Memorie d'un disertore, vol. 3/3

Part 2

Chapter 23,769 wordsPublic domain

Gli amici gli stavano d’attorno, lo premevano, lo incalzavano, gli conducevano il cavallo, gli presentavano la spada e la bandiera, ed egli girava gli occhi incerto, ansioso, dall’una all’altra, non sapendo decidersi ad accettarle, non volendo decidersi a rifiutarle. Alla fine montò in sella sperando ancora che un improvviso avvenimento gli avrebbe lasciato tempo, e dubbioso sempre se avrebbe trattato il popolo al quale andava incontro come amico o come ribelle.

Andava spinto dal soffio del dubbio come una nave senza bussola, come uno spirito senza coscienza.

Giunto in piazza Castello, fatti forse cinquanta passi, gli giungono all’orecchio le grida di «Guerra all’Austria! viva la costituzione di Spagna! viva la libertà!»

Carlo Alberto non ha più il coraggio di avanzarsi, quella franchezza popolare gli dà le vertigini. Sente che era venuto il momento di dire il suo _est est non non_ ed egli non sa, non vuole, non osa, vorrebbe e non vorrebbe... tentenna; una voce lo incalza e gli grida: avanti! è quella d’Italia, del popolo, dell’onore, della gloria, e il cuore gli balza in petto e spinge il suo cavallo; ma un’altra voce lo affronta e gli intima «indietro!» è forse quella della sua casa, de’ suoi avi, del Re, del trono, della sicurezza, della pace, e si arresta, e gira le redini e rifa le sue orme.

Muschietti gli era sempre stato vicino, l’aveva osservato, l’aveva compreso. Quando vede che il Principe si volta per tornare indietro si slancia alla testa del suo cavallo, ne afferra la briglia e facendogli splendere sugli occhi la canna d’una pistola, gli grida:

— Altezza! la strada del ritorno è quella del tradimento, la strada dell’ardire è quella della gloria: qui su queste pietre è il circolo di Popilio; decidete.

In ogni tempo la massima tortura fu quella del dubbio. Carlo Alberto sarebbe morto più volentieri che dire in quel momento _voglio_. Ma tutta la città, tutti i suoi amici carbonari, tutti i federati che avevano confidato ne’ suoi giuramenti, lo guardavano: la coscienza d’un popolo intero lo metteva in mora, e gli fu forza piegare ed aver suo malgrado la volontà.

Decise d’andare avanti e proclamò la costituzione. Carlo Alberto in quel giorno parve agli occhi di tutti un eroe, ma da quell’ora la sua timida coscienza non ebbe più riposo e non trovò una notte di sonno.

XX.

SENTIAMO TACCHINI.

Una mattina del mese di gennaio i nostri abbonati alla bottega dello speziale, Onofrio, che il lettore non avrà del tutto dimenticati discutevano, commentavano, e straziavano a modo loro le notizie giunte allora di fresco, già guaste e sfigurate nel tragitto, della comparsa al Teatro _d’Angennes_ dei quattro studenti che erano diventati _quaranta_; e del conflitto dell’Università che aveva pigliato sulle labbra del cancelliere Frustadenti e nella mente del credulo farmacopula le proporzioni di una giornata campale.

Quando entrava in bottega il maresciallo Malagana e buttava là a pascolo della voracità comune queste parole:

— Sapete che il sindaco Arena è partito ieri sera: e non si sa nè per dove, nè perchè?

— Partito? — risposero in coro i congregati.

— È impossibile!.... l’avrebbe detto a me, rispose il cancelliere Frustadenti sedendosi, e facendo rientrare orgogliosamente il suo mento nella scatola, sempre pronta a riceverlo, del suo cravattone nero...

— Pure se a qualcuno doveva dirlo, per primo era a me, che sono il primo rappresentante del Re.... — fece il Maresciallo dei Carabinieri con stizza manifesta.

— E pazienza loro due! Ma non dir nulla al Parroco che deve rispondere a Dio ed ai suoi vicarii sulla terra delle anime della parrocchia.

— Scusino veh! — fece lo speziale, — ma salvo gli errori del popolo, i primi a cui doveva parlar del suo viaggio erano quelli di sua famiglia.... ora se si vuol sapere qualcosa è da tornare in famiglia.... e.... salvo sempre gli errori....

— La famiglia non sa nulla, rispose il Maresciallo. Io l’ho interrogata.

— Ma allora dove sarà andato?

— Perchè sarà andato?

— Che sia anch’egli coi _Carbonari_!

— Orrore!

— O sia stato chiamato dal Della Torre! Gli vuol tanto bene!

— Baie!

— Sarà andato per vendere il grano che ha ancora sul granaio dell’anno scorso.

— Se volete saperlo, il sindaco Arena ha una missione politica. E chi non mi crede scommetta, conchiuse il Frustadenti sputando questa sua affermazione con tanta risolutezza da lasciar mogi e silenziosi i suoi contraddittori.

Infatti dov’era andato così improvvisamente il sindaco Arena, e che cosa era accaduto per indurlo a partire all’insaputa di tutti e con tant’aria di mistero?

Il lettore qualcosa deve avere indovinato. Una lettera giunta da Torino non aveva tardato a raccontare l’episodio del Teatro _d’Angennes_, la complicità, l’arresto del figliuolo, e la sua prigionia nella fortezza di Fenestrelle... Il padre a questo annunzio restò fulminato. Di tutta la casa il solo che amasse, e se questa parola stuona per un carattere come l’Arena impastato d’odio, il solo che prediligesse era Adolfo. Anche l’orso bianco deve avere qualche orsetto che preferisce agli altri e risparmia. Adolfo era il nome, la casa, la nobile stirpe degli Arena propagata sulla terra! Su quel figliuolo ci aveva fatti sopra tanti sogni, e vi aveva confidate tante speranze; era predestinato a un sì splendido avvenire, che l’idea di vederselo a un tratto sospettato di Carboneria, tradotto in un carcere come rivoluzionario, caduto nella disgrazia del Re, egli, figlio d’uno dei più fedeli lacchè della Corte, gli fu insopportabile. Fu il primo vero e profondo martirio che l’Arena provò in vita sua....

Però letta la lettera, meditatala un po’, ebbe persino vergogna di confessare la sua disgrazia e quella del figliuolo. Gli pareva, divulgandola, di accrescerla; gli pareva che tutti i suoi nemici dovessero sorridere, e che ognuno dovesse fare a gara per gettargli sul volto col nome di suo figlio, l’insulto di «rivoluzionario» peggio assai che «ladro».

La sorte del figliuolo interessava una madre e due sorelle; ma che cosa poteva calere a lui dei diritti del cuore? Che cosa avrebbero potuto farci quelle tre donne? Piangere o pregare qualche sdruscita immagine di Madonna! Le donne — diceva — non sanno far altro e sono guastamestieri.

Partì quindi senza dir nulla ad anima viva; si fece condurre dalla sua carrozza fino a Voghera; licenziò carrozza e cocchiere, e quando fu certo di non esser veduto montò nella diligenza per Torino.

Trovò la capitale tutta agitata e fremente ancora del sangue sparso all’Università, e sentì che non era prudenza indugiarsi troppo in quell’ardente atmosfera. Affrettò i passi e arrivò prima dell’annottare al palazzo Della Torre. Il conte era il solo che gli poteva ottenere la grazia e la liberazione del figliuolo ed egli era disposto a qualunque sacrifizio per ridestar la generosità del suo antico padrino.

Dopo una lunga anticamera, giacchè il Della Torre in città non derogava così facilmente dalla sua etichetta feudale, fu introdotto e potè narrare il suo caso. Il signor Arena fu per la prima e per l’ultima volta in vita sua eloquente. Descrisse le abitudini, la probità, le virtù del figliuolo; rammentò la educazione e gli esempi paterni; toccò con modesta riserbatezza de’ servizii da lui resi al trono ed all’altare; mostrò un avvenire perduto, una giovinezza rovinata; dipinse il suo dolore e quello di sua madre, e arrivò persino, mostruoso sforzo, a far comparire ne’ suoi occhi una goccia d’acqua che assomigliava ad una lacrima.

Il Della Torre, ultimo fra i piloti della Reggia in quella tempesta, aveva troppi pensieri per il capo in quel momento per occuparsi d’uno studente, e rispondeva come il solito:

— Il caso mi par grave, cavaliere Arena; tuttavia sentiamo quel che dice Tacchini, — e suonò il campanello per chiamare il fido consigliere.

Arena sentì che egli era posto di fronte ad un nemico, e si preparò alla battaglia.

Tacchini entrò quasi subito; adocchiò di sbieco l’Arena, ma finse non vederlo, e andando diritto al Conte gli chiese rispettosamente «cosa desiderasse da lui».

— Senti un po’ cosa ti dice qui il Sindaco Arena...

— Ah! — fece voltandosi ratto come se al suono di quel nome si fosse sentito ferire alle spalle. — Ah il signor Sindaco Cavaliere.... So già quello che chiede. Ma è impossibile. Non si può mica mancare ai doveri di magistrato e di cittadino, e lasciar calpestare la legge per favorire un amico. Che cosa sarebbe del Trono; che cosa direbbero tutti i suoi fedeli sudditi se vedessero in questo momento un atto di debolezza che sarebbe per giunta un atto d’ingiustizia? Se ci è anzi necessità di dare un esempio che resti memorabile gli è con quegli scapestrati che furono i primi ad accendere le ree scintille che oggi minaccian d’incendio, qualora una mano vigorosa e potente non le comprima. Per me i quattro studenti del Teatro _d’Angennes_, sono i più colpevoli di tutti, e come tali proporrò che siano in ogni caso trattenuti come ostaggi, e severamente giudicati... Quest’è la mia opinione; il signor Conte ha troppo senno per non poter prender da sè una deliberazione; ma egli vorrà considerare che oggi la fiducia di S. M. il Re lo pone fra i principali sostegni del trono vacillante, e che ogni suo atto assume in faccia all’Augusta Dinastia, alla Nazione, a Dio, una grande responsabilità.

— Ed a questa responsabilità un Della Torre non fallirà. Caro Arena, noi non possiamo far nulla per vostro figlio.

— Ma se mio figlio fosse innocente?

— Innocente! — sclamò Tacchini meravigliato. — Era fra i quattro arrestati quello che urlava più di tutti, e che alla porta del _d’Angennes_ si difese disperatamente... non ci sarà, ne son certo per il decoro della magistratura piemontese, alcun giudice che oserà proporre la sua assoluzione! Ed io qui vado più oltre; io non so come il governo in questo frangente sopporti che il padre d’un ribelle rappresenti colle vesti di Sindaco la sacra persona del Re o la maestà della legge. Io consiglierei Arena, perchè gli sono ancora amico, a dare la sua rinunzia.

A quest’ultima parola Arena restò atterrito, e sentì che aveva di fronte un nemico implacabile che non gli avrebbe accordato quartiere e non volle perdere il tempo nè a pregare nè a perorare.

S’inchinò profondamente al Conte, incrociò francamente il suo sogghigno col sogghigno di Tacchini, cozzo elettrico di due demoni, ed uscì.

XXI.

VOLPE E SERPENTE.

Ebbe una notte insonne piena di negri fantasmi e di più negri proponimenti. Alla fine verso l’alba parve adagiarsi nella calma d’un pensiero e s’addormentò.

Svegliatosi, si vestì in fretta, e si diresse alla casa del conte Della Torre. Ma questa volta invece di chiedere del Conte, domandò d’essere introdotto addirittura da Tacchini.

Dopo un’altra anticamera, e un va e vieni di camerieri, fu introdotto.

Il Tacchini l’aspettava scaldandosi le spalle alle fiamme d’un gran camino e lo accolse con queste parole:

— Mi fa male, Arena, il vedervi: io vi ho lasciato entrare per non usarvi scortesia; ma non posso proprio far nulla....

— Se il Senatore mi permette di sedere ne parleremo, disse Arena senza scomporsi dell’antifona.

— Fate pure.... venite qui vicino al fuoco: la giornata è rigida... posso farvi servir qualche cosa?...

— Grazie, Senatore. Ho troppo fretta di venire al discorso che mi conduce.

— Lasciamolo quell’argomento... fate a modo mio.

— Lasciamolo.... ma e cosa avverrà di mio figlio se lo lascio?

— Avverrà... non lo so... non me lo chiedete... non lo posso dire a un padre...

— Basta... anche detto troppo... Pure, se permettete, io persisto a credere tre cose...

— Quali?

— Che voi siete convinto che egli è il meno colpevole di tutti; che non è, e non fu mai rivoluzionario; che potè fare, riscaldato dal vino, una bravata di ragazzi; che anzi non sapeva quel che si faceva. In somma che egli è innocente; in secondo luogo che voi potreste salvarlo. E in terzo che voi volete perderlo...

— Ma, caro Arena, voi pretendete indovinare troppe cose. Io farò osservare la legge... e facendola anche osservare mitemente, saranno 20 anni di galera; se pure le rappresaglie della rivoluzione non imporranno al governo più severi obblighi...

— Pure un uomo come il Senatore Tacchini dovrebbe trovare un mezzo per conciliare l’osservanza della legge co’ suoi interessi e quelli d’un amico...

— Sono un cattivo inventore io, caro Arena, rispose ghignando il Magistrato.

— Allora ve lo suggerirò io... se prima permettete...

— Suggerite pure... ma badate che nelle case dei grandi, i servi sogliono origliare alle porte.

— Grazie dell’avviso, fece l’Arena... abbasserò la voce.... e, avvicinando la sua seggiola a quella del Senatore, riprese:

— Il mezzo ch’io potrei suggerirvi, avrebbe... 18 anni.

— È conveniente.... avanti.

— Capelli biondi.... occhi azzurri....

— Avanti....

— Gentile.... melanconica....

— Avanti.

— E si chiama Giusta....

— Arena... ci vuol poco a capirvi... Ero certo che vi avrei capito... Pure c’è un ma!

— C’è un ma?

— E vivente, in carne, pelle, ed ossa!

— Sarebbe a dire?

— C’è un amante...

— Ah! rispose crollando la testa Arena.... So di che volete parlare. Amori di collegio, follie, fanciullaggini, non ve ne occupate.

— Ma se la fanciulla rifiutasse?

— Non rifiuterà.

— Ma se rifiutasse?

— Allora... — l’Arena aggrottò torvamente il sopracciglio; pensò un istante, poi con voce cupa... — allora la ucciderò.

— Sarebbe uno sproposito; io avrei il rammarico di fare il vostro processo... Ma facciamo l’ipotesi che non rifiuti.

— Ella è vostra....

— E quando?

— Quando mio figlio avrà una sentenza d’assoluzione, ed un salvacondotto per l’estero finchè sia finita la rivoluzione.

— No... no... così non si va intesi. Prima vostra figlia dica di sì all’altare; e prima di uscir di chiesa voi avrete la sentenza e il salvacondotto...

— E chi mi assicura della vostra parola? fece l’Arena.

— E chi mi assicura della vostra?

I due interlocutori sospesero per pochi istanti il dialogo. Entrambi avevano ragione, la fede dell’uno valeva la fede dell’altro; pesando quelle due coscienze sarebbe stato impossibile conoscere quale delle due soverchiasse la capacità del tradimento.

— Non c’è che una transazione, — disse Arena rompendo pel primo il silenzio.

— Quale? proponete.

— Che le due carte sieno depositate nelle mani del conte Della Torre.

— Questo patto non mi conviene. Il signor Conte è scrupoloso in fatto di giustizia; egli si fida di me perchè mi crede la Nemesi in persona.

— Allora lasciatemi pensare... Ho trovato... Si consegnano le due carte chiuse in un plico suggellato al Conte stesso, e si pone tra le clausole del contratto che quando il Senatore Tacchini avrà sposato la signora Giusta Arena, gli verranno trasmesse le carte che guarentiscono la dote della fanciulla, affidate al conte Della Torre e contenute nel plico suggellato con tal suggello che porti l’indirizzo del cavaliere Arena e il numero tale... che vi pare?

— L’idea non è perfetta ma è praticabile... allora, quando sareste pronto voi?

— Io fra quindici giorni, se vi piace?

— Sì — fra quindici giorni... ma a proposito, non si è parlato del più importante...

— Cioè?

— Della dote....

— La dote... senatore Tacchini, noi abbiamo negoziato la figlia e non la dote...

— Noi abbiamo negoziato una moglie, e una donna senza dote non è una moglie.

— Sicchè voi vorreste fanciulla e dote?

— Perchè no? Se voi volete sentenza d’assoluzione, salvacondotto e deposito...

— Ma, dolce mio Senatore, lasciatemi chiamarvi con questo nome, io credevo che per rendere giustizia, perchè in fondo mio figlio è innocente, il sacrificio d’una fanciulla di 18 anni a un uomo come voi potrebbe bastare.

— Ah ah! — rispose scoppiando in una chioccia risata il Senatore, — voi parlate di giustizia e di sacrificio... — voi!.... Vi credeva un uomo di spirito, m’accorgo che non siete che un Sindaco di villaggio e per poco anche questo...

Arena sentì subito che gli era forza transigere, e come un destro generale che ha riconosciute le forze del nemico e non esita a impegnare una parte delle sue truppe per salvare il grosso del suo esercito, si fece avanti un passo e gli disse...

— Ebbene... cosa chiedereste?...

— Mezzo milione...

— Pazzie! non arriverei alle 150 mila!

— Mezzo milioncino.... ripicchiava il Senatore sonando il tamburo colle dita sul bracciale della poltrona....

— Oh insomma, cifra tonda, 200 mila e non un soldo di più.

— Mezzo milioncino e non un soldo di meno...

— Mezzo milioncino... andrò a gettarmi ai piedi della Regina e vedrete che Salomone Arena non ha perduto tutto il suo potere alla corte; ma se vinco state in guardia anche voi. Vi restituirei questo cattivo quarto d’ora.

E così dicendo si voltò di nuovo ed uscì sbatacchiando con gran fracasso l’uscio della sala.

Tacchini indovinò subito nelle parole dell’Arena il linguaggio d’una disperata risoluzione, e capì che non gli conveniva per vincer troppo lasciarsi sfuggire di mano tutta la vittoria.

Corse adunque in due salti all’uscio, sporse metà della persona, raggiunse l’Arena che non aveva ancora toccate le scale.... e con un colpo di tosse lo richiamò...

Arena diede alla sua volta in una risata, gli voltò le spalle, finse di uscire...

— Buon viaggio, Arena... mi dispiace per quel povero ragazzo che rischia d’essere fucilato, fischiò il vecchio serpente quando Arena toccava la soglia dell’uscio per andarsene.

A quella parola _fucilato_, Salomone restò quasi pietrificato, un freddo sudore gli scorse per l’ossa e non ebbe per alcuni istanti il coraggio di fiatare.

Poi asciugati i diacciati goccioloni del volto si fece ancora avanti e disse:

— Siamo onesti Tacchini! 200 mila possono bastarvi...

— Mezzo milione — fece il Tacchini ghignando a quella invocazione all’onestà, e gongolando di gioia nel vedere il nemico prossimo alla resa. — È impossibile.... se volessi non avrei tanto danaro.... arriverei tutt’al più ai 250 mila.

Tacchini gli sorrise e disse a bassa voce ancora una parola.

Arena tornò indietro; Tacchini lo invitò a rientrare e rientrò.

— Non ci riscaldiamo il sangue come i ragazzi. Dunque dite che non potete dare che 300 mila.

— L’ho detto, Senatore, non un soldo di più.

— Ebbene, voglio mostrarvi che sta a cuore anche a me quel bravo giovine.... toccate la mano, caro suocero.

Salomone stese la sua mano grossa e pelosa nella gialla e scheletrita del Senatore, e il patto satanico fu suggellato.

XXI.

MANOVRE.

Salomone Arena non frappose indugio a tornare al suo villaggio, deciso ad affrettare l’adempimento del suo contratto. Egli conosceva l’amore di Giusta per Giorgio, e per quanto la ritenesse una puerile esaltazione, pure gli era forza confessarsi che il carattere di Giusta era tra quelli che contro la violenza si spezzano e che solamente colla persuasione si piegano.

Si preparava perciò a vincere cogli inganni ma capiva che per prepararli gli sarebbe occorso tempo e pazienza. Ad ogni modo se gli stratagemmi non gli fossero riusciti avrebbe adoperata tutta la forza di cui la sua paterna tirannia fosse stata capace.

Lungo il viaggio abozzò il progetto, e giunto al villaggio l’aveva compiuto.

Egli non era così ignaro delle astuzie degli amanti per non essere persuaso che anche lontano l’artigliere Santafiori avrebbe trovato il mezzo di scrivere alla sua Giusta. Gli restava soltanto a scoprire questo mezzo, e almanaccando non tardò a persuadersi che l’intermediaria delle corrispondenze clandestine doveva essere Livia, la sorella stessa di Giorgio. Ma non era certo, e prima d’ogni altro passo risolvette assicurarsene.

Giunto al villaggio, prima ancora d’entrare in casa sua, si diresse difilato al Maresciallo de’ Carabinieri Malagana e gli parlò in questi termini:

— Maresciallo: vengo da Torino: l’augusta casa del nostro Re è minacciata da una rivoluzione che pare abbia le sue radici in alcuni traditori dell’esercito. Fra questi scellerati, il senatore Tacchini ha fondata ragione per credere che vi sia anche Giorgio Santafiori del 1.º d’artiglieria, ed io ebbi l’incarico di far sorvegliare il suo carteggio. Vi prego perciò, e all’uopo vi invito a far trattenere tutte le sue lettere che venissero al villaggio a sua sorella, da lui, ed a consegnarmele. Lo farete?

— E perchè no? tutto per il servizio del Re — rispose il Maresciallo.

In quei tempi d’arbitrio non c’erano che i rivoluzionarii che pensassero all’inviolabilità del suggello epistolare, e ognuno credeva, dal Re all’ultimo dei suoi servi, che arrestare le lettere d’un uomo sospetto era un dovere di coscienza ed un atto meritorio.

Salomone entrato in casa atteggiò il suo volto ad un profondo dolore; si stroppicciò iteratamente gli occhi per fargli credere stanchi da un lungo pianto e si lasciò cadere sopra una sedia. Nè la signora Angelica aveva mai veduto suo marito, nè Giusta, nè Virginia il loro padre a quel modo. Bisognava essere educate alla scuola della finzione per leggere traverso la maschera di quel volto. Tutte credettero, e furono d’attorno al misero uomo ansiose e commosse a chiedergli quale disgrazia gli fosse sopraggiunta.

Salomone si agitò lungamente in cupe smanie come se gli pesasse rendere partecipe la sua famiglia del suo affanno; poi alla fine, eccitato dalle lacrime delle donne a parlare, si sfogò a un tratto così:

— Ci hanno imprigionato il figliuolo. Adolfo fu colto, credo per errore, lo credo fermamente, in una sommossa di studenti e fu tradotto a Fenestrelle.... e — Salomone s’arrestò.....

— Ebbene? — chiese Giusta la più agitata di tutte.

— Ebbene: lo sottoporranno a un giudizio statario e sarà....

Salomone s’arrestò di nuovo nascondendosi il volto tra le mani e urlando come un torturato. Avrebbe dato uno de’ suoi poderi per poter trovare in quel momento un po’ di lacrime anche finte; ma la menzogna di questo sfogo concesso soltanto ai cuori sinceri gli fu interdetta.

Le donne però furono ugualmente spaventate e insistettero perchè continuasse.

— Quando volete che vi dica tutto... se non interviene un miracolo del cielo, sarà fucilato.

La signora Angelica svenne: Giusta diè un grido e s’affrettò a soccorrere sua madre: Virginia restò a confortare suo padre.

Dopo alcuni istanti di pausa, e quando il primo impeto di terrore parve quietato, Giusta si voltò al padre e con un tuono di voce che spirava tutta la solennità e la mestizia d’un giuramento, disse:

— Padre mio, se per salvarlo credeste utile la mia vita, essa è vostra. Ma se frattanto occorresse molto denaro, vi pregherei a dare tutto quello che un giorno mi potrebbe appartenere. La povertà mi pare bella, comprata a tale prezzo.

— Oh date tutto.... tutto.... la mia dote, il mio sangue, — disse Angelica — ma salvatelo.

Virginia in questa gara di sacrificii stava ad ascoltare.

Salomone si rivolse a Giusta e parlandole per la prima volta in vita sua con un accento d’insolita affabilità, le disse:

— Grazie, Giusta, forse verrà il momento in cui ti chiederò l’adempimento della tua promessa. Però ora non disperiamoci: c’è ancora un mezzo e dipenderà molto da noi per metterlo in opera.

— Un mezzo, padre mio? e perchè tardiamo allora? — fece Giusta.

— Per ora non posso manifestarlo. A tempo e luogo lo saprete; intanto preghiamo il Signore che ci tenga nella sua santa protezione. Prendete Angelica: è un luigi nuovo, farete dire a Don Fulgenzio una messa secondo la nostra intenzione.

E acquetate con altre parole le tre donne uscì di casa in cerca del Malagana. Il Maresciallo aveva appunto nelle mani una lettera proveniente da Torino alla sig.a Livia Santafiori.

— È qui il morto, — disse il Maresciallo mostrandola al Sindaco.

— Date.... date subito: bisogna che legga e che ci faccia sopra il mio rapporto. — E pigliata la lettera andò a rinserrarsi nel suo gabinetto del Palazzo Comunale e ne stracciò il suggello.