Memorie d'un disertore, vol. 3/3
Part 7
Era giunta così senza saperlo alla vigilia del giorno in cui Giorgio doveva essere tratto a morte. Guai se l’avesse soltanto sospettato; l’ambascia l’avrebbe di certo finita. Tutto taceva nella sua casa, Tacchini era uscito a festeggiare in un banchetto di generali traditori la vittoria della reazione; i servi disattenti sonnecchiavano o giuocavano; Giusta era sola nella sua stanza guardando da una finestra le ultime iridi infuocate del tramonto, simbolo del suo destino, quando la scosse un lieve calpestio. Si volse — guardò; le apparve un piccolo spettro che si spiccava nell’ombra della portiera, lo guardò più fissamente senza aver paura: dubitò perchè l’inaspettato, anche se è innegabile, solleva sempre il dubbio e alla fine credette averlo riconosciuto. Ma non aveva ancora aperte le labbra per pronunciare il nome, che già il piccolo Balilla — poichè era lui! — s’era slanciato fra le sue braccia.
Giusta lo strinse al petto come avrebbe stretto al seno il suo angiolo custode, se da spirito si fosse fatto persona. E voleva meravigliarsi, chiedere, sapere, ma il giovinetto ponendole rattamente una mano sulla bocca......
— Lascia le interrogazioni.... le disse: tutto... ti dirò tutto.... e pensa a rinchiudermi subito nella stanza di tuo.... del Tacchini....
— Nella sua stanza.... ma Balilla, cosa pensi?....
— In due parole, e non c’è un momento da perdere. Se io fossi trovato qui, sarebbe tutto rovinato. Tu non sai che domani.... come farò a dirtelo? Infine, Giusta, coraggio.... domani Giorgio dev’essere...
— Silenzio... non proseguire... ho capito tutto.... è dunque domani, fece Giusta con voce interrotta dall’affanno. Ebbene, tu sei qui per salvarlo, non è vero? soggiunse afferrando convulsamente la testa del giovinetto e cercando leggergli fin nel fondo dell’anima... Presto! Che cosa bisogna fare per salvarlo?
— Bisogna condurmi nella stanza del Tacchini, secondarmi ed essere pronta a partire stanotte.
Giusta riflettè alcuni istanti: poi disse:
— Va bene! entra qui, e con un gesto risoluto condusse Balilla nell’interno della stanza del Senatore e lo nascose nel suo gabinetto da bagno.
Quando Balilla fa a posto, ella soggiunse: ed io, cosa debbo fare?
— Tu devi cercare de’ panni da uomo, e se fosse possibile una livrea de’ tuoi servi, meglio; vestirti e tenerti presso questa porta ad origliare. Quando udrai un mugolato entra: ti darò un foglio, correrai con quello alla Cittadella, ti farai aprire la prigione di Giorgio e fuggirete insieme.
— Ma, e di lui?... disse Giusta accennando il letto dove doveva andare a coricarsi il Senatore.
— Farò di tutto per lasciarlo vivo. Mi dimenticava di dirti due cose: primo, che passerai dalla porta del tuo giardino e la lascerai aperta per me, poi che troverai in fianco alla porta della Cittadella una carrozza con un sol lampione acceso e un cocchiere che risponderà a questa parola: _Animali parlanti_: egli è il sergente Carrera nostro amico e potrete fidarvene, egli vi condurrà fuori di Torino. Hai inteso? coraggio Giusta....
— Per lui... dieci vite sarebbero poche! — rispose la fanciulla ritirandosi ad eseguire il convenuto.
Giusta infatti in quel supremo momento si era in pochi istanti trasformata. Bastò quella notizia, quel nome, quell’idea d’aver lei nelle mani la vita del suo amato, perchè il suo mite e gentile carattere si inebbriasse a tutto l’entusiasmo della lotta e del sacrificio, la gazzella s’era mutata in leonessa!
Tacchini tornò a casa verso mezzanotte e i vapori del vino largamente tracannato, e l’orgia del banchetto gli avevano dato alla testa, e appena giunto nella sua stanza si lasciò cascare mezzo vestito sul suo letto, e vi si addormentò russando di lì a pochi minuti fragorosamente.
A un certo punto Balilla spinse la sua nera testolina fuori delle cortine del gabinetto; s’assicurò che il Tacchini dormiva, che la stanza era deserta e la casa silenziosa; poi fece un passo, montò sopra una seggiola e tagliò più alto che potè il cordone del campanello: prese da un tavolino un foglio di carta timbrato e stampato col nome di «Senatore Tacchini Procuratore Generale di S. M. il Re di Sardegna» e vi scrisse sopra queste parole: «Al ricevere della presente si lasci immediatamente in libertà il nominato Giorgio Santafiori, detenuto nelle carceri della Cittadella, amnistiato per grazia sovrana di S. M.». Prese dal tavolo stesso calamaio e penna e lo portò vicino al letto di Tacchini; cavò di tasca un coltello, saltò sul suo letto costringendo con quanta forza aveva nel pugno la gola del dormiente, gli susurrò all’orecchio: «Svegliati Tacchini, o sei morto!»
Il Senatore appena sentì mancarsi il fiato si svegliò in sussulto, rantolando chiocciamente dalla poca fessura che gli lasciava Balilla e sbarrando sul fantasma che gli stava addosso i suoi occhi ancora imbambolati dal vino.
— Poche parole.... Tacchini. Qui resistere è impossibile, e gridare meno. O firmare questo foglio o morire. — E così dicendo gli strofinava colla punta del coltello la gola.
Tacchini voleva parlare, muoversi, spiegarsi, ma Balilla colla sua terribile punta sempre a fior di carne gli impediva ogni conato.
Alla fine il Senatore riescì a dir mezzo strozzato.
— Ma quale carta?
— Lo saprai domani! ora non importa! scrivi e basta...
— Ma senza sapere...
— Finiamola — e due.... alla terza queste quattro dita di lama ti entrano per la gola e ti passano per la nuca.
Tacchini diè un’ultima occhiata d’intorno per vedere se qualche cosa poteva venire in suo soccorso; chiese alla natìa scaltrezza un’ispirazione, uno spediente, uno scampo, e quando fu ben persuaso che questo miracolo era impossibile rispose con quel fil di voce che gli era concessa dal pugno di Balilla: «dammi, scriverò».
Balilla sporse con una mano la penna intinta a Tacchini, intanto che coll’altra lo minacciava colla punta del coltello.
Tacchini steso supino non poteva scrivere. Balilla dovette confessare che aveva ragione e disse: «Ti concedo d’alzarti fin qui; ma bada a non fiatare o sei morto». E aiutando il Senatore a rizzarsi sul guanciale tenendogli sempre la mano alla bocca e il pugnale alla gola.
— E scrivi chiaro: soggiunse il fiero giovinetto... vedendo che la mano del suo prigioniero tremava sulla carta.
Quando Tacchini ebbe scritto alla meglio il suo nome, Balilla senza mai muoversi dalla sua postura, mandò un sottile miagolato, e Tacchini vide subito dopo entrar nella sua stanza un giovinetto vestito colla livrea dei suoi servi, prendere il foglio dalle mani del fanciullo, e senza dire una parola, senza voltarsi indietro, uscire rapidamente dalla camera.
Il prigioniero vedeva tutto e non poteva capire nulla. Egli non conosceva Balilla; non sapeva quale carta avesse firmata; non aveva potuto riconoscere il lacchè. Subiva una violenza, e quella firma doveva servire certo ai disegni di qualche suo nemico; e probabilmente pensava a qualcuno dei tanti ribelli che erano nelle carceri sotto il suo giudizio; ma non poteva indovinare a quale. Se anche fosse stato libero non avrebbe potuto impedire la esecuzione dell’ordine che aveva firmato, nè arrestar coloro che glie l’avevano strappato perchè non li conosceva.
Ma Balilla non era sì gonzo da lasciarlo subitamente padrone di sè; e per un’ora continua lo tenne sempre nello stesso atteggiamento di immobilità e di silenzio sotto la minaccia del suo ferro.
Pure bisognava che anch’egli o prima o poi pensasse alla fuga. Erano già suonate le due dopo mezzanotte; ancora poche ore e sarebbe stato giorno e non aveva tempo da perdere. Poteva uccidere il Tacchini e finirla con un colpo; ma l’assassinio non era ne’ gusti e nei propositi del giovinetto. Se per salvar suo fratello fosse stato necessario un po’ di sangue non avrebbe indietreggiato; ma bagnarsene le mani per mera vendetta non lo poteva.
Pensò che non gli restava altro mezzo che legare il Tacchini e in modo che non potesse gridare. Purchè avesse due o tre ore di tempo, a lui ed a’ suoi amici potevano bastare.
Ma l’operazione non era facile, prima di tutto bisognava legargli le mani per metterlo fuori d’azione, poi fasciargli la bocca. Balilla riflettè un istante; poi con un accento che non ammetteva replica disse al suo Senatore:
— Mettiti boccone.... non capisci?.... mettiti boccone o la finiamo.
E gli fece sentire un pochino di punta nell’epidermide.
Tacchini, tremante sempre di vedersi scannato ad ogni momento, si voltò colla bocca sul guanciale. Allora Balilla, prese il cordone del campanello che aveva tagliato e intimò di nuovo al Tacchini colla solita voce:
— Dammi le tue mani... per di dietro.... così....
E afferrate le due mani del Senatore glie le legò iteratamente con quanta forza aveva nel mezzo della schiena. Assicuratosi così dell’azione, pensò alla parola, e tolta la fodera del guanciale glie la passò a guisa di berretto sulla testa, col suo fazzoletto glie la strinse fortemente tra la bocca e la nuca e lo lasciò là senza che potesse più nè muoversi, nè parlare, nè vedere, nè quasi udire.
Poi, senza perdere un istante, infilato lo scalone silenzioso e deserto, per la porta stessa del giardino che Giusta aveva lasciata aperta, si trovò con pochi salti in istrada.
Quando fu libero esalò un gran respiro e s’avviò a gran passi verso la Cittadella.
Il lettore chiederà come Balilla fatto prigioniero nelle boscaglie del Po si fosse trovato così improvvisamente nella casa di Giusta in Torino ad operare tanti prodigi. Ma che cosa non può la volontà e la scaltrezza d’un monello di dodici anni, mal guardato, che nessuno sospetta, col quale gli stessi custodi scherzano e fanno a fidanza? Balilla condotto a Moncalieri e da Moncalieri a Torino in faccia al Principe di Carignano, aveva così bene rappresentata la parte del gonzo e dello stupido vagabondo, occupato soltanto del suo cane che continuava a piangere, che Carlo Alberto ordinò fosse messo in libertà.
Allora egli non ebbe altro pensiero che trovare suo fratello lasciato in viaggio per S... Tornò al suo villaggio, vide Livia, udì tutta la storia della chiesa, sentì che suo fratello era stato tradotto a Novara e s’avviò per Novara. A mezza strada incontrò i fuggenti dell’esercito costituzionale e udì la notizia che il Della Torre era entrato in Torino. Comprese tosto che Giorgio doveva essere tra i prigionieri tradotti in trionfo e mutò cammino. A Torino non tardò a sapere che il fratello era nella Cittadella e fece di tutto per penetrarvi. Si trasformò in mendico, in rivendugliolo d’acquavite, ma non potè arrivare che nel primo cortile. Tuttavia i soldati di guardia, un po’ tardi, è vero, sapevano tutte le notizie del forte e ne discorrevano.
Una sera sentì a dire che l’artigliere Santafiori era stato condannato alla fucilazione nella schiena e che la condanna doveva essere eseguita la mattina dopo.
Allora ideò e compì il disegno nel quale l’abbiamo visto alla prova.
Balilla frattanto, arrivando dopo pochi minuti davanti alla Cittadella, cercò per prima cosa la carrozza coll’unico lampione acceso e non la vide più.
— Sono salvi! — sclamò dando un salto di gioia — ma è meglio accertarsene.
Con Carrera, col quale aveva combinata molta parte del piano, aveva convenuto, che se il colpo riesciva avrebbe lasciato al posto stesso della carrozza a piedi del quarto albero del viale andando verso porta Susa l’altro lampione spento. Se il lampione non c’era voleva dire che la cosa era fallita e che anche il sergente aveva dovuto mettersi in salvo.
Balilla corse al quarto albero, e appena si fu chinato per cercare, si vide sotto gli occhi il globo nero del segnale convenuto.
Il fanciullo strinse in atto di trionfo quell’oggetto, inerte messaggiero di tanta felice certezza, ed esclamò di nuovo: «Sono salvi davvero!».
XXXIII.
SUL SAN BERNARDO.
Infatti Giorgio e Giusta guidati dal fedele Carrera correvano da circa due ore sulla libera strada dei campi. Giusta, presentandosi alla Cittadella sotto le vesti di un servo di casa Tacchini, e con quell’ordine perentorio, scritto su quella carta conosciuta, firmato da quel nome, non aveva trovato ostacolo veruno.
Il carceriere disse: — «se non fosse per il Senatore Tacchini vi direi, tornate domani, ma con quell’uomo non si scherza». Poi camminando verso la prigione: — E dove lo conducono a quest’ora?
La fanciulla rispose cercando d’alterare la sua voce — Ordine del Re di condurlo subito a Modena.
— Ah! capisco, — soggiunse il carceriere — avrà delle rivelazioni a fare. Tutti traditori questi rivoluzionari! borbottò di nuovo intanto che apriva il carcere del condannato.
Rinunciamo a descrivere la sensazione di Giorgio alla comparsa di Giusta nel suo carcere nel cuore della notte, in mezzo alle larve della morte imminente, nel naufragio ormai consumato d’ogni speranza. Vi sono crisi dell’animo che si sentono una volta in vita ma che non si ripetono più, che ognuno prova diversamente e che non possono essere nè riprodotte nè dipinte sullo stampo altrui.
Giusta però non durò fatica a far comprendere al suo amico che una sola parola imprudente gli avrebbe perduti. L’Artigliere aveva tosto indovinato che quell’ordine di liberazione non veniva certamente spontaneo da’ suoi nemici, e che era il frutto d’una lunga e rischiosa congiura, e non voleva aver egli la colpa d’aver mandato a male tanti sforzi e tante speranze. Però fino a che non furono fuori, fino a che non misero il piede sul legno di Carrera, non una parola, non una mossa, non uno sguardo che li potesse scoprire. Ma liberi di poter parlare e sfogarsi, la piena di gioia e d’amore lungamente compressa non ebbe più freno. S’abbracciavano, piangevano, si mormoravano gemiti incomprensibili fuorchè per essi, dimenticavano la terra e non vedevano che l’estasi del Cielo.
La realtà però non tardò anche per essi a riprendere il suo dominio. S’era fatto giorno chiaro. Carrera pensava a condurli sui monti di Aosta presso una vecchia parente di sua moglie e là tenerveli nascosti fino a che si fosse offerta l’opportunità di passare in Francia. Ma si era ancora lontani dalla meta e bisognava correre molte ore prima d’arrivarvi. Poi non parve prudente entrare di giorno nei villaggi tutti tre assieme in una carrozza che in quelle valli primitive dava nell’occhio e che non avrebbe mancato di servir di traccia alla polizia che certo doveva aver sguinzagliati dietro i fuggiaschi tutti i suoi bracchi. Perciò poche miglia prima di Montalto i due amanti smontarono: Giusta mutò i suoi abiti da uomo nelle vesti d’una semplice montanina che Carrera aveva saputo trovare nell’armadio della sua Caterina. Giorgio cambiò pure qualche parte del suo abbigliamento e si separarono dandosi col sergente convegno d’arrivare per diverse vie alla casa convenuta. Dopo due giorni di marcia a piedi, senza incidenti e senza pericoli, arrivarono per sentieri nascosti sull’alpe che doveva ospitarli. Carrera che gli aveva preceduti per preparare i quartieri venne loro incontro: sulla porta d’una bianca casetta appiattata dietro un padiglione di castagni e di pini gli accolse una vecchierella con queste semplici parole: — siate benedetti col Signore che vi accompagna! E i due giovani vi entrarono non sospettati e non visti da nessuno.
Carrera però quand’ebbero riposato poche ore disse loro: — non bisogna dimenticarsi nella felicità del momento, che a quest’ora tutta la polizia del Tacchini sarà in moto e che la bestia ha l’olfatto fine. Però domattina all’alba è forza rimettersi in marcia e guadagnare il confine.
Giorgio e Giusta si sentivano così bene nella pace di quel nascondiglio che non sapevano trovare il coraggio di staccarsene. Pure capivano che Carrera aveva ragione e si dissero pronti a ripartire.
— E dove andate, figliuoli? disse la vecchia.
— Dove si va quando si fugge: rispose Giorgio, alla ventura.
— Cattivo consiglio! ripetè la donna, in questi momenti vi sarà difficile passare il confine che è minutamente guardato pei contrabbandieri.
— E allora che ci consiglieresti, mamma? fece Carrera.
— Qui alla cima estrema delle nostre montagne c’è un ricovero che la polizia non sospetta, innanzi al quale i gendarmi passano facendosi il segno della croce e che i potenti della terra visitano con rispetto.
— L’ospizio del San Bernardo forse? sclamò Giorgio.
— L’hai detto, figliolo, rispose la vecchia, quello, se vuoi salvarti, dev’essere l’ultimo rifugio della tua vita.
— Ma e Giusta? — fece Giorgio.
— Giusta potrà accompagnarti. I monaci del S. Bernardo ricoverano spesso le donne ed hanno vicino al grande ospizio una piccola casa custodita da poche suore dove ricettano le infelici che nei disastri della nevicata riescono a disseppellire viventi. Tu la potrai condurre lassù e finire se non con lei, vicino a lei, la tua vita.
— È un ridente sogno quello che ci proponete, o santa donna, e noi l’accettiamo; non è vero Giorgio? fece Giusta.
— Deve accettarlo, soggiunse Carrera. Fuori del consiglio della nonna non veggo altra via di salute.
— Ma — fece Giorgio — .... e quei frati mi accetteranno?
— Andate a nome di mamma Beatrice, che sono io, dal Padre Priore e presentategli questa medaglia di S. Agostino. Egli vi riconoscerà e vi riceverà, ne son certa, almeno come servo.... mettetevi in cammino domattina prima dell’alba e alla sera prima di notte sarete all’ospizio.... Addio figliuoli, siate benedetti e pregate per me. Io farò altrettanto per voi.
Carrera due ore prima di giorno svegliò i suoi due amici, e col solito gergo militare che non aveva mai smesso, disse loro: — È il momento di partire: _En avant_ — _pas-acceleré_ — _marsch_.
Giorgio e Giusta s’incamminarono dietro i passi del vecchio sergente e si perderono in poche ore negli anfratti della montagna.
. . . . . . .
Un mese dopo arrivava all’ospizio di San Bernardo una gran squadra di soldati e carabinieri comandati da un ufficiale e chiedevano ospitalità per quella notte. Il Padre Priore si affrettò, secondo il suo pio costume, a spalancar loro le porte del sacro rifugio.
— Sono venti giorni, buon padre, disse l’ufficiale, che si cammina per queste alpi in cerca d’un assassino fuggitivo colla sua druda e siamo costretti a tornare indietro colle mani vuote.
— E come si chiama il fuggitivo? — disse il Priore.
— Giorgio Santafiori.
Un giovine romito che stava dietro al Priore colla testa chiusa nel suo cappuccio diede un soprassalto così visibile che guai se l’ufficiale avesse avuti gli occhi sopra di lui!
Egli avrebbe subito riconosciuto l’uomo che cercava.
Giorgio Santafiori monaco del S. Bernardo vede ogni giorno Giusta Arena, custode dell’ospizio delle donne. Essi si sorridono, si dicono addio e guardano insieme nel cielo dove sperano d’abbracciarsi poichè la regola del chiostro e le leggi degli uomini glie l’hanno omai vietato sulla terra.
Scorsi altri due anni, i cani dell’ospizio dissotterrarono da una valanga della montagna un corpo stecchito dal gelo ma il di cui cuore batteva ancora. I monaci gli furono d’attorno colle usate cure per richiamarlo alla vita. Quando aperse gli occhi, Giorgio riconobbe il sergente Carrera.
Fu quello un giorno di festa per lui e per Giusta. Calmata la gioia e la meraviglia, gli furono chieste le nuove del mondo d’onde veniva.
Carrera aveva perduta la sua Caterina, Napoleone era morto a S. Elena e saliva lassù per finire i suoi giorni accanto agli ultimi suoi cari.
Tacchini era morto soffocato nel suo letto la notte stessa della loro fuga.
Michele divenuto un arnese di corte aveva sposato Virginia Arena e vi menavano assieme una vita di turpi piaceri e di vigliacche condiscendenze.
Donna Angelica, sola nella sua casa, s’era addormentata nella quiete del sepolcro benedicendo alla sua Giusta. Livia ne aveva raccolto l’ultimo sospiro ed era andata a chiudere la sua vita in un convento di Benedettine.
Balilla era andato a combattere per la libertà della Grecia a fianco di Santarosa.
Per questo si potrebbe dire che la Storia di questa famiglia di patriotti non è ancora finita, e chi sa che un giorno sulle orme dell’eroico fanciullo non abbiamo occasione di riprenderla.
FINE.
INDICE
PARTE SECONDA: IL FIGLIO
XVIII. Apparecchi di lotta. Pag. 3 XIX. La cittadella. 13 XX. Sentiamo Tacchini. 21 XXI. Volpe e serpente. 27 XXI. Manovre. 34 XXII. Batterie smascherate. 41 XXIII. Due righe di storia. 46 XXIV. Il racconto della sentinella. 52 XXV. Balilla e Leon. 59 XXVI. Schiarimenti. 69 XXVII. Accidenti di viaggio. 74 XXVIII. Un minuto dopo. 78 XXIX. Troppa luna! 85 XXX. Catastrofe. 91 XXXI. I due fratelli. 96 XXXII. Il salvacondotto. 104 XXXIII. Sul San Bernardo. 114
NOTE:
[1] Brofferio. _Storia del Piemonte._
[2] Miglia italiane da 60 al grado e di 1,800 metri.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato inserito un indice a fine volume. La numerazione errata dei capitoli (il numero XXI per errore è ripetuto due volte) non è stata modificata.