Memorie d'un disertore, vol. 1/3
Part 8
I Santafiori erano da parecchi mesi nel villaggio di X, intenti a coltivare la Calandrina, passando pressochè le intere giornate ai campi, Giorgio ai cavalli ed alle mandre, Battista alle vigne, alle semine ed ai mercati, mentre le donne non ristavano un’ora, o dai lavori, o dal casalingo maneggio, e Balilla non intralasciava mariuoleria per deludere que’ due uggiosi nemici di tutte le infanzie, l’abbaco, e l’abbicì.
L’unica distrazione che restasse alla patriarcale famigliuola era, raccogliersi intorno al domestico focolare ad ascoltare le venturose peripezie di mare e di terra che Battista aveva traversate, ch’egli sapeva colorire d’un linguaggio semplice e vivace, e accompagnare con una morale severa, e con amorosi consigli. Ci siamo sbagliati e «torniamo indietro un passo» anche noi come accadeva talvolta a Battista nel narrare la sua storia.
Non era quello il solo sollievo che i Santafiori prelevassero sopra una vita laboriosa ed austera; essi ne conoscevano un altro e ben più gradito ed invidiabile: la beneficenza. Era codesto il carattere e diremo quasi l’arma gentilizia di quella casa sulla quale Michele soltanto protendeva l’ombra del suo egoismo e della sua poltroneria.
La beneficenza dentro quelle mura o, per dir meglio, dentro quei cuori era la sola e vera religione. Il lettore sa che il primo atto di Battista entrando nel villaggio era stato un atto di carità. Ma quello non era che la continuazione di molti benefizj passati, il principio di molti avvenire. E v’era chi ne abusava, perchè nessuna cosa è più facilmente usufruttata dal male che il bene, specialmente se questo non è nè studiato nè guardingo, e gli onesti sono la prima forza dei malvagi. A mo’ d’esempio, i contadini suoi, che avevano in pochi giorni subodorato l’umore o l’amore del padrone, una domenica in cui s’eran raccolti ad aggiustar conti in cui Battista ci rimetteva quasi sempre di saccoccia, tirate le somme e chiuso il bilancio, presero a dirgli «che la novità ch’egli introduceva nella lavorazione de’ campi li costringeva a una doppia fatica, che la lor paga non era adeguata al lavoro, che avevano la madre vecchia, i figliuoli teneri, molti debiti, molte miserie e così via» e tanto fecero, pregarono e piagnucolarono che Battista conchiuse:
— Ebbene vi crescerò dieci soldi al giorno per ciascheduno; ma ad un patto...
— Anche cento, padrone — rispose il più parlatore e disinvolto della deputazione.
— Che i dieci soldi che vi do di più, li metterete in una cassa comune, che servirà ad aiutarvi mutuamente, a pagarvi le medicine nelle malattie ed a far fronte alle disgrazie imprevedute. Vi sceglierete un amministratore di fiducia, per esempio il Marco, il quale distribuirà dei soccorsi secondo i bisogni.
I contadini che non capivano il beneficio della mutua associazione, e che erano, come al solito, tigne, avrebbero amato meglio mettersi in tasca i dieci soldi; ma poichè pareva quasi impossibile ad averli, si contentarono per allora anche della proposta di Ballista, e...
— Così sia — disse Marco l’arringatore, — che siate benedetto; il Signore vi aiuterà.
Come noi non scriviamo solo un romanzo, ma una storia, dobbiamo anche registrare che i contadini da quel giorno si fecero uno scrupoloso dovere di lavorare meno di prima e di truffare al padrone i dieci soldi quotidiani ch’egli aveva loro bonariamente accordati.
Già da molti giorni il fiume ingrossava e rodeva. — Il nemico s’avanza — dicevano i guardia-rive — messer Po ci minaccia una delle sue passeggiate... Chi ha roba la salvi — e attenti ai bestiami.
Un acquazzone, scatenatosi in una notte di dicembre, fu decisivo. Il fiume s’ingojò la riva, superò l’argine e dilagò, travolgendo e schiantando tutto quanto s’opponeva alla sua corsa per la circostante campagna. Per fortuna che i ripuari erano all’erta e che tutto il più prezioso, granaglie e mandre, era trasportato lontano e al sicuro. Le case propinque alla riva erano le più esposte all’invasione delle acque e i pigri che vi si fossero addormentati sarebbero stati inevitabilmente perduti se un uomo non avesse vegliato per loro.
Battista aveva coi venti e coll’acqua la famigliarità d’un marinaio. Egli aveva preveduto la pioggia; e vedutala capi che l’innondazione sovrastava inevitabile.
— Svegliati, Giorgio — disse a suo figlio — vieni con me al fiume, vi sarà forse qualche cosa da fare; prenditi delle corde e un’ascia.
E giunti presso agli argini si misero a picchiare alle porte delle capanne seminate qua e là, per avvertire gli abitatori che lo straripamento era imminente e che non indugiassero a mettersi in salvo. Chi s’alzò, chi seguì il consiglio, chi voltò il fianco borbottando «che non importava e che la Madonna li avrebbe aiutati». Eran di quella misera gente, cui il morire non caleva più nulla, o ignoranti abbrutiti, cui la stolta e iniqua dottrina del quietismo cattolico aveva appreso l’ozio e la infingarda aspettazione del paradiso, sotto pretesto che i beni della vita futura erano tanto più certi quanto più deliberato era il distacco da quelli della presente.
Battista non s’era acquetato alla costoro risposta, e s’era già accinto ad abbattere la porta per trarli di là se fosse d’uopo anche a forza; ma intanto le acque erano montate e in meno che non si dice avevano valicato i primi terreni, abbattute le prime case, e persino avvolti nella correntia, le due sentinelle notturne, padre e figlio Santafiori. Eran però nuotatori entrambi invincibili, e Battista malgrado i suoi ottant’anni non aveva ancora perduto il diritto al soprannome di _Murena_.
Nel punto istesso che l’acqua li soperchiava avevan visto sparire nei gorghi anche la capanna cui avevano bussato e compresero che non v’era un minuto da perdere. Si slanciarono a nuoto nella direzione del pericolo e nel fosco della notte scorsero galleggiare poi disparire umane forme. Affrettarono il corso; e a forza di petto e di braccia trasportarono i sommersi verso le parti più alte dove l’acqua non giungeva al ginocchio. Altri pietosi davano altri soccorsi ai salvati. E di nuovo Battista e Giorgio tornarono all’opera, e tutto quanto potè afferrare il loro braccio fu salvo.
Passato il flagello, i nomi di Battista e di Giorgio volarono per tutti i dintorni e fin sulle gazzette, ma in molti petti non destarono che un’invida ammirazione o, peggio ancora, un odio implacabile. Pochi si commossero e sinceramente ammirarono: fra quei pochi la gentile fantasia di una fanciulla a noi nota. Giusta Arena doveva ordire su quei nomi e quell’opera il suo primo, il suo unico romanzo d’amore.
Il più inviperito di tutti invece, e lo si indovina, era Salomone Arena. Egli vedeva nella popolarità che Battista veniva acquistando una concorrenza fastidiosa alla sua, e non tralasciava più sordamente che gli era possibile di limitare per di sotto la nuova reputazione che veniva sorgendo in paese.
L’izza di Salomone contro Battista originò dalla _Calandrina_, una magnifica tenuta di oltre 1000 iugeri di terreno, che detratta ogni spesa fruttava al Santafiori (il quale però la coltivava senza sparagno) le sue quattromila lire nette, somma sulla quale l’affittaiuolo doveva pagare la pensione a Michele, esercitare la beneficenza e vivere. L’Arena però aveva contato, pagando d’affitto solo dodicimila lire, lavorandola a economia e a strascico, mettendoci dentro metà dei contadini delle altre sue campagne, e strozzando il salario all’altra metà, di cavarne almeno almeno le sue diecimila lirette suonanti. Gli capitò fra i piedi Battista Santafiori che aveva dei grilli d’onestà, e che credette di poter offerire quindici mila lire, onde gli fu deliberata. _Inde irae._ Il sindaco cavaliere non perdonò più al filantropo affittuale di avergli rubato il boccone dal piatto, e se la tenne legata al dito per tutta la vita.
Intanto che Battista faceva il bene, il sinedrio della spezieria continuava a dire e seminare il male. Il piccolo Frustadenti era il più viperino; veniva seconda sua moglie, gli altri in coda. Il povero Romeo si sforzava è vero di introdurre il suo mitigante intercalare «salvo gli errori del popolo» ma gli era come soffiare aria fresca sopra un cauterio. Dietro la tela potevasi scorgere l’ombra di Salomone Arena che maneggiava i fili e suggeriva, non visto, le parole.
Quando si seppe dell’associazione che Battista aveva tentato iniziare fra i suoi lavoranti, ci fu chi disse «che egli capitalizzava il sudore dei poveri»; e quando si seppe il regalo che aveva mandato ai poveri della terra, e lo si vide cogliere i baciamani del popolino a ogni tratto di strada; — «La farina del diavolo va in crusca — gridava il Frustadenti. — Fa la carità e non paga i debiti, fa la carità e non va a messa, fa la carità ed è nemico della religione e dei ministri, fa la carità e medita trame incendiarie contro il Sovrano, fa la carità _coram populo_ e in privato nega un soldo alla sua parocchia ed alla costruzione del suo tempio».
È infatti a sapersi che una volta il curato don Spiridione, che era il _factotum_ della pieve giacchè l’arciprete Don Fulgenzio schivava i fastidii, presentatosi in casa Santafiori per chiedere l’elemosina per la fabbrica della Chiesa, vi fu accolto con queste parole:
— Io rispetto assai la vostra chiesa, ma non ho denari per essa. Se potessi adoprarmi a un po’ di bene metterei la mia offerta direttamente in mano ai poveri e senza distinzione di sottana, di colore o di mestiere. A quel che pare voi siete comodo; però se un giorno conosceste il bisogno fate capitale su di me. Ma la vostra chiesa, scusatemi, non ha bisogno di nulla, e trovo che al villaggio farebbe assai meglio un ospedale od una scuola. Che i fedeli amino avere un luogo decente in cui raccogliersi a pregare lo comprendo; che lo vogliano trasmutare in un museo di belle arti, questo non mi entra, e s’anco fossi credente non avrei tanta devozione per ciò. A me pare, il luogo dove si va a pensare a Dio debba essere austero. Voi altri a forza di riempire le chiese d’immagini vi siete messi ad adorare queste in luogo di Dio e siete caduti in una idolatria forse peggiore di quella che Cristo ha rovesciata. Queste cose le dico a voi che siete sacerdote e che dovete avere salda fede, nè potete esserne scandolezzato, fuori non mi udrete dire un motto su questi argomenti. Nella mia famiglia ognuno crede a quel Dio che la coscienza rivela. Mia moglie è protestante e legge la Bibbia, mia figlia è cattolica e credo sia vostra penitente; Giorgio dubita e pensa, e Balilla sarà quel che vorrà. Io fui cattolico per l’acqua del battesimo, ma capirete che nel fare il giro del mondo ho veduto troppe religioni, troppi mercati, e troppi mercanti, perchè io possa più credere a nessuno. Ciò vi farà orrore, caro signor curato, ma supponete di aver udito una confessione generale. Capirete però che a ottant’anni, assolto o no, non sarei più a tempo nemmeno a pentirmi... Oh vedo che la zuppa fuma; volete sedervi con me, signor curato?... divideremo da fratelli.
Il curato esitò; era incerto se pronunziare la scomunica maggiore contro il dannato o accettare la zuppa; dopo riflessione, e odorato il profumo appetitoso che scappava dalla cucina, opinò per la zuppa e le fece onore.
Don Spiridione però aveva bevuto nel secchio della Samaritana, ma non le aveva promesso il regno dei Cieli. Appena uscito dai Santafiori, corse come un procaccino a propalare per tutto il paese il rifiuto di Battista e l’eresiaco discorso. Ed è superfluo il dire che il reverendo, riscaldato un poco dal _nebiolo_ che l’ospite generoso avea sturacciato per lui, esagerò e ingrossò fino a dire che «in China aveva messi alla tortura dei padri gesuiti, e che meditava la propaganda d’un nuovo scisma ancora più idolatra di quello di Fozio e di Melantone».
La terra a tale annunzio si sommosse; le donnolette sgambettavano alla chiesa per mettersi in grazia di Dio e scongiurare il demonio; il povero Don Fulgenzio ebbe il rompicapo di esporre il _Santissimo_; un attruppamento di villani si formò dinanzi alla casa di Battista, urlando all’eretico, scaraventando ciottoli nei vetri e minacciando sfondare il portone. L’assemblea di Romeo s’era dichiarata in seduta permanente, e il sindaco si sentì costretto di uscire dal suo studiato riserbo e di parlare all’orecchio del maresciallo Malagana.
E pare che il resultato del dialogo fosse stato codesto: «che l’arma _benemerita_ avrebbe fatto una visita all’abitazione del nominato Battista Santafiori, sospetto di segreta corrispondenza coi framassoni e protestanti». Questa misura non aveva in quei tempi bisogno di giustificazione veruna; il beneplacito dei carabinieri era legge, e il _buon governo_, cioè la polizia, non aveva conti da rendere a nessun tribunale, tranne che ai governatori militari. La macchia d’eresia d’altronde era ragione più che legittima per essere tradotto issofatto in prigione; figuratevi poi una _semplice_ visita domiciliare.
La _perquisizione_, per dirla col gergo poliziesco, fu consumata a mezzanotte con la ben nota delicatezza e cortesia che suole esser messa in siffatte imprese, scombussolando naturalmente tutta la casa, svegliando brutalmente le donne e non trovando, come d’ordinario, nulla.
Però Battista fu astretto a seguitare la _benemerita_, condotto il dì appresso dal governatore della provincia, e dopo quindici giorni di andirivieni, di minacce e di vessazioni, rimandato a casa, sottoposto alla speciale sorveglianza del _buon governo_ e col _precetto_ sulle spalle. Il vecchio le aveva è vero scrollate; la famiglia stessa n’era rimasta più stordita che spaventata, e la sola Livia, credente e timida, n’avea tocchi più giorni di patema.
Giorgio invece mandava fiamme e giurava di prendere pel collarino il prete scellerato. Battista l’udì e lo calmò così:
— Il torto è mio che non avrei dovuto contare certe cose. Però quando vuoi dividere la metà della tua zuppa con alcuno, non esitare mai, foss’anco un prete.
Passata codesta burrasca ne capitò un’altra.
XVII.
LA BENEDIZIONE DEL TEMPO.
In sul cadere di una caldissima giornata di luglio, un temporale accumulavasi sopra la nostra terricciuola. Udivasi da lungi il brontolar cupo del tuono, due nuvoloni da tramontana, color piombo, montavano insieme dall’orizzonte finchè incontratisi non formarono che una sola e nera massa di vapore, l’aria era afosa e pesante, le rondini radevano il suolo coll’ala, le cavalle stupite tendevano la testa ad odorar l’acre profumo dei fiori e dei cespugli; e nembi d’insetti scendevano nelle più basse regioni dell’aria involandosi al freddo che li incalzava nell’alto.
In meno di un’ora il temporale sarebbe scoppiato nel paese. I mietitori lasciavano i solchi e correvano a salti verso le case; le massaie superstiziose spiccavano dalla parete il ramoscello d’olivo pasquale, e ne bruciavano la fronda miracolosa in faccia al nembo, per scongiurarlo.
Oltre agli scongiuri particolari, di casa in casa, c’erano quelli generali che faceva la chiesa e de’ quali era affidata la direzione e la responsabilità al curato don Spiridione, la cui riputazione di invincibile esorcizzatore correva per miglia e miglia all’ingiro e gli fruttava non iscarso frutto di decime, di privilegi e di rispetto.
Appena il turbine s’annunziava, egli aveva dovere di mandar tosto il campanaro a dar di picchio nella campana maggiore, la quale doveva continuare il lugubre rintocco fino a che la collera del cielo non fosse placata. Intanto egli doveva uscire sotto l’atrio della chiesa colla miracolosa reliquia che conteneva un pezzo della _greppia_ di _Betlemme_ e con essa trinciar crocioni per aria, interpolare le litanie a mistiche parole ch’egli solo sapea, e costringere i demoni che ululavano nell’aria a cedere il campo.
Il lettore ne avrà vedute o udite narrare molte di codeste scene; però il più mirabile si era che don Spiridione non doveva già ricacciare gli spiriti maligni nelle loro sedi infernali, ma confinarli in qualche prossima terra; perchè potessero a loro agio satisfare sul campo del vicino la loro rabbia devastatrice. Caina carità del prossimo!
La campana adunque martellava; don Spiridione in stola e cotta, con gli occhi sbarrati fuori dell’orbita, colla bocca bavosa, con orribili contrazioni di labbra e di vene, agitando a manca ed a dritta la taumaturga reliquia, battagliava già da oltre mezz’ora contro il temporale, ma questi faceva orecchio di mercante, se n’infischiava degli esorcismi e si avanzava. In breve la nube scrosciò, s’aperse, e lasciò cadere proprio a perpendicolo sulla campagna di S... una grandine così fitta e così grossa che poteva proprio ritenersi per infernale. Cascò egualmente sui palazzotti e sulle casipole, e percosse, senza un miccino di rispetto per nostro Signore, fin le invetriate della sua chiesa. E vi fu anche il complemento del fulmine, il quale attratto dalla cima maggiore del campanile e trovata una via conduttrice nelle corde delle campane, colpì il misero sacristano nel bel mezzo del corpo e lo incenerì.
Al saettar della folgore, Spiridione, perduta ogni fede nella _greppia_, fuggì a gambe levate in stola com’era, e lasciò sole le sue pecorelle nel cimento col cielo.
Ma all’apparir dell’arco baleno il miserando caso del campanaro fu noto; il campanile apparve scimato, i colti falcidiati e «tutto perchè il curato esorcizzatore avea abbandonato il suo posto». L’ira popolare era in bollore: un altro temporale ben più fiero del primo sovrastava al male avventurato Spiridione. Il contadiname raccoltosi in folla sulla piazza cominciò a sbraitare che se la grandine era caduta era colpa del prete; che se il sagrestano era ucciso, era perchè il prete non sapeva più maneggiare la reliquia, che doveva essere in disgrazia di Dio e forse d’intesa con Satana in persona.
— Bisogna scacciarlo — gridava uno.
— Bisogna dargli fuoco alla casa — esclamava un secondo.
— È lui stesso che la deve pagare — urlava un terzo brandendo un enorme bastone.
E l’atto fu interpretato, sancito ed eseguito. La folla, più aizzata dalla sordida rabbia pel danno patito che briaca di un superstizioso terrore almeno sincero, si scaraventò sulla casa del curato, in un attimo fè balzare le sbarre, si precipitò dentro, cercò, frugò, di su, di giù, di qua, di là per tutte le stanze, per tutte le tane della casa: nulla. Il prete per orti e per vigneti era scampato.
Dove?...
Non ci vuol molto a capirla: nella casa di Battista.
E la capirono subito anche i villani. E allora il fiotto, come governato da un vento opposto, via furiosamente verso la casa di Santafiori.
— Ah? — diceva ii caporione della turba — ah! il signor curato si rifugia in casa dell’eretico.... È il momento di fare un falò di tutti due.
E s’apprestavano ad abbattere anche quella seconda porta, quando il portello si aprì e Battista si presentò sulla soglia.
— Morte a don Spiridione — morte all’indemoniato!... Siamo stufi di stregoni nel paese.
— Il curato non l’avrete se non passando sul mio corpo — fece il vecchio con voce ferma e secca, fissando il suo occhio calmo e profondo sopra i suoi assedianti, i quali s’arrestarono compresi forse da un duplice sentimento di paura e di venerazione. — Il curato si è ricoverato in casa mia; voi non potete pretendere ch’io tradisca il dovere d’asilo e che commetta la viltà di consegnarvelo. — Egli è per me più colpevole che per voi stessi perchè vi ha ingannati sopra una virtù che non poteva avere. Ma voi siete ancora più colpevoli di lui che l’avete incoraggiato ad ingannarvi e minacciandolo per giunta se nol faceva! Fate senno, miei cari. Credete forse che Colui che invia il sole e la tempesta, che comanda a quei due grandi mondi che nessuno conoscerà mai per intero, il cielo e l’oceano, credete che indietreggi perchè un curato nel fondo d’una campagna gli avrà insolentemente mostrato un pezzo di legno, o fatte le fiche con un cencio creduto miracoloso? Dite su: se mostraste i vostri _Agnus Dei_ all’esattore del re, quando viene per portarvi via l’ultima pentola o l’ultimo scudo, credete forse ch’egli si arresterebbe? E volete che Dio sia men loico d’un gabellotto?... E che faceva don Spiridione? Comandava alla gragnuola di cadere nei campi del vicino a devastare i frutti del prossimo vostro. Professate la legge evangelica «non fate ad altri quello che non vorreste fatto a voi stesso»; e la osservate così? Vergogna! Se la grandine è caduta è la sua stagione.... è un danno, lo so, ed io ne piango per me, e pei poverelli che l’avranno sofferta; ma se c’è alcuno che se la possa prendere coll’elettricità, coi venti, o colla pioggia che si congela prima di toccare la terra, si faccia avanti. Il povero campanaro è morto ed è una grossa disgrazia; ma chi vi ha ficcato in testa che sbatacchiando una campana, che è fatta credo per chiamarvi in chiesa, il temporale scappi via?
«C’è chi pensa invece che anche lo scampanellìo ecciti lo scoppio dell’elettricità, ma non è ben certo.... Ad ogni modo sapete quel che è successo? È successo che l’elettrico delle nubi ha trovato fra il suolo e sè stesso la vetta del campanile ed ha esploso là piuttosto che altrove; così avrebbe fatto sopra un albero se fosse stato vicino e più alto. Son leggi naturali che nessuno può mutare, miei figliuoli. Siate ragionevoli. O che il curato, se avesse potuto, non avrebbe volentieri cacciato il temporale? Non ci aveva egli tutto a guadagnare e nulla a perdere? Oggi che ha fallito non ha forse compromessa la riputazione del mestiere? Credete a me; se avete fede nella religione non adopratela mai contro le leggi della natura, che son le leggi di Dio».
Fosse la voce, fosse l’aspetto, fossero le buone ragioni del discorso, o che la prima ira fosse svampata, o che i ricordi delle buone azioni di Battista ripigliassero il sopravvento, il fatto sta che quella gente, mezzo convinta e mezzo commossa, bassò la testa, mise la coda fra le gambe, come il branco di segugi di cui si parla nei _Promessi Sposi_, e si ritirò di là borbottando più cose, ma concludendo «che Battista aveva ragione, e che il curato era un furfante lo stesso».
V’è, l’abbiamo osservato più volte, maggior rettitudine e generosità nelle moltitudini che negli individui. La coscienza collettiva, come oggi suol dirsi, è migliore che l’individuale, e mentre la storia dell’umanità illumina la marcia trionfale del progresso e della civiltà, la storia degli individui si offusca ogni tratto colle turpezze della materia e colle rabbie cruenti dell’egoismo.
XVIII.
GIORGIO.
Non v’è mai capitato, lettor mio, d’avere un lepido nonno; o il nonno non vi ha mai contato un epigramma famoso a’ suoi tempi, proibito dall’indice e dal codice e che non era prudente il ripetere se non in brigata d’amici e fra quattro mura? Se sì, vi ricorderete pure questi sei versi, che per essere sbagliati non son meno arguti:
L’altissimo di lassù Ci manda la tempesta; L’altissimo di quaggiù Ci toglie quel che resta. E in mezzo a due altissimi Noi siamo poverissimi.
Ora questo epigramma dev’essere stato fatto apposta da qualche popolesco Giovenale per la fame del 1816; che se no, le si potrà a tutta ragione appioppare. Infatti non si era mai veduta più stretta congiura fra il regno del Cielo e quello della terra, per rendere canino e intollerabile un flagello che forse con una pioggia di più e un editto regio di meno si sarebbe potuto cansare. Le vittime avean un bel studiarsi coi Tridui per muovere a compassione l’Altissimo di lassù, e colle petizioni l’altissimo di quaggiù, fiato sciupato. I due Altissimi facevano il sordo e la carestia pigliavasene acconto anche sul 1817.