Memorie di Emma Lyonna, vol. 1/8

Part 2

Chapter 23,980 wordsPublic domain

Durante i tre o quattro anni decorsi e che si eran dileguati senza altro mutamento che quello delle stagioni, io non aveva mai avuto l’idea di trovare un giorno più lungo dell’altro: non avevo mai bramato di affrettare il passo del tempo: mi alzavo col giorno e mi coricavo col sole: dividevo il mio pane con Black; isbricciolavane il resto agli uccelli; mi facevo corone di fiori; mi specchiavo nella sorgente; sognavo senza saper che, e giungeva la sera senza che avessi misurato a quale distanza essa fosse dal giorno.

Non era più così: un mutamento completo s’era operato nel mio spirito: i minuti s’eran fatti ore; le ore giorni; ed i giorni anni: mi parea di non giungere mai a quella benedetta domenica, in cui, abbandonati i miei cenci, indosserei quell’abito cilestre, due volte per me color del cielo, e quel grazioso cappello di paglia, aureola delle vaghe mie prime ambizioni. — Desta, io aveva confuse e incoerenti visioni quali si hanno nei sogni: avrei voluto salire una montagna, alta tanto da vedere al disopra della cinta di monti che ne circondava: non avevo idea alcuna di ciò che potea trovarsi al di là, ma certamente ciò doveva esser più bello di quel che vedevo.

Oimè! in tutta la mia vita volli raggiungere le più alte cime, e vedere al di là dell’orizzonte, che Dio mi accordava!

Il giorno tanto desiderato giunse finalmente: non dormii punto la notte che il precedette: prima assai dell’apparire dell’aurora io era in piedi: mia madre si alzò quasi subito dopo: ella pure avea comprato nuovi abiti, e quel giorno diede al suo acconciamento un’insolita cura. Il suo vestito era quello dei montagnuoli del paese di Galles, e per la prima volta m’avvidi che mia madre dovea essere stata molto vezzosa: era bella ancora.

Ultimata la sua toeletta, ella si occupò di me; pettinò i miei capelli, che erano magnifici e per natura inanellati; e, avvedendosi che io era coperta dalla sola camicia, volle rimettermi gli abiti del dì innanzi; ma io rifiutai ostinatamente, dicendole che sperava bene, deponendoli la sera precedente, di essermene separata per sempre.

Siccome il suo abbigliamento mi parea molto bello, le chiesi se era tanto ricca da farmene regalo d’uno simile: ella me ne promise uno più bello ancora, se dopo un mese la direttrice fosse stata contenta di me.

Mi proposi di meritarlo.

Per non rimettere i miei abiti del dì innanzi mi ricoricai, ed attesi le 9 dal mio letto.

Finalmente un gioioso cicalio, simile a quello d’uno stormo di capinere, mi annunciò l’arrivo delle mie future compagne: mia madre che sapeva la mia impazienza entrò tosto con una sotto maestra che mi portava l’uniforme.

Il mio corredo si componeva di due vestiari completi esattamente eguali di forma: solo quello delle domeniche era di stoffa più fina: — tutti gli altri oggetti dalle calze ai colletti, erano a mezze dozzine.

Io non potea credere che tutte quelle ricchezze deposte sul mio letto fossero mie. — Mia madre ne chiese il prezzo e li pagò: solo allora credetti la mia proprietà assicurata; quattrocento franchi ne pagarono l’acquisto. — Non avevo visto mai tanto denaro.

La mia toeletta ebbe principio. — Le misure erano state prese da un’abile mano, giacchè tutto mi andava per eccellenza: in capo a dieci minuti era pronta.

Un frammento di specchio, nuovo lusso nella camera di mia madre, mi permise di vedermi. Gettai un grido di gioia; mi vidi ben più bella che nella fontana: il mio gran cappello di paglia dagli ondeggianti velluti azzurri mi stava a meraviglia, — e spesso in seguito, anche all’epoca della mia più alta fortuna, quando volevo trar partito di tutta la mia bellezza, non sceglievo altra acconciatura che quella della piccola alunna di Hawarden!

Non feci che uno sbalzo dalla mia camera al cortile e dal cortile al giardino.

Tutto il collegio era là: sessanta fanciulle presso a poco dell’età di otto a quindici anni.

Elleno mi guardarono più con curiosità che simpatia.

Una delle grandi disse: —

— Non c’è male per una piccola contadina.

Un’altra rispose:

— Sì, ma ha l’aria goffa.

Il mio cuore si serrò.

Al mio entrare nel mondo, vi era ricevuta dal disprezzo e dal sarcasmo.

Restai in piedi, muta, immobile, sentendo il rossore della vergogna salirmi alla fronte.

— Bambina, mi disse una terza, va a dire alla masseria che ci si portino le uova ed il latte.

Il mio orgoglio si rivoltò.

— Scusate, signorina, le dissi, io non sono, parmi, la domestica di alcuna di voi.

— No, ma siccome vostra madre è quella della masseria, disse la prima che avea parlato, ella avrà, spero, la bontà di servirci. Noi abbiamo fame.

Mia madre esciva in quell’istante: mi gettai fra le sue braccia piangendo: ella mi chiese donde venissero le mie lagrime.

In due parole le narrai il tutto.

La castalda ci ascoltava: ella si avvicinò alle alunne.

— Signorine, diss’ella, la mia fattoria non è un albergo: io vendo le mie uova, il mio latte ed il mio burro al mercato, ma non qui. A preghiera della mia amica madama Lyon io era felice di offerirvi tutto ciò, ma se l’ospitalità ha i suoi doveri, ha eziandio i suoi diritti, ed uno di questi è il non essere insultati. Reclamo io dunque questo diritto, e per me, e per tutte le persone che fan parte della mia casa.

— Ben detto, madama, disse la direttrice, vi ringrazio della lezione che io stessa stavo loro per dare, ma non l’avrei data sì buona. Quelle fra queste signorine, che vorranno mostrarsi degne dell’onore che voi fate loro, andranno elleno stesse a prender la loro colezione; e vi ringrazio anticipatamente in nome di tutte le vostre convitate e mio; — quelle che non andranno, faran senza della refezione: — ecco tutto, signorine. Chi mi ama mi segua.

E la direttrice, che chiamavasi mistress Colmann, diede l’esempio, dirigendosi verso la casa seguita dalle alunne, meno le tre che mi avevano rivolta direttamente o indirettamente la parola.

Un momento dopo madama Colmann uscì dalla masseria tenendo da una mano un cestellino pieno d’uova, e dall’altra un’immensa scodella di latte fumante.

Le due sotto-maestre la seguitavano portando ognuna com’ella uova e latte.

La massara e mia madre venivano lor dietro con due enormi pani dalla corteccia bianca e appetitosa.

Ogni alunna portava il suo piatto, la sua forchetta, il suo cucchiaio ed il suo coltello.

Tutte sedettero sull’erba attorno a madama Colmann ed alle due sotto-maestre.

Le tre ribelli sole in piedi formavano un gruppo a parte.

— Madama Davison, dissi io alla massara, volete voi darmi sei uova in un cestellino, una scodella di latte caldo, e tre tazze?

Ella comprese la mia intenzione, e baciandomi in fronte, mi diede ciò che io le chiedevo.

Uscii dalla fattoria portando il mio cestellino, la scodella e le tre tazze alle tre espulse.

— Signorine, lor diss’io, volete voi perdonarmi di essere la cagione del castigo datovi?

— Grazie, rispose la maggiore delle tre, non abbiamo fame.

— Emma, disse la direttrice, venite ad abbracciarmi e sedermi vicina: voi siete una buona fanciulla.

Io posai il cestino d’uova, il latte e le tazze appiè delle tre renitenti, ed andai a sedermi accanto a mistress Colmann.

Ella avea detto il vero; sì, io era una buona bambina. — È colpa mia o del mondo se sono divenuta la perversa creatura, che si prostra ora dinanzi a voi, o mio Dio!

II.

Dopo la colezione, cui le tre grandi alunne assistettero senza parteciparne, tutte le fanciulle condotte da madama Colmann tornarono in città.

Il mattino innanzi sarebbe stato mio maggior desiderio di entrare il giorno stesso in collegio, ma dopo quel che era avvenuto, il mio entusiasmo s’era raffreddato, e chiesi a mia madre il permesso di rimanere quel dì ancora alla masseria. Fu dunque stabilito ch’ella mi condurrebbe al convitto la mattina del domane.

Nel lasciarmi, madama Colmann che, avendo visto la reazione operatasi in me, temeva di perdere una alunna, mi fece mille carezze, e incitò alcune delle fanciulle più piccole a far altrettanto, ma io sentii bene che sarei sempre per quelle signorine _la piccola contadina, la figlia della domestica della masseria_.

Mi dilungo su questi dettagli, che sembreranno forse a primo aspetto puerili, perchè questi ed altri, onde avrò occasione di parlare in seguito, ebbero una grande influenza sulla mia vita. I fiori devono il loro splendore ed il loro profumo, i frutti il loro gusto e la loro bellezza, non solo alle cure più o meno abili e premurose del giardiniere che li coltiva, ma anche alla temperatura atmosferica in cui il caso li pose. Il peccato mio originale era l’orgoglio; il vento dello scherno e del dispregio, soffiandovi sopra, non fe’ che infiammarlo invece di spegnerlo; e come Satana, il più bello ed il più amato di tutti gli angeli, io, povera creatura umana, caddi per orgoglio.

Uscite madama Colmann e le alunne, mossi verso la collina, ove, per tre o quattr’anni, aveva guidato il mio piccolo gregge. A questa collina convenivano la domenica alcune persone della città: tutte quelle della masseria mi avevano già veduta nel mio nuovo splendore; l’impressione prodotta su loro al mio primo apparire non potea più rinnovarsi; cercai dunque da nuovi sguardi nuovi encomi.

Di fatto nel salire la collina, col mio gran cappello di paglia, i miei lunghi capelli al vento, le guance porporine, incontrai varj gruppi d’individui che mi guardarono: alcune voci dissero: — Ecco una bella fanciulla. — Una sola chiese: — Non è ella la piccola guardiana del gregge di madama Davison? —

Oimè, sì, era ben quella.

Questa domanda, che del resto non avea nulla di malevolo, avvelenò tutta la gioia datami dalle lodi precedenti: — caddi in una triste meditazione, e seguii ad occhi bassi il mio cammino, lasciandomi ad uno ad uno cader di mano i fiori, che avevo raccolti per farmene una corona.

Ad un tratto udii i festevoli latrati d’un cane, e Black, che m’avea da lunge riconosciuta, si slanciò a me incontro, posandomi addosso le sue zampe: la povera bestia non si dava pensiero degli abiti ch’io portava, e credeasi sempre permesso di trattare la fiera alunna di madama Colmann come la piccola guardiana di pecore. Un — _va via, Black_, — accompagnato da un colpo di verga sulle irrispettose sue zampe, che gli strappò un grido di dolore, fu la sola ricompensa che ottenne per l’atto tenero questo amico, uno dei più antichi e più fedeli ch’io m’ebbi.

Black si allontanò ad orecchi bassi, e scuotendo la testa come se parlasse e rispondesse a sè stesso.

Il piccolo pastore, che m’avea surrogata a guardia del gregge, si alzò, vedendo ch’io m’appressava, e mi disse quando gli fui vicina:

— Ah! siete voi, madamigella Emma! Quanto siete bella!

Gli sorrisi; era il solo complimento senza misto d’amaro ch’io avessi ancor ricevuto. Gliene seppi buon grado: si vedrà l’influenza che queste parole ebbero più tardi sul mio destino.

— Buon giorno, Dick,[1] gli rispos’io, tu sei un buon figliuolo e saresti bello tu pure se fosti meglio vestito.

— Oh! io, seguitò egli, non sono che un povero contadino, nè muterò probabilmente mai il mio vestito; ma voi pare si sia saputo che siete una signorina.

Egli faceva allusione alle voci sparse intorno, circa una relazione che avrebbe avuto mia madre col conte di Halifax, dopo ch’ella ebbe ricevuto da quel signore cento lire sterline.

Non gli risposi, perchè non comprendeva ciò ch’egli volesse dire: gli chiesi nuove di sua sorella, fanciulla presso a poco della mia età, che serviva in una fattoria vicina alla nostra, e che avea nome Amy Sturg.

— Oh, diss’egli, ella sta bene, e sarebbe lieta di vedervi così bene abbigliata.

— Credi? gli chies’io.

— Certo, rispos’egli: ella vi ama molto, madamigella Emma, e non è punto invidiosa della fortuna altrui.

Era giunta vicino alla fontana: mi chinai per guardarmivi, ma non osai, — ne ignoro il perchè, — in presenza di Riccardo dare alla mia immagine il bacio ch’io le dava quand’era sola.

— Oh! disse Riccardo ridendo, guardatevi nelle nostre sorgenti, un giorno vi guarderete in grandi specchi dorati, quali ve n’ha nella bottega del mercante di Hawarden. Quando passerete dinanzi la sua porta, potrete fermarvi e guardarvi dalla testa ai piedi senza che ciò vi costi nulla.

Sedetti vicino alla fontana non pensando più a cercare in essa un’incompleta riproduzione della mia immagine, ma vagheggiando di vedermi dinanzi ad un grande e bello specchio dorato, in una camera elegantemente addobbata, dai tappeti turchi, dalle cortine di seta cilestri come il mio abito, dai mobili riccamente ornati. Chiusi gli occhi per non veder più la realtà, e concentrarmi nel mio sogno.

— Oimè! quante volte ho io avuto di questi sogni, profetici baleni dell’avvenire!

Donde poteano venirmi questo visioni di cose incognite? Forse i primi miei sguardi avevano veduto splendori prontamente svaniti, ma che aveano lasciato nella mia giovine mente i riverberi d’un mondo anteriore. Quando io parlava di queste vaghe rimembranze a mia madre, ella si contentava di rispondermi che io aveva probabilmente avuto a matrina una fata, che la notte mi avea fatta viaggiare nei suoi palazzi.

Questa volta ancora la mia matrina mi prese per mano, e per più d’un’ora mi fe’ trascorrere i suoi fantastici dominj.

Mi riscossi sorridente e lieta, e riaprendo quegli occhi che avean traveduti i più vaghi colori dell’arcobaleno:

— Addio, Dick, gli dissi; domani entro in collegio, ma i giovedì e le domeniche ritornerò alla masseria, e di tanto in tanto verrò qui per vederti.

E mi allontanai senza pensare a Black: il povero animale, che non avea compreso il mio accoglimento, non comprese il mio addio. Mi seguì di qualche passo, ma men lungi della prima volta, e sedette per guardarmi a scendere la collina.

Volsi un ultimo sguardo a quell’angolo che fu l’Eden della mia fanciullezza, e che io riveggo ancora col suo boschetto di querce e di ginepri, col suo poggio coperto d’un tappeto di surcelle rosse colla sua sorgente d’acqua viva, che va a cadere nella vallata a piccole cascate. — Black mi guardava con occhio triste, come fanno gli amici disconosciuti: io non pensai neppure a chiamarlo nè a consolarlo: la povera bestia avea al vedermi tentato di farmi comprendere il suo affetto, ma non avea potuto dirmi, come Dick, che io era bella.

Fu questa la mia prima ingratitudine.

Si vedrà invece come fui riconoscente, e troppo, a Dick.

Il domane, siccom’era convenuto, mia madre mi condusse da madama Colmann. Vi fui ricevuta come si riceve ogni alunna che entra in collegio, ogni monaca che fa noviziato. Le sotto maestre ebbero raccomandazione di usarmi indulgenza, e madama Colmann condusse ella stessa mia madre in dormitorio, le fe’ visitare il letto preparato per me, e le mostrò ad uno ad uno gli oggetti di toeletta che mi erano destinati.

Tutti quei nuovi oggetti, che erano per me un avviamento al lusso, mi fecero tollerare gli sguardi sdegnosi delle mie nuove compagne; e presi commiato dalla mia povera madre, assai più commossa di me, senza versare troppe lacrime.

Fui interrogata su quel che sapevo; l’esame non fu lungo: non sapevo assolutamente che le mie preghiere, secondo il rito anglicano, nel quale ero stata educata. Di lettura e scrittura non avevo mai avuto notizia: mi fu dunque forza cominciare dall’alfabeto, e, malgrado i miei nove anni, che già mi davan la pretensione di essere una giovinetta, entrare nella classe delle bambine di cinque a sei.

Fu una grande umiliazione per me; ma in questa occasione il mio orgoglio, che spesso mi fu tanto fatale, mi servì; vergognandomi della classe in cui mi trovava, feci sforzi inauditi per innalzarmi alle classi superiori. — In capo a due o tre mesi leggeva passabilmente e cominciava a scrivere: mi si fe’ allora passare nella classe dell’aritmetica e dell’inglese, ove trascorsi sei mesi, dopo i quali fui ammessa in quella classe che chiamavasi delle grandi. — Là imparavasi la geografia, la storia, la musica ed il disegno.

Avevo già fatto qualche progresso in queste due arti, quando un bel mattino mia madre, piangendo, venne a dirmi che il mio protettore, il conte di Halifax, s’era ucciso subitamente cadendo da cavallo, ed era morto senza nulla lasciarci.

La mia pensione era pagata per un mese ancora; ma dopo questo mese mia madre sarebbe stata obbligata ad interrompere la mia educazione, non avendo mezzo di pagarne le spese.

La novella che la piccola contadina, i cui progressi aveano spesso assai umiliate le belle signorine, sarebbe astretta di tornar a guardare i suoi montoni, cagionò una gioia generale nella classe delle grandi, dove facean parte le mie tre prime nemiche, che mi avevano serbato un rancore inglese. Ispirai qualche rammarico nelle classi inferiori, ove passando mi avea fatta qualche amica; madama Colmann finse d’asciugarsi una lacrima nel lasciarmi, per dare il buon esempio alle sue alunne, ma si guardò bene dall’offerirmi di continuar _gratis_ la mia educazione, sebbene mi avesse più d’una volta detto, soprattutto quando mia madre veniva a pagarle il trimestre, che io sarei fra uno o due anni la gloria del suo istituto.

Lasciai il collegio, portando meco, per unica consolazione, i miei oggetti di toeletta ed un uniforme nuovissimo, coll’ingiunzione però fattami da madama Colmann di non servirmene, non facendo io più parte del suo istituto.

Del resto me ne andai dopo 18 mesi, recando dalla casa di madama Colmann una educazione abbozzata su tutti i punti, ma imperfetta su tutti. Sapea leggere e scrivere; un po’ d’aritmetica, un po’ di geografia, un po’ di storia, i primi elementi di disegno e di musica, vale a dire, a parte la lettura e la scrittura, nulla che potesse essermi utile. Non era abbastanza per sovvenire alla mia salvezza; ma, dagli orizzonti traveduti, era più che non abbisognasse per la mia perdizione.

Mia madre pure avea ricevuto la ripercussione della sventura che mi colpiva. Saputo che ella era ridivenuta la povera vedova senza risorse, la massaia l’aveva risospinta alla sua prima posizione, vale a dire a domestica della fattoria.

Quanto a me, per metà signorina quale era diventata, non era più atta a nulla; non potea tornare a custodire il gregge come una pastorella di Marmontel col mio abito color di cielo e il mio gran cappello di paglia. Si cercò dunque per me un’occupazione diversa.

Un giorno la sorella di Dick, Amy Strog, venne ad annunziarmi che sua madre mi aveva trovato il posto nella famiglia del signor Tommaso Hawarden, che portava non so perchè il nome della città che abitava, cognato dell’ultimo Alderman Boydel e padre dell’illustre chirurgo di Leicester Square. Questo posto, che riuniva le incumbenze di aia de’ fanciulli e d’istitutrice per la prima età, era ben lungi dal corrispondere ai miei sogni d’ambizione; ma bisognava vivere, e non aveva la scelta dei mezzi.

Mi si compose un corredo dei resti di quello del collegio, si trasformò la mia veste azzurra in una veste ordinaria; e siccome io guadagnava dodici scellini al mese ed il vitto, si lasciò a cura della mia economia lo arricchirmi d’altri oggetti.

Fu una grande umiliazione per me il rientrare in Hawarden in una posizione poco dissimile dalla servitù, ma era questo uno dei primi capricci del Dio Caso, che pare aversi fatto un gioco di innalzarmi ed abbassarmi a vicenda.

Voi siete testimonio, o mio Dio, se dall’imo dell’abbassamento, da cui non ho più speranza di rialzarmi, vi benedico e v’imploro col cuore più riconoscente di quel che non ebbi al sommo della grandezza!

III.

Entrai presso il signor Tommaso Hawarden il 20 settembre 1778: potevo avere dai 12 ai 13 anni.

Il signor Hawarden era un vero antico puritano, grave e giusto in ogni cosa. Sua moglie era dal canto suo fredda e severa: i bimbi, su cui doveva vegliare, erano figli della lor figlia unica, morta etica durante un viaggio del padre loro in America.

Erano tre: i due maggiori avevano 4 o 5 anni; l’ultimo era ancora lattante.

Un gran oriuolo a pendolo, simile a quello dello zio Tobia, pareva essere la divinità regolatrice della casa: tutti i sabati a mezzogiorno lo si caricava, e mediante questa cura, cui non vidi il signor Hawarden mancare una sola volta, tutta la settimana si trascorreva congegnata a ruote non meno esatte di quelle del pendolo.

Voi mi domanderete chi rimpiazzava il signor Hawarden nel caricare l’oriuolo al sabbato a mezzogiorno, se egli doveva assentarsi. Vi risponderò che il signor Hawarden, sapendo di avere al sabbato quest’importante occupazione, veniva a casa a undici ore e mezza se era fuori, ovvero se dovea sortire non se ne andava che a mezz’ora dopo mezzogiorno.

Durante un anno, che io passai presso il signor Hawarden, nol vidi mai fare un passo più veloce dell’altro, mai dire una parola più forte dell’altra, mai sorridere una sola volta, mai una volta sola adirarsi, mai rifiutare una sola occasione di far il bene, mai commettere un’ingiustizia per quanto leggera la fosse.

Madama Hawarden era letteralmente l’ombra del suo sposo. Ella facevami l’effetto di quelle buone donne che indicano sul barometro il bel tempo e la pioggia, ove la donna esce o rientra dietro al marito ripetendone i gesti, aprendo l’ombrello s’egli lo apre in segno di tempesta, chiudendolo s’egli lo chiude ad indicare il sole.

Il signor Tommaso Hawarden doveva esser ricco, per quanto non abbia visto splendere altro denaro che i dodici scellini ch’io riceveva tutti i primi del mese, alle 10 del mattino colla esattezza ordinaria, dalla mano scarna e bianca come l’avorio di madama Hawarden. Tutta la casa apparteneva ai due coniugi: guardava da una parte sulla strada principale della città, dall’altra sopra un giardino dai viali sparsi di sabbia marina, dalle aiuole circuite di bossolo, dai tassi tagliati a piramidi. Un giardiniere avea cura di questo giardino, in cui non vidi mai una foglia secca, un fiore divelto: i fanciulli vi passeggiavano, ma sapeano di non avere il diritto di trastullarvisi, ed esser loro proibito di toccare i fiori ed i frutti.

In estate ci alzavamo alle sei; alle sette in inverno. Alle otto, tutta la famiglia, padroni e servi, entravamo in una specie d’oratorio, ove sopra un seggio stava una Bibbia dai fermagli d’acciaio. Il signor Hawarden leggeva questa Bibbia e una preghiera, cui sua moglie rispondeva — Amen. — Finita la lettura e chiusa la Bibbia, entravasi nella sala da pranzo, ove era imbandita una colezione, composta di latticini, di burro e di latte: un gran vaso da thè, al quale ognuno aveva il diritto di ricorrere a volontà, ma a cui pareva tacitamente convenuto che non si ricorrerebbe che due volte, conteneva una dozzina di tazze: eravamo cinque a tavola, il signor Hawarden, madama Hawarden, i due fanciulli ed io, che, grazie alla parte delle mie attribuzioni che innalzavami al grado d’istitutrice, aveva il diritto, poco invidiato del resto dagli altri domestici, di mangiare al tavolo del padroni.

Quando il pendolo faceva sentire quel rumore che negli orologi di questo genere precede il suono delle ore, ci alzavamo tutti da tavola, era per ciò rarissimo che qualcuno si trovasse ancora in sala quando suonava la mezza.

A mezzogiorno preciso si andava a pranzo, eccettuato il sabato in cui tardavasi d’un minuto, perchè il signor Tommaso Hawarden caricasse il pendolo. Senza essere di lusso, il pranzo era convenevole: la bevanda ordinaria era la birra; ma ognuno riceveva in una piccola bottiglia un bicchierino di vino di Bordeaux che dovea servire pel pranzo e la cena: i fanciulli, un mezzo bicchiere. Il pranzo durava un’ora.

A cinque ore si merendava con dei sandwich, del pane di segale, del burro e qualche dolce; veniva in campo la thetiera della colazione, il thè costituiva la sola bevanda, e, come la colezione, la merenda durava mezz’ora.

Alle otto si cenava: la cena era presso a poco la ripetizione del pranzo, tranne che i fanciulli non vi assistevano: alle sette e mezzo si dava loro una fetta di pane coperta di burro, o miele, a loro scelta, e poi si coricavano.

Non li ho mai uditi a piangere una sol volta, a meno che cadendo non si facessero molto male.