Memorie d'un disertore, vol. 3/3

Part 5

Chapter 53,901 wordsPublic domain

Ma Tacchini perdette la pazienza. Il Conte della Torre diventando Governatore di Novara e Luogotenente del Re legittimo, e Capo supremo dell’esercito della Reazione, non aveva potuto privarsi della fida Egeria, del suo Tacchini, e lo aveva condotto seco a Novara. Il Tacchini non aveva osato disubbedirlo, ma prima di partire gli diede per misura di precauzione il consiglio di condurre in ostaggio i quattro studenti autori del baccano _D’Angennes_. E il Della Torre, come sempre, l’aveva ascoltato. Da Novara il Senatore tempestava il Sindaco. A lui premeva che il contratto fosse conchiuso prima della catastrofe, perchè questa, quale si fosse, non poteva che nuocere al suo disegno. Od era favorevole alla rivoluzione, e allora gli toccava forse fuggire, lasciar gli ostaggi, abbandonare la moglie e la dote e tutti i sogni che la sua avara libidine vi aveva architettati sopra; se vinceva la causa del legittimo Re, diceva lui, e allora succederà di certo un’amnistia, un perdono generale, e gli ostaggi gli sfuggivano per altre vie ed egli restava inerme in faccia allo scaltro Arena.

Scrisse perciò un _ultimatum_ nel quale dichiarava «che la sua longanimità era agli estremi e che gli accordava ancora una settimana.

«Se al mattino del settimo giorno egli non conduceva all’altare la signora Giusta Arena, la giustizia avrebbe fatto il suo corso. Soggiungeva che il Vescovo di Voghera avrebbe ricevuto ordine di passar sopra tutte le formalità superflue degli sponsali, e che egli, quando fosse stato avvertito, sarebbe venuto a S..... avrebbe fatto benedire il matrimonio dal curato del villaggio e sarebbe ripartito il giorno stesso per Novara, da dove gli affari di Stato non gli permettevano di restar lungamente assente».

Salomone Arena si presentò con questa lettera a Giusta e le disse:

— «Vengo a chiedervi per l’ultima volta se volete salvar vostro fratello e noi da una certa morte. Io però ho cessato di pregare: ora comando se non vi troverò ubbidiente uscirete da questa casa per non rientrarvi mai più, e la maledizione di vostro padre e di vostra madre vi accompagnerà finchè vivrete».

Nemmeno queste violente parole avrebbero piegata l’anima amante della fanciulla; ma sua madre le singhiozzava allato ed ella sentì che le estreme forze della lotta le venivano meno. Rispose coraggiosamente: «Fra sette giorni, se sarò viva, ubbidirò».

Aveva ragione di dire «se sarò viva»; quella sera le entrò una febbre violenta che fece temere per ventiquattr’ore della sua esistenza. Ma il destino la risparmiava per altri dolori.

Fu durante queste ore di malattia e di solitudine che Livia, entrata in un momento d’assenza del padre, le comunicò l’idea bizzarra e generosa di Balilla.

Giusta sentì rinascere un alito di speranza e volle confidare al giovinetto audace le sue ultime parole. Balilla venne più tardi a prenderle egli stesso: pose un bacio sulla fronte della bellissima fanciulla, si legò al braccio il fedele _Leon_ che dai salti e dagli squassi di coda pareva intendesse d’essere destinato ad una straordinaria missione, e partì dicendo alle due donne che lasciava: — Non dubitate, io troverò Giorgio e ve lo rimanderò!

I suoi preparativi di viaggio erano stati brevi: una funicella per legare _Leon_; un randello per difesa; una bisaccia di pane e 25 soldi. Infilando la strada di Torino in una bella notte di marzo, uscì dal villaggio accompagnato dal viatico eterno della sua età — la giovinezza e la fede.

XXVII.

ACCIDENTI DI VIAGGIO.

Finalmente verso le dieci Giorgio fu pronto a partire. Aveva cambiato la sua uniforme di artigliere in un completo costume da fittaiuolo di campagna, trovato a nolo un buon cavallo savoiardo attaccato ad un leggerissimo biroccino, per poter fare molta strada in minor tempo e s’era messo in viaggio. Aveva calcolato che da Torino a S...... c’erano 160 miglia ed egli aveva 32 ore di tempo. Il cavallo doveva dunque far quasi sei miglia all’ora per guadagnare le tre o quattro ore necessarie a nutrirlo e farlo riposare.

Esperto di questa sorte di viaggi, sapeva che il solo mezzo per riuscire era non affaticare troppo il corridore sulle prime per riserbarsi d’ottenere uno sforzo supremo all’ultimo, quando fosse stato necessario. Perciò uscì di buon trotto, e alla mattina, albeggiando, dopo sei ore, s’accorse che aveva fatte sei miglia all’ora.

Presagì bene del futuro; rinfrescò ad Asti... e continuò il suo viaggio senza incidenti; a mezzogiorno era a Spinetta, la patria del famoso Majno, e si fermò di nuovo per far riposare il suo generoso animale che faceva miracoli.

Allora contò che in 14 ore aveva fatte quasi 80 miglia, e si credette sicuro. Tutta la sua cura era arrivare a tempo, ed ora che gli pareva quasi risolta la quistione, ebbe persino il coraggio di desiderare da mangiare. Erano 20 ore che non prendeva cibo anche lui e ne aveva il diritto: pure non vi si potè risolvere subito parendogli che Giusta avrebbe potuto rimproverargli d’essersi attardato alla mensa della taverna nel momento che ella era minacciata da un pericolo mortale.

Verso l’ave-maria era per entrare in Godiasco quando si sentì alle spalle la cornata e gli scoppii d’una frusta d’una carrozza da posta. Egli tirò in disparte per lasciar passare, ma sia che non lo facesse abbastanza, sia che il postiglione fosse mal destro, o fosse briaco, fatto sta che la grave e forte vettura urtò nella ruota del suo esile biroccino e lo rovesciò d’un colpo in un fossato alto cinque metri. Giorgio scagliò una bestemmia, la prima forse che profferiva in vita sua, ma il carrozzone proseguì indifferentemente il suo cammino.

Tutto era andato in frantumi — finimenti, ruote, stanghe, ed era il meno: il bravo Savoiardo aveva rotto un ginocchio e non poteva quasi più muoversi: il dolore gli faceva esalare dalle larghi narici un rantolo che pareva un gemito umano, egli guatava col suo grande occhio nero il suo giovine padrone con tale espressione di sguardo che si sarebbe detto che gli chiedesse perdono di quella disgrazia di cui egli non era colpevole.

Giorgio si strappava i capelli disperato; aveva voglia di piangere; in tali momenti si fa quello che non si è mai fatto: non avete mai bestemmiato, e la bestemmia viene sulle vostre labbra; non avete mai pianto, e le lacrime sgorgano da’ vostri occhi; siete delicato e vi tocca di trascinare sopra una ripa a forza di braccia un legno rotto: siete pittore o poeta vi tocca di fare il falegname: siete stanco vi tocca di lavorare: avete fretta, vi tocca d’andare a piedi.

Un incidente di viaggio è spesso una pagina di storia. Che cos’è Waterloo? un incidente di viaggio di Blücher! — Che cosa ha portato sul patibolo Luigi Capeto? un incidente di viaggio!... Una carrozza che si rompe; un uragano che v’impedisce d’avanzare; una tempesta che vi getta sopra uno scoglio; un cavallo restìo; un postiglione briaco, bastano a scompigliare col colpo di mano dell’ignoto i piani più meditati, i calcoli più giusti, le speranze più certe: il sogno della _grande armada_ di Filippo, come il voto del pellegrino che ha camminato giorno e notte per arrivare in tempo a deporre sulle labbra della madre morente l’ultimo suo bacio, e non arriva che per deporta sotterra.

Giorgio sfogata la prima disperazione riprese coraggio; passò di là un contadino, il solito inviato ignoto della provvidenza, e lo aiutò a tirare sulla strada il biroccino, a rialzare il povero cavallo per arrivare fino al villaggio ed a cercare un altro cavallo. Il biroccino si poteva alla meglio racconciare; ma il cavallo non si reggeva più e bisognava trovarne un altro. Godiasco non brillava per ippici modelli. Il miglior cavallo che si desse a nolo era una rozza ungherese che aveva per lo meno trent’anni, famosa per aver caricato brillantemente sui piani di Marengo, vent’anni prima, ma che ora non offriva altro pregio che quello d’una rispettabile memoria.

E in tutti questi sforzi, ricerche e lavori aveva perduto quattro ore buone. Era mezzanotte, aveva 40 buone miglia da fare e non aveva davanti a sè che sei ore. Per il bravo Savoiardo sarebbe stato nulla anche malgrado la disgrazia sopraggiunta, ma per la vecchia ungherese erano un problema forse insolubile.

— Se ci riesce, pensava Giorgio, sarà certo la sua ultima campagna.

Finalmente potè rimontare nel suo biroccino. Prima di dare la frustata di partenza, perchè la frusta doveva ormai avere una parte principale, chiese al contadino che l’aveva soccorso ed agli altri curiosi o pietosi che gli facevano crocchio d’intorno:

— Vorrei, per altro, cavarmi la curiosità di sapere chi c’era in quella carrozza che m’ha rovesciato.

— C’era il Senatore Tacchini con un altro signore, disse una voce dalla folla.

— Lui! — mugolò Giorgio, e azzeccò tale frustata alla vetusta ronzinante che malgrado i suoi trent’anni di servizio, portò via a carriera il biroccino e il suo auriga.

XXVIII.

UN MINUTO DOPO.

Alla quarta ora la veterana ungherese cominciava a chieder misericordia, e quantunque all’occhio paresse che trottasse ancora, in realtà non faceva che agitare per traverso le sue magre e lunghe gambe senza avanzare, più che non avrebbe fatto il più modesto quadrupede di medico del villaggio al ritorno delle visite.

Giorgio le faceva coraggio colla voce e colla frusta; ma ormai l’emulazione come il castigo erano impotenti in quel corpo esausto. Alla quinta ora il trottarello era divenuto passo di vecchio ansante. Giorgio si provò ad adoperare la frusta a guisa di bastone, ma la magiara che un dì non avrebbe tollerato nemmeno il solletico d’un tallone, ora non era più in grado di risentirsi di quell’insulto e rispondeva al suo tormentatore con una sdegnosa lentezza.

Alla sesta ora si fermò: al campanile di Broni suonavano le sei; Giorgio aveva ancora cinque miglia da fare; egli era di nuovo arrestato in mezzo alla campagna, solo, a piedi, esausto egli stesso di forze. Cominciò a temere di non arrivare più a tempo; l’alba era spuntata, ed anche correndo sempre a piedi non sarebbe arrivato ad S.... prima d’un’ora, e forse fra un’ora sarebbe stato tardi e il sacrificio consumato.

Tuttavia l’urgenza del pericolo, l’immagine sempre più chiara, quanto più si avvicinava, della vittima che andava a liberare, gli aveva trasfuso nel sangue una disperata energia. Piantò sulla strada rozza e carretta e si diede a correre con quanta forza aveva nelle gambe nella direzione di S.... Aveva le ali ai piedi. Automedonte si era trasformato in Diomede. Ma i contadini che l’incontravano non potendo ricorrere a questi eroici nomi, dicevano: — È matto, oppure, è un saltimbanco che ha fatto una scommessa.... e s’arrestavano a canzonarlo o ad ammirarlo finchè l’occhio poteva seguirlo.

Giorgio era gagliardo, rotto a tutti i ginnastici esercizii, ma non c’è forse umano polmone che regga a cinque miglia di corsa. Egli aveva appena cominciato a vedere le prime case del villaggio che la lena a un tratto gli mancò e dovette lasciarsi andare boccone sul ciglio della strada. Ansava come se nel petto gli si fosse scatenato un uragano e provava il nuovo affanno di sentir ballare i suoi visceri nel suo corpo travolti in una specie di ridda indemoniata.

Forse non si sarebbe più mosso di là; quando lo percosse al tempo stesso un concerto di campane suonanti a distesa e uno sparo di mortaretti. Era sfinito ma non dissennato, e gli bastarono quei segni di festa per richiamarlo al sentimento della realtà e per ridestargli nell’animo le semi-spente faville di vitalità che ancora vi rimanevano. — «Suonano per lei!... forse non sono più a tempo» pensò più che non disse il valoroso, mentre con uno sforzo disperato s’alzava da terra e riprendeva la sua corsa. Traversò sempre correndo tutta la gran contrada del villaggio ingombra di gente insolita, vestita a festa, ornata di fiori e di nastri, e arrivò sulla piazza della chiesa.

Ivi la folla era più grande. In un angolo, un contadino metteva la miccia ad una fila di mortaretti e li faceva saltar tutti in un punto; una banda musicale venuta da Voghera in grande uniforme, con degli enormi pennacchi bianchi che facevano l’ammirazione di tutto il villaggio, aspettava impettita sulla porta della chiesa il segnale di dar fiato a’ suoi strumenti; tre carrozze, in una delle quali Giorgio riconobbe subito quella che l’avea rovesciato, attendevano circondate da altri ammiratori in un angolo della piazza. Giorgio passò in mezzo alla banda, ai mortaretti, alla carrozza ed alla gente, notando tutto, ma senza fermarsi ad osservar nulla, e tanto era rapida la sua corsa, che tranne quei pochi che dovette necessariamente urtare per passare, nessuno vi badò. Nessuno poi lo riconobbe.

Giorgio entrò in chiesa dalla porta di mezzo e appena dentro vide in fondo alla navata presso all’altar maggiore un gruppo di persone in abito nero, una figura vestita di bianco, ed un prete. Indovinò subito che là era l’ara del sacrificio, e che la figura coronata di rose era la vittima, e con quanta forza potevagli essere restata in quel momento gridò, sicchè tutta la vôlta ne risuonò:

— Giusta!

Dal fondo della chiesa, dal gruppo delle persone, gli rispose un grido acuto e sottile, e nello stesso tempo, mentre continuava a correre verso l’altare, vide urtarsi in gran confusione tutta la gente che vi era stipata d’intorno.

— Giusta! urlò una seconda volta e con un salto balzava in mezzo al corteo nuziale. Uno stormo di uccelli occupati a festeggiare la scoperta di un campo di miglio, che si vede piombare nel mezzo del suo tranquillo banchetto il terribile grifo del falco, non si disperde più rapido di quello che tutti quei signori in cravatta bianca fecero alla comparsa improvvisa dello sconosciuto. Fu così improvviso e ratto il suo apparire, che lo credettero calato dal cielo o vomitato dall’inferno. D’altronde Giorgio era in quel momento spaventoso. Le fatiche di due giorni di viaggio, la corsa di quella notte, la tempesta che gli soffiava nell’anima, l’avevano stravolto e dato al suo sguardo e al suo sogghigno un accento sinistro e formidabile. Ebbero paura tutti quanti, prete colla stola, marito col mazzo da nozze, testimoni, parenti, si diedero tutti a fuggire per di qua e di là, senza dar tempo a riflettere, senza nemmeno pensare alla probabilità d’una resistenza. Giorgio perciò si trovò per alcuni minuti in faccia a Giusta svenuta a’ piedi dell’altare. Egli stette un istante a contemplarla, la chiamò un’altra volta per nome, e vedendo che non risensava e che nessuno gli faceva ostacolo s’inchinò per prenderla nelle sue braccia. A quell’atto il Tacchini che aveva già ricuperato coraggio, e che aveva in parte indovinato il nome di quello straniero, gli gridò: — Non toccate quella donna, essa è mia moglie.

— Vostra! fece Giorgio allontanando le mani dal corpo che già cingeva.... Vostra! ripetè restando senza moto e senza respiro a guatare l’uomo che gli aveva inviato quella intimazione.

— Sua in faccia a Dio ed in faccia agli uomini, — gridò solennemente Don Fulgenzio. — E tu che vieni a profanare il tempio del Signore sarai maledetto!

— Voi maledetti, — replicò Giorgio, — che avete fatto mercato d’un’anima umana. No! Dio non può aver consacrato un giuramento strappato colla frode e colla violenza. Questa donna non è moglie d’alcuno fuorchè di colui al quale ha promesso spontaneamente la sua fede, qui io solo sono suo marito, perchè io solo amo questa donna — Addietro voi tutti.... essa non appartiene che a me — Guai chi la tocca.

L’accento di Giorgio ripercosso dalle sonore pareti della chiesa era formidabile: nessuno osò muoversi. Soltanto si udiva montar dal di fuori un sordo rumore simile a quello d’una moltitudine che tumultua o ad una marea che sale.

Giorgio per altro non vi badò e levato sulle braccia gagliarde il corpo della sua vergine girando gli occhi in atto di disfida sui pochi che ancora gli stavano d’attorno, s’avviò con passo sicuro onusto del dolce peso verso la porta.

Giusta nel sentirsi muovere si destò, e quando conobbe d’essere nelle braccia del suo fedele, lo salutò con un celestiale sorriso, e richiuse gli occhi per addormentarsi un istante nella beatitudine di quel sogno tante volte invocato.

Ma appena affacciatosi alla Piazza l’artigliere si vide di fronte a una turba di popolo là raccolta per aspettarlo e chiudergli il varco, e che urlava con frenetico tumulto:

— Morte all’eretico!..... morte al sacrilego!...

Egli s’arrestò per studiar le sue mosse, ma la folla non gli lasciò tempo a meditare. Appena lo riconobbe si gettò contro di lui, ed egli ebbe appena tempo di deporre Giusta e di cavar dal petto una pistola, che già i più audaci gli erano addosso. Ma la vista di quelle due canne contenne per un istante l’onda fremente; nessuno voleva essere il primo a farne la prova. Giusta frattanto s’avvinghiava al suo Giorgio e gli faceva schermo della sua persona. Il popolo nel vedere quella delicata figura, pallida, scarmigliata, tutta sciolta in lacrime abbracciare colui che esso teneva già per figlio del demonio, provò un istante di superstizioso rispetto e non ebbe il coraggio di avanzarsi.

Ma rompendo la folla, guidato da Salomone Arena in persona e dal Tacchini, avanzava il maresciallo Malagana co’ suoi quattro carabinieri.

Giorgio sentì il pericolo, e allontanato con dolce violenza dalla sua Giusta s’avanzò verso i carabinieri e togliendo dalla tasca un foglio di carta lo agitava al vento gridando:

— Carabinieri. In nome della Giunta Provvisoria, lasciatemi passare e obbeditemi.

— In nome del legittimo Re Carlo Felice, arrestatelo... è un fellone, un disertore, e ne renderà conto alla giustizia.

Malagana non era uomo da esitar fra i due ordini e fece spianare le baionette marciando contro al giovine.

Giorgio si sentì acciecare dall’ira, e quasi senza prendere di mira nessuno lasciò partire i due colpi dalla sua pistola in mezzo alla folla. Una palla ferì in una spalla il carabiniere, un’altra andò a passare diritta nel cuore di Salomone Arena.

I carabinieri gli furono sopra, e a stento poterono sottrarlo al furore della moltitudine che voleva sbranarlo.

Legato, incatenato come un galeotto, pesto, rotto in tutte le parti del corpo, fu tradotto in carcere e di là, per ordine del Tacchini, sotto buona scorta a Novara.

XXIX.

TROPPA LUNA!

Balilla, senza sbagliare un solo dei segnali convenuti, aveva trovato il Muschietti al posto designatogli e gli aveva consegnato il biglietto di suo fratello. Lo studente nel leggere che l’animoso artigliere non sarebbe stato della partita, scosse tristamente il capo e disse:

— È una gran perdita! un uomo come Giorgio non si sostituisce così facilmente.

— Ma ci son io per lui, esclamò il piccolo Balilla guardando fieramente in faccia lo studente.

— Tu?

— E _Leon_ — fece additando il cane che gli era al fianco.

— Credo al tuo buon volere; ma facesti meglio a nasconderti in quella fratta. Qui sulla strada ti potrebbe incoglier pericolo.

— Io vi domando — rispose il fanciullo — quale sarebbe stato il posto di mio fratello.

— Alla carrozza del Principe.

— Ebbene, quel posto è il mio.... lasciatemi fare. Sono anch’io un Santafiori, e poi vedete, — trasse di sotto alla giubba la daga di Giorgio — mio fratello mi ha armato..... segno che anch’io devo far qualcosa.

— Allora vieni: ci son molti uomini che valgono meno di te.

E insieme si perdettero nella campagna.

Chi fosse passato verso le 11 e mezzanotte per quella strada avrebbe sentito un gran stridere di gufi e di civette, e probabilmente avrebbe affrettato il passo per fuggire ai sinistri augurii di quei funerei abitatori dei sepolcri e delle rovine. Erano le voci dei dodici congiurati che si richiamavano e si riconoscevano.

A mezzanotte, la fune che doveva rovesciar il battistrada fu tirata, ognuno era al suo posto. Balilla fremeva più di tutti d’impazienza che il momento arrivasse.

A un tratto si sentì il galoppo d’un cavallo. — È lui, è il lacchè del Principe! — Subito dopo segue il fragore di quattro ruote: è la carrozza del Principe stesso. — Attenti tutti; quando il lacchè cade addosso a lui per impedirgli di gridare: Balilla con altri due da questa parte, gli altri, secondo il convenuto, prendano di mira la carrozza e la sua scorta e badino di non sbagliare.

La luna splendeva superbamente in un cielo azzurro e inargentava la notte di tutta la luce del meriggio. I congiurati avevano fatto notare al capo l’ostacolo di tanta luce e avevano proposto di rimettere il colpo ad un’altra volta. Muschietti non volle saperne di indugiare, allegando la perentoria ragione che una notte dopo sarebbe stato troppo tardi. Però i più tra i congiurati posseduti dal presagio che il tentativo sarebbe fallito vi si acconciavano timorosi e svogliati.

Essi avevano ragione. Quella stessa luna che aveva aiutato Giorgio a leggere la lettera dell’amante tradiva il disegno dei cospiratori. Poichè la natura guarda con sprezzante indifferenza i bisogni degli uomini, schernisce con tutto il fulgore del suo sole al condannato che sale il patibolo colla notte della morte nel cuore e inonda di maligna piova e d’immondo fango un corteo di nozze che aveva sognato sul suo sentiero la pompa della luce e dei fiori.

La fune tesa sulla strada in mezzo a quella luce vi spiccava come un trave. Se il battistrada fosse stato cieco, il suo cavallo avrebbe dovuto vederlo anche da lontano e sarebbe stato il primo a dar l’allarme. Così fu. Giunto a dieci passi dalla fune il cavallo s’arrestò di botto sulle due gambe davanti; il cavaliero che non aveva ancora notato l’ostacolo lo toccò collo sperone, il cavallo s’impennò, e questo bastò perchè il cavaliero avesse tempo di vedere la fune, di girar le redini e di gridare con quanta voce aveva nella gola l’allarme.

Dal loro nascondiglio i tre congiurati avevano veduto le mosse del battistrada, ma credendo ormai impossibile il raggiungerlo non s’erano mossi. Uno solo — Balilla, non aveva esitato a slanciarsi sul cavaliere; e nel momento appunto in cui questi voltava le briglie, con un salto portentoso balzava sulla groppa del cavaliere, e abbrancatosi alla gola dello scudiero cercava impedirgli di gridare. Ma le mani di Balilla erano troppo piccole per quest’ufficio, e lo scudiere giunto presso la carrozza del Principe stava per liberarsene cavando fuori il suo coltello da caccia, se Balilla senza perdere un minuto non gli avesse cacciata la sua daga nelle reni.

Il legno all’allarme del battistrada s’arrestò: i carabinieri armarono le loro carabine; i due staffieri di serpa e di coda estrassero le loro pistole e si prepararono alla difesa. I congiurati soverchiavano sempre di numero; ma il contrattempo aveva messo lo scompiglio nelle loro fila. Non era più ad una sorpresa che andavano, ma ad un aperto combattimento. Ci furono quindi alcuni istanti di disordine e di esitazione.

Finalmente spronati dalla voce e dall’esempio di Muschietti, saltarono sulla strada, e attaccarono a colpi di pistola la carrozza e la scorta. Il conflitto continuò sordo, accanito per oltre mezz’ora; i due carabinieri erano ancora a cavallo agli sportelli della carrozza ruotando le loro sciabole e tenendo lontano gli assalitori.

Alla fine Muschietti riescì a mettere una palla di pistola nella testa d’un carabiniere e tutto il fianco sinistro della carrozza restò scoperto.

— Coraggio amici, egli gridò balzando nel legno. Il Principe è in nostre mani!.... e in quel mentre anche il cavallo di quell’altro cadeva atterrato.

— Il Principe è fuggito per di qui, — gridò una voce... dalla schiera dei combattenti.

— Per Dio, ha ragione Balilla! il Principe non c’è più! sclamò Muschietti mettendosi disperato le mani nei capelli.

— È fuggito per di qui, vi dico.... inseguiamolo.... _Leon_, cerca... e il fanciullo preceduto dal suo cane si gettò giù dalla strada nelle boscaglie che fiancheggiano il Po alla caccia dell’uomo che avevano perduto.

— Inseguiamolo.... egli non può essere lontano — gridò Muschietti.

E piantati sulla strada cavalli e servi, feriti e malconci, si precipitarono dietro le orme di Balilla e di _Leon_.