Memorie d'un disertore, vol. 3/3
Part 3
Non s’era ingannato; vi trovò dentro una lettera per Livia tutta cose e affetti domestici e un’altra per Giusta. Quando l’ebbe percorsa tutta la gettò sul tavolo rabbioso di non trovarvi quello che aveva sperato. Erano le usate fantasie d’amore, i consueti sogni, i soliti giuramenti, ma non una parola di politica. Il Sindaco s’era lusingato che l’artigliere svelasse alla sua amica tutti i suoi segreti, e quindi anche quelli delle sue patriottiche utopie delle quali lo credeva appestato; chè se una sola confidenza gli fosse sfuggita, Giorgio era spacciato e il problema del matrimonio con Tacchini risolto. Invece silenzio assoluto. Nè cospiratore, se Giorgio lo era, fu mai più guardingo, nè lettera d’amanti più discreta.
Salomone non ebbe altro a fare che trattenere la lettera e aspettare gli avvenimenti.
Intanto era venuto il marzo: la voce pubblica portava da Torino ed anche dalle provincie le più strane notizie; tutti quelli che avevano parenti o figliuoli lontani erano inquieti e accorrevano alla posta ansiosi a cercarne le nuove. E tosto o tardi, o liete o sconsolanti le ricevevano.... per due sole persone la posta era muta da oltre quindici giorni: per Giusta e per Livia.
Giorgio non scriveva, o almeno esse non ne ricevevano lettere, e non sapevano più che pensarne; Giusta straziata anche dall’altra pena del fratello aveva perduta persino la forza di piangere e Livia non faceva che pregare.
Naturalmente i gazzettini della spezieria esageravano com’era lor costume le notizie quando non le fabbricavano di pianta, ed empivano il credulo e pacifico villaggio di favole stravaganti e paurose. E tutte quelle voci di combattimenti, di stragi, di prigionie, andavano a ripercuotersi sul cuore delle due derelitte e non vi lasciavano un’ora di pace.
Esse si trovavano tutte le sere in Chiesa e quando ai rintocchi dell’Ave Maria il sagristano andava a spegnere i ceri, e gli ultimi preganti s’erano ritirati, quelle due sorelle di dolore si avvicinavano cautamente, si toccavano le mani ancora umide dell’acqua benedetta e sommessamente sicchè solo Dio poteva udirle, si chiedevano:
— Nulla?
— Nulla.
— Preghiamo per lui, — replicava Livia, e con un sospiro si separavano.
Ma scorsi altri pochi giorni e continuando a mancare le lettere, Livia decise uscire d’incertezza e sapere ad ogni costo la verità.
Il suo confessore le aveva suggerito di rivolgersi al Sindaco Arena, il solo che potesse per le vie ufficiali attingere nella confusione di quei giorni, certe notizie.
Livia non poteva amare il sindaco Arena, ma la sua pietà le vietava anche di odiarlo. Sapeva inoltre ch’egli era stato cagione di molti guai per la sua famiglia, ma preferiva dimenticarlo. Si pose adunque sulla testa il suo velo nero e andò a presentarsi al Sindaco nel suo stesso Ufficio.
Salomone Arena appena l’udì annunziare capì subito di che si trattava e si preparò a recitare la sua parte: raccolse col sorriso sulle labbra e il miele sulla lingua: si mostrò premuroso, cortese, intenerito: disse che anch’egli era colpito da una grande sciagura, che era quindi in grado di comprendere quelle degli altri: alla fine promise che avrebbe scritto al Governatore di Torino per sapere tutto quanto avrebbe potuto sul conto di suo fratello.
Livia volle baciargli la mano; e partì commossa da tanta bontà e quasi persuasa che quell’uomo fosse stato fino allora calunniato.
Scorsi cinque giorni, giunse al Sindaco di S... un plico suggellato da Torino che portava queste parole:
«In risposta al foglio della S. V. in data primo marzo si partecipa che il nominato Giorgio Santafiori soldato nel 1.º Reggimento d’artiglieria reale fu arrestato sette giorni sono e tradotto nella fortezza di Casale per sospetto fondato di fellonia».
Quando Salomone Arena ebbe ricevuto questo plico, lo mandò a Livia Santafiori con una parola di condoglianza, che pareva sincera; e fiutata una presa di tabacco disse fra sè con trionfante compiacenza:
— Ora è il momento di smascherare tutte le batterie.
XXII.
BATTERIE SMASCHERATE.
Rientrato in casa dove aveva sempre saputo conservare la sua tinta di mestizia, i suoi occhi rossi, raccolse nel salotto la sua famiglia e parlò così:
— Vi aveva detto, miei cari, che sperava di scoprire un mezzo per salvare il vostro fratello. Oggi finalmente posso annunziarvi che questo mezzo c’è, purchè voi specialmente Giusta vogliate secondarmi. Per salvare Adolfo non c’è altro che farlo comparire imparentato con un casato che per i servigi e la devozione al Re ed alla sua famiglia sia superiore ad ogni sospetto. Se Adolfo avesse trovato in quel casato una sposa.... sarebbe forse stato meglio; ma non ci sono donne. Mercè l’illustre nostro protettore il conte Della Torre si potrà invece trovare un marito.... anzi s’è trovato; è un uomo che onorerà e proteggerà la nostra famiglia, potente nella Corte e nel foro; uno dei primi Magistrati di Piemonte. Egli ama una di voi due — e pone per condizione alla liberazione d’Adolfo la mano di....
Giusta si sentì piegare sotto le ginocchia.
Salomone non aveva ancora detto «sei tu» pure ella aveva subito sentito che la vittima era lei. Angelica cinse delle sue mani la figliuola e la sostenne dicendole sommessamente «coraggio».
Virginia invece con voce ferma esclamò «Credo che chiunque di noi sia la preferita sarà lieta di salvare a così poco prezzo la vita di suo fratello».
— La preferita è.... — il padre sospese ancora la parola, quasi si dilettasse d’infliggere quella tortura preparatoria alla figlia che aveva condannato.... Poi ripigliò.... — è Giusta.
Giusta si era preparata, diè un leggero pianto che compresse con una stretta febbrile al cuore; s’appoggiò ad una sedia per non cadere e riprese:
— Questo è impossibile, padre mio.
— Impossibile!.... non dir subito questa parola, fanciulla mia.
— È impossibile, come il delitto, come lo spergiuro; è più facile morire. Se quell’uomo vuole la morte di una di noi, lo ringrazio della preferenza, ma l’amore, la fede mia è impossibile.
— Allora Adolfo dovrà morire.
Il dilemma pareva crudo come il labbro che lo proferiva. La madre diè in un singhiozzo. Giusta si sentì tremar tutta e il cuore le diè un balzo così forte che ne sentì l’urto co’ proprii orecchi. Il padre proseguì:
— La qual morte sarebbe necessariamente seguita da quella di vostra madre e di vostro padre.... Se si trattasse d’un atto disonorevole capirei che tu esitassi.... che tu rifiutassi persino.... ma si tratta del matrimonio con un uomo rispettabile.... di un matrimonio che ti lascia dopo pochi mesi la piena libertà di te stessa e la vera felicità... via, Giusta, fa senno e mostra ora quel cuore del quale hai sempre preteso avere il privilegio.
Giusta alzò i suoi begl’occhi in faccia al padre, si asciugò le lacrime e rispose:
— Padre mio, se si trattasse solo del mio sacrificio, Dio m’è testimonio che per quanto mi sembri più atroce del morire non esiterei, e vita, per vita, darei la mia. Ma non si tratta solo di un sacrificio, si tratta d’uno spergiuro. Non è solo della mia vita che dispongo ma... perchè tacerei ora?.... ma di quella d’un altro... che amo, infelice più di noi tutti, al quale non potrei ritogliere la mia parola senza torgli la vita....
— Tu dunque l’ami ancora.... sciagurata.... Ah! noi perduti per sempre! — esclamò il padre coll’accento d’un dolore che nessuno avrebbe sospettato mentito.
Tutti tacquero.
— Tu l’ami.... ed io stolto che l’ho sempre creduto un trastullo di gioventù. Oh! perchè non ho repressa questa passione nascente quand’era ancora in tempo! Tu l’ami e mentre perdi tuo fratello non salvi lui e ti leghi ad un moribondo.
— Come salvarlo?.... da qual pericolo?... Oh dite padre mio? dite per pietà — io son pronta a tutto; ma nelle vostre ultime parole c’è un mistero che mi uccide.
— Il mistero è che Giorgio Santafiori è prigioniero, come tuo fratello, accusato della stessa colpa ed esposto alla stessa condanna.
— Ah no! padre mio, non è vero, dite che non è vero.... lo sento.... lo giuro che non è vero — fece la giovinetta gettandosi ai piedi di suo padre e invocando da lui disperatamente un’altra parola.
— Non è vero tu dici?.... stolta.... aspettami e vedrai.
E Salomone afferrato il suo cappello uscì a balzi di casa.
Le tre donne stettero mute, atterrite, ad aspettare, come tre smarrite sull’orlo d’un abisso che hanno udito rumoreggiare il tuono e che ne aspettano lo scroscio.
Non erano scorsi dieci minuti che Salomone rientrava conducendo seco per mano una donna. Era Livia Santafiori.
— Questa illusa non crede alla disgrazia di vostro fratello, — disse Salomone, gettando con una spinta quel testimonio in mezzo alla sala....
— Pur troppo, signora Giusta!.... Quest’è almeno la lettera che scrive il Segretario del Governatore di Torino.
Giusta s’alzò; afferrò la lettera; la lesse, la rilesse, e quand’ebbe finito, gridò con un accento d’ineffabile speranza:
— Ma non è lui che scrive... non è lui!.... non può essere vero.
— Insensata, — replicò il padre, — forse che i prigionieri di Stato possono scrivere alle loro amanti!...
Giusta restò colpita da questa ragione, poi seguendo la corrente interna de’ suoi pensieri continuò:
— Poi, che importa se è prigioniero! Vuol dire che è infelice di più, e che egli ha più diritto di prima al mio amore! È prigioniero, ma è vivo: e vivo lui, sono sua: morto, della sua tomba.
— Disgraziata, tu lo ucciderai — rispose Arena alzandosi e con voce, per la prima volta in quella scena, minacciosa. — Mentre tu potresti, salvarlo in un sol atto.... lui e tuo fratello.
— Salvarlo, disse Livia, correndo all’uomo che aveva proferite queste ultime parole, e tremante per l’emozione e la paura di non aver udito il vero.
— Eh di certo! diteglielo voi, signorina, giacchè da me non lo vorrebbe intendere — salvarlo! sposando l’uomo che deve entrambi giudicarli....
Livia non pensò in quel momento che alla vita di suo fratello, e si voltò verso Giusta senza profferire una parola, ma con tale sguardo di atterrita pietà che ognuno, non che Giusta, l’avrebbe compreso e interpretato. Però la intelligente fanciulla non volle nemmeno che Livia pronunziasse la parola che già aveva eloquentemente espresso col suo sguardo, e disse:
— Tradirlo per salvarlo; ucciderlo col mio spergiuro, per sentirmi maledetta da lui nel suo ultimo respiro... È questo che mi proponete, Livia, per amor di vostro fratello?...
Livia non osò parlare ed abbassò la fronte.
— Se voi potete provarmi che egli sopravviverà e mi perdonerà.... — continuò la fanciulla.
Una voce soave e mesta che non s’era fatta udire fino allora, uscì dall’angolo della sala e interruppe......
— Ti perdonerà, perchè con lui avrai voluto salvare tuo fratello... e tua madre...
— Anche voi, madre mia! — esclamò la fanciulla.... — Ma questo è troppo.... — e si lasciò cadere sopra una seggiola senza fiato e senza moto.
Tutti sentivano che la crisi era vicina e tutti aspettavano, sebbene animati da un diverso sentimento, la stessa risposta.
Giusta se n’avvide, e coll’accento più soave che creatura umana potesse trovare disse:
— Tutti lo volete, sarà.... non ho che una condizione, cercar da me stessa le prove di quello che voi dite.... Poi sarà fatta la volontà di Dio.
E si sentì passare sugli occhi la caligine dell’agonia.
XXIII.
DUE RIGHE DI STORIA.
Il colpo che aveva atterrato per mano di Giorgio Santafiori il Comandante della Cittadella poteva essere il fendente d’Alessandro sul famoso nodo se ad altri cuori e ad altre menti fosse stato commesso il capitanato della impresa. Al contrario, tra i tentennamenti dei capi, la più volgare astuzia doveva parere somma pazienza e sfruttare con un sgorbio di penna l’atto più magnanimo.
Arrivata a Corte la notizia della Cittadella, lo sgomento fu grande; massime nell’animo imbelle del Re. Tutti avevano perduta la testa; e la paura suggeriva i più strani e codardi consigli. Un uomo solo aveva conservato il proprio sangue freddo e indovinato lo stato delle cose. Egli aveva compreso, meglio d’ogni altro, che una rivoluzione scoppiata più per impulso de’ gregarii, che per volontà de’ capi, senza mente e senza volontà, si sarebbe arrestata al primo ostacolo e che ogni più sottile intoppo l’avrebbe rovesciata.
Però egli diede al suo Re il più saggio di certo ma il più naturale e il più semplice consiglio che uom potesse dare, abdicare a favore del fratello Carlo Felice duca del Genovese, che allora era in Modena a compiere la sua educazione sotto Francesco d’Este e il conte del Carretto. Con questo consiglio, a un Re prigioniero subentrava un re libero; e la monarchia, vinta per poche ore in Torino, risuscitava forte di tutti i suoi privilegi in Modena.
Ma il consiglio sarebbe stato vano se la rivoluzione piemontese avesse avuto altro capo. Perocchè bastava che Carlo Alberto, proclamando la costituzione si associasse al partito che dichiarava decaduta la dinastia che cospirava fuori dello Stato collo straniero, e afferrasse egli stesso la corona che suo zio lasciava per raccogliere intorno a sè quanto di patriottico e di liberale gli offriva il paese, far cessare le ambiguità e le esitazioni, ordinare e segnare chiaramente il suo campo, e forzare la profuga dinastia a farsi portare dalle baionette straniere contro la forza e la volontà d’un popolo intero.
E un’altra cosa aveva da fare Carlo Alberto: eccitare e soccorrere la insurrezione delle provincie Lombarde. Quando invece queste rinate alla speranza della riscossa piemontese mandarono le loro Deputazioni al Reggente per chiedere una parola d’incoraggiamento e una promessa d’aiuti, ebbero per risposta le usate frasi evasive, e dovettero rivarcare il Ticino disperate d’ogni soccorso.
Ma non era certo l’uomo, che mentre proclamava la rivoluzione meditava la fuga e forse sognava gli allori del Trocadero, capace di intendere e di tentar siffatte imprese. Ed a sua discolpa, rispondiamo agli storici cortigiani, che ancora oggi ne ritentano la bugiarda apologia, non potrà stare che questo:
Fu, da uomini troppo confidenti nella sua inetta vanità, trascinato in un’impresa alla quale ripugnava l’educazione del Principe, l’animo dell’uomo; laonde sarà dubbio se sia stata più colpevole la sua immensa cecità, o la sua meditata perfidia.
Tuttavia nessuno comprese allora l’insidia nascosta nel consiglio del San Marzano, e l’abdicazione di Vittorio Emanuele fu salutata con feste e luminarie. Persino i dubitanti si credettero sicuri; persino gli eroi del giorno dopo credettero l’affare finito e fecero capolino fuori delle finestre, a gridar viva la costituzione. Persino un colonnello Ciravegna e un generale Gifflenga azzardavano di coprire i loro vecchi ciondoli monarchici di coccarde nazionali.
Nessuno esitava più, tranne il simbolo vivente dell’esitazione: Carlo Alberto.
Il Re era già lontano, i suoi amici sgominati, il suo esercito diviso e impotente, un popolo gli gridava «dateci una costituzione e siate nostro capo»: pure il Reggente vacillava, tentennava ancora.
Gliela dovettero letteralmente strappare di bocca, letteralmente mettergli la penna in mano perchè ne sottoscrivesse il manifesto; letteralmente sospingerlo al balcone e fargli pronunciare la contrastata parola.
Fu il dott. Crivelli che ebbe questo merito, egli invase le stanze del principe, arrivò fino a lui, lo mise alle strette e lo strinse a parlare. Quel che Muschietti aveva fatto pochi giorni prima in piazza, egli lo fece in casa, ed il suo nome ha diritto a un posto nella storia di quell’avvenimento meglio assai di tanti altri che l’usurparono senz’aver fatto altro che recitare la parte di mute comparse.
Carlo Alberto nelle strozze del dilemma parlò, giurò, ma quali parole e quali giuramenti!
Mentre prometteva di osservare la costituzione, giurava ubbidienza al legittimo re Carlo Felice; e diceva e disdiceva, voleva e non voleva, nel primo, nell’unico atto pubblico che potè parere un atto di energia e di risolutezza.
Era naturale che Carlo Felice, circondato dai consiglieri della Corte di Modena, rispondesse ad una costituzione proclamata così fiaccamente, con violente proteste e con una serie di atti rigorosi contro i quali i vaganti propositi del Principe Reggente e della rivoluzione a lui fidata si sarebbero rotti. Carlo Felice affrettava l’intervento austriaco che certo non aveva uopo d’eccitamenti; sconfessava la costituzione; investiva de’ suoi poteri tre Governatori Generali, fra i quali il nostro Della Torre per Novara; spodestava di fatto il Reggente, ravvivava la vacillante fedeltà dei soldati e dei sudditi, invocava le preghiere dei vescovi e la benedizione di Roma: faceva insomma in una parola tutto quello che la più semplice arte di Stato doveva suggerire a un Principe nel suo caso.
Al contrario i Costituzionali aggiungevano errori ad errori, debolezze a debolezze, e si lasciavano grandeggiar in casa il nemico senza prepararsi a combatterlo.
«Prima cura del Reggente e della Giunta Provvisoria doveva essere la convocazione del Parlamento: e nessuno vi pensò.
«Non meno importava dichiarare incontanente la guerra all’Austria, mentre, per i casi di Napoli, mal custodita si trovava la Lombardia; e non solo la guerra non fu dichiarata, ma l’ambasciatore austriaco si lasciò in Torino a cospirare impunemente colla nobiltà, col clero e colla diplomazia.
«Non la intese tuttavia in egual modo il popolo torinese che, fatto accorto delle trame del barone Binder, si recò minaccioso al palazzo della legazione di Vienna, e costrinse l’insidioso diplomatico ad allontanarsi dal Piemonte.
«Era debito dei governanti di chiamare ai principali impieghi, specialmente nell’amministrazione politica e militare, gli uomini che non erano macchiati da antica lue, e mostrati eransi più affezionati al nuovo ordine di cose; e non se ne fece nulla. A tutte le cariche si lasciarono i vecchi impiegati; a reggere le provincie rimasero tranquillamente comandanti e governatori, notissimi a Corte e maestri consumati di despotismo.
«Per dar base alla Guardia Nazionale se ne compose un simulacro in Torino; e perchè la parodia fosse più compiuta si nominava comandante in capo il marchese Vittorio Maria della Chiesa di Rodi.
«Nel ministero, creato in fretta nei primi giorni, si fece qualche mutamento, senza gran frutto per la pubblica amministrazione. Al marchese di Breme succedette negli affari esteri il conte Ludovico Sauli. Il cavaliere di Villamarina, o fosse ammalato o volesse esserlo, si mostrava tentennante. Continuarono nei loro uffizi il conte Cristiani, il cavaliere Dal Pozzo, il cavaliere Degubernatis, e questa litania di Marchesi, di Conti e di Cavalieri ci avverte che, ad onta della rivoluzione, durava a Corte l’antico vezzo dei titoli e delle pergamene»[1].
Pure la rivoluzione volgeva apparentemente vittoriosa.
Tutte le città principali erano insorte; Genova, Biella, Ivrea, Vercelli, Saluzzo, Pinerolo, Vigevano, Voghera, avevano, prima o poi, seguito l’esempio di Alessandria e di Torino e levata la bandiera costituzionale.
Restava Genova sola, per antica educazione repubblicana, diffidente d’un moto principesco; ma alla fine quando vide affiggersi per le vie le proteste di Carlo Felice contro la Costituzione non ebbe più freno e si levò in armi. Fu lotta breve, e in poche ore un consiglio governativo di liberali assumeva col consenso e la sanzione del Governatore Des Geneis, ostaggio degli insorti, il governo della liberata città.
Ma tutto ciò era poco al paragone del vigoroso e compatto sforzo che facevano i reazionari guidati dal consiglio di Modena per riacquistare il perduto terreno. Essi cospiravano apertamente e nessuno ne li impediva o castigava. Da Modena Carlo Felice comunicava liberamente co’ suoi amici, gli Andezeno, i Thaon di Revel, i Des Geneis; il governatore di Cuneo cospirava, il governatore di Nizza cospirava.
Gli scritti, le parole, le promesse del Re correvano libere nelle file dell’esercito: i due governi di Alessandria e di Torino erano in conflitto tra di loro e diffidavano, e Carlo Alberto faceva dire al suo Regio cugino che si sottometteva a’ suoi ordini, e abbandonava già segretamente quella causa della quale agli occhi del pubblico pareva ancora il campione.
XXIV.
IL RACCONTO DELLA SENTINELLA.
Tre sole persone a noi note avevano cominciato a sospettare gli andamenti del Principe Carignano: lo studente Muschietti, il capitano Gambini e l’artigliere Santafiori.
Più avveduti, o più ardenti degli altri che si cullavano in una beata fiducia, essi avevano letto nelle esitazioni del Principe i presagi della defezione futura e avevano deciso sottoporlo ad una segreta sorveglianza.
La Guardia del Principe era solidamente montata da artiglieri, e perchè egli era capo di questo corpo, e perchè poneva in essi una singolare predilezione e fiducia.
Un ufficiale d’artiglieria comandava tutto il picchetto, il quale aveva l’incarico di vegliare lo scalone, le anticamere e tutti gli sbocchi del principesco appartamento. Fra le altre una sentinella guardava giorno e notte la terrazza che dalla sua camera da letto dava nei giardini del Palazzo Carignano. Questa sentinella, la meno visibile di tutte, era la più prossima a lui.
Ai tre amici era facile provvedere perchè questo posto fosse sempre affidato alla custodia di un servo fidato. Il capitano Gambini, nominato dopo la rivoluzione della Cittadella, maggiore, comandava la sezione d’artiglieria di stazione in Piazza Castello e poteva destinare la guardia che avesse voluto.
Giorgio, nominato sergente, poteva avere il comando d’un posto e scegliere la sentinella tra i più sicuri camerati.
Così fu deliberato; e il Principe di Carignano aveva dì e notte intorno a sè una rete inavvertita di scolte che spiavano i suoi passi e potevano quasi udire le sue stesse parole.
La notte del 22 marzo Giorgio non aveva potuto trovare alcuno di sicuro a cui confidare la guardia della terrazza; risolse di farla egli stesso. La notte era calma e stellata; il servizio non era pesante; il luogo era deserto e nessuno poteva venir a chiedere il perchè un sergente montasse di sentinella in luogo d’un soldato semplice. Inoltre Giorgio sperava, se pur c’era a scoprire qualche cosa, di scoprire più co’ proprii occhi, e co’ proprii orecchi, che con quelli degli altri. Prese adunque la carabina della sentinella e le disse: Tu va a dormire: resto qui io per questa notte.
La sentinella non se lo fece dire due volte e ruzzolò giù dalle scale a precipizio.
La terrazza sulla quale era rimasto Giorgio era ampia quanto un vasto cortile, e le sentinelle avevano l’ordine di stare all’orlo estremo per sorvegliare il cortile. Giorgio però, spinto dalla curiosità, e convinto che il Principe aveva più bisogno di sorveglianza che i ladri o i congiuratori immaginarii che potevano montar dal giardino, invece di stare al posto fissato, cercava tenersi vicino all’appartamento per poter meglio spiare ciò che vi accadeva.
Egli non fu ingannato nella sua aspettazione, e la mattina appresso corse a fare al capitano Gambini ed a Muschietti il seguente racconto: