Memorie d'un disertore, vol. 3/3

Part 6

Chapter 63,742 wordsPublic domain

Infatti il Principe era scomparso non visto. Egli aveva udito per il primo le grida di soccorso dello scudiere, e veduto in confuso che egli era stato assalito da un uomo, senza esitare un istante diè un balzo fuori di carrozza dicendo ai carabinieri: difendete la carrozza fino alla morte, saprò ricompensare i valorosi. E senza aggiungere altro, prima ancora che i congiurati distratti dall’accidente del battistrada avessero potuto scorgerlo, s’era gettato a caso nella sottoposta campagna.

Molte voci erano giunte all’orecchio del Principe, di minacce e di tentativi contro la sua persona e la sua vita; e il sospetto lo teneva vigilante. Non voleva mostrar paura nè diffidenza, ma stava all’erta. Appena vide il caso dello scudiere indovinò rapidamente che era caduto in uno degli agguati sospettati, e sentendosi debole a resistere non esitò a salvarsi colla fuga.

Intanto che i suoi fedeli si battevano sullo stradone coi congiurati, egli aveva già fatto molto cammino nella campagna ed era giunto alla riva del Po.

Ivi sperava trovar una delle solite barche da traghetto, e giunto all’altra sponda non temeva più nulla. Ma non una barca, non un uomo: davanti un fiume silenzioso, alle spalle una fitta boscaglia agitata dal vento, d’intorno la solitudine e la notte. Ebbe in quel momento paura. Egli, Carignano, stirpe d’eroi, intrepido nel pericolo, cuor di soldato, ebbe paura. Meno di quei pochi uomini che l’avevano assalito, meno della morte, che della sua coscienza.

Solo, in quel deserto, non poteva più ingannare sè stesso col gergo del linguaggio umano; ivi ogni cosa prendeva il suo vero nome, ivi il Principe acclamato, festeggiato, diveniva quel che era, un traditore bandito, che domani forse la legge consegnerebbe ai ministri della giustizia ed alla gogna. E come Caino, gli pareva che avrebbe potuto salvarsi da tutti i nemici della terra, ma che avrebbe portato sotto tutti i climi, e fra tutti i popoli un assalitore indomabile che l’avrebbe dilaniato fino alla morte: il rimorso.

Uno scricchiolìo di frondi pestate lo svegliò dalla sua tetra meditazione; si voltò e vide davanti a sè l’ombra nera e gigantesca d’un animale. Sentì di nuovo il pericolo, e prossimo il nemico, e ravvivando il natìo coraggio puntò sull’animale una pistola e lo mandò a rotolare colle cervella cadenti a dieci passi da sè.

_Leon_ cadeva martire della sua fedeltà e suggellava con una morte degna di lui la sua storica vita! Il Principe aveva già udito un tumulto di voci appressarsi; non ebbe che il tempo di gettarsi nel Po; e prima ancora che i suoi nemici fossero giunti a scoprirlo, egli aveva toccata l’altra riva.

Frattanto i servi riconducendo l’abbandonata carrozza erano giunti a Moncalieri, avevano dato l’allarme alle guardie del Castello, che si erano precipitate a cavallo in tutte le direzioni alla caccia degli assalitori.

Muschietti dal bosco udì il galoppo dei cavalli sulla strada, capì che fra poco tutti gli sbocchi della boscaglia sarebbero stati occupati e la boscaglia stessa frugata. Però disse ai suoi compagni: «disperdiamoci, non abbiamo un momento da perdere; il colpo è fallito». E quali passando a nuoto il Po, quali risalendone la corrente, quali appiattandosi nel fitto della foresta, cercarono salvarsi.

Poche ore dopo i soldati entrati nella foresta trovarono un fanciullo che piangeva silenziosamente seduto vicino al cadavere d’un cane, e lo tradussero seco a viva forza.

Era Balilla che piangeva la morte del suo _Leon_ e che non voleva staccarsene.

XXX.

CATASTROFE.

Il giorno dopo fu sparsa per tutta Torino la voce bugiarda che si era tentato assassinare il principe Carignano. E quelli che ancora fidavano in lui, e quelli che avevano interesse a corteggiarlo, ed erano i più, non mancavano di levare al cielo alte grida di raccapriccio e di maledizione contro gli autori di tanto delitto. Il Principe rientrando nel mattino alla capitale fu salutato con grandi evviva come un liberatore, e ricevette da tutte le parti visite e indirizzi di felicitazioni e di gioia. — Nè il Principe disse parola per smentire la popolare credenza; quell’aspetto di vittima giovava a’ suoi disegni.

Un uomo però che aveva, può dirsi, assunto per impegno d’essere l’accusatore pubblico del Principe, il Muschietti, non tardava a scoprire il vero ed a manifestare le vere intenzioni dei congiurati e le ragioni del loro tentativo.

Egli corse ad Alessandria, dove erano Santarosa, Lisio e gli altri capi della Giunta, meno il Dalpozzo, e ivi, in presenza di tutti, ripeteva tutte le cose udite e vedute da Giorgio in sentinella sulla terrazza del Palazzo Carignano; esponeva tutte le prove dei propositi di fuga del Principe; dimostrava la necessità di impadronirsi della sua persona per salvar la rivoluzione, e aver nelle mani un sicuro ostaggio; confessava d’avere egli con Giorgio l’artigliere e il capitano Gambini ordita la congiura per rapire il Carignano; ma affermava altamente il loro deciso proponimento di rispettarne ad ogni costo la vita; respinse fieramente ogni accusa di assassinio, sebbene osasse sostenere che qualche volta la morte dei traditori della patria sia una necessità che si trasforma in dovere; e chiedeva instantemente che la Giunta adempisse all’obbligo suo, corresse a Torino e impedisse in qualunque modo la fuga che era protratta ma non abbandonata dal Principe.

Santarosa e Lisio si rifiutavano a credere; avevano notate le mille tergiversazioni ed esitazioni del Principe, ma non lo potevano immaginare capace di tanta perfidia.

Muschietti vide la loro incredulità decisa a rovesciare tutti gli ostacoli, e gridò:

— Io vi giuro sulla mia testa che quanto vi ho detto è la verità. Prendete in garanzia la mia vita, ma anche domani potrebbe essere troppo tardi. Se voi non farete il vostro dovere, io, a costo di sollevare il popolo, farò il mio.

I membri del Governo, sebbene increduli ancora, non potevano assumere la responsabilità del minacciato avvenimento senza aver fatto quanto era in loro per scongiurarlo, e partirono la sera stessa per Torino.

Appena arrivati si presentarono al Palazzo Carignano. Il Principe era coricato, e li fece avvertire ch’era ammalato e non poteva riceverli. Però li pregava a passare da lui il domani di buon mattino che aveva bisogno di conferire con essi d’affari di somma urgenza.

Al far dell’alba, molto prima dell’ora fissata, Lisio, Collegno, Santarosa, erano pronti al convegno. Chiesero del Principe, e l’uffiziale di guardia rispose che andava a vedere. Aspettarono un quarto d’ora, mezz’ora, alla fine l’ufficiale ritornò, dicendo: che uno de’ suoi camerieri l’aveva incaricato di riferire che il Principe non riceveva.

I tre gentiluomini insistettero, dicendo: che avevano avuto invito di recarsi a quell’ora al Palazzo dal Principe stesso, e dichiararono che se non erano annunziati a lui, sarebbero penetrati anche a forza nella sua stanza.

L’ufficiale, pallido e contraffatto, confessò che il Principe era partito la notte stessa alla volta di Novara.

Conduceva seco per iscorta una compagnia delle guardie del Corpo, una batteria d’artiglieria e qualche squadrone di cavalleria.

A Novara chiese del conte Della Torre, che si presentò burbanzoso e fiero come ad un soggetto, e continuò la sua strada per Milano.

Ivi s’arrestò a mendicare gli elogi del suo tradimento dal Vicerè austriaco, e fu accolto dal terribile sarcasmo del generale Bubna che la storia ha registrato: «Altezza, vi presento il Re d’Italia!»

A Modena sperò trovare miglior accoglienza. Ma persino il re, per il quale aveva macchiato di disonore la sua giovinezza, ricusò di riceverlo.

Egli si rifugiò in Toscana lasciando miseramente tacitare ad uno ad uno i suoi compagni di lotta e d’infortunio, aspettando che una guerra liberticida gli offrisse l’occasione di scontare «di gloria un breve fallo al Trocadero».

Ormai le sorti dello rivoluzione sono segnate: la reazione ha ripigliato il sopravvento: la discordia e la sfiducia è entrata nelle file dei liberali; molti ufficiali, come i Gifflenga, i Bellotti, che avevano preparato la costituzione, imitano l’esempio del Principe e passano nel campo nemico.

Solo un uomo resta a fronteggiar lo sfacelo, Santorre Santa Rosa. Debole, illuso, esitante o trascinato negli errori comuni fino alla fuga di Carlo Alberto, riprende in quel momento di disperato pericolo tutto il natìo vigore dell’anima sua e in un proclama splendido per la nobiltà del tribuno e l’energia d’un soldato antico, decreta, egli dittatore, la resistenza contro lo straniero.

— «Voi mi porrete in accusa, gridava egli alla Giunta costituzionale, che esitava a sancire i suoi energici decreti, se tale sarà il piacer vostro; io frattanto farò il mio dovere e la patria non sarà abbandonata».

E tosto sono apprestati tutti i provvedimenti pel magnanimo conato: chiamati nei ranghi i provinciali, ordinati in corpi volontari gli studenti, rinnovati nelle provincie i rappresentanti del governo, represse le sedizioni delle truppe fedeli al Re, raccolto denaro, riunito l’esercito, eccitata la Lombardia ad insorgere, preparato tutto l’esercito fedele alla libertà, all’estrema battaglia.

Ma a tanto ardire mal rispondevano ormai gli uomini e le cose.

I più celebrati tra i generali, come Bellotti, Bussolino, Gifflenga, nomi che la esecrazione dei posteri non deve dimenticare, erano passati a capo delle schiere e guidavano essi stessi sul campo, contro i fratelli che avevano tradito, l’esercito straniero.

All’Agrogna presso Novara si compirono le sorti della rivoluzione Piemontese. I liberali combatterono disperatamente, Ferrero, Gozzani, Garelli, Laneri, Regis, Rossi, fecero prove disperate di valore. Ernesto Gastone nella compagnia degli studenti inseguì fin sotto le mura d’Alessandria i fuggenti dragoni austriaci, e colpito nel petto da una scarica di mitraglia vi chiuse, invidiato da’ superstiti, la nobil vita. Ma frattanto arrivarono sul campo le fresche divisioni austriache, e le sorti della giornata furono compite. Dell’esercito costituzionale, circondato, decimato, inseguito, non rimanevano più dopo dodici ore che poche centinaia di sbandati e molte migliaia di prigionieri.

Santa Rosa tentò un ultimo sforzo per raccogliere le superstiti forze e condurle ad estrema difesa dietro le mura di Genova; ma Genova spaventata dalle minacce dei generali austriaci che marciavano da tutte le parti contro di essa, sentì venir meno l’avito ardimento e chiuse le sue porte in faccia alle reliquie della rivoluzione.

Allora cominciarono pe’ patriotti l’esiglio ed il martirio, pei tiranni il trionfo e le vendette.

XXXI.

I DUE FRATELLI.

La capitale era già in potere del conte Della Torre; tutto il Piemonte era sottomesso; le carceri rigurgitanti di prigionieri; le contrade risuonanti di bandi regi inviati da Modena che prescrivevano le vendette, istituivano le corti marziali e designavano le vittime. Nessuna restaurazione fu inaugurata con tanto terrore. Commissioni per giudicare i rei d’alto tradimento, commissioni per scrutare la condotta degli ufficiali, commissioni per giudicare degli impiegati; chiusa l’Università, abolito il Magistrato degli studi, perseguitati con fieri editti di morte, di proscrizione e di confische gli studenti, i loro maestri e rettori.

Incaricato di istruire i processi della commissione militare un uomo di terribile nostra conoscenza, il Tacchini. Quando si udì pronunciare questo nome, ognuno comprese che la sola speranza dei vinti era non sperare salute. E chi non aveva già precorso il pericolo s’affrettava ai passi delle Alpi ed agli sbocchi del mare sulla sconfinata via della fuga e dell’esiglio. Così si salvò dal patibolo Santorre, serbato al glorioso martirio di Sfacteria; così Collegno, il difensore di Navarino; così Lisio, Rattazzi, Regis, Ansaldi, Perrone, Dal Pozzo, Panchiarotti, Ravina, il dott. Crivelli, colui che strappò dal labbro di Carlo Alberto la parola Costituzione; Marrocchetti, futuro soldato di Roma; l’eroe di San Salvario, Vincenzo Ferrero; e così Carlo Massa d’Asti, maestro nel collegio delle provincie; Francesco Tubi, avvocato collegiato, scampato per miracolo; Fecchini, Carta, Rossi, Gillo, medici e avvocati, compagni al Ferrero nell’audace tentativo.

Di tutti costoro le galere contesero al carnefice la loro parte e ingoiarono tutto quanto di più generoso aveva potuto o voluto cercar salvezza nella fuga. Non poterono salvarsi dalla decretata morte nè il sottotenente Moda, nè il luogotenente Laneri; non lo volle il capitano Garelli. Salirono il patibolo con fortezza spartana in mezzo ai cachinni d’una plebaglia briaca e invocando dalle loro ossa il vendicatore.

Ad uno de’ nostri amici pendeva pure sul capo lo stesso destino. Stato trasportato da Novara a Torino dietro il carro del vincitore e rinchiuso nella cittadella, quivi aspettava la sua sentenza. Non si faceva più illusione, sapeva che doveva morire e lo desiderava. Colpito nei due soli affetti che avevano formata la religione della sua vita, tradita e vinta la causa per cui aveva combattuto, esuli o morti gli amici, perduta colei che sola sulla terra gli aveva fatto conoscere qualche istante di gioia, agognava la morte come un riposo ed un rifugio. Vivendo dopo tante sventure e tante ingiustizie sentiva che sarebbe stato malvagio, che non avrebbe potuto più credere a nulla, che non avrebbe perdonato, che si sarebbe vendicato degli uomini e della società che gli avevano fatto tanto male nel mondo. Però nel breve e sommario processo che ebbe a sostenere, confessò tutto: confessò anche quello per cui non fu sospettato, laonde fra tutti i soldati dell’esercito passati alla rivoluzione egli solo potè godere il triste privilegio d’una condanna capitale.

Infatti re Carlo Felice, da Modena, aveva prescritto che i soldati fossero amnistiati e che soltanto gli ufficiali fossero sottoposti a processo e condannati. Giorgio quindi avrebbe potuto ancora salvarsi se l’avesse desiderato.

Ma egli sdegnò: confessò d’aver egli arsa coll’acido prussico la sentinella dell’università la notte del 10 marzo: egli ferito a morte il comandante della Cittadella Des Geneis; egli ordito tutto il piano dell’arresto del principe di Carignano. Ve n’era anche di troppo per essere fucilato in quei giorni; ma se non fosse bastato c’era l’odio del Tacchini, e il tentativo di rapimento della sua sposa e l’uccisione del sindaco Salomone Arena.

Giorgio però a questo punto del suo interrogatorio volle avere ancora un istante di rivincita, e in faccia ai giudici attoniti e inorriditi, narrò tutto il reo tradimento di Tacchini e di Salomone.

«No, Giusta Arena non è sua moglie; essa non è che la vittima d’un mercato infame. Quest’uomo che ora siede qui per giudicare me, ha comperata la mano d’una fanciulla col tradimento e la menzogna. Ha venduto, per possedere quella impagabile ricchezza, il suo voto e la sua coscienza di giudice, ha inventata la mia morte e ne ha scritto l’annunzio, empita la mente d’un padre stolto e codardo d’immaginari terrori e prostituita la giustizia alla sua libidine. Io era nel mio diritto liberando colei che aveva tratta all’altare coll’inganno, e se alcuno qui deve rispondere del sangue di Salomone Arena, è colui che presiede a questo tribunale. La palla che gli ha trapassato il cuore, non è partita dalla mia mano ma da quella di Dio. Giudici, — esclamava additando Tacchini pallido e fremente sullo scanno — se volete fare il vostro dovere eccovi il reo».

— È pazzo furioso, urlò il Tacchini, trascinatelo in prigione a viva forza! Signori giudici, voi non vorrete dare ascolto alle parole d’un ribelle che ha sulla coscienza tre assassinj.

I giudici sentivano che quell’uomo parlava il linguaggio della verità, ma Tacchini era allora troppo potente perchè alcuno potesse osare di resistergli impunemente e assentirono a quello che a lui piacque.

Fu decretata la morte per fucilazione nella schiena.

Tacchini però coll’acuto olfatto della vecchia volpe di polizia aveva indovinato che Giorgio aveva avuto nella rivoluzione Piemontese un’importanza anche maggiore di quella che le indagini del processo e le sue stesse confessioni avevano denunziato. Egli, secondo il giudizio del Senatore, doveva possedere la chiave di importanti rivelazioni e poteva offrire al governo il mezzo di più ampie scoperte. Prima di ucciderlo era perciò spediente tentare di strappargli di bocca i segreti che certo custodiva. Ma a chi confidare questa delicata missione? Non poteva essere nè un nemico di Giorgio nè un sospetto; poteva avere l’aspetto di un inviato dal Governo; doveva avere l’aria spontanea e amichevole d’un fratello che soccorre in un supremo pericolo il fratello.

Dopo molto cercare e frugare nella buia mente il Tacchini si risovvenne del Michele Santafiori — e pensò di metterlo all’opera. Michele, aiutante di campo del conte Della Torre, divenuto per necessità di insaziabili bisogni una delle lance spezzate della reazione, anima guasta e vendereccia, e d’altro lato camuffato del nome di fratello di Giorgio e facilmente creduto partecipe delle sue pene, era l’uomo che occorreva al Tacchini. D’una cosa sola temeva il Senatore: che avesse la mente meno cattiva del cuore, e che per imbecillità fosse incapace di condurre a buon fine una cattiva azione. Tuttavia provò a interpellarlo e non fu malcontento della risposta.

— Si tratta di promettergli la libertà purchè faccia delle rivelazioni — disse il luogotenente Michele.

— Perfettamente! Vedo che le nostre due menti son fatte per intendersi; — rispose il Tacchini.

— Credo che la libertà e la vita saranno poco, riprese dopo una pausa il Santafiori.

— Che cosa potremmo offrirgli di più?

— Non saprei... per esempio.... di facilitargli una fuga con.... la signora Giusta....

— Oh mai.... questo; vada a rompicollo il Piemonte, questo mai.

— Ma, signor Tacchini, altro è promettere, altro è mantenere.

— Oh! ora capisco! bestia che son io! bravo Santafiori, esclamò il Tacchini, e mentalmente soggiunse «Vedo che ci sono ancora dei birbanti più scellerati di me....

E forse glie ne dispiaceva!

In sul fare della sera del giorno stesso in cui Giorgio aveva udito la sua sentenza, egli vide ad un tratto aprirsi la porta del suo carcere. — Non ebbe paura, e credendo che venissero per trarlo al supplizio, chiese con voce calma dal fondo del suo giaciglio....

— È dunque per stanotte? la luce del sole vi fa dunque paura?

— Nè per stanotte, nè per domani, nè per mai, fratello, rispose dalla porta una voce che Giorgio durò fatica a riconoscere.

— Chi mi parla così? chiese il prigioniero....

— Son io, Giorgio.... sono Michele.

— Tu! esclamò l’artigliere balzando in piedi e spalancando gli occhi per l’incredulità e la meraviglia.

— Io! ma parla piano; la cosa per cui vengo non deve essere udita nemmeno dalla muraglia.

— Ma cosa può volere da un ribelle l’aiutante del Generale Della Torre?

— Qui non ci sono più ribelli, nè aiutanti, nè generali, qui non ci sono che due fratelli. E prima di tutto dimmi se credi che io possa esserti ancora fratello.

Giorgio esitò a rispondere: poi con accento breve....

— Parla, disse; lo saprò dalle tue parole. Di che si tratta?

— Si tratta di salvarti.

— Salvar me!.... fece Giorgio sorridendo tristamente — non credo che alcuno lo possa... se lo si potesse non lo vorrei.... desidero morire....

— A ventitrè anni con tanto avvenire davanti è una follia desiderare la morte... ma non si tratta di te solo.

— E di chi adunque?....

— D’un’altra.... di Giusta....

— Giusta!.... Oh perchè hai pronunciato quel nome.... ne hai tu nuove, Michele?... dimmi che fa.... come vive.... che pensa di me!.... come la tratta quel suo feroce marito.... Oh! perchè arrivai troppo tardi!.... un minuto prima ed era salva.... Come sopporterà domani la nuova della mia morte!? M’avrà ella perdonato la morte di suo padre?.... Ah sento che quella morte mi ha per sempre diviso da lei!

Giorgio profferì tutte queste parole a precipizio interrompendosi soltanto per lasciar uscir dalla gola un cupo singhiozzo. Nel dire le ultime parole cadde sul suo pagliericcio e vi restò sprofondato in una ambascia mortale.

Michele vide che la corda dava ancora suoni, che la piaga era ancora viva e continuò:

— Diviso, perchè? E se ti fosse offerto di rivederla; di sottrarla al suo tiranno, di fuggire in una terra lontana e di vivere sicuri da ogni persecuzione il resto de’ vostri giorni?

— Non mi tentare, non mi ammaliare con questi sogni di incomprensibile felicità — se mi fosse concesso tutto questo.... Michele, ti perdonerei tutto il male che hai fatto a nostro padre....

— Povero padre! disse Michele con un sospiro. Poi continuò: — Ebbene, tutto ciò è possibile. Tu non hai che a confidarti in me.

— Ma tu vaneggi più di me, Michele! Come si può fuggire di qui; come fuggire da Torino, come fuggiremo dal Piemonte?

— Con un salvocondotto.

— Un salvocondotto! Ma chi me lo darà.... ed a qual prezzo?

— Io te lo darò, il prezzo è.... una cosa da nulla: riempier questa carta di nomi...

— Di nomi? di quali nomi?...

— Di quelli che hai incontrati in questi ultimi mesi.

— Incontrato! ma dove? spiegati non intendo.

— Incontrati tra le file della rivoluzione....

Giorgio lo guardò; e si passò una mano sulla fronte per scacciarne un’idea: prese il foglio di carta che Michele gli offriva, gli si avvicinò e disse: — sono dunque rivelazioni che mi si chiedono?

Michele non ebbe coraggio di dir la parola; ma accennò di sì col capo.

Giorgio mandò un ruggito e si gettò sull’ufficiale col lancio d’un tigre. Se l’avesse arrivato lo strozzava. Ma Michele indietreggiò e Giorgio legato dalla catena infissa nella muraglia non poteva avanzare di più. Sentendosi trattenuto e impotente a colpire colle sue mani, ricorse alla vendetta di Garibaldi torturato dagli sgherri di Rosas: sputò in faccia allo sgherro di Tacchini....

Michele indietreggiò sino alla porta non avendo saputo trovare nell’anima vile che una bestemmia ed una minaccia!

XXXII.

IL SALVACONDOTTO.

Giusta, caldo ancora il cadavere di suo padre, era stata trasportata da suo marito fino a Novara e di là, seguendone le sorti, a Torino. Percossa a un punto da tanto colpo, le povere forze della sua vita erano giunte in poche ore all’estremo, e non restava più di lei che un’ombra. Chiusa nella stanza d’un triste palazzotto di Torino, piangeva senza posa e si disfaceva lentamente come la Pia all’aura malsana della sua torre di Maremma. Non poteva staccar gli occhi dall’immagine di colui che aveva messo a cimento la vita per salvarla da un abborrito destino, nè poteva levarli sull’uomo che l’aveva comprata come la schiava sul mercato e resa infelice per sempre. Indarno Tacchini nelle sue ore d’ozio veniva a chiedere alla bella fanciulla un sorriso od una grazia. Giusta rispondeva inflessibilmente: potete farmi morire a foco lento, ma non sarò vostra mai.

Ed anche per lei il morire era la sola speranza che le rimaneva. Quando si è giunti a tale estremo, la morte è la più felice soluzione, la più generosa concessione del destino. Sulla terra non aveva altro: nulla per il presente, nulla per l’avvenire: se avesse potuto vivere per perdonare, l’avrebbe fatto: se avesse dovuto vivere per pregare, l’avrebbe fatto; ma ella pure non aveva più la forza di perdonare ad alcuno, e quelli pei quali avrebbe volontieri pregato stavano per precederla in cielo. Avrebbe dunque pregato con loro lassù. Se avesse avuto il sospetto di sopravvivere a lungo al suo Giorgio e avesse temuto che il tempo potesse temprare il suo dolore, se in mezzo a tanti esempi di coraggio il suicidio non le fosse sembrato una fuga codarda, si sarebbe uccisa.

Lo pensò più volte perchè gl’infelici non ponno non pensarvi, ma altrettante ne discacciò il pensiero.