Memorie d'un disertore, vol. 3/3

Part 1

Chapter 13,690 wordsPublic domain

MEMORIE D’UN DISERTORE

STORIA D’UNA FAMIGLIA DI PATRIOTTI

NARRATA

DA GIUSEPPE GUERZONI

VOLUME III

MILANO F. TREVES, EDITORE 1871.

Proprietà letteraria.

TIP. TREVES

MEMORIE D’UN DISERTORE

PARTE SECONDA.

IL FIGLIO

XVIII.

APPARECCHI DI LOTTA.

Pochi giorni sono trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrati. Tutti gli studenti che non hanno potuto fuggire alla strage dell’Università e dalle zanne della Polizia, giacciono quali sui letti degli Ospedali militari, quali rinchiusi nelle cittadelle d’Ivrea, di Finestrelle e d’Alessandria.

La Polizia è sempre spavalda e provocatrice; la corte, cieca e testarda; l’esercito, diviso in due campi e combattuto da opposti sentimenti; Carlo Alberto sempre misterioso, tentennante; e i capi della Rivoluzione, incerti e dubbiosi come l’uomo di cui subivano la letale malìa.

Tuttavia malgrado questi tristi esordii ognuno sentiva che si camminava a gran passi verso una catastrofe. La gioventù cominciava a riaversi dalle toccate percosse, e mormorava apertamente propositi di vendetta; qualche studente tornava a far capolino ed a gettare nella folla ardenti parole; i federali dell’esercito ripigliavano ardire; e Carlo Alberto stesso pareva fare qualche passo più ardito e arrivava persino a visitare i feriti studenti negli ospedali o dispensar loro parole di conforto che in bocca sua parevano tanti gridi di riscossa.

Durava invece sempre uguale a sè stessa la grande indifferenza della popolazione. Come un pubblico invitato ad uno spettacolo, essa aspettava che qualcuno alzasse il sipario, pronta ad applaudire il vincitore.

Ernesto Gastone e Pietro Muschietti, in capo a due mesi, mercè le materne cure di Caterina e di Carrera e l’allegra compagnia degli amici che facevano a gara per allietarne la lenta convalescenza, s’erano interamente riavuti. Muschietti non aveva alcun segno visibile di ferite: Ernesto invece portava dalla fronte alla guancia una larga cicatrice che in luogo di deturparlo suggellava sul suo volto l’impronta della natìa fierezza.

Essi, appena risanati, vollero vedere a che punto erano le cose e s’accorsero che malgrado le rettoriche declamazioni si era molto addietro. Essi correvano dall’uno all’altro, da Santarosa a Lisio, dai capi militari ai professori, pregando, spronando, rimproverando, e raccoglievano gran messe di promesse _pretereaque nihil_. In alcuni trovavano ardore quanto in loro; ma erano i soliti: Ferrero, Gambini, Laneri e Giorgio.

Giorgio era senza paragone il più deliberato. Egli sosteneva che bastava impadronirsi del comandante della Cittadella, e dominarvi per 24 ore per aver la rivoluzione trionfante.

Ma contro i suoi consigli prevalevano quelli degli ufficiali che non rischiavano a tentare il colpo senza aver la città o una parte almeno del presidio di fuori che li appoggiasse. Ferrero allora si riprometteva far la sua parte colla sua compagnia; ma se questo era troppo per Gastone, per Santafiori, per Muschietti, era poco per gli altri;.... e si consumava il tempo io almanacchi ed in sterili discussioni.

Però nei primi di marzo venne a Torino segretamente un uomo, che doveva avere una influenza decisiva sulle sorti della rivoluzione e di cui la storia non poteva dimenticare il nome. Era il capitano Garelli del reggimento di Genova. Era allora di presidio ad Alessandria e veniva a Torino ad annunziare in brevi termini ai federati Torinesi che il presidio d’Alessandria aveva deciso di sollevarsi per il giorno _nove di marzo_, ed a chiedere che Torino secondasse il movimento. Aggiungeva che Ansaldi era deciso a rompere gl’indugi ed a mettersi a capo dell’impresa, e che la vittoria era certa. Che si sarebbe proclamata la costituzione di Spagna, costituita una _Giunta provvisoria di governo_ e fatto della fortezza il centro dell’insurrezione.

— E Torino non starà colle mani alla cintola — fece Ferrero quando Garelli ebbe finito il suo rapporto.

— Non ci starà, — rispose Giorgio, — dovessi fare io solo la rivoluzione in cittadella.

Allora sorse un altro argomento di disputa. Si doveva uscir tutti da Torino e muovere armati in soccorso d’Alessandria o sollevare la capitale e quivi concentrare tutto il moto delle provincie?

La discussione durò ardente, disordinata, intollerante, com’è il costume de’ congiurati, fin quasi al mattino, e non si approdò a nulla. Si decise rimettersi al giudizio di Lisio e Santarosa, e appena giorno, Muschietti fu ad interpellarli a nome degli amici.

Il consiglio, anzi il volere del Comitato era che il moto dovesse far capo ad Alessandria; ivi raccogliere tutte le forze; proclamarsi il governo, e ordinato un esercito, marciare in massa contro Torino.

Questo consiglio significava tre cose chiarissime: guadagnar tempo, lasciar la responsabilità dell’iniziativa ad Alessandria, e la libertà dell’azione a Torino; e questo consiglio non poteva venire suggerito che da Carlo Alberto.

Quest’ordine scontentò i più ardenti; tutti finsero accettarlo per amor di concordia, ma tutti si proposero o sperarono poterlo deludere per il più sicuro trionfo della causa stessa alla quale si erano consacrati. La mattina del 10 marzo non tardarono a giungere a Torino le notizie della sollevazione d’Alessandria.

«Narravasi, così il Brofferio, che il capitano Palma alla testa del reggimento di Genova, stanziato nella Cittadella, aveva alzato il primo stendardo di libertà; che i Dragoni del Re, condotti dal capitano Baronis e dal sottotenente Bianco, si fossero congiunti al reggimento di Genova; che il colonnello Ansaldi avesse in nome della Costituzione preso il comando della Cittadella, che una grande maggioranza di cittadini si fosse unita ai militari; e finalmente che si fosse composta una _Giunta provvisoria_».

Ogni altra mora sarebbe parsa vile ai federati torinesi. L’ora era giunta: propizia a chi l’avesse saputa afferrare; irreparabile a chi l’avesse lasciata sfuggire. Si sentiva da tutti, anche dai più titubanti, che bisognava agire e agire subito; la cittadinanza stessa estranea alla congiura era invasa dall’ansia di pronti avvenimenti. E per quelle battaglie avventurose che si chiamano _Rivoluzioni_ e in cui tutto dipende dall’audacia di pochi, anche questa ansia è una forza perchè è un consenso.

Ma come si sarebbe agito? d’onde sarebbe venuto il primo colpo? Chi avrebbe cominciato?

Si era sempre al problema di pochi giorni prima, e le due opposte opinioni cozzavano sempre negli animi, sebbene scopertamente si dichiarasse di obbedire agli ordini del comitato.

E questo, che non aveva mai immaginato nè sperato altro che una congiura militare, e che era più dominato da pregiudizii di strategia soldatesca che guidato da fede rivoluzionaria, stava sempre per il concentramento in Alessandria, dove già sventolava il vessillo della libertà, salda base d’operazione, formidabile rocca per le disperate difese.

Fu quindi ordinato che tutti i federati marciassero in Alessandria, e la voce pubblica che in tali giorni crea e divora le notizie, voleva già che Santarosa, Lisio, Collegno, San Marzano fossero fuori di Torino alla testa dei sollevati.

Quest’ordine perentorio arrivò contemporaneamente al capitano Gambini per i Federati della cittadella, ed al capitano Ferrero per la sua compagnia della Legione.

Gambini lo trovava assurdo, ma non aveva il coraggio di opporvisi apertamente e mandò a rispondere: «Ubbidisco: ma avverto che non potrò mettermi in viaggio che la notte seguente e con pochissima gente».

Giorgio portò egli stesso il biglietto di Gambini a Santarosa. Fu la prima volta che questi due uomini, l’uomo della storia e l’uomo della cronaca, s’incontravano.

Santarosa restò un po’ meravigliato nel vedere che il Gambini riponesse tanta fiducia in un artigliere a segno da confidargli una lettera aperta, e squadrandolo da capo a fondo dietro i suoi occhiali d’oro, gli disse:

— Come ti chiami?

— Giorgio Santafiori.

— È un pezzo che sei Federato?

— Io credo d’esserlo stato nella mente di mio padre, che insegnerebbe a molti eroi d’oggigiorno come si fanno le rivoluzioni.

— Sei severo, artigliere!.... e chi era tuo padre?

— Mio padre?.... Nulla.... a sette anni gettava sassi nella testa de’ Tedeschi con Balilla e Pittamuli.

— È un esordio rispettabile.... e tu vorresti imitarlo?

— Io vorrei, colonnello, — fece Giorgio abbassando la voce e avvicinandosi agli orecchi di Santorre — io vorrei darvi nella mano la cittadella questa notte istessa.

— Tu?.... sei pazzo.

— Colonnello... — fece Giorgio Santafiori, ponendosi sul _guardavoi_, — non avete altro a comandarmi?

— Altro — e lo congedò.

Giorgio uscì mormorando tra sè «lo vedrà se sono pazzo».

Ferrero nel tempo stesso che riceveva l’ordine segreto de’ suoi capi di recarsi ad Alessandria, riceveva da’ suoi capi ufficiali, dal Ministero della guerra l’ordine d’andar a prendere colla compagnia il presidio della città di Cuneo.

Egli comunicò quel doppio ordine a’ suoi amici. Gastone voleva che non partisse: Muschietti più prudente diceva:

— Partire da Torino lo deve, perchè non potrebbe giustificare il suo rifiuto al Ministero e correrebbe il certo rischio d’essere fatto prigioniero assieme a’ suoi soldati prima di poter agire. Ma la partenza non deve essere che una manovra per accontentare il comitato e sopire il sospetto del governo. Giunti poi alla prima tappa fa un _dietro fronte_ e al passo di carica marcia su Torino: noi gli andiamo incontro, la cittadella si solleva, la città si copre di bandiere, si proclama la costituzione e l’affare è fatto.

Ferrero esitò un momento; poi deposta la sua larga mano in quella del giovane disse: — Voi promettete che gli studenti mi verranno incontro e che la cittadella insorgerà?

— Lo promettiamo...

— Allora viva la Libertà!... domattina il capitano Ferrero sarà alle porte di Torino.

E come promise mantenne. La mattina dell’11 marzo Torino svegliandosi sentiva dire che una colonna di truppa, un battaglione, un reggimento, era fuori di Porta Nuova accampato nei dintorni di San Salvario, che la comandava un colonnello, un generale: era stata gridata la costituzione di Spagna, che centinaia di studenti armati di tutto punto accorrevano da tutte le parti a ingrossare i sollevati.

La verità era che il bravo Ferrero si trovava solo con 80 uomini: che le centinaia di studenti si riducevano al centinaio, e le armi di tutto punto ai soliti randelli.

In breve ora, tutto fu in moto: la popolazione correva a frotte verso il campo degli insorti, ma, giunta da presso veduto, quel sottile manipolo di soldati e quelle poche decine di giovani, come una gente delusa dalla speranza dello spettacolo, restava stupida e immota ad aspettare se qualche nuovo attore compariva che lo compensasse della miseria del prologo.

Il governo invece non sapeva quel che annaspasse. Come tutti i governi in faccia alla rivoluzione aveva perduta la testa. Mandava due battaglioni d’Aosta con una compagnia d’artiglieri, con ordini equivoci, e poi gli richiamava. Forse era corsa la voce a corte che in quei reggimenti e fra quelli artiglieri specialmente c’erano molti Federati e che si rischiava, lasciandoveli in contatto, di vederli passare al nemico. Intanto sotto gli occhi della polizia, della truppa e dell’intera città passava un carro di fucili e di munizioni, diretto ad armare gli studenti e arrivava sano e salvo a San Salvario.

Poi pentito di quel richiamo, mandava un mezzo squadrone di Carabinieri a cavallo e mezzo squadrone di Piemonte Reale, senza pensare che questa forza sarebbe stata insufficiente e inesorabilmente battuta.

E prova di maggior buon senso, se non di coraggio, diedero il maggiore Ducco e capitano Caravadossi che comandavano quei cavalieri. Perchè veduto che Ferrero avea formato il quadrato, e si disponeva a resistere a oltranza, si ritirarono in bell’ordine e stettero in osservazione.

La città continuava a guardare colla sua cheta curiosità: i regii non avanzavano: i Federati stavan fermi: la bilancia delle due sorti era equilibrata, e si capiva che il più lieve soffio la poteva ad ogni istante far traboccare da un lato o dall’altro irrimediabilmente, e l’evento lo dimostrò.

A corte si era presa alfine una risoluzione: mandar il cavalier Raimondi, colonnello della legione Regia, nella quale era capitano Ferrero, ad arringare i ribellati ed a richiamarli al dovere.

Ferrero da lontano lo vide arrivare al galoppo, e comprese subito che tutto era perduto se quell’uomo poteva parlare alle truppe: egli non ha che un mezzo, precorrerlo. Ferrero si toglie dalla sua compagnia, s’avanza con passo risoluto verso il suo colonnello e lo arresta con queste parole:

— Noi siamo qui per la libertà e per la indipendenza della patria: se volete riconoscere la nostra bandiera, siamo pronti ad obbedirvi, se no, ritiratevi o faremo fuoco sopra di voi.

— Sono vostro superiore, — ripigliò Raimondi, e come tale vi ordino di obbedirmi.

— In questo momento, — replicò Ferrero, — non ho altri superiori che Dio. Vi replico di ritirarvi; e se pure volete rimanere, fuori la spada e sia decisa la quistione fra noi due.

Raimondi trasse la spada, non per combattere con Ferrero, ma per comandare ai soldati di eseguire i suoi ordini, e sprona per arrivare fino ai soldati; Ferrero non ha più la forza di trattenerlo: i soldati forse hanno udito la sua voce.

Ernesto che aveva il comando in secondo della colonna, aveva tutto osservato e indovinato. Egli stava ansioso ad aspettare la conclusione del colloquio quando udì dietro sè alcuni soldati esclamare:

— È il nostro Colonnello; gridiamo: Viva il nostro Colonnello!

Egli misurò tutta l’urgenza del pericolo e capì che l’esitazione d’un istante avrebbe tutto perduto. Il cavaliere Raimondi aveva già brandito la spada, era arrivato al cospetto dei soldati, e già aveva aperta la bocca per parlare. Ernesto non ci vedeva più: puntò la sua pistola contro il petto del Colonnello e lo stramazzò da cavallo inondato nel suo sangue.

I soldati che stavano per gridare: Viva il Colonnello, gridano: Viva i fratelli studenti! e l’audacia di Ernesto salva da certa disfatta quella colonna.

Ma la città era inerte: dalla cittadella non si udiva nessun segnale, il giorno calava: la truppa riavutasi da una prima sorpresa, si preparava ad un estremo assalto. Ferrero credette che fosse vano lo stare in quella posizione e ordinò la ritirata su Alessandria.

Anche la ritirata era un atto disperato perocchè gli era d’uopo attraversare mezzo Torino, sotto gli occhi d’un esercito ostile, venti volte più forte: tragittare un fiume come il Po, probabilmente sotto il fuoco del nemico che non avrebbe lasciato fuggire l’occasione di massacrare al varco la piccola colonna.

Ferrero rischiava troppo: mentre poteva aspettare la notte, più favorevole a sparire se la ritirata era necessaria, più propizia a marciare se la cittadella come speravasi insorgeva.

Muschietti si oppose con tutte le sue forze alla ritirata: Ferrero insistette: Muschietti rispose:

— Voi partite, io resto. La lotta è qui!

XIX.

LA CITTADELLA.

Malgrado la comparsa di Ferrero, Torino non dava segno di vita. I capi della federazione raccolti a consiglio avevano mandato dal Principe di Carignano a chiedergli una parola d’ordine, e il Principe aveva mandato in un’ora due diverse risposte.

Collegno era tornato colla promessa che il Principe sarebbe montato la sera stessa a cavallo e avrebbe proclamata la costituzione.

Lisio veniva dietro a lui a dire che il principe aveva deciso soprassedere ancora un giorno per aspettare più recenti notizie d’Alessandria.

Il comitato era in balìa di questa marea di risoluzioni e di irresoluzioni e non sapeva a qual riva approdare. S’agitava febbrilmente su quattro poltrone d’una stanza nascosta e non faceva nulla. Amleto gli aveva comunicato il suo male.

Nella Cittadella verso le nove della sera durava ancora lo stesso ondeggiamento. Tolti i giovani ufficiali che vi erano di presidio, Errico e Gambini fra i primi, Rossi del Genio, Recciocchi, Rigolino e Cassana del Reggimento d’Aosta, si dichiaravano decisi a gettarsi nella mischia, ma, presi anch’essi dal contagio comune, perdevano il tempo in piani assurdi, in sterili strategie e non arrivavano a conclusione alcuna. Nessuno d’altronde aveva il coraggio d’assumere la responsabilità dell’iniziativa e l’iniziativa nelle rivoluzioni, ce l’ha insegnato sedici secoli fa Mosca Lamberti, è più che la metà dell’opera.

Poteva essere mezzanotte. Tutta la guarnigione dormiva. Gambini si era ritirato nella sua stanza affranto dall’emozione della giornata, e stava dolorosamente meditando le conseguenze della fallita impresa, quando udì picchiare al suo uscio. Quantunque stupito che a quell’ora insolita si venisse a cercarlo, pure s’alzò e andò ad aprire egli stesso.

— Giorgio?! — fece maravigliato nel vedere l’artigliere, — qualche novità forse?

— Ce ne saranno se voi, Capitano, mi secondate. Vedo che tra questo sì e no non si conchiude nulla; il miglior progetto ve l’ho già detto: impadronirsi a forza del comandante: piantare alle sue finestre e su tutti i bastioni le bandiere della libertà: dare, appena albeggi, nei tamburi e nelle trombe: proclamare la costituzione. Fare adesione alla giunta d’Alessandria, prendere tra le vostre mani, come più anziano, il comando della Cittadella, farsi riconoscere dagli ufficiali e nessun combattimento. La truppa imiterà i capi e non avrà forza d’opporsi....

— Ma... fece Gambini dopo una pausa silenziosa, come si fa ad entrare nella stanza del Comandante? C’è il corpo di guardia e bisognerà combattere per sbarazzarsene.

— No.... il picchetto di guardia lo comanda un sergente dei nostri: Rittatore.

— Ed egli è a parte di tutto il progetto?

— Egli dice che se voi vi presenterete darà ordine di lasciarvi passare.

La testa del capitano ardeva. Il genio dell’irresoluzione e il genio dell’audacia lottavano in un duello a morte nell’anima sua. Giorgio lo vide e decise superare tutti gli ostacoli.

— Ebbene! se voi esitate, capitano, datemi la vostra uniforme e la vostra spada; farò da me: voi mi seguirete.

— La mia spada? mai.... io ti precedo, — e stampato un bacio sopra il ritratto d’una donna che aveva sul tavolino (perocchè anch’egli aveva un occhio di donna che lo guardava nell’ombra) cinse la spada ed uscì con Giorgio.

Il cavaliere Des Geneis comandante la Cittadella dormiva al primo piano dell’ala sinistra del quartiere. Appiedi della scala c’era il corpo di guardia: salita la scala il primo uscio di faccia era il suo, e una sentinella in fazione ne guardava giorno e notte l’ingresso.

Gambini e Giorgio s’incamminarono verso il corpo di guardia avvolti ne’ loro pastrani: scambiarono poche parole con un sergente d’Aosta che li aspettava sulla porta. Poi il sergente infilò per il primo la scala. Arrivato al sommo disse altre due parole alla sentinella: questa si mise a pied’arm, e lasciò passare i due incogniti. Rittatore restò sull’uscio e si mise a far chiacchierare la sentinella:

— Se ci fosse una mezzina d’Asti ogni ora di fazione, come sarebbe bello il fare la sentinella.

— E meglio se una montanina della Val d’Aosta ve lo potesse mescere.

E su questo tema continuarono a conversare.

Intanto i due congiurati erano penetrati fino nella stanza del colonnello, fiocamente rischiarata da un lumicino a olio confinato in un angolo che permetteva appena di vedere dove si metteva il piede e di non urtare i mobili. Esso lasciava anche vedere la testa canuta e rispettabile del colonnello che dormiva supino a bocca aperta nel suo letto.

Gambini e Giorgio in faccia a quel sonno tranquillo ebbero un minuto d’esitazione; forse pareva loro di commettere un delitto; certo non era un’impresa eroica.

Giorgio s’avvicinò per il primo e pose la sua mano robusta sul braccio destro del dormente; questi si scosse subito, ma Gambini intanto gli aveva afferrato il braccio sinistro. Il colonnello spalancò gli occhi, li fissò un’istante su quelle due ombre che gli stavano al fianco, poi desto al sentimento della verità sferrò con erculeo sforzo le sue braccia e allungò la mano per afferrare la pistola che aveva vicino al suo letto. Ma Giorgio aveva preveduto il movimento, e prima che il colonnello avesse potuto arrivarvi s’era già impadronito della pistola.

Des Geneis non si arrese, e si precipitò giù dal letto gridando con quanta voce aveva nel petto «all’armi»; ma Giorgio e Gambini gli furono sopra, lo atterrarono e mentre il capitano gli teneva le braccia, Giorgio gli premeva coi ginocchi il petto e colle mani la bocca per impedirgli di gridare.... ci fu qualche minuto di sosta.... il vecchio respirava appena, schizzava gli occhi fuori dell’orbite e mugolava sordamente.

Il capitano Gambini colse questo lucido intervallo per farsi riconoscere.

— Colonnello — disse il capitano — non mi riconoscete? Sono il capitano Gambini. Non vi voglio fare alcun male, ma in nome della libertà e della costituzione v’intimo d’arrendervi e di affidarmi le chiavi della Cittadella.

— Mai.... — urlò l’atterrato.... — prima si muore.

— Colonnello, la vostra resistenza è inutile... tutta la guarnigione è con noi e domani ci sarà tutta la città.

— Mai... — replicò.... — viva il Re.... e cogliendo un momento in cui Giorgio aveva allentata la stretta per lasciarlo parlare, balzò da terra colla agilità d’un giovane, e prima ancora che i suoi due avversarii avessero potuto metter mano alle loro, aveva staccato dalla parete la sua spada e la brandiva con ammirabile gesto di sfida.

Giorgio lo assalì colla sua sciabola corta da artigliere: il cavaliere Des Geneis gli misurò un terribile fendente alla testa, Giorgio lo parò metà colla lama, metà col braccio, ma senza nemmeno accorgersi della ricevuta ferita e del sangue che ne grondava, infilò con un colpo disperato il petto del colonnello e glielo passò fuor fuora.

Gambini aveva assistito al breve combattimento appoggiato alla sua spada, e quando vide che Giorgio ebbe vinto, disse: — se tu soccombevi sarei subentrato io, ma in due contro un vecchio mi sarebbe parso un assassinio.

— È giusto; e questo sangue mi fa bene, — rispose Giorgio additando la sua mano che penzolava quasi tronca — mi pare riscatti la morte di quel bravo uomo.

Il colpo era fatto: usciti trovarono Rittatore che faceva mettere in rango il suo corpo di guardia. Il capitano Gambini annunzia loro che prendeva il comando della Cittadella in nome della costituzione e li invito ad inalberare con lui la bandiera nazionale. Quei soldati vedevano un capitano che parlava, un sergente che assentiva, e non chiesero di più, e per opera loro in una notte tutta la cittadella fu coperta di vessilli tricolori.

Gambini corse a svegliare gli ufficiali suoi amici annunciando l’accaduto, essi l’udivano con gioia: finalmente uno aveva osato cominciare, finalmente avevano un capo: era la sola cosa che desideravano.

Appena albeggiato fu dato nei tamburi, tutta la guarnigione fu messa sotto le armi, e stanca di passare di incertezza in incertezza, d’allarme in allarme, accettò il fatto compiuto e con una delle solite baldorie di caserma, lo ratificò.

Il cannone annunziò l’avvenimento, e Torino vide sventolare sulla caserma i vessilli costituzionali, ancora incredula di quel miracolo compito. L’annunzio fu portato al comitato che ne fu meravigliato: fu portato al Carignano il quale, non volendo mostrarsi nè troppo credulo nè troppo scettico, mandò ad accertarsene. Un dragone a stento potè andare e tornare col messaggio. Tutta la popolazione era intorno agli spalti della trionfata fortezza a salutare il fausto avvenimento.

Era giunta l’ora anche per Carlo Alberto; se egli esitava ancora, tutti quei giorni di lotte, di dubbi, tutte quelle promesse dispensate, quelle speranze nutrite diventavano una commedia sfruttata, una scandalosa menzogna.