— Non è il desiderio che mi manca, le dissi.

— Ebbene, chi te lo impedisce?

— Come vuoi tu che all’età mia io parta sola per Londra.

— Se non ti manca che una compagna di viaggio, eccomi.

La guardai.

— Parli seriamente? le dissi.

— Nol potrei più seriamente.

— Ma fa mestieri di molto denaro per andare a Londra.

— No, al contrarlo; con una lira vi si va: me ne sono informata a Chester. Con una lira si ha un posto nell’interno della diligenza: noi prendiamo due posti con due lire e in tre giorni siamo a Londra.

— Ma tua madre?

— Mia madre, disse Amy, con una smorfietta; oh! v’ha un po’ di freddezza fra noi dopo la mia uscita dalla fattoria.

— Non sei dunque più da madama Rivers?

— No..... anzi, tanto vale che io ti dica il tutto. Immagina dunque che suo figlio Carlo venne a vederla. Nel tempo ch’el fu da sua madre mi ha fatto la corte; in fede mia io lo trovava troppo bello per non lasciarmela fare: sua madre se l’ebbe per male e mi ha messa alla porta. Carlo ha creduto di dovermi un compenso pel posto ch’io aveva perduto a cagion sua, e prima di partire mi ha dato quindici lire. Cinque mi sono occorse nella compera d’abiti onde avea gran bisogno; me ne restano dieci, vuoi tu venir meco a Londra? te ne do cinque. Oh! me le renderai, non ne sono inquieta.

— Grazie, Amy, le rispos’io; ma son quasi ricca quanto lo sei: ne ho sette.

— Hai sette lire, ed io dieci: abbiamo diciassette lire! ma abbiamo tanto da fare il giro del mondo! aggiungendo soprattutto che Carlo è a bordo d’un vascello.

— Oh! le diss’io, se fossi certa...

— Certa di che? chiese Amy.

— Che la dama, di cui ho l’indirizzo, fosse tornata a Londra.

— Una dama ti ha dato il suo indirizzo?

— Sì.

— E a quale scopo?

— Perchè io vada da lei come damigella di compagnia. Mi offre dieci lire al mese.

— Dieci lire al mese! e tu esiti?

— Son quindici giorni appena che la ho veduta, in riva al mare, presso alla campagna del signor Hawarden.

— Dove abitava?

— Ho udito loro a nominare Park Gate.

— Hai _loro_ udito nominare! Ella non era dunque sola?

— Era con un pittore, il quale m’ha offerto cinque lire per ogni volta che io volessi servirgli da modello.

— Come! hai trovato una dama che ti offre dieci lire, un pittore che te ne offre cinque ad ogni seduta, ed hai rifiutato? — Se tu fossi cattolica, direi che vuoi essere canonizzata. Partiamo, Emma: tu farai la tua fortuna dapprima, quindi la mia.

— Se vi fosse mezzo di sapere se sono ancora a Park Gate, o partiti.

— Nulla di più facile.

— E come?

— Non abbiamo noi Dick che vuole egli pure venire a Londra, e che noi condurremo con noi, giacchè siamo tanto ricche? In qual giorno vai tu alla campagna coi tuoi padroni?

— Tutte le domeniche.

— Dammi il nome del tuo pittore e quel della tua dama.

— Il pittore si chiama Romney, la dama miss Arabella.

— Romney — miss Arabella — Prender notizia a Park Gate del luogo ove si trovano. — Sta di buon animo, non dimenticherò nulla. Sabato sera partirò per Chester con Dick: domenica, alle dieci del mattino, io passeggerò in riva al mare: fa di trovarviti e ti darò la risposta.

— Ma Dick, vuoi fargli perdere il posto di pastore?

— Oh! da gran tempo egli non è più a guardia dei montoni.

— E che fa egli allora?

— Nol saprei bene — nulla — un po’ di contrabbando, probabilmente.

— Oh! mio Dio! ma i contrabbandieri son mandati in galera.

— Sì, quando li prendono, ma Dick è furbo e non si lascia prendere; solo, siccome egli comincia ad essere conosciuto sulle nostre sponde, non gli dorrebbe di mutar paese, — quindi, a domenica.

— A domenica, ma non ti prometto nulla.

— Chi ti chiede di promettere qualche cosa? Quando saremo là, combineremo. Solo, non dimenticare nè il tuo denaro nè la valigia.

E si allontanò con passo noncurante e leggero, a provarmi che per conto suo tutte le sue riflessioni erano fatte.

Io restai un istante immobile e pensosa allo stesso posto: mi allontanai a mia volta volgendo un ultimo sguardo allo specchio.

Disgraziatamente lo specchio mi diede lo stesso consiglio di Amy Strog.

V.

Come al solito, il sabato vegnente all’ora stessa degli altri sabati, partimmo per la campagna. Il cavallo s’ebbe i tre colpi di frusta cui era avvezzo, e dopo due ore e dieci minuti ponemmo piede a terra.

Non avevo punto dimenticate le istruzioni d’Amy: aveva prese meco le mie sette lire aumentate da dodici scellini, che il signor Tommaso Hawarden mi avea pagati il dì innanzi, ma non ebbi bisogno di valigia per chiudere la mia roba: una salvietta annodata ai quattro lati erami bastata.

Sarebbe difficile lo esprimere i sentimenti che mi assalirono nell’entrare in quella casa che io rivedeva forse per l’ultima volta, da cui mi allontanava forse la notte seguente, fuggitiva, senza saper dove andassi, ed in qual nuovo ed incognito mondo mi slancerei, sotto la protezione di quella capricciosa divinità che si chiama Caso.

Considerai, qualora la mia fuga venisse risoluta, quali sarebbero gli ostacoli che avrei a superare: disgraziatamente non erano tali da arrestare una testa folle come la mia. La camera dei fanciulli e mia era a pianterreno e guardava sul giardino, la porta del quale metteva alla spiaggia, e sulla spiaggia Amy e Dick, liberi da ogni sorveglianza, potevano attendermi.

Il domani all’ora stabilita io era sulla spiaggia coi bimbi: Dick e Amy mi aspettavano al posto stesso ove un mese prima avevo incontrato Romney e miss Arabella, i quali da tre settimane erano partiti da Park Gate, ma non potea sapersi ove fossero andati: siccome però s’eran fatti condurre a Chester, recavansi probabilmente a Londra.

Nel dubbio, Amy e Dick eran d’avviso di partire: Dick soprattutto parea desideroso di allontanarsi dalle coste d’Irlanda. Siccome su’ tre pareri ve ne avean due per la partenza, la maggioranza prevalse.

La vettura per Londra ponevasi in cammino il domani, alle sei del mattino, e Amy aveva avuta la cautela di ritenere i nostri due posti nell’interno, e quel di suo fratello sull’imperiale.

A mezzanotte mi aspetterebbero ambedue alla porta del giardino: una barca ci condurrebbe a Chester, ove arriveremmo un’ora almeno prima della partenza del Coach-Post.

Prese queste disposizioni, Amy e Dick si allontanarono.

Il giorno trascorse colla consueta regolarità: ho osservato che nulla passa più presto delle giornate regolari, o piuttosto che, una volta passate, nulla pare essersi più velocemente dileguato, attesochè, lasciando solo uniformi ricordi, e non essendo notate da alcun avvenimento piccante, questi ricordi si cancellano nella tinta fosca e monotona d’una vita senza gioie e senza dolori.

Giunta la sera, i bambini si coricano all’ora solita; io andai a cena coi coniugi Hawarden, poi, alle dieci precise, entrai nella mia camera. Ebbi la precauzione di portarvi penne, carta ed inchiostro, volendo scrivere due lettere, una al signor Hawarden, l’altra a mia madre.

Scrissi al primo, ringraziandolo della bontà che aveva avuto per me, dicendogli che non dimenticherei mai l’anno che avevo avuto la fortuna di passare in sua casa, ma che un desiderio più forte della mia volontà mi trascinava verso quel paese di chimere che ha nome Londra; che io partiva raccomandandomi alle sue preci e a quelle di sua moglie, come fa al suo salire in un fragile schifo il povero marinaio, che si avventura in un incognito mare.