Memorie di Emma Lyonna, vol. 1/8
Part 4
Scrissi a mia madre che, avendo trovato a Londra, presso una ricca signora, un posto eccellente che dovea fruttarmi dieci lire al mese, io partiva per quella città. Aggiunsi, ma senza darle altre spiegazioni, che se il posto fosse quale mi si annunciava, non tarderei a provarle la mia riconoscenza per le cure prese di me: le dissi infine che se io non mi recava a farle i miei addii, si era nella tema di non aver più il coraggio di staccarmi dalle sue braccia.
Scritte queste lettere, piegatele, e postivi gl’indirizzi, mi sentii più tranquilla.
In un’altra famiglia avrei potuto temere che i padroni si ritirassero tardi, ovvero l’incontro del giardiniere o qualche altra persona in giardino; ma la casa del signor Hawarden era troppo bene regolata, perchè mi avvenisse un tale inconveniente.
Udii a suonare le 11, poi la mezza al pendolo della sala da pranzo, simile per esattezza a quello di Hawarden; colla differenza, che in luogo del sabato a mezzogiorno, veniva caricato alla medesima ora nella domenica. Lasciai trascorrere ancora dieci minuti circa; abbracciai nel lor letto i bimbi, che, dalla regolarità con cui dormivano, attestavano la incontestabile figliazione; apersi la finestra, e da questa scivolai nel giardino, tentando, se non di chiuderla, almeno di avvicinarne le due imposte.
Appiè della finestra fui costretta a fermarmi un istante: per quanto non avessi gran che a temere, il mio cuore batteva violentemente: per soprappiù la notte era tetra, e dacchè abitavo Hawarden io era ricaduta in quei puerili timori ispirati dalle tenebre, che non avevo avuti giammai quando abitavo la masseria e scorrevo le mie notti nelle montagne.
Ma in capo a qualche secondo, questo terrore, piuttosto prodotto dall’azione stessa che io commetteva, che dalle condizioni in cui la eseguivo, questo terrore svanì; i miei occhi si abituarono alla oscurità; grazie alla ghiaia ond’era sabbiato il terreno, io lo vidi svolgersi dinanzi ai miei occhi come una lunga e fosca striscia: questa striscia menava direttamente alla porta del giardino che metteva al mare.
Corsi verso questa porta: giuntavi, sostai: mi pareva d’aver udito a parlare dall’altra parte del muro: era ben naturale, Amy e Dick erano là che mi aspettavano.
Ripigliai fiato e chiesi a mezza voce:
— Sei tu, Amy?
La voce d’Amy risposemi affermativamente: udii inoltre la stessa voce che diceva a Dick:
— È dessa, eccola.
Era evidente che essi, malgrado l’accordo della mattina, temevano ch’io mancassi alla mia parola.
Apersi la porta girando solo la chiave e tirando due catenacci. Per vero nessuna fuga, seguita da così strani risultati, fu accompagnata da men romantici avvenimenti.
Dietro la porta mi attendevano Amy e Dick. Osservai che Dick era armato di una corta carabina e d’un paio di pistole. Egli s’era fatto un robusto giovinotto di 18 anni, dall’aspetto coraggioso e risoluto.
Chiuse la porta e la serrò al di fuori colla chiave, affinchè, noi partiti, nessuno potesse introdursi nel giardino, e gettò la chiave dall’alto del muro.
Una piccola barca attendevaci a qualche passo di distanza: Amy ed io vi salimmo prime; Dick la spinse e vi saltò dentro, mentre già cominciava a correre sull’acqua; poi, impadronitosi dei remi, vogò arditamente.
Era, il ricordo, una bella notte dell’agosto 1797, la notte del 15 al 16 luglio, quando abbandonai la placida casa che non dovea più rivedere, lasciandomi dietro tutte le innocenti rimembranze della fanciullezza, attraverso le quali non dovea più ripassare che in sogno, e per dire, come Francesca da Rimini:
«...... Nessun maggior dolore, Che ricordarsi del tempo felice Nella miseria;..........»
Trentasett’anni sono decorsi da quella notte, e quando chiudo gli occhi, e mi concentro nei miei pensieri, mi par che sia ieri, e riveggo tutti gli oggetti che colpirono in quel momento i miei occhi e preoccuparono il mio spirito.
Il cielo era oscuro, ma dalla sola assenza della luna: milioni di stelle brillavano nel fosco suo azzurro, riflettendosi nell’azzurro più cupo ancora delle acque del golfo. La casa del signor Hawarden, dinanzi a cui passavamo tacitamente, lasciandoci dietro un solco che si cancellava all’istante, scompariva alla nostra destra come una massa grigia: un fuoco splendeva al sommo d’una collinetta sulla costa che avevamo appena lasciata, e sull’opposto lido un cane latrava in qualche invisibile fattoria.
Approdammo verso le tre all’altra riva del golfo. Dick allogò il suo battello vicino ad uno schifo ancorato alla spiaggia: al suo richiamo due uomini si alzarono: egli scambiò con essi qualche parola, consegnò loro le sue armi, strinse la mano dell’uno, abbracciò l’altro, saltò a terra e ci porse la destra per discendere: i suoi addii eran fatti.
Movemmo per la via di Chester, discosta presso a poco una lega dal lido. Una lega era ben poca cosa a campagnuoli come noi: portai il mio piccolo fardello; Dick, il quale probabilmente non possedeva che gli abiti che indossava, s’incaricò di quello d’Amy.
Arrivammo a Chester all’apparire del giorno. Dick ci condusse in una specie di taverna vicina all’ufficio della diligenza: Amy ed io ci facemmo portare una coppa di latte ciascuna: Dick, meno pastorale di noi, trangugiò un bicchiere d’acquavite. L’ora trascorse alla meglio, e alle sei montammo in carrozza.
La strada non ci offrì incidente alcuno che meriti d’esser qui ricordato. Traversammo le città principali del centro dell’Inghilterra, Lichfield, Coventry, Oxford, ed il terzo giorno arrivammo a Londra verso le quattro del pomeriggio.
Dick s’era munito dell’indirizzo d’un piccolo albergo, ove qualche parola di riconoscimento dovea farlo il benvenuto, essendo, a quel che pareva, l’albergatore in relazione con tutti i contrabbandieri della costa.
Quest’albergo era sito nella piccola via di Villiers, che confinava da un parte col Tamigi, dall’altra collo Strand.
Confesso che al mio entrare in Londra fui più impaurita che sorpresa. Quelle vetture che s’incrocicchiano in tutti i sensi; quel clamore continuo, in mezzo al quale tenterebbe invano di farsi udire quello del tuono; que’ pedoni spaventati che corrono anzichè andare; quell’atmosfera che da limpida e pura, quale l’avevamo sentita, viaggiando nelle campagne, erasi fatta fosca e grave, dacchè eravamo entrati nella città; quel miserabile albergo, ove eravamo venuti a cadere, dopo una corsa di sessanta ore, tutto ciò insomma non era fatto per dare una dorata e poetica realtà ai miei sogni.
Dick chiese una camera per Amy e per me, e siccome l’incertezza in cui ero sulla presenza di miss Arabella a Londra non mi lasciava un istante di riposo, tosto ultimata la mia toeletta, presi il braccio di Dick e mi feci da lui condurre a Oxford Street. Dick non conoscea meglio di me la via che conduceva a questa meta di tutte le mie speranze, ma ne prese notizia, e siccome Oxford Street era poco distante dal nostro albergo, in men d’un quarto d’ora vi fummo.
Il numero 23 era impresso alla porta d’una graziosa palazzina, dal cui cortile, attraverso un’inferriata, distinguevasi la lussureggiante verdura d’un giardino.
Uno Svizzero in gran livrea stava ritto sul limitare della porta.
Ebbi un certo timore nel dirigere la parola ad un personaggio che parevami considerabile, e con voce tremula per doppia emozione, gli chiesi se miss Arabella era a Londra.
— Che volete da sua signoria? domandommi egli.
— Ho avuto l’onore d’incontrarla a Chester or fa quasi un mese, e mi ha detto di venire a ritrovarla in Londra: ed ecco l’indirizzo ch’ella mi ha dato, risposi.
Lo Svizzero sonò una campana, ed una cameriera discese.
— Rispondete a questa fanciulla, mistress Northon, disse lo Svizzero, ripigliando la sua maestosa immobilità.
Ripetei alla donna quel che avevo già detto allo Svizzero, e le presentai l’indirizzo datomi da miss Arabella.
— È di fatto la scrittura di madama, diss’ella, dopo averlo letto, ma disgraziatamente, madama non è a Londra.
— Oh, Dio mio! E dov’è ella? Ed io che venni qui solo per lei!
— L’ultima sua lettera veniva da Douvres: ci annunziava ch’ella partiva per la Francia.
— E, chies’io col cuore affranto da questo primo disinganno, nulla vi fa sospettare l’epoca del suo ritorno?
— Nulla; — è probabile però che madama sia qui per le corse.
— E quando avranno luogo queste corse?
— Dal 15 al 25 agosto.
— Che fare? diss’io, volgendomi a Dick.
— Eh! rispos’egli, attendere.
— Se madamigella vuole scrivere il suo nome, ripigliò la cameriera, appena tornata madama, le si mostrerà.
— Volentieri.
Entrai nella stanzina dello Svizzero e scrissi — Emma Lyonna.
— Avrete la bontà di dire a madama, seguitai, che è la giovanetta da lei incontrata nel ducato di Galles, in riva al mare, ed alla quale ella ha dato il suo indirizzo, perchè venisse a raggiungerla in Londra.
— Ed ove si potrà trovarvi, se madama ordina che vi si cerchi?
— Nol so ancora; arrivo da mezz’ora appena ed ignoro quel che farò.
— Per ora, disse Dick, abitiamo....
Lo interruppi comprendendo che l’indicazione del nostro albergo darebbe poca opinione di noi.
— Per ora, dissi, si saprà sempre ove trovarmi — presso il signor James Hawarden chirurgo a Leycester Square.
Volete che aggiunga, al mio, il suo indirizzo?
— È inutile: egli ha curato Tom quando si ruppe la gamba.
— Grazie; ed ora, dissi a Dick, abbiate la bontà di condurmi dal signor Hawarden.
Dick s’informò del sentiero da prendere. Per fortuna Leicester Square non era molto discosto da Oxford Street, e ripigliammo il nostro cammino.
VI.
Anche il signor James Hawarden era fuor di casa, ma dovea rientrarvi prima delle sette, ed erano le cinque e mezzo.
Mi si offerse d’attendere. Io pregai Dick di rientrare all’albergo e tornar a prendermi due ore dopo.
Dopo una mezz’ora, udii battere tre o quattro colpi alla porta; era il padrone che, rientrando, s’annunciava in tal modo.
Io lo aspettava in una specie di parlatorio; e quantunque la luce fossa scemata per l’appressar della notte, egli mi riconobbe subito.
— Ah! siete voi mia bella fanciulla? mi diss’egli con un sorriso misto ad una certa tristezza; m’immaginavo, nel lasciare Hawarden, che non tarderei molto a rivedervi a Londra.
— È egli un rimprovero che mi fate, signore? chies’io.
— No, la gioventù è ardita, e la bellezza ha i suoi destini venturosi o fatali, ai quali non può sfuggire. — Volete entrare nel mio gabinetto? Vi saremo più liberi per parlare, giacchè suppongo che avrete non poche cose a dirmi.
— Se voi siete tanto buono da ascoltarmi....
— Venite, figliuola mia.
E, prendendo un candeliere, mi precedette.
Entrammo e sedemmo in un gabinetto elegante e semplice in una volta.
— Ebbene, eccovi dunque, mi diss’egli; e che venite a far qui?
— Signore, gli dissi, quando vi ho chiesto se conoscevate il pittore Romney, dicendovi ch’egli era parente d’una mia compagna di collegio, ho mentito.
Il signor Hawarden sorrise d’un singolare sorriso.
— V’ingannate, signore, soggiunsi arrossendo; non ho visto che una sola volta il signor Romney: egli stava alla spiaggia del mare con una dama a nome miss Arabella.
— Diffatti, disse il signor Hawarden, mi fu detto ch’egli viaggiava con essa.
— Ora, ripigliai, lasciate ch’io vi dica la verità.
E gli raccontai il nostro incontro in tutti i suoi particolari; l’indirizzo datomi da miss Arabella; le offerte fattemi da ambedue; gli dissi senza nulla celargli come avevo lasciata la casa di suo padre, come ero venuta a Londra, e la visita senza risultato fatta poco prima ad Oxford Street.
Egli mi lasciò dir tutto, poi, guardandomi fiso e serrando le mie nelle sue mani:
— Figlia mia, mi disse con una gran dolcezza, ma al tempo stesso con una certa solennità, quando si ha l’età vostra e la vostra bellezza, due sono i cammini nella vita: l’uno, diritto e semplice attraverso una pianura dall’aspetto monotono e tranquillo, che mena col matrimonio e la maternità ad una vecchiezza onorata ed onorevole; l’altro, che si eleva talvolta per lasciarvi travedere splendidi orizzonti, talvolta si abbassa per forzarvi a traversare fangose paludi: seguendo questo, si giunge per tre stadi al fine della vita: l’uno si chiama l’orgoglio, il secondo la fortuna, il terzo l’onta. Voi siete al bivio delle due strade. Vedete quale delle due volete seguire.
— Oh! signore, potete voi domandarmelo?
— Sì, fanciulla mia, posso e devo chiedervelo, giacchè, prima d’essere moralista, lasciatemelo dire, sono filosofo. Ora io non credo, come dicono certi spiriti assoluti, che l’uomo fruisca interamente del suo libero arbitrio; credo al potere irresistibile della materia sull’anima, più che al comando dell’anima sulla materia. Ancorchè prendiate la via retta e semplice, talora l’oscurità della notte, talora l’ebbrezza de’ sensi, ve ne faranno ritorcere. Buoni consigli ed una buona guida vi rimetteranno in cammino; ed io sarovvi, ove il vogliate, guida e consiglio; ma hanvi condizioni primitive in certe organizzazioni, di cui non possono trionfare nè i consigli, nè l’esempio: la società le respinge, la legge stessa le punisce, ma la scienza le compiange e qualche volta anche le assolve. È però sempre una fortuna di più lo scegliere il buono anzichè il cattivo sentiero: è già una bontà della Provvidenza il non aver trovata quella donna: volete voi promettermi di non andar mai di moto proprio, nè a casa di lei nè da Romney?
Stetti muta.
— Voi esitate? mi diss’egli.
— No, signore; ma io aveva vagheggiato un avvenire melodioso e dorato, mi si è tanto detto che, venendo a Londra, vi farei la mia fortuna, che vi sono venuta senza punto curarmi del modo con cui la si farebbe. È egli troppo il chiedervi cinque minuti per dar tempo all’illusione di dileguarsi?
— Povera fanciulla! mormorò il dottore.
Restai pensierosa: sentivo il suo sguardo fiso nel mio, e parevami che questo sguardo mi penetrasse nell’animo, dandogli una forza di volontà sconosciuta fin allora.
— Signore, gli dissi dopo alcuni momenti, vi prometto di non cercar mai di rivedere nè miss Arabella nè il signor Romney: vi prometto di non andar da loro, ma se essi vengono a me, se io li incontro senza cercarli, non vi prometto di aver la forza di resistere alla tentazione.
— Avrai fatto quanto potevi, rispose il signor Hawarden, e non si può chieder di più ad una figlia d’Eva.
In quel momento si udì batter due volte la porta; questi due colpi indicavano l’umiltà di colui che picchiava.
Io trasalii.
— Che avete? mi chiese il dottore.
— Signore, gli dissi, è probabilmente Dick, il fratello d’Amy, che viene a cercarmi. Se volete che io profitti dei vostri buoni consigli non mi lasciate tornare presso l’amica: è dessa che m’ha fatto abbandonare Hawarden, è dessa che m’ha trascinata a Londra; e, se mi perdo, ho il presentimento di perdermi per mezzo suo.
— Sta bene; dite che vi fermate qui stasera, e che vi ritengo, perchè ho promesso di trovarvi un posto domani.
Il servitore che mi aveva introdotta aprì la porta del gabinetto, e volgendosi al suo padrone:
— Signore, disse, il giovinetto che ha accompagnato madamigella viene a riprenderla.
— Fatelo entrare, rispose il signor Hawarden.
Poi, aprendo una porta da cui vedevasi un salotto ove stava ricamando una giovin donna di 23 a 24 anni, con ai piedi un bimbo seduto che sfogliava un libro d’incisioni:
— Amica mia, le diss’egli, eccoti la giovinetta di cui ti ho parlato, tornando da Hawarden: ella è arrivata dalla casa di mio padre; sii buona tanto da darle ospitalità fino a domani: domani spero trovarle il posto che le conviene.
La signora si alzò e mi venne incontro.
In quel momento Dick comparve alla porta.
— Dick, gli diss’io, scusatemi con Amy, perchè mi fermo presso i signori Hawarden: se la speranza datami dal mio degno protettore si realizza, vi scriverò tosto.
— Ebbene, ve lo diceva io, madamigella, che non bisognava diffidare? Il buon Dio è buono, e v’ha a Londra posto per tutti: in ogni caso, signor Hawarden, potrete vantarvi di aver reso servigio a quella che era ieri la più bella fanciulla della provincia, e che è oggi probabilmente la più bella fanciulla di Londra. A rivederci, madamigella Emma; signore e signora, Dio vi rimeriti.
Ed uscì felice della mia felicità.
Questa felicità non era precisamente quella che io aveva vagheggiata: ciò che a me pareva felicità era la vita clamorosa, agitata, colle subitanee fortune, le repentine catastrofi, le inaspettate peripezie. Certo quella donna che or ora m’aveva abbracciata come una sorella, che aveva abbracciato suo marito come un fratello, ed erasi, sorridente e tranquilla, riseduta accanto al bimbo, che dal canto suo non avea neppure alzato gli occhi dal libro per vedere chi entrasse; quella giovin donna che avea ripreso il suo ricamo con una mano, cui le passioni parevano non avere agitata giammai, che assortiva i colori dei fiori con una noncurante destrezza, ed una paziente abilità, quella donna era felice; ma come lo avea così bene spiegato il sapiente dottore hanvi nature alle quali non può bastare questa fredda e monotona felicità.
E ancora, qual probabilità eravi per me di giungere al punto cui ella era giunta? Era io nata ricca ed onorata com’essa, per trovare a diciott’anni uno sposo illustre nella scienza, che mi condurrebbe in un elegante salotto, caldo, dolce ed aggradevole come un nido? — No, io era una povera contadina senza beni di fortuna e quasi senza educazione: non osava rispondere quando mi si chiedeva quel che facesse mia madre, e poteva appena rispondere quando mi si domandava il nome del padre mio. Era bella, ecco tutto: dovea dunque chiedere alla mia bellezza ciò che le altre si aspettavano dalla nascita, dalla educazione e dal loro stato: non avendomi largito che questo dono, Dio me lo avea forse dato per supplire a tutto ciò che mancavami.
Spettava dunque alla mia bellezza il decider di me, anzi che a me il decidere della mia bellezza.
Ecco le riflessioni che io facevo in vedere quella placida famiglia, in cui il marito leggeva, mentre la moglie ricamava ed il bimbo guardava le incisioni.
Ma, quale distanza da questa tranquillità a quel portamento altero e risoluto di miss Arabella, a quell’ardente entusiasmo, a quella vita libera, a quella gloria artistica di Romney! Erano senza dubbio bimbi che si trastullavano, e una moglie che ricamava come la donna ed il bimbo che io aveva sott’occhi, quelli ch’egli aveva abbandonati, e per verità, se ciò era così, io non mi sentiva coraggio di fargliene un delitto!
O folle giovinezza! o immaginazione insensata!
Oimè! quando, giunta all’altra estremità della vita, io guardo oggi con gli occhi del pentimento quel che guardava allora cogli occhi dell’illusione, come vorrei essere stata la dolce giovine, e aver trascorsa la mia vita a ricamar fiori, col marito accanto ed il bimbo a’ piedi, anzichè la brillante e colpevole Emma Lyonna, la ricca e possente Lady Hamilton!
Alle sette, madama Hawarden fece il thè: alle nove cenammo; tutta la differenza fra il signor Hawarden padre ed il Hawarden figlio fu nel far cenare il bimbo con noi. Alle dieci fui condotta nella mia camera. Dick aveva avuto cura di portarmi il mio piccolo fardello: i pochi panni che lo componevano e le cinque lire che mi restavano, dopo pagato il viaggio, erano tutto il mio avere.
Il domani, non sapendo se dovessi discendere attesi che mi si prevenisse di quel che dovea fare: vennero ad annunciarmi che la colezione era pronta, e discesi.
Il signor James Hawarden rientrava allora appena.
Egli mi mosse incontro tutto lieto, dicendomi:
— Ebbene io sono riuscito, e sta ora e voi lo scegliere il cammino indicatovi ieri. Uno dei miei clienti, il signor Plowden, uno dei più ricchi gioiellieri di Londra, ha bisogno d’una damigella di magazzino. I vostri occhi potranno spesso far danno a’ suoi diamanti, ed i vostri denti alle sue perle, ma, in fede mia, tanto peggio per essi. Voi avrete cinque lire al mese dapprima, in seguito, si vedrà: dico in seguito, perchè non intendo che basti la raccomandazione che gli ho fatto per voi questa mattina. Ora è convenuto che voi entrate domani in funzioni; vi conduco da lui e vi colloco.
Poi guardandomi dal capo ai piedi:
— Diavolo! esclamò.
Io arrossii.
— La mia toeletta; non è egli vero?
— Sì; non avete un abito più fresco e un po’ più di moda?
Scossi il capo.
— Siete bella, per Dio, e non è ciò che m’inquieta; sareste vezzosa anche vestita di bigello e di cenci; ma bisogna avere una certa apparenza per entrare in siffatti negozi alla moda. Se vi fosse tempo da qui a domani...
In quel momento la cameriera di madama Hawarden entrò.
— Madama non è qui? chies’ella.
— No; che volete da lei?
— Madamigella Cecily la domanda.
— Appunto la sarta! disse il signor Hawarden; pregate Cecily di attendere, e madama di venir qui.
La cameriera uscì, e cinque minuti dopo entrò madama Hawarden. Io aspettava tutta confusa.
— Ti ho fatto chiamare, amica mia, le disse suo marito, per chiederti se, da qui a domattina, madama Cecily può fare un abito a questa fanciulla.
— Ciò mi par difficile; ma, aspetta.
Madama Hawarden mi guardò a sua volta con attenzione, ed appressandomisi, misurò alla mia la sua spalla.
— Credo che potrò trarvi d’impaccio, diss’ella.
— M’affido a te.
— La sarta, seguitò madama Hawarden, mi porta appunto un abito semplice ma elegante; madamigella ha la mia statura, è forse un po’ più gracile di me, in ogni modo se credi potremo combinarci così: essa potrà prendere il mio abito, e siccome io posso attendere, Cecily me ne farà un altro.
Suo marito la baciò in fronte.
— Tu sei un angelo, rispos’egli; no, m’inganno una santa, o piuttosto l’uno e l’altra ad un tempo.
Poi, volgendosi a me:
— Ciò vi conviene, madamigella, e vorrete voi portare un abito fatto per mia moglie?
— Ne sarò felice e orgogliosa.
Il signor Hawarden suonò il campanello.
— Fate entrare madamigella Cecily.
La sarta entrò.
— Vi lascio, ripigliò il signor Hawarden, la cosa dee passarsi fra voi.
Ed uscì.
L’abito pareva fatto a mio dosso.
Il domani alle dieci del mattino io era stabilita presso il signor Plowden, nel più bel negozio dello Strand, e il signor Hawarden prendeva commiato dal padrone del negozio, raccomandandomegli come fossi stata sua figlia.
Ho certo avuto molte vesti dipoi, ma non ne ebbi mai una che mi facesse più bella, e mi andasse meglio di quella di madama Hawarden.
VII.
Se il signor Hawarden avea creduto allontanarmi dalla tentazione, ponendomi in mezzo ai diamanti, agli smeraldi, ai rubbini, agli zaffiri, ed alle perle del signor Plowden, egli s’era di gran lunga ingannato. Quel dotto anatomico, che leggeva nel petto e nei visceri dei suoi ammalati le loro infermità fisiche, non avea saputo leggere nel mio cuore la infermità morale che lo divorava.
Farmi toccare ad ogni istante del giorno quei mille gioielli d’ogni forma, che costituiscono quel superfluo, tanto necessario, dirò anzi indispensabile, alla donna veramente donna: farmeli mettere al collo, ai polsi, agli orecchi di creature meno belle di me, ma che condotte a quella fonte di luce dai loro mariti o da’ loro amanti, se li portavano via per adornarsene ai balli, ai teatri, alle feste, era far giocare la polvere col fuoco.
Dieci o dodici giorni dopo il mio collocamento, il signor Hawarden venne a chiedere mie nuove: gli furono date eccellenti: il signor Plowden era soddisfattissimo di me; pretendeva che la maggior parte dei signori che venivano a far acquisto di gioielli per le loro mogli o le loro amanti, si servissero del pretesto di queste compere per veder me, e che, se avessero osato, ne avrebbero fatto piuttosto dono al mio collo ed alle mie braccia, che a quelli delle loro donne.
Eravi in ciò molto di vero, nè io m’ingannava sull’effetto che produceva.